venerdì 30 agosto 2013
Vediamoci chiaro di Andrea Della Casa
Serata di caldo afoso padano.
Trovo un ristorante con una carta dei vini che si avvicina alle mie esigenze.
La disfida è tra una Malvasia frizzante di Denny Bini e un Fiano di Zampaglione. Vince il secondo per curiosità. I vini di Denny mi sono felicemente noti.
In più i vini di Guido Zampaglione (quelli di Tenuta Grillo nel Monferrato) sono un punto fermo tra le mie circonvoluzioni cerebrali.
E poi quell'indicazione "non filtrato" sulla carta mi alletta parecchio.
Il vino è pulito, carnoso, con aurea agrumata ed un ritorno finale di miele. Discreto.
Ma alla vista non mi pare così torbido. Anzi.
Trasparente e limpido. Provo ad agitarlo un pò ma nessuna particella, nessuna velatura mi si presenta nel bicchiere. Niente. Manco una particella di sodio che ulula nel vuoto.
In effetti sulla bottiglia non mi pare ci fosse la dicitura "non filtrato".
Il giorno dopo a casa vado a verificare online la metodologia produttiva e la ricerca mi conferma che il vino non viene filtrato.
Quindi i casi sono 2: o l'annata (2010) ha costretto alla filtrazione oppure travasi e decantazioni intense danno un risultato analogo.
Ma il dubbio rimane...
giovedì 29 agosto 2013
Pinot nero 2008 di Le Due Terre
Flavio
Basilicata fa dei vini che stregano.
In
gioventù sono chiusi, scontrosi poi negli anni si equilibrano e danzano sul
filo sottile che divide l’eleganza dalla
ruvidità, si percepisce una sensazione ineffabile e subito dopo uno schiaffo,
blandiscono e colpiscono.
E
la sensazione finale che danno è del “capolavoro debole” cioè della
realizzazione terrena e mortale di un vino perfettamente perfettibile e mirabilmente
incompleto.
Il
Pinot nero oggi è buonissimo e sembra navigare in una Borgogna italiana, mi
chiedo come mai se ne parli così poco.
A
boire.
Luigi
Etichette:
2007,
Flavio Basilicata,
Friuli,
Italia,
Le Due Terre,
Pinot Nero
mercoledì 28 agosto 2013
Ripa di Sopravento di Vittorio Graziano
Courtesy Andrea Della Casa. Ridevo così tanto che mi sono dimenticato di fotografare la bottiglia |
Un
ennesimo vino amoroso.
Io
amo questo vino.
Anzi
perifrasando un mio amico “questi vini mi fanno ridere, perché ti aspetti una
cosa, poi sono un’altra!”
E
rido.
Ps
E’
bianco, è frizzante, è esilarante.
Vitigni
sconosciuti, meno male, un vero vino di territorio.
Fatico
molto a capire e giustificare quelli che dicono: “a me i vini mossi non
piacciono”.
E
me la rido su.
Ringrazio
Andrea e Riccardo spacciatori di risate.
Naturalmente
ringrazio anche Vittorio Graziano.
martedì 27 agosto 2013
La Cieca
Spesso il fronte sabaudo del bar ci intrattiene con i
racconti delle nuove scoperte in fatto di locali di perdizione enogastronomica.
Io sto sul fronte degli indefessi casalinghi, poco avvezzi ai locali pubblici,
che anche qui esistono, seppur la mia impressione è che a Torino ci sia più
fermento.
Beh, approfittando delle vacanze dalla famiglia che agosto mi regala da qualche anno, cerco di mettere una pezza a questa mia introversione.
Così, dopo mesi che seguo con passione attraverso i social network l’avventura dei cinque audaci enomatti, finalmente arriva la notizia che La Cieca è aperto. Arriva così da un giorno all’altro senza macchine col megafono ad avvisare del lieto evento, senza una campagna di comunicazione, senza messaggi urlati.
Beh, approfittando delle vacanze dalla famiglia che agosto mi regala da qualche anno, cerco di mettere una pezza a questa mia introversione.
Così, dopo mesi che seguo con passione attraverso i social network l’avventura dei cinque audaci enomatti, finalmente arriva la notizia che La Cieca è aperto. Arriva così da un giorno all’altro senza macchine col megafono ad avvisare del lieto evento, senza una campagna di comunicazione, senza messaggi urlati.
No, La Cieca apre il 26 giugno e l’unico proclama è “venite
e bevete”.
E io infine arrivo, in ritardo come sempre.
E’ già agosto iniziato e fa un caldo umido che mi sembra di
aver fatto un safari nella giungla urbana e di aver passato almeno un paio di
frontiere, tanto è lontano La Cieca da casa mia.
E’ bastato un istante, il tempo di incrociare lo sguardo
sorridente di Michi, per capire che il viaggio valeva la pena.
La Cieca è un posto che a Milano mancava. E’ un concentrato
di energia e un groviglio di conoscenze e di amicizie col vino come sfondo. Michele
Mamoli è forse l’unico oste che poteva realizzare questo incantesimo.
Appena entri sai che sei a casa e questa è un’impressione
che pochi locali pubblici sono in grado di restituire.
Un po’ di dati tecnici.
I vini in mescita stanno su una tradizionale lavagna, come
100 anni fa e come nelle cave e i bar
à vin rispettabili di tutta la Francia. E già a leggere viene sete, ma soprattutto è chiaro che il
tempo del vinello omologato è finito da un pezzo. Per dire io ricordo l’Ageno
2005 e mi pare dello stesso anno lo Zibibbo di Nino Barraco. Tu dimmi dove li
trovo altrove.
Ogni sera sono in mescita tre vini alla cieca, con
pseudonimi divertenti e l’indicazione del prezzo (io ricordo un Batman, Robin e
Joker!) e se indovini vinci qualcosa (evidentemente non ho vinto).
Il locale è piccolissimo, ma per fortuna ha un bel
marciapiede davanti. (Comunque dentro l’aria condizionata funziona benissimo!).
Poi da sotto il banco o da non so dove spunta sempre qualche
bottiglia incredibile. Da un Roddolo d’antan a un pet nat dell’avanguardia
naturista francese a un mega champagne o una prima annata di qualche vino che
ha fatto la storia.
La mescita è un lavoro atletico a La Cieca, si riempiono file
di bicchieri a ripetizione.
A La Cieca si conoscono persone e se ne ritrovano.
A La Cieca capita che qualcuno che non vuole allontanarsene
chieda se può portare una teglia di pizza e venga esaudito.
A La Cieca quando parlo di vino e non mi ricordo qualcosa,
mi affaccio al banco e mi arriva la risposta.
A La Cieca ci puoi passare una serata d’estate, dalle sette e mezza alle
due di notte e aver ancora voglia di festeggiare.
lunedì 26 agosto 2013
Tenerumi&Zucchina from Sicily with love. Di Rossana
C'è una passione tutta siciliana per i germogli e le foglie vellutate della Cucurbita moschata varietà Serpente di Sicilia, i tenerumi.Difficilmente fuori dall'isola si trovano mazzi di questi tralci ricchi di foglie dal verde intenso che la peluria superficiale fa apparire sfumato, grandi e dalla consistenza apparentemente fibrosa, che richiedono pochi minuti di cottura per perdere volume e diventare tenerissime.
Provate ad abbinare i tenerumi anche a cozze, vongole, calamari, bottarga e ricci,
vi stupiranno!
1 zucchina lunga siciliana
2 mazzetti di tenerumi (foglie e germogli di zucchina lunga)
2 pomodori ramati pelati e ridotti a concassé
100 g di Ragusano a cubettini
180 g di spaghetti spezzati 2 spicchi d’aglio in camicia schiacciati
Basilico, olio evo, sale, pepe o peperoncino.
Procedimento
Lavare la zucchina, pelare e tagliarla in quattro verticalmente, eliminare i semi e affettarla diagonalmente. Lavare le foglie e i germogli, Lessare in acqua bollente salata e scolare. Le foglie voluminose si ridurranno molto in cottura. L’acqua di cottura delle verdure può essere utilizzata anche per cuocere la pasta. Mettere a cuocere la pasta in acqua bollente salata, intanto soffriggere l’aglio in 40 ml d’olio evo ed eliminarlo, unire il pomodoro e soffriggere per pochi minuti, salare e pepare. Scolare la maggior parte dell’acqua di cottura della pasta quando è ancora molto al dente, unire le verdure e il pomodoro. Mescolare per qualche minuto fuori dal fuoco, unire i cubetti di Ragusano, basilico, un filo d’olio evo e servire.
![]() |
Raviolo di calamaro ripieno di tinniruma di cucuzza, con salsa di acciughe. Ristorante La Madia, Licata (AG). |
L'eclettico Chef Pino Cuttaia ha saputo sublimare i tenerumi, stupendo i gourmet più esigenti, ottenendo una crema vellutata dai sentori iodici, dal colore verde cangiante che incuriosisce per le sfumature cobalto, celandola nel "Raviolo di calamaro ripieno di tinniruma di cucuzza, con salsa di acciughe" o
![]() | |
Ravioli del plin al tenerume |
una sfoglia setosa e sottile unica, che esalta e rende protagonista il ripieno.
Confezionati espressi, sono disponibili presso Uovodiseppia, la dispensa gourmet & accademia di cucina di Pino Cuttaia, meta di pellegrinaggio foodie, un luogo unico nel panorama nazionale, dove ogni desiderio gourmet è realtà.
Li ho conditi semplicemente con un'emulsione profumata alle zeste di limone verdello e bottarga di muggine.
Pino Cuttaia ha magnificato un ingrediente povero e popolare grazie a tecnica e creatività. Sa riconoscere le caratteristiche migliori delle eccellenze siciliane esaltandole, sempre nel rispetto assoluto del gusto e della qualità.
Con la confettura di zucchina (zuccata) serpente si farciscono queste speciali paste di mandorla, le Paste Nuove, dolcetti leggermente glassati e spolverati di pistacchio, dalla caratteristica forma che evoca una colombina.
Rossana
Etichette:
Pino Cuttaia,
Rossana Brancato,
Sicilia,
Tenerumi
venerdì 23 agosto 2013
Champagne Brut, “Dis, “Vin secret””, Francoise Bedel
Ottantasei
% Pinot Meunier, otto% Pinot noir e sei% Chardonnay.
Cinque
anni sur lies, sboccatura ottobre 2009.
Dalla
Vallée de la Marne un quasi BdN che mi è piaciuto parecchio.
(mediamente
dalla Vallée de la Marne, soprattutto quelli con percentuali rilevanti di PM,
arrivano vini piuttosto strutturati e decisamente interessanti).
Vinosità
scorbutiche del Meunier, leggere derive ossidative, acidità verticali e
sferzanti appena levigate dal dosaggio (che non sia il diavolo il dosaggio?).
Vino
saporitissimo e sapido e vivace e lungo.
Beva
compulsiva.
Kempè
Luigi
giovedì 22 agosto 2013
Sine Felle, Toscana Rosso IGT 2010, Podere Casaccia, Scandicci (FI)
Sangiovese
e Canaiolo e Malvasia nera e Giacchè da viticoltura biodinamica
Non
mi aspettavo tutto questo frutto e mi aspettavo più terziario, alla maniera
toscana e tannino impertinente, invece la frutta era matura e il corpo un po’
troppo orizzontale e “scapposo” (watery).
Non
riempiva la bocca, acido e tannino latitavano e il vino non lasciava grandi
ricordi di sé.
Da
riprovare e da provare anche i loro Chianti.
Kempè
Luigi
mercoledì 21 agosto 2013
Le Grand Clos 2010, St. Nicolas de Bourgueil AOC, Yannick Amirault. Di Daniele Tincati
Loira centrale.
Una delle poche zone al mondo dove hanno il fegato di vinificare in Cabernet Franc in purezza.
E ci sarà pure un motivo no ?
Violaceo denso, inchiostrato.
Naso minerale di grafite.
Si, avete letto bene, grafite, non è difficile riconoscerla, basta pensare quando si fa la punta alla matita.
Di solito si sente dopo che altri profumi sono scemati, qui si è sentita subito, netta.
Fruttosità scure di mirtillo, mora e prugna si aprono verso tonalità boisè.
Poi arriva perentoria la nota verde classica di peperone, verde, condita con qualche folata di alloro.
Bocca densa, fresca e polposa di frutta scura asprigna.
Tannino fittissimo, non invadente e ben fuso nella struttura importante.
Lungo, con chiusura dolce dove esce un pò troppo il legno non ancora amalgamato.
Bottiglia giovane ma già gradevole.
Beva comunque scorrevole ed interessante.
Lo lascierei li qualche annetto a maturare...
martedì 20 agosto 2013
Ambrosia chiamata FICO. Di Rossana
Terreni arsi dal sole: l'habitat ideale.
Il fico, appartiene alla famiglia delle Moraceae, Ficus carica L., è un albero dal portamento esuberante, arriva a superare i dieci metri d'altezza.
Esistono due subspecie, Ficus carica caprificus, selvatico, e Ficus carica sativa, fico domestico.
L'apparato radicale tende ad espandersi molto ma è superficiale, può quindi essere impiantato vicino alle abitazioni. Tronco robusto, corteccia liscia, rami poco resistenti che portano foglie tri-pentalobate rugose.
L'infiorescenza, il siconio è un ricettacolo carnoso, il falso frutto edule, al cui interno si trovano i veri frutti, gli acheni, i fastidiosi semini.
Se la formazione del frutto avviene tramite partenocarpia, non essendo fecondato, risulterà privo di semi, frutti apireni come l'uva di Corinto;
la fecondazione avviene grazie all'imenottero Blastophaga psenes.
Il siconio può avere le più varie forme e dimensioni: appiattita, sferica, allungata piriforme, varia anche il colore della buccia, dal verde pallido al viola, fino a tonalità tendenti al nero.
Proprio per la facilità di propagazione, per talea o tramite pollone radicato, o per innesto, esistono centinaia di varietà: alcune antichissime, diffuse o rare e di nicchia.
La classificazione si basa sul numero di fruttificazioni annue:
- unifere una sola produzione principale,
- bifere ai precoci fioroni segue la principale,
- trifere hanno una produzione precoce, principale e tardiva.
Otre alle zone costiere, nel meridione d'Italia e nelle isole, i fichi si coltivano su larga scala in Turchia, Grecia, Spagna, Portogallo e Stati Uniti.
Nutraceutica
I fichi, al contrario di quanto si creda, hanno un contenuto glucidico paragonabile alla frutta acidula, ma le quantità variano sensibilmente in rapporto alla varietà e all'esposizione solare, la capacità della pianta di sintetizzare carboidrati dipende dalla quantità di energia luminosa che riesce a captare.
Contengono l'82% di acqua e apportano 47 kcal e 2 g di fibra, in particolare lignina e mucillagini.
Ricchi di Calcio e Potassio, vitamine B5 e B6.
I valori cambiano "drammaticamente" considerando i fichi secchi, privati di almeno il 40% di acqua, concentrano gli zuccheri, arrivando a 256 kcal! Aumenta quindi anche il contenuto di fibre e Calcio.

I miei preferiti sono i fichi secchi Gatto di Cosenza.
Il secreto dei canali laticiferi delle foglie, il latice, è urticante per la cute, ha azione cheratolitica e ha alcune indicazioni dermatologiche.
Viene utilizzato anche come caglio vegetale nella produzione di alcuni formaggi come nel presidio slow food di capra girgentana "Ficu".
Classicamente i fichi si abbinano divinamente a salumi, foie gras, formaggi semi stagionati ed erborinati.
Per bilanciare la dolcezza dei miei, prendendo spunto dalle intense note floreali e di miele, ho creato il dessert che segue:
uno scrigno friabilissimo di frolla al cacao cela una soffice mousse al formaggio fresco, polvere di lampone in assonanza all'acidità lattica, fichi freschi e il profumo di Provenza.
Classicamente i fichi si abbinano divinamente a salumi, foie gras, formaggi semi stagionati ed erborinati.
Per bilanciare la dolcezza dei miei, prendendo spunto dalle intense note floreali e di miele, ho creato il dessert che segue:
uno scrigno friabilissimo di frolla al cacao cela una soffice mousse al formaggio fresco, polvere di lampone in assonanza all'acidità lattica, fichi freschi e il profumo di Provenza.
Tarte Domaines de Provence
- Per la frolla friabile al cacao:
180 g farina (io utilizzo questa)
20 g di cacao (io utilizzo questo)
70 g di zucchero a velo
100 g di burro tradizionale freddo a cubetti
2 tuorli
1 pizzico di fleur de sel
semi di vaniglia
Nel mixer o nella planetaria col gancio K sabbiare le polveri col burro, aggiungere i tuorli e aspettare pochi secondi che si formi una palla di frolla.
Stendere tra due fogli di carta forno, deve avere uno spessore di circa 3 mm.
Porre in frigo a raffreddare almeno mezz'ora, poi rivestire lo stampo da tarte, bucherellare la superficie e riporre in frigo.
Preriscaldare il forno a 180°C, modalità statica, la tarte deve passare dal frigo al forno, cuocerà in 20 min circa.
Uscita da forno è fragilissima, lasciarla raffreddare prima di sformarla.
Se vi avanza impasto, stendetelo dello spessore di 6 mm e ricavatene deliziosi biscottini ;).
- Per la mousse al formaggio fresco:
70 g di robiola
70 g di yogurt greco
40 g di miele di lavanda (io utilizzo questo)
200 g di panna montata lucida
20 g di zucchero a velo opzionale
Montare la panna, se preferite aggiungete lo zucchero quando inizia a schiumare, non dovete arrivare ad avere una massa compatta, la panna eccessivamente montata perde il sapore latteo, dando una consistenza grassa al palato.
Riporre in frigo.
Amalgamare con una spatola il miele alla robiola, incorporare delicatamente lo yogurt e la panna.
- Per decorare:
300 g di fichi tagliati in ottavi, o in quarti, in base alle dimensioni
polvere di lamponi disidratati
fiori di lavanda blu di Provenza
Composizione della tarte:
estrarre la frolla dallo stampo di cottura e adagiarla sulla base scelta, riempire la cavità con la mousse, spolverare i bordi con la polvere di lamponi, decorare con i fichi e finire con i fiori di lavanda.
Va servita entro due ore, altrimenti potete preparare le basi in anticipo e assemblare al momento.
Rossana
Etichette:
Fico,
recipe,
ricette,
Rossana Brancato
lunedì 19 agosto 2013
Terrazze Retiche di Sondrio Il Pettirosso 1999, Ar.Pe.Pe. di Niccolò
L'altro giorno mio fratello mi dice: "mi accompagni stasera a Chiavenna, che così vedi la casa e do una controllata; poi ci mangiamo qualcosa al Crotto al Prato e torniamo giù a Milano?"
Ormai nel turbine della quiete agostana non potevo che accettare.
E che splendida serata!
Una casa antica rimessa a posto col minimo intervento in una cittadina che non ricordavo così affascinante, un crotto con tavoli di pietra e un oste col pallino per i vini di Ar.Pe.Pe.
E cosa vedo in carta?
Il Pettirosso 99. Forse è finito... no, è l'ultima bottiglia. Ma proprio l'ultima, ché non lo fanno più.
Memore del recente post di Daniele, esigo una glacette.
Et les jeux sont faits!
Bottiglia succosa ed elegante sul pizzocchero bianco e le carni alla piòta.
Memorabile sigillo per una memorabile serata.
Il crotto |
Dal ponte |
domenica 18 agosto 2013
le marchè de Briancon
Ogni
mercoledì a Briancon (Haut-Alpes) c’è il mercato, è un mercato apparentemente
normale, caotico, colorato, pieno di cianfrusaglie e banchetti di frutta e
verdura un po’ standard, due stand giganteschi di polli arrosto e salsicce, vasche
di Paella, friggitorie etniche, venditori di trote vive, vestiti, artigianato
africano (?) insomma un babele.
Poi
approfondendo e assaggiando, prendendosi una certa dose di rischio si trovano
cosette molto interessanti come i formaggi che vi presento oggi e i pomodori di
antiche varietà.
Comunque,
a dispetto dello stand che sembra quello della Ferrari, il pollo arrosto è
fenomenale, mai mangiato uno più succoso e saporito, le trote passato il
momento stressante della soppressione in diretta di fronte ai voi con vostra
figlia/o che piange a dirotto sono molto buone e che dire delle patate Ratte
che tracimano dalle cassette di produttori “hippy” o il sirah sfuso (produttore
mai più incrociato) o i recoltant manipulant della Champagne con bottiglie a 11,00
euro (per niente male) e la compianta Marie (non perché sia morta ma perché ha
deciso di smettere con la vita dura del pastore/margaro e si è messa a produrre
vino! Un altro vigneron di cui facevamo a meno!) che distillava nettare dalle
sue splendide capre e pecore e i suoi formaggi valevano da soli il viaggio.
Nota
di colore: spesso c’è un signore che intreccia dei cestini con rara capacità e
grande cura filologica nei prodotti che realizza, incredibili sono i cestini
per fragole, quelli per tartufi e funghi in Perigorg style, cestini per patate in
Savoie style eccetera eccetera.
venerdì 16 agosto 2013
Pet Nat di Gianmaria Vergano in Castagnole Monferrato
Mi
è stato presentato da Pietro Vergano come: “Un frizzante “misto frutta” che fa
mio padre a Castagnole, la via piemontese al Pet Nat (petillant naturel)” un
po’ scherzando e un po’ no.
Composizione:
Barbera,
grignolino, slarina e forse altre varietà(?) (ma il vino è varietà? O è
generica uva nata in un luogo e vinificata da una persona?)*
Autore:
GianmariaVergano con possibili intromissioni di Mauro Vergano (l’alchimista di Asti,
nonché fratello del vigneron).
Gianmaria
è viticoltore di ritorno, il quale essendo già in pensione può permettersi di
sperimentare e coccolare sogni enoici e follie assortite.
E’
trascinante quando parla della riscoperta della Slarina (una varietà di uva a
bacca nera del monferrato oramai quasi scomparsa) e dei suoi mille e uno modi di
vinificarla: macerazione semi carbonica, carbonica, macerazioni a freddo,
vinificazione tradizionale… e tutte le possibili combinazioni possibili e
immaginabili.
Orbene
questo Pet Nat è un rosato di un bel colore ciliegia intenso, giustamente
torbido.
Fresco
è buonissimo da abbinare al salame fresco (poco più tenace di una salsiccia,
tipico del monferrato) e al mitico salame cotto (quello buono è ormai
introvabile).
Insomma
vino da aperitivo.
La
via del Pet Nat italiano è tracciata bisogna solo avere il coraggio di
percorrerla.
Bisogna
ancora limarlo un po’ e magari attenuare le leggere spigolosità del vino,
sottrarre materia per elevarne lo spirito.
Monferrato
terra di grandi vini, non credete?
Grandi
anche quelli da disimpegno, da sete.
Kempè
Luigi
*qualche
giorno fa a Brisighella si discettava con la solita leggerezza e vacuità
intorno ai vini macerati, in particolare si tritava il solito concetto della
perdità di identità dei bianchi anzi perdita del varietale.
Al
quel punto mi si son drizzate le orecchie, perché affidare la tipicità di un
vino alla riconoscibilità varietale è per me un enorme errore concettuale e un
massacro commerciale e una corsa alla massificazione. Abbasso la varietà e viva
il terroir (compreso il manico del vigneron!).
mercoledì 14 agosto 2013
Les Vieux Clos, Aoc Savennières 2007, Nicolas Joly
Non
sono un amante dei vini di Joly però un mito va conosciuto per essere “inquadrato”
e poterne argomentare le eventuali delusioni.
Ho
quindi ordinato questa bottiglia con la speranza mista a preoccupazione.
Altre
volte i suoi vini erano pesantemente ossidati con sentori da distillato, non mi
avevano mai convinto appieno.
Invece
questa era in ottima forma, appena aperta ha dato qualche colpo di alcolicità
un po’ scomposta (incredibilmente segnava in etichetta 15%vol figli
evidentemente di una annata calda), poi rientrata nei ranghi, ha lasciato che
parlasse una sapidità rocciosa con accenni di idrocarburi (che mi paiono un po’
la cifra della denominazione Savennières), acidità viva, forse aiutata da una
volatilina impertinente ma sopportabilissima, agrumi maturi quasi sulla via
della caramelizzazione, effetto di ossidazioni comunque presenti in questo vino,
forse un po’ di botrytis.
Ottimo
vino, profondo, affetto da quelle imperfezioni che in questo caso hanno dato
più che tolto ma il gioco è difficile, come camminare su una corda tesa.
Kempè
Luigi
Iscriviti a:
Post (Atom)