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mercoledì 20 novembre 2013

Consigli per gli acquisti (una "frizzante" domenica di assaggi emiliani)

di Riccardo Avenia

Tornando a casa dalla giornata di assaggi emiliani, alla quale avevo accennato qui, ho ripensato ai vini ed ai produttori rivisti e conosciuti. Mi sono trovato a tutti gli effetti a casa: emiliano tra gli emiliani. Nell'aria si respirava il nostro dialetto, il nostro modo di fare, sempre scherzoso, allegro e spumeggiante, proprio come questa tipologia di vino: i rifermentati, oggi chiamati anche "Sur lie" (non tutti in realtà), che grazie a questa manciata di persone portabandiera del territorio, stanno facendo rivivere (a volte con notevole fatica) una nuova era a quella che è da sempre la reale tradizione vitivinicola regionale emiliana. Una giornata piacevole e distesa, in cui ho avuto modo di approfondire la conoscenza con alcune di loro e scherzare con le più familiari.

Facendo un quadro generale, sono rimasto positivamente colpito dalla qualità dei prodotti: per la loro pulizia (in alcuni casi il margine di miglioramento è tuttavia ancora possibile) e per la grande piacevolezza intrinseca che portano nel loro DNA. Di seguito quindi troverete i miei migliori assaggi, quelle bottiglie che non potete farvi scappare.


Partendo dai colli bolognesi - i colli di "casa" - il primo incontro è con Antonino Ognibene di Gradizzolo. Tra le etichette in assaggio, mi ha particolarmente incuriosito il Pignoletto "Le Anfore", vinificato sulle proprie bucce ed affinato per un anno negli stessi contenitori di terracotta non interrati. Notevolmente migliorato dal primo assaggio che feci in anteprima, in occasione del #vinixlive16 organizzato dal nostro amico Andrea aka Primobicchiere. Un vino con maggiore dinamismo, più disteso e dalla spiccata sapidità, dove i tasselli del gusto e del sapore sono rientrati al loro posto. Una bottiglia da tenere d'occhio anche nel futuro. Che il Pignoletto si presti bene a questo tipo di vinificazione? Ognibene ci sta lavorando e le sperimentazioni sono in continua evoluzione.
Merita menzione anche il "Naigartèn" 2011 da vitigno Negretto, autoctono dei colli bolognesi, in purezza. Un rosso fermo dalle spalle larghe, con spigoli da una parte e rotondità dovuta al legno grande, dall'altra. Un calice che predilige l'abbinamento al cibo.


Sempre dai colli bolognesi, incontro Alberto Tedeschi, in questa occasione scherzoso e mai al proprio banco. Il Pignoletto Frizzante Sur Lie 2010 (ne parlò Luigi qui) è una bottiglia che, ad ogni assaggio, mi convince sempre più: mai banale e di grande personalità. In attesa dell'uscita del prossimo millesimo, faccio scorta di questo: in bottiglia sembra evolvere davvero bene. Ma la sorpresa viene dalla personalissima interpretazione del Pignoletto fermo Spungola Bellaria 2011. Una vendemmia davvero difficile per Alberto, che ha faticato non poco per portare dentro la bottiglia - chiaramente con successo - questa annata balorda. Ancora molto giovane, è caratterizzato da una delineata nota ossidativa voluta, che richiama alla mente alcuni Jurà, invece di un Pignoletto dei colli. Provare per credere. Il potenziale di questa vendemmia, è tutta in divenire - per ora - meglio cercare e godersi la 2010, in questo momento in forma splendida.



A pochi passi, entro metaforicamente nel territorio dei Lambruschi, con il frizzantissimo Vittorio Graziano (nella foto in occasione di una piacevole cena in sua compagnia). Sempre una certezza il Ripa di Sopravento 2011: vino frizzante bianco a rifermentazione spontanea, da vitigni della tradizione?! Verticale, asciutto, veramente godurioso. Da avere sempre in cantina. Infatti 2 bottiglie sono venute a casa con me. Il Lambrusco Grasparossa Fontana dei Boschi 2010, è per me l'archetipo del Grasparossa. Acidità, tannino e corpo, vanno di pari passo ai piccoli frutti rossi e neri, ed a quella caratteristica nota terrosa-speziato-vegeale inconfondibile. Ottima pulizia olfattiva e nessuna imperfezione. Non di facile approccio, è invece il Sassoscuro, vino rosso fermo, da Malbo ed altri vitigni locali recuperati da Vittorio. Cupo, profondo con struttura e potenza che ricorda l'appassimento. Basta un piccolo sorso per coglierne l'importanza. Un vino che ricorda il nocino e che, probabilmente, può dividere gli animi.


Ancora in provincia di Modena, c'è Luciano Saetti, persona timida e meticolosa. Il suo Lambrusco Salamino di Santacroce, mi ha convinto da subito. Un vitigno, tre vini: rosato e rosso frizzante e rosso fermo. Sono i primi due ad avermi notevolmente entusiasmato. Il rosato, più delicato. Il rosso, più deciso. Hanno entrambi piacevolezza ed a loro modo verticalità di beva. "Frizzano" bene e soddisfano il sorso con lineare pulizia. Una vera delizia gustativa, arricchita da quei piccoli frutti rossi che ne definiscono il carattere. Bottiglie che hanno il potere di svuotarsi in fretta.







Tra i rappresentanti del reggiano, troviamo Cà De Noci. Purtroppo nessuno dell'azienda e solo un'etichetta in degustazione: il Sottobosco 2011, da Lambrusco Grasparossa, Montericco, Malbo gentile e Sgavetta. Un vino rustico, deciso e duro. Un rosso rifermentato adatto a chi non ha paura degli spigoli. Almeno per ora.










Assente anche Denny Bini, del Podere Cipolla, Tra le etichette in degustazione, i miei favoriti sono stati, senza ombra di dubbio, il Levante 90, da Malvasia in prevalenza: profumato, gustoso, rotondo e, giustamente aromatico. Un buon vino davvero. Quello che in realtà mi ha colpito maggiormente, è stato iRosa dei Venti, da Lambrusco Grasparossa vinificato in rosa (solo poche ore di contatto con le bucce), dove nel calice si ritrovano solo le parti più eleganti e vivaci del vitigno, con quelle piccole bacche rosse che gli donano carattere. Bottiglie - anche queste - che rischiano di non toccare il tavolo.




L'azienda agricola Cinque Campi (anch'essa assente) porta in assaggio il Terbianc 2012: bianco frizzante da uve Trebbiano. Un vino che conosco da un po' e che non ha mai tradito le mie aspettative. Pochi giorni di contatto sulle bucce, per un bouquet deciso, tra fiori e frutta gialla. Diretto ed avvolgente, un millesimo dalla gradevole pulizia olfattiva. Da provare ora e tiprovare tra un anno. Ancora leggermente acerbo il Cinquecampi Rosso - Lambrusco dell'Emilia che, ancora giovane, necessita di una grassa fetta di coppa, per mitigare le asperità. Purtroppo le etichette che prediligo, erano assenti.







Senza alcun dubbio, il vino che mi ha reso più gioioso e mi ha fatto esultare è stato - entrando nella zona del parmense - Il Mio Sauvignon 2012 di Camillo Donati. Dopo una vendemmia 2011, tra le più problematiche, con questo millesimo, il buon Camillo, torna ai livelli del'indimenticabile 2008. Grande piacevolezza olfattiva, pulizia e dinamismo, per un vino tutto da vedere, in cui i processi fermentativi sono tutt'altro che terminati. #nonfateveloscappare, questo è il mio motto. Il Mio Lambrusco 2010, da Lambrusco Maestri, mi piace da sempre. Anche in questa occasione non smentisce: acidulo, dalla bollicina inserita ed avvolgente. Succoso, davvero gustoso, con ricordi che sfumano dal vegetale al terriccio. Il bicchiere giusto per i tortellini in brodo della mamma. Me lo disse all'ultimo pranzo proprio lei!


Arrivo da Marco Rizzardi di Crocizia e sorrido. Conosco lui ed i suoi vini, due o tre dei quali, hanno ormai un posto fisso in cantina. Gli assaggi di oggi, hanno solamente saputo aggiungere certezza alla consapevolezza. Il Sòl e Stèli 2012, Sauvignon in purezza - my favourite - come tutti i suoi vini bianchi, passa pochi giorni a contatto con le bucce (i rossi ne passano dai 15 ai 20 circa), fermenta in acciaio e rifermenta spontaneamente in bottiglia. Un vero "vin de soif", spensierato, agile, vibrante, mai banale, mai troppo aromatico e di grande personalità. Tra i bianchi, c'è anche la Malvasia di Candia aromatica Besiosa 2012, riconoscibile per la sua singolare colorazione arancio vivo. Gradevole ed aromatica, tra sensazioni rotonde ed acide agrumosità. Che spasso. Tra i rossi, in netto risalto, il Marc' Aurelio, da Lambrusco Maestri: di grande chiarezza, tra piccoli frutti, sensazioni acidule e di sottobosco, per un sorso che, deciso, parla chiaramente il dialetto parmense. Impossibile non menzionare la tipicità della Barbera Otòbbor, nella quale la riconoscibilità del vitigno, è tutto. E la singolarità del Pinot nero, Bàlos, che preferisco rivedere ed approfondire con calma.


Alberto Carretti del Podere Pradarolo, assieme alla compagna Claudia Iannelli, sono persone estremamente cordiali, disponibili, che trasudano passione ed allegria. Tra le etichette che producono, c'è un nettare che adoro totalmente: il Vej Bianco Antico - ne scrissi con il freno tirato qui (accidenti a me) - ottenuto da Malvasia di Candia aromatica in purezza. Resta dai 90 ai 270 (per il 2007) giorni a contatto con le bucce e, quasi un anno e mezzo, in legni grandi. Un vino che risiede a pieno titolo nell'olimpo dei macerati italiani e che non teme di certo il loro confronto. Il 2005 è un campione di intensità ed ampiezza olfattiva. Dalle mille sfaccetature: agrumato, terziario, officinale e di elevata balsamicità. Una vera ed unica esperienza gustativa. Ma la sorpresa della giornata, è stata il Vej  Metodo Classico 2011, che a tutti gli effetti è un Vej con l'aggiunta del perlage. Immaginatevi un grande vino "macerato" con le bolle del metodo classico! Per gli amanti dei passiti, consiglio Il Canto del Ciò, ottenuto con il metodo soleras, da vitigno Termarina (antico vitigno locale), ed il più tradizionale passito Frinire di Cicale, da uve Malvasia di Candia aromatica appassite. Entrambi dal corredo aromatico e gustativo ai margini della scala del piacere. Devo ammetterlo: non vedo l'ora di andare a trovare in cantina Alberto e Claudia.

Unico portabandiera presente della zona del piacentino, Massimiliano Croci della Tenuta Vinicola Croci - persona riservata, ma dall'immensa gentilezza e disponibilità - porta in degustazione solo 3 etichette. Impossibile non spendere due parole per ognuna di esse. Il Lubigo frizzante 2011, da Ortrugo in purezza (tra i vitigni nativi a bacca bianca più coltivati in zona) è un vino dal carattere delineato, che confluisce nel calice scioltezza da una parte e personalità decisa dall'altra. In poche parole, un vino bucolico che appaga i sensi. Il Monterosso val d'Arda frizzante 2011, ottenuto da Moscato, Malvasia di Candia aromatica, Trebbiano, Ortrugo e Sauvignon bianco è invece un vino con maggiore struttura, complessità e che sicuramente evolve meglio con il passare del tempo. L'ho trovato veramente notevole. Per chi invece ricerca l'espressione il più reale possibile della Barbera assieme alla Bonarda, non può farsi mancare il Gutturnio frizzante 2011,  nel quale l'acidità della Barbera caratterizza notevolmente il sorso. Peccato non aver potuto assaggiare le molte altre etichette di Massimiliano.

Tutto questo mi rende orgoglioso di essere emiliano, ed ancora di più, essere sostenitore, difensore e divulgatore di queste schiette realtà rurali.


venerdì 30 agosto 2013

Vediamoci chiaro di Andrea Della Casa


Serata di caldo afoso padano.
Trovo un ristorante con una carta dei vini che si avvicina alle mie esigenze.
La disfida è tra una Malvasia frizzante di Denny Bini e un Fiano di Zampaglione. Vince il secondo per curiosità. I vini di Denny mi sono felicemente noti.
In più i vini di Guido Zampaglione (quelli di Tenuta Grillo nel Monferrato) sono un punto fermo tra le mie circonvoluzioni cerebrali.
E poi quell'indicazione "non filtrato" sulla carta mi alletta parecchio.
Il vino è pulito, carnoso, con aurea agrumata ed un ritorno finale di miele. Discreto.
Ma alla vista non mi pare così torbido. Anzi.
Trasparente e limpido. Provo ad agitarlo un pò ma nessuna particella, nessuna velatura mi si presenta nel bicchiere. Niente. Manco una particella di sodio che ulula nel vuoto.
In effetti sulla bottiglia non mi pare ci fosse la dicitura "non filtrato".
Il giorno dopo a casa vado a verificare online la metodologia produttiva e la ricerca mi conferma che il vino non viene filtrato.
Quindi i casi sono 2: o l'annata (2010) ha costretto alla filtrazione oppure travasi e decantazioni intense danno un risultato analogo.
Ma il dubbio rimane...

lunedì 27 maggio 2013

Rosa dei venti 2010, Podere Cipolla di Denny Bini. Di Niccolò



Conosco i vini di Denny Bini da un po’ di anni.
Perché non è mai mancato a Laterratrema a Milano, che è la manifestazione che frequento da più tempo. All’inizio, si può dire che i Lambrusco non avessero ancora conquistato le luci della ribalta, ma un vignaiolo come Denny si notava, soprattutto, per questa precisione sia nel bicchiere, come nelle etichette, ma ancor più nella parcellizzazione delle vigne, ognuna alla base di un vino, quasi una microvinificazione, con l’indicazione del numero di ceppi, dei filari, del peso dell’uva e del numero di bottiglie ottenuto.
Poi i nomi.
A partire da Denny, che i primi anni immancabilmente usciva con la “a”, al “Podere Cipolla” nome simpatico e poi i nomi dei vini presi dalla nomenclatura nautica.
Vini dritti a volte quasi troppo.
Di grande freschezza. Ma anche molto intensi, a causa di quelle uve e forse dei terreni che si sa colorano il vino come inchiostro e hanno spesso densità non da poco. Ricordo la prima bevuta del Malbo Gentile in purezza Maestrale 315, che di gentile non aveva poi tanto… E il nome proprio forse un indizio lo dà.

Cosa mi spinge verso i rifermentati in bottiglia, oltre che la ovvia freschezza, il disimpegno, la dissetanza, e il mio amore per il torbido?

La vitalità.
Sotto il turbine di carbonica, fra il torbido dei lieviti più o meno sospesi si annida il segreto della vita nella bottiglia. L’arte di lasciare che le fermentazioni si svolgano nel vetro che porterà il liquido sulla tavola è arte sublime. Che sia una vera rifermentazione come in questi casi, o soltanto una coda di trasformazioni come la malolattica, se il vino è fatto ad arte, rimarrà uno spunto, uno slancio nel vino, che farà percepire vivente la materia al momento di berlo. Vita in equilibrio con sé stessa, ma a giudicare dalla digeribilità che contraddistingue i rifermentati buoni, anche con la flora batterica nostra. Se poi ci mettete alcolicità spesso moderate, ecco che ci avviciniamo a un ottimo nel rapporto benefici/alcool della bevanda bacchica.

Ma c’è un altro aspetto ammirabile del vino fermentato in bottiglia.
Esso sembra conservarsi meglio.
Più vivo e più conservabile sembra quasi un ossimoro, parlando di alimentazione.
E invece no, il rifermentato sfida gli anni senza il trucco della morte in bottiglia.
Si agita, sente le lune e le stagioni. Scalcia,esplode, si calma e si ritrae. Finché un giorno lo apri. E come un gatto di Schrödinger solo allora saprai in che stato si trova.
Quel che accade spesso è che invecchiano bene. Migliorano costantemente nei primi anni. E peccato che spesso, quasi sempre, vengano bevuti da neonati.

Per fortuna ho ritrovato questo rosato da uve Grasparossa, dimenticato su uno scaffale, con già quei due anni e mezzo sulle spalle. Un breve affinamento. Non certo un invecchiamento.
Ma il liquido ritrovato all’apertura era vivo e in movimento. Più maturo di quasi tutti gli assaggi che ricordavo di questa tipologia. La frutta croccante si accompagnava già a qualche refolo più etereo e la spigolosità della giovinezza era smussata. Così gli strati appena più complessi dell’uva cominciavano a emergere con un piccolo indizio tipico dei rosati, un leggero sbuffo di torrefazione e un cenno fine di caramello.
Avrei dovuto aspettare ancora, dice il suo creatore, ma anche così la bevuta è stata appagante e ho conosciuto un’altra sfumatura del miracolo dei rifermentati.

PS Ho poi bevuto una Malvasia dello stesso anno, anch’essa in stato di grazia. E infine una riflessione ancor più personale (come se le precedenti non bastassero): la dedica in etichetta e il fatto che proprio il rosato di casa Bini prenda il nome che racchiude in qualche modo il resto della produzione mi pare un bell’onore reso alla tipologia.
Evviva i rosati!

(e che smetta di piovere) 

giovedì 16 maggio 2013

Enodissidenze di Vittorio Rusinà

courtesy Simona Gallo
Enodissidenze è le decine di giovani di Officine Corsare in maglietta rossa che fanno sì che questa manifestazione dedicata al vino naturale sia possibile, sono per me insieme alla loro guida enoica Marco Arturi il simbolo di un'Italia che è diversa dalla pochezza di politici, banchieri e cortigiani che la circonda, che vuole cambiare, che vuole essere libera e vera.

Enodissidenze è la signora Silvana di Le Due Terre che mi dice essere qui non tanto per fare business ma quanto per testimoniare con la qualità dei loro vini l'appoggio al progetto di questa gioventù, pronta a dare una mano l'anno prossimo a cercare uno sponsor tecnico per calici più ampi.
Enodissidenze è Luigi di Crealto, poeta e derviscio nei tratti seri e orientali, pronto a condividere con entusiasmo quasi trattenuto nell'apparenza ma percettibile nel cuore, la grandezza della semplicità del suo grignolino e delle sue barbere fra cui spicca il volo quella affinata in giara.
Enodissidenze è Dario Princic che spiega che cento anni fa il Collio era un deserto, la prima guerra mondiale aveva lasciato solo distruzione, poi ci fu la lenta ricostruzione di vigne, frutteti e campi, poi ancora ci fu una terribile gelata, e poi ancora ricostruzione faticosa quindi vennero i signori istruiti dalle città a vendere la chimica e il diserbo ai contadini, a far leva sui soldi, sull'avidità e portando un inquinamento dei suoli e delle acque che fa impressione...Dario Princic lo storyteller del Pinot Grigio e della Ribolla (segnatevi 2011).

Enodissidenze è i ragazzi di Fornace in grado di produrre finalmente un Arneis naturale da lode, da Santo Stefano Roero presto everywhere.
Enodissidenze è i tatuaggi camuni di Lucia Bellini.
Enodissidenze è la birra Clandestino di Carussin che è finita.
Enodissidenze è la signora di Valli Unite che parla una delle molte lingue del Mali e ha un dolcetto da lode.
Enodissidenze è il ristoro "corsaro" in grado di soddisfare la mia fame atavica con zuppa di cicerchie e fave, piadine vegetariane e non, risotto asparagi e gorgonzola...tutto buono, tutto condiviso con gli amici seduto sui tavoli all'aperto contro il muro all'ombra del Sermig, fra tutti Giovanni Canonica e famiglia, gente semplice, gente contadina nonostante le preziose vigne in Barolo.

Enodissidenze è il succo di mele offerto da Elisabetta Dalzocchio, buonissimo.
Enodissidenze è il Barolo di Beppe Rinaldi così buono che...
Enodissidenze è i frizzanti emiliani di Marco Rizzardi (Crocizia) e di Denny Bini, due vignaioli che stimo per l'alta qualità naturale e per i prezzi equi dei loro vini, vini che dovrebbero stare in ogni cantina degna di questo nome.
Enodissidenze è il Rosato di Enrico Togni.
Enodissidenze è Patrizia Vanelli e i suoi formaggi di capra
Enodissidenze è un bicchiere di Gavi Filagnotti Cascina degli Ulivi bevuto a fine giornata con l'amica Sara Rocutto da Pordenone.
Enodissidenze è la capacità degustativa di Luigi Fracchia che comprende subito l'alta qualità dei carciofini, della giardiniera e degli zucchini trombetta degli amici liguri di La Baita, grande scoperta gastronomica.
Enodissidenze è Gianni di Officina Enoica e il suo entusiasmo, un partigiano del secondo millennio
Enodissidenze è scoprire che il moscato passito di Ezio Cerruti è perfetto come aperitivo magari con una cappasanta o un'ostrica.
Enodissidenze è i nebbioli nordisti delle sorelle Conti
Enodisisdenze è anche Niccolò Desenzani, Eugenio Bucci, Gil Grigliatti, Mauro Cecchi, Marilena Barbera, Mariachiara Montera, Fabrizio Roych, Carlo Cantono, Marco Benna, Gigi di Scannabue, Matteo del Contesto, Celeste delle Scodelle, Daniele Marziali, Bruno Boveri, Stefano Cavallito, Fabio di Zucca e Melone, Davide di Enocratia, Matteo di Casa Slurp, Giorgio Grigliatti e tutti gli amici che c'erano.


venerdì 22 marzo 2013

Anomalie urbane e sensibilità cosmiche



Le Scodelle è un restò di Torino, in via Stampatori 16/c, molto french bistrò, fa cucina emiliana e si trova sul confine dell’antico Castrum romano.
Da un lato della strada (via Monte di Pietà), dove c’erano gli orti sino al Rinascimento, ora troneggiano imponenti costruzioni otto-novecentesche infisse come cubi nella maglia viaria rigorosamente quadrata, dall’altro lato ci sono palazzi e chiese per lo più barocche, schiacciate l’un l’altra e stirate in planimetria per seguire le devianze viarie medioevali che hanno un po’ deformato il Castrum ortogonale romano.
Vestigia di una città che cresceva su se stessa inglobando il passato, una città ricorsiva.
Densità edilizia medievale contrapposta agli spazi liberi dei grandi boulevards di Haussmanniana memoria, voluti dalla retorica medica della circolazione dell’aria.
Divagazioni, perdonatemi.
Ero, come dicevo, alle Scodelle con lo chef  Valter Giletti d’Alanno per assaggiare un po’ di vini frizzanti emiliani.
Ne avevo portati quattro: S’cett 2011 e Besiosa di Crocizia, Libeccio 225 2011 di Podere Cipolla, Cinque Campi rosso 2011 di Cinque Campi.
Iniziamo dalla Besiosa ottima, ne abbiamo già parlato qui.
Poi l’epifania dei rossi frizzanti.
E’ stata una degustazione esaltante, sono venute fuori differenze sostanziali  e piacevolezze che aumentavano nel confronto, parallelo con gli altri vini, una sinergia inspiegabile, incalzante, parossistica.


Iniziamo col Libeccio 225 di Denny Bini alias Podere Cipolla ed è un Grasparossa ricco, da combattimento. Denso di profumi di rose carnose, caldo, intenso, tannini rotondi e cremosità, figlio di una macerazione spinta sulle bucce mi dirà al telefono Denny il giorno dopo.


Il secondo il Cinque Campi rosso, 2011 è un Grasparossa in taglio con Malbo e Marzemino, austero e asciutto, profumi minerali, tannini urticanti e bollicine che li esaltano, il più piemontese dei tre dice Valter.


Il terzo lo S’cett, 2011 è una Barbera con Croatina e Pinot nero ed è eleganza senza austerità e barberosità e godibilità allo stato puro, spumoso e cremoso, succo d’uva dolce-acido e profumi di griotte glu glu.
I riassaggi, le comparazioni olfattive, gustative fra i tre vini li esaltavano l’un l’altro come giocatori complementari in una squadra di volley: l’alzatore, lo schiacciatore-ricevitore e il centrale.
Ho chiesto a Valter perché abbia, unico forse a Torino, Camillo Donati in carta e lui mi ha risposto che gli piace e lo conosce, poi nel discorso scopro che ha frequentato le scuole elementari in una sezione sperimentale  “Steineriana” e questa spiega molte cose sulla sua sensibilità “cosmica”, non credete?
Uscendo sono finito sul marciapiede che era confine fra la città romana e la città moderna di ispirazione francese, due anime che a Torino a volerle cercare si trovano.
Un luogo di confine e come tale spazzato da turbini di senso e gorghi di contrasti, forse come i vini appena assaggiati.

Mentre scrivevo il post ho incontrato questa definizione dei vini Emiliani data da Soldati e io ve la propino, perché mi sembra vera e di ottimo auspicio:
“…Ed è un vino non pensoso, come i piemontesi; non folle, come i friulani; non fantastico, come i liguri. E’ un vino, più di ogni altro, amoroso.”

Kampai

Luigi

Ps
Attenzione questo è un post in potenziale conflitto di interessi:
Cinque Campi è un produttore che rappresento.