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martedì 9 dicembre 2014

FORNOVO 2014: AVANTI AL CENTRO CONTRO GLI OPPOSTI ESTREMISMI

Fornovo è la Festa dell’Unità del vino naturale. Cioè, non quelle di adesso, le feste-democratiche-poi-ritornate-feste-dell’unità. Le vecchie Feste dell’Unità. Dure e pure. Dove si magnava tanto, certo, e si ballava il liscio e ci si buttava sul tombolone e se bevevi troppo e iniziavi a disturbare venivano i portuali ad accompagnarti all’ingresso. Ma dove poi c’era il dibattito.
Venivano i dirigenti e si parlava di Palestina, di diritti dei lavoratori, di statuti e sol-dell’avvenire. E i compagni si incazzavano, chiedevano, rompevano le palle, lodavano, criticavano. E poi, tutti insieme, si finiva ad ingurgitare quantità industriali di cappelletti e sfuso rosso friccicarello sotto il tendone e passavano le cuoche e davano ai dirigenti pacche sulle spalle  (che erano, indubbiamente, molto larghe) e dicevano, “Mi raccomando…” e fissavano quei dirigenti con aria gioviale e torva.
Fornovo è la festa dell’unità di un mondo che, in effetti, a volte ha poca unità ma che dibatte tanto. E’ una festa che si ripete ogni anno uguale a se stessa. E questo è bene. E questo è male. I palloncini a forma di grappolo all’esterno. L’effetto tendone-che-rimbomba che verso le 13 diventa molto utile il linguaggio dei segni. I secchi sputacchiere che fanno tanto Casa-Delle-Libertà, sputiamo un po’ dove cazzo ci pare (cit.). I banchetti tutti uniti strettistretti. Un abbraccione collettivo a volte soffocante e frastornante. Ma è amore. Perlopiù. Quindi chissene.
A Fornovo 2014 quell'ammmore si è respirato nonostante i blogger cazzari e blogger cazzuti e i wine critics e i wine journalists. Nonostante la crisi e nonostante le ombre nei vini e le (tante) luci. Nonostante il numero di produttori sia aumentato a livelli da tangenziale-alle-18 e le sorprese siano ridotte e ci si affidi al caldo rassicurante delle conferme. Insomma, poco di nuovo sotto il sole. Ma è pur sempre il sol dell'avvenire.
E a Fornovo si respira un senso di fine della critica, una sospensione del giudizio e tana-libera-tutti da ultimo giorno di scuola. Liberatoria. In un senso. Desolante. In un altro. Agrodolce, riassumendo.
Insomma, ci si diverte tanto, vedi gggente e saluti amici e bevi e sputi e sputi e bevi e dibatti. E così partecipi al tombolone finale sentendoti parte di qualcosa.
Ah, ecco cos’ho pescato dalla saccoccia dei 144 (circa) vignaioli per il tombolone delle valutazioni.
E, ah, non ho vinto niente.


(nota esplicativa del mischione di colori buttati sulle seguenti righe:
diciamo che per favorire un approccio agile e “easy” alle note degustative che interessano mediamente tanto/poco/nulla (cioè, non l’ho ancora capito), in ogni scheda aziendale sarà simpaticamente colorato di verde il nome del produttore nel caso di un giudizio globale positivo, di viola in caso di giudizio chiaroscurale, di rosso come negativo.
E’ chiaro che la Direzione non si assume responsabilità e si scusa per l’obbligo di dover effettivamente leggere le schede in caso di daltonismo.)


Toh. Costadilà. Che mi fece ammalare qualche tempo fa. E il virus mi deve essere rimasto dentro. Con una batteria di rifermentati 2013 da capogiro, in salita gustativa nell’empireo dei migliori vini tout court. 330 SLM che sprizza e sprazza e sotto tutta quell’acidità avverti materia e frutto. Il 450 SLM  e il 280 SLM che scazzottano per dire “Prima io, prima io!”, col primo che controlla l’acido partendo da un turbo-naso e immette toni floreali e rugosità e dolcezza a fine sorso; e il secondo che scavalla l’asticella del 2012 e parte dritto per la Hall Of Fame dei VPD (Vino Per Deficienti), una bibbita frizzo-orange da convertire un astemio.

Patrick Uccelli. Alias, Tenuta Dornach. Di cui si favoleggia da qualche mese di un Gewurztraminer macerato sulle bucce. Ma ci arriviamo subito. Prima i Pinot. Il Bianco che esibisce una buona precisone, gioca molto sull’equilibrio perdendo in grip e complessità, una dinamica gustativa un po’ zoppa. Il Nero in edizione interlocutoria, aromaticamente abbastanza elementare e la bocca rientra nella media di un discreto AA. Il macerato: esperimento (?) su un aromatico come il traminer che centra alcune cose e sbarella su altre. Gli odori pompati della rosa canina, dolci e in un sottofondo buccioso/amarognolo, e la sensazione amara che si amplifica e blocca il finale in deglutizione assieme ad altre scompostezze alcoliche.

Dario Princic. The King. Chevvelodicoaffà.Con i 2011 a consolidare una vetta gustativa assoluta. Chiamateli orange, macerati, antichi, bucciosi. Chiamateli come vi pare ma difficile trovare bevande più addictive. Vini che riscrivono l’universo sensoriale e cosmopolitizzano il vino, abbattono le barriere e peccato per chi non li capisce. E il Jakot, saldo e vertiginoso sotto ogni parametro, a sbancare la fiera (e il tombolone).

Podere Pradarolo. Per restare in topic. Uno dei Signori del Macerato Emiliano. Carretti sfodera la solita batteria da slurp con la Malvasia di Candia Vej. 05 puro highlander orange, sempre saldo e da innamoramento. 06 che perde qualcosa in equilibrio, ossidazione sul filo. 07 e la nuova 11 dove, tra polpa e frutto, il tannino scalpita e morde. Rossi sempre in via di definizione, con un trittico di barbere sfuocate e un interessante primo imbottigliamento di croatina, massiccia e appena sovratannica. Un viola parecchio mischiato di verde per quei campioni chiamati Vej.

Aiò. Giovanni Montisci. Il sardo garagista che puntò dritto al petto e sparò col Barrosu Franzisca 2010. Ho ancora quel proiettile nel cuore e aspetto altri colpi e proprio per questo quel rumore sordo l’altro giorno mi ha spiazzato. E’ che qui siamo sul piano delle aspettative, di un’asticella che Montisci ha alzato a certi livelli. Giovanni, è colpa tua. E se il Franzisca 12 non è a quel livello (come pure la 11), se scende di qualche gradino, il fanboy che è in me un po’ di dispiacere lo prova. Intendiamoci.  A livello di intensità e ampiezza aromatica, pochi competono. Una slenzuolata di rimandi aromatici, frutta e spezie, nani e ballerine. Spinti dal turbo di un alcool avvolgente ma anche appena fuori registro, che brucia un finale altrimenti da fin absolue du monde. Ma comunque, nonostante tutto, uno degli assaggi della giornata.

Poi Togni Rebaioli. La visita da El lumbard questa volta è stato dicotomica. Lui il solito vulcano energico e coinvolgente. Lui che lotta "alla periferia del mondo del vino italiano di qualità" (cit.) in una Italia che a livello vinicolo è un 90% periferia e a cui bastano le sue vigne e la sua volontà e la sua competenza per essere un'altra tessera di quel meraviglioso mosaico che l'Italia dei vini. Enrico Togni che trasmette pura passione. E i vini invece in questa fase mediamente stanchi, con ossidazioni al limite e acidità un po’ troppo slegate. E poi la sensazione di un discorso che riprende dopo questa interruzione con le fragranti e centrate anteprime dei 2013.

Emidio Pepe. Se non capisci i vini di Emidio sei scemo. Così mi disse una mia amica abruzzese mentre mi sgollavo un Montepulciano ‘08 e un Trebbiano ‘09 alla fiera di Torano (qui i resoconti di quei due fari-nella-notte). E più che scemo mi sentivo un bambino felice, si, magari un bambino scemo ma comunque felice. Quella scintilla poi non s’è più spenta. Certo, con annate minori e maggiori. Ma difficile rimanere delusi dai vini di Pepe. E quindi conferme su conferme con un delizioso, carnoso, fruttoso Trebbiano ‘12 e con i didattici Montepulciano ‘10 e ‘11, dove nell’11 rivedo tanti rimandi alla favolosa intesità e dinamicità del ‘08. Unico neo un poco centrato Pecorino, il bianco new-entry che continua a mostrare brucianti scompostezze e flaccidità di beva. Ma si tratta, appunto di un neo ed Emidio può giustamente affermare: “La Storia sono io.”


Cappellano. O Mr. Chinato. Parto dal fondo perché il suo Barolo Chinato fatto non si sa come, sapete, ricetta segreta, e per me ci possono pure sputare dentro come Celentano in quel film, avete capito, no?, vabbè, rimane una delle cose più gustose che si possano bere urbi et orbi. Prima una barbera in anteprima che è una rasoiata acida e regolarsi di conseguenza. Poi due Barolo 09, il Pie Rupestris e il Piè Franco, entrambi in edizione più consistente del solito, consistente ma non massiccia (claro…), fedeli comunque al loro stile vino-che-sussurra-agli-uomini, rifrazioni minime certamente poco adatte ad un mordi-e-fuggi da fiera, animali non da competizione, nel bene e nel male.


Massa Vecchia. Mumble mumble. Grattata di testa. Reduci da qualche annata minore, ancora nella testa le magnificenze post-2000, anche a Fornovo le sofferenze continuano, specie nei due capisaldi. Il Bianco mostra la consueta consistenza declinata sul floreale ma la bocca fatica a partire, ad innescare il virtuoso circolo dolcezza/amaro-acido. Il Rosato (lui si comunque affidabile e costante in quasi ogni annata) pure lui si mostra in una veste dimessa, aromaticamente chiuso (e può essere una fase) e bocca in lieve ossidazione. Resta da capire se trattasi di conseguenza di annate o qualche cambiamento in in vigna/cantina. Per quelli che restano, comunque, tra i duri-e-puri del naturalismo.


Radikon. Un piacere enorme rivederlo in fiera. Autore di mitologie vinicole come la strepitosa batteria dei 2004. Pioniere, o forse solo uomo curioso e legato a doppio filo alla sua terra. Uno che dal solco della tradizione prova, sperimenta, dilata e restringe i tempi di macerazione, si inventa formati diversi delle bottiglie e tappi su misura (quel 0,50 litri che ottimizza il rapporto vino/aria a livello di una magnum). E che qui porta tutti i 2007 in bella mostra sul banchetto. Che sono in fase interlocutoria, over-tannici e di espressività ridotta, forse bisognosi di tempo o forse no. Ma che poi tira fuori uno Slatnik ‘12 esemplare, rugoso e glicerinoso, toccato dal nerbo acido per allungare un sorso godurioso. Un brindisi al passato, presente, futuro.


E poi Le Coste di Gradoli e rezpect per Gian Marco e Clémentine. Perché ci sono i Sorcini e ci sono i Litrozzini e i primi cantano “I migliori anni della nostra vitaaaa…” e i secondi “I migliori vini della notra vitaaa…” E da Litrozzino da poster sul muro e t-shirt addosso, posso solo giustificare la mia passione per il combo laziale con una batteria di vini sempre più centrati, una batteria che è un work-in-progress tra esperimenti e conferme, sempre sotto la bandiera del pasdaranismo naturalista, 0 trucchi e tanto lavoro in vigna. Bianchetto ‘13 e Rosato ‘13 con quel passo da vino quotidiano, mai ruffiani ma nerbuti e innervati da una spinta acida per ripulire gli eccessi e predisporre al nuovo sorso. Bianco ‘12, Bianco R ‘11 e Le Vigne Più Vecchie ‘10 che sono variazioni sul tema del Procanico (più tagli vari ed eventuali), vini più concettuali (Antonuzi dixit) ma concettuali senza troppe seghe (semper Antonuzi dixit), ragionamenti sui singoli vigneti, sui contenitori, sui tempi di raccolta e di maturazione che portano magari meno immediatezza ma aggiungono stratificazioni e complessità. E il Rosso ‘12 e ‘13 croccanti vin-de-soif che uniscono Gradoli alla Loira, clorofilla e frutto, tannino e dolcezza per i nostri produttori più europeisti.

E poi i tanti (ri)assaggi al volo, come Voltuma con un Pinot Nero che spara il Mugello dritto nell’empireo dei migliori terroir italiani per quest’uva, dove la maturita del frutto fa da sponda ad una bocca velluto; come Stefano Amerighi, il Signore Dello Syrah, che con l’Apice alza ancora l’asticella e spalleggia il Rodano come opulenza e carnosità, il cui unico appunto può essere solo uno stile che lo porta a fronteggiare le talcature e dolcezze di un Auguste Clape anziché andare verso quella dinamicità elettrizzante di un, per rimanere sul Cornas, Thierry Allemand; come Casa Belfi e il Colfòndo Anfora o SPQV (Sono Pazzi Questi Veneti), dove alla consueta pulizia del suo Prosecco qui si unisce una certa rugosità gustativa, un tentativo (assolutamente riuscito) di ampliarne il profilo gustativo, della serie "piccoli 280 SLM crescono"; come Bera e il solito Moscato d’Asti che sembra ridefinire una categoria e una Barbera muscolosa e acida eppure in equilibrio, sapida e marcata da quel timbro dolce molto Canelli, e il nostro amato Dolcetto Bricco Della Serra il nostro piccolo vulcano in mezzo al Piemonte; e tanti e tanti altri e anche tanti francesi ma per una volta facciamo gli italocentrici. Compagni, siamo pure alla Festa dell’Unità...

mercoledì 20 novembre 2013

Consigli per gli acquisti (una "frizzante" domenica di assaggi emiliani)

di Riccardo Avenia

Tornando a casa dalla giornata di assaggi emiliani, alla quale avevo accennato qui, ho ripensato ai vini ed ai produttori rivisti e conosciuti. Mi sono trovato a tutti gli effetti a casa: emiliano tra gli emiliani. Nell'aria si respirava il nostro dialetto, il nostro modo di fare, sempre scherzoso, allegro e spumeggiante, proprio come questa tipologia di vino: i rifermentati, oggi chiamati anche "Sur lie" (non tutti in realtà), che grazie a questa manciata di persone portabandiera del territorio, stanno facendo rivivere (a volte con notevole fatica) una nuova era a quella che è da sempre la reale tradizione vitivinicola regionale emiliana. Una giornata piacevole e distesa, in cui ho avuto modo di approfondire la conoscenza con alcune di loro e scherzare con le più familiari.

Facendo un quadro generale, sono rimasto positivamente colpito dalla qualità dei prodotti: per la loro pulizia (in alcuni casi il margine di miglioramento è tuttavia ancora possibile) e per la grande piacevolezza intrinseca che portano nel loro DNA. Di seguito quindi troverete i miei migliori assaggi, quelle bottiglie che non potete farvi scappare.


Partendo dai colli bolognesi - i colli di "casa" - il primo incontro è con Antonino Ognibene di Gradizzolo. Tra le etichette in assaggio, mi ha particolarmente incuriosito il Pignoletto "Le Anfore", vinificato sulle proprie bucce ed affinato per un anno negli stessi contenitori di terracotta non interrati. Notevolmente migliorato dal primo assaggio che feci in anteprima, in occasione del #vinixlive16 organizzato dal nostro amico Andrea aka Primobicchiere. Un vino con maggiore dinamismo, più disteso e dalla spiccata sapidità, dove i tasselli del gusto e del sapore sono rientrati al loro posto. Una bottiglia da tenere d'occhio anche nel futuro. Che il Pignoletto si presti bene a questo tipo di vinificazione? Ognibene ci sta lavorando e le sperimentazioni sono in continua evoluzione.
Merita menzione anche il "Naigartèn" 2011 da vitigno Negretto, autoctono dei colli bolognesi, in purezza. Un rosso fermo dalle spalle larghe, con spigoli da una parte e rotondità dovuta al legno grande, dall'altra. Un calice che predilige l'abbinamento al cibo.


Sempre dai colli bolognesi, incontro Alberto Tedeschi, in questa occasione scherzoso e mai al proprio banco. Il Pignoletto Frizzante Sur Lie 2010 (ne parlò Luigi qui) è una bottiglia che, ad ogni assaggio, mi convince sempre più: mai banale e di grande personalità. In attesa dell'uscita del prossimo millesimo, faccio scorta di questo: in bottiglia sembra evolvere davvero bene. Ma la sorpresa viene dalla personalissima interpretazione del Pignoletto fermo Spungola Bellaria 2011. Una vendemmia davvero difficile per Alberto, che ha faticato non poco per portare dentro la bottiglia - chiaramente con successo - questa annata balorda. Ancora molto giovane, è caratterizzato da una delineata nota ossidativa voluta, che richiama alla mente alcuni Jurà, invece di un Pignoletto dei colli. Provare per credere. Il potenziale di questa vendemmia, è tutta in divenire - per ora - meglio cercare e godersi la 2010, in questo momento in forma splendida.



A pochi passi, entro metaforicamente nel territorio dei Lambruschi, con il frizzantissimo Vittorio Graziano (nella foto in occasione di una piacevole cena in sua compagnia). Sempre una certezza il Ripa di Sopravento 2011: vino frizzante bianco a rifermentazione spontanea, da vitigni della tradizione?! Verticale, asciutto, veramente godurioso. Da avere sempre in cantina. Infatti 2 bottiglie sono venute a casa con me. Il Lambrusco Grasparossa Fontana dei Boschi 2010, è per me l'archetipo del Grasparossa. Acidità, tannino e corpo, vanno di pari passo ai piccoli frutti rossi e neri, ed a quella caratteristica nota terrosa-speziato-vegeale inconfondibile. Ottima pulizia olfattiva e nessuna imperfezione. Non di facile approccio, è invece il Sassoscuro, vino rosso fermo, da Malbo ed altri vitigni locali recuperati da Vittorio. Cupo, profondo con struttura e potenza che ricorda l'appassimento. Basta un piccolo sorso per coglierne l'importanza. Un vino che ricorda il nocino e che, probabilmente, può dividere gli animi.


Ancora in provincia di Modena, c'è Luciano Saetti, persona timida e meticolosa. Il suo Lambrusco Salamino di Santacroce, mi ha convinto da subito. Un vitigno, tre vini: rosato e rosso frizzante e rosso fermo. Sono i primi due ad avermi notevolmente entusiasmato. Il rosato, più delicato. Il rosso, più deciso. Hanno entrambi piacevolezza ed a loro modo verticalità di beva. "Frizzano" bene e soddisfano il sorso con lineare pulizia. Una vera delizia gustativa, arricchita da quei piccoli frutti rossi che ne definiscono il carattere. Bottiglie che hanno il potere di svuotarsi in fretta.







Tra i rappresentanti del reggiano, troviamo Cà De Noci. Purtroppo nessuno dell'azienda e solo un'etichetta in degustazione: il Sottobosco 2011, da Lambrusco Grasparossa, Montericco, Malbo gentile e Sgavetta. Un vino rustico, deciso e duro. Un rosso rifermentato adatto a chi non ha paura degli spigoli. Almeno per ora.










Assente anche Denny Bini, del Podere Cipolla, Tra le etichette in degustazione, i miei favoriti sono stati, senza ombra di dubbio, il Levante 90, da Malvasia in prevalenza: profumato, gustoso, rotondo e, giustamente aromatico. Un buon vino davvero. Quello che in realtà mi ha colpito maggiormente, è stato iRosa dei Venti, da Lambrusco Grasparossa vinificato in rosa (solo poche ore di contatto con le bucce), dove nel calice si ritrovano solo le parti più eleganti e vivaci del vitigno, con quelle piccole bacche rosse che gli donano carattere. Bottiglie - anche queste - che rischiano di non toccare il tavolo.




L'azienda agricola Cinque Campi (anch'essa assente) porta in assaggio il Terbianc 2012: bianco frizzante da uve Trebbiano. Un vino che conosco da un po' e che non ha mai tradito le mie aspettative. Pochi giorni di contatto sulle bucce, per un bouquet deciso, tra fiori e frutta gialla. Diretto ed avvolgente, un millesimo dalla gradevole pulizia olfattiva. Da provare ora e tiprovare tra un anno. Ancora leggermente acerbo il Cinquecampi Rosso - Lambrusco dell'Emilia che, ancora giovane, necessita di una grassa fetta di coppa, per mitigare le asperità. Purtroppo le etichette che prediligo, erano assenti.







Senza alcun dubbio, il vino che mi ha reso più gioioso e mi ha fatto esultare è stato - entrando nella zona del parmense - Il Mio Sauvignon 2012 di Camillo Donati. Dopo una vendemmia 2011, tra le più problematiche, con questo millesimo, il buon Camillo, torna ai livelli del'indimenticabile 2008. Grande piacevolezza olfattiva, pulizia e dinamismo, per un vino tutto da vedere, in cui i processi fermentativi sono tutt'altro che terminati. #nonfateveloscappare, questo è il mio motto. Il Mio Lambrusco 2010, da Lambrusco Maestri, mi piace da sempre. Anche in questa occasione non smentisce: acidulo, dalla bollicina inserita ed avvolgente. Succoso, davvero gustoso, con ricordi che sfumano dal vegetale al terriccio. Il bicchiere giusto per i tortellini in brodo della mamma. Me lo disse all'ultimo pranzo proprio lei!


Arrivo da Marco Rizzardi di Crocizia e sorrido. Conosco lui ed i suoi vini, due o tre dei quali, hanno ormai un posto fisso in cantina. Gli assaggi di oggi, hanno solamente saputo aggiungere certezza alla consapevolezza. Il Sòl e Stèli 2012, Sauvignon in purezza - my favourite - come tutti i suoi vini bianchi, passa pochi giorni a contatto con le bucce (i rossi ne passano dai 15 ai 20 circa), fermenta in acciaio e rifermenta spontaneamente in bottiglia. Un vero "vin de soif", spensierato, agile, vibrante, mai banale, mai troppo aromatico e di grande personalità. Tra i bianchi, c'è anche la Malvasia di Candia aromatica Besiosa 2012, riconoscibile per la sua singolare colorazione arancio vivo. Gradevole ed aromatica, tra sensazioni rotonde ed acide agrumosità. Che spasso. Tra i rossi, in netto risalto, il Marc' Aurelio, da Lambrusco Maestri: di grande chiarezza, tra piccoli frutti, sensazioni acidule e di sottobosco, per un sorso che, deciso, parla chiaramente il dialetto parmense. Impossibile non menzionare la tipicità della Barbera Otòbbor, nella quale la riconoscibilità del vitigno, è tutto. E la singolarità del Pinot nero, Bàlos, che preferisco rivedere ed approfondire con calma.


Alberto Carretti del Podere Pradarolo, assieme alla compagna Claudia Iannelli, sono persone estremamente cordiali, disponibili, che trasudano passione ed allegria. Tra le etichette che producono, c'è un nettare che adoro totalmente: il Vej Bianco Antico - ne scrissi con il freno tirato qui (accidenti a me) - ottenuto da Malvasia di Candia aromatica in purezza. Resta dai 90 ai 270 (per il 2007) giorni a contatto con le bucce e, quasi un anno e mezzo, in legni grandi. Un vino che risiede a pieno titolo nell'olimpo dei macerati italiani e che non teme di certo il loro confronto. Il 2005 è un campione di intensità ed ampiezza olfattiva. Dalle mille sfaccetature: agrumato, terziario, officinale e di elevata balsamicità. Una vera ed unica esperienza gustativa. Ma la sorpresa della giornata, è stata il Vej  Metodo Classico 2011, che a tutti gli effetti è un Vej con l'aggiunta del perlage. Immaginatevi un grande vino "macerato" con le bolle del metodo classico! Per gli amanti dei passiti, consiglio Il Canto del Ciò, ottenuto con il metodo soleras, da vitigno Termarina (antico vitigno locale), ed il più tradizionale passito Frinire di Cicale, da uve Malvasia di Candia aromatica appassite. Entrambi dal corredo aromatico e gustativo ai margini della scala del piacere. Devo ammetterlo: non vedo l'ora di andare a trovare in cantina Alberto e Claudia.

Unico portabandiera presente della zona del piacentino, Massimiliano Croci della Tenuta Vinicola Croci - persona riservata, ma dall'immensa gentilezza e disponibilità - porta in degustazione solo 3 etichette. Impossibile non spendere due parole per ognuna di esse. Il Lubigo frizzante 2011, da Ortrugo in purezza (tra i vitigni nativi a bacca bianca più coltivati in zona) è un vino dal carattere delineato, che confluisce nel calice scioltezza da una parte e personalità decisa dall'altra. In poche parole, un vino bucolico che appaga i sensi. Il Monterosso val d'Arda frizzante 2011, ottenuto da Moscato, Malvasia di Candia aromatica, Trebbiano, Ortrugo e Sauvignon bianco è invece un vino con maggiore struttura, complessità e che sicuramente evolve meglio con il passare del tempo. L'ho trovato veramente notevole. Per chi invece ricerca l'espressione il più reale possibile della Barbera assieme alla Bonarda, non può farsi mancare il Gutturnio frizzante 2011,  nel quale l'acidità della Barbera caratterizza notevolmente il sorso. Peccato non aver potuto assaggiare le molte altre etichette di Massimiliano.

Tutto questo mi rende orgoglioso di essere emiliano, ed ancora di più, essere sostenitore, difensore e divulgatore di queste schiette realtà rurali.