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mercoledì 20 maggio 2015

QUELLA FORSE COSA BUONA

di Eugenio Bucci

beva

[bé-va] n.f.


1. degustazione di un vino; il momento in cui un vino è buono da bere
2. (ant.) bevanda


Ogni tanto io e il mio amico immaginario riflettiamo su cosa significhi bere e, più nello specifico, bere vino, cosa che massimamente pratichiamo e che ci piace più di ogni altra.
Il mio amico, che è immaginario e quindi me lo dipingo un po’ come pare a me, verbalmente rientra nella categoria dei rompipalle e, per certi versi, lo si può definire più una moglie che un bff (best friend forever) con tutte le implicazioni del caso, ossia amore/odio, improvvisi desideri di strozzarlo e di baciarlo allo stesso tempo, conoscenza reciproca delle peggio cose, e insomma, avete capito. La categoria dei rompipalle ha molti difetti ma anche un sacco di cose belle: capacità di giudizio fulminante, cioè, pure quando sbagliano almeno vanno dritti al punto; dialettica aggressiva e incalzante, cioè, se ti vedono esitare iniziano a prenderti a schiaffi e a ripetere “Allora? Allora?”. I rompipalle sono il coach che ti spezza o ti fa crescere.
Il mio amico, si potrebbe anche dire, è un martello che batte ad ogni frase e l’incudine sei tu che ascolti. In qualche modo, ci completiamo. Siamo le due facce della stessa medaglia, gli amplificatori delle reciproche parti nascoste. A me piace pensarla così.
Soprattutto, io e il mio amico riflettiamo su ciò che ci piace e sul come far capire all’altro perché ci piace quella cosa e quell’altra meno: questo ci piace. Capire quando una cosa è buona per noi.
Certe volte è facile. Almeno in apparenza. Bevi, chessò, un Cornelissen e ti sembra di poter dire che la cosa è talmente palese che te l’hanno letteralmente sbattuta sotto il naso, che è innegabile. Ma a me e al mio amico piace immaginare di avere di fronte un pubblico di bambini. Insomma, un pubblico di carinissimi e adorabili rompipalle.
Perché? Perché? Perché?
Così fanno i bambini. E allora tocca darsi un tono e spiegare. E quando spieghi metti ordine. A loro e a te stesso. Non basta dire che è buono, bisogna dire perché è buono.
Perché?
Per rispondere bisogna tornare a qualche settimana fa. Io e il mio amico immaginario commentavamo gli assaggi migliori tra le varie fiere, main e collateral, e lui si ritrovava a parlare di questa tendenza allo snellimento, al calo delle gradazioni, al ritorno prepotente dei vini più immediati, insomma, quella-forse-cosa-buona che sta succedendo adesso, nelle vostre case, amici vicini e lontani, e, giustamente, nello constatare ciò si era lanciato in discrete lodi puntando l’indice sui vari aspetti positivi, come il ritorno ad una naturalità della beva e la fine di certe esasperazioni ipermoderniste etc etc, bene bene bravi bravi. Epperò l’amico ad un certo punto si è fermato ed è stato come se riavvolgesse il nastro nel mangiacassette delle sua testa, Beva, era tornato al punto in cui aveva pronunciato quella parola, Beva che è una parola vecchia eppur nuova, un concetto rismaltato e lucidato a specchio, aveva quella faccia come dire “Che cazzo significa?” perché il mio amico (rompipalle) ha orrore delle parole buttate a casaccio. E ha iniziato a blaterare a voce alta che si, insomma, sono (ri)apparsi i vin de soif e niente sarà più come prima, o tutto tornerà ad essere come prima, perché ora è un po’ più chiaro cosa sono, li abbiamo bevuti, li beviamo sempre più, li berremmo fino all’ultima cirrosi. Cioè, è chiaro che Beva è una parola chiave del momento, rifletteva il mio amico, per quanto ci si possa fidare del momento, io e momento, in effetti, ci guardiamo un po’ in cagnesco, comunque, è impossibile non notare come Beva-e-i-suoi-derivati si sentano ogni 3X2 spulciando tra i social e pure nella Gazzetta Dello Sport, ed è impossibile non leggere cose del tipo,
una beva pazzesca!; un vino da berne a secchiate, a canna, a imbuto, a garganella; un vino che dovrebbe essere venduto solo in magnum; vin de soif, vino da sete, vino da cannuccia; un vino da assumere per endovenosa etc.
Ma, e la domanda nasce spontanea come una fermentazione, nel momento in cui un neurone si riattacca, nella pausa tra una tracannata e l’altra di questo favoloso vin-de-soif, cosa ci dice (appunto) quel neurone? Che qualità riconosciamo in quel vino per buttarlo dentro la categoria beva?
I limiti delle definizioni sembrano spesso recinzioni traballanti. Basta una mandria di sofismi e terminologie chiaroscure per buttare giù tutto. Però provarci ha un senso. E’ il bambino scemo e rompipalle che è in noi. Ed è il bambino davanti a noi con gli occhioni spalancati che continua a chiedere Perché? Cos’è? Dov’è? finché o lo piazzi davanti alla TV a stordirsi o gli rispondi.
Signore, scusi, cos’è la beva?
Figliolo, Beva è quella cosa che induce papà ad attaccarsi ad una boccia come se fosse la tetta di mamma e non è proprio sete ma più voglia di qualcosa di buono. Beva è una cosa che ti porta a stordirti come quando tu guardi Peppa Pig per 7 ore consecutive perché senti un friccichio nel core e ti diverti tanto e senti che è tutto bello e gentile e il tempo vola.
Si, signore, ma cos’è che beva?
Ecco, frugoletto, questa cosa è più complicata. Quando papà si riprende da quell’estasi inebetente, come quando tu ti riprendi da quelle 7 ore di immersione in un mondo maialecentrico, a papà si riattacca un neurone e quel neurone, diciamo, tira le fila prima di tirare le cuoia. E le fila da tirare sono abbastanza perché sono tante le cose che portano alla beva. Una parte importante è l’equilibrio, ne sono (quasi) certo. Tannico-acido che si incontra virtuosamente con le componenti dolci in una specie di perfetto palleggio infinito tra Borg e Nadal. Quel senso di rotondità non molliccio e sbracato. Dinamico, nel senso che ti fa indossare gli occhialetti e ti fa partire la bevuta in 3D. In cui le varie componenti giocano insieme, per la stessa squadra. Un senso di unità cazzuto come un rito pre-partita degli All Blacks. Un parametro (quasi) misurabile, comprensibile, analizzabile a parole e non solo. Quel percepire le diverse sensazioni arrivare al momento giusto nel posto giusto.
E il Fattore A? L’Alcool? Uno (relativo) shock culturale è per i gradi a cui viaggiano certe bottiglie. 12°. 11°, pure 10° in certi casi. Less is more? Ni. Boh. Forse. Dipende. Dipende non è una risposta ma uno stato d’animo. Dipende. Se incontri ancora una volta certa Francia capisci che un vino che parte in equilibrio e sanità di uve, ti dà sapore e gusto e pure discreta consistenza, dritto dalle parti della beva. Se ti è capitato, ad un certo punto della vita, in piena bagarre ultramuscolare, sballottato tra i 3 bicchieri e i 100/100, tra i 40 e passa g/L di estratto, se ti è capitato di incontrare uno Syrah de l’Ardèche o un Trousseau della Jura sventolanti uno snobistico 10°; e, Dio non voglia, se a quel punto hai iniziato a supporre che le uve saranno state così-così mature e polpute e deboli deboli; e quando hai finito di cazzeggiare supponendo e sei andato dritto al bicchiere ti sei accorto che in realtà quella che avevi sotto il naso e tra i denti era un’esplosione di sapore e per quanto sottile potesse apparire, quella sottigliezza era un sasso lanciato nello stagno dei tuoi preconcetti che avrebbe fatto onde per il resto della vita; se ti è capitato questo, capisci che la risposta riguardo il Fattore A è non solo Dipende, ma Dipende davvero davvero.
E poi facciamo un bel back-to-the-basics, il matusa che è in me è ancora lì a menarsela con la consistenza. Da che parte sta nei vini da sete? Da che parte la ficchiamo? Lotta con noi o contro di noi? Ce ne frega o non ce ne frega? Può succedere che da bonus diventa malus? La consistenza, che era il monolite nero, che innalzava il vino da acqua a qualcosa’altro, per papà tuo conta ancora tanto ed è importante perché la consistenza è frutto di un frutto () portato a piena maturità e questo costa fatica e rischio e soldi e spesso procura piacere. La consistenza, agganciata ad altri parametri virtuosi, innalza il piacere. Ed è quindi importante. Ma non-più-così-importante?
Forse. Perché c’è qualcosa di più insondabile. Che però dobbiamo sondare. Qualcosa che viaggia al ritmo di Parole Parole Parole, perché è l’unico modo per misurarlo e misurarci. Il sapore, il gusto. Un sapore che ci inviti a bere. Che, attraverso i cortocircuiti dei ricordi, attraverso quello schedario incasinato e impolverato che abbiamo in testa sotto l’etichetta MEMORIE, ci riporti a sensazioni piacevoli. Un rimando all’aromatico, alla frutta, ai funghi, alla salsedine, ai fiori, al minerale, alla kriptonite, a qualsiasi diavolo di roba ci ricordi una-cosa-buona. Il sapore che ci arriva diretto, un masso di sapore che rotola direttamente dalla cima del bicchiere verso i nostri sensi. Senza interferenze, se possibile. Senza interferenze ma scavallando l’Integrità che non è un parametro morale (in Italia è stata sostituita dallo zeligismo) ma un parametro gustativo, quello che rimanda direttamente al frutto-uva ai 100 all’ora senza godersi il panorama o deviare un attimo dal percorso, l’integrità che una scuola degustativa di derivazione, diciamo, enologica considera per molti aspetti un fondamento nel giudizio del vino, scuola che, approcciandosi verso certi sapori e difetti-da-manuale-di-enologia, tende a segnare con la matita rossa. Giustamente, per carità, e spesso con enorme competenza tecnica smontano un giocattolo che a te piaceva. E pur sapendo quanto sia comprensibile e assolutamente chiaro e tecnico questo approccio e questa indicazione di gusto, a volte mi pare che, davanti a quei pezzi di giocattolo buttati per terra, ci si perda, come dire, il quadro d’insieme e, in definitiva, ci si perda qualcosa di importante a non lasciarsi trasportare nella veemenza a volte imperfetta di un così intenso sapore (appunto). Ecco. Anche a me piace andare ai 100 all’ora verso il frutto e schiantarmi verso quella dolce-morte-apparente che sono certi vin-de-soif (e quando voglio giocare a Crash, io inforco una Dard & Ribo). Ma spesso per arrivare a quel frutto tocca rallentare, deviare il percorso, guardarsi il panorama e qualche volta forare o sbagliare strada o fondere il motore. Insomma, fare un viaggio.
E guardate dove sono siamo stati di recente.





Bianchetto 2014 (Lammidia): Marco Giuliani e Davide Gentile hanno studiato, hanno girato, assaggiato, lavorato, e poi sono tornati nel loro Abruzzo a fare vino. Non hanno vigna e allora comprano l’uva e iniziano a vinificare. Lammidia si fanno chiamare. L’invidia, il malocchio da togliere (su Gastrodelirio c’è una breve presentazione). Il Bianchetto è trebbiano. Questo l’ho scoperto dopo averlo bevuto. Col trebbiano in Abruzzo iniziano i paragoni importanti. Ma qui ci si sposta leggermente verso ovest. Coi paragoni, dico. Perché ho scoperto un’altra cosa dopo averlo bevuto. E cioè, che pare che siano amici di Antonuzi-Mr Le Coste. E mi si è chiuso un cerchio mentale. Perché Il Bianchetto ‘14 è un simil-Litrozzo. Meno esplosivo, senza quel quid aromatico dei migliore Litrozzi. Ma molto simile. Un fratellino. Più nitido e misurato, per certe cose. Con parametri alti su 2 tra le meglio cose: equilibrio e sapore. Col naso dove le componenti vegetali (quel filo di peperone, quella nota di erba tagliata) si mixano e shakerano con il giallo della pera, di frutta matura ma mai ossidata. Dove la bocca si dichiara apertamente minima, di consistenza a regimi bassi. Dove, eppure, assapori davvero un sapore puro e praticamente senza interferenze. Dove leggerezza fa davvero rima con beva.
87/100  




Ombra 2014 (Farnea): Marco Buratti sta sui Colli Euganei. Ha 2 ettari e mezzo di vigna. Fa il viticoltore da qualche anno. Non usa chimica. Né in vigna, né in cantina. Non fa fiere. Se ne fotte delle guide. Così dicono. Insomma, pare un bel personaggio. Qualche mese fa comprai diversi suoi vini. Alcuni buoni, altri meno. Poi, a gennaio, compro l’Ombra. Che mi fa un sacco di simpatia. Perché è da un litro. Un tipo di formato che implicitamente significa vino da bere a secchi. E perché è tappato con una bella corona. Le uve sono merlot e cabernet sauvignon. Fa macerazione carbonica. Costa il giusto. Fin qui tutto bene. Tutto incastrato in paletti che me gustano, amigo. E l’attacco al naso è diretto, vegetale spinto a manetta e acidità che spara forte come una mitragliata nell’aria in un matrimonio balcanico. Poca finezza, tanta rusticità. E qualche scricchiolio. Un’interferenza che appare dopo qualche minuto. Un odore di chiuso, di stantio, di polveroso. Che ricompare in bocca, una bocca lieve, sottile, 10,5° stile foglio-di-carta, che si apre sempre sul vegetale/acido e cabernetfrancheggia inseguendo un’idea di Loira, stimola una certa idea di beva. Ma si tarpa in quel finale, in quella chiusura avvertita al naso che tira il freno a mano alla beva, che si amplifica in un panorama di consistenza minima. Finale che sembra a volte il corrispettivo di certi vini palestrati così anni 90, quando una massa glicerinosa ti impasta(va) la bocca e rimanete te e la bottiglia mezza piena a fissarvi.
79/100

mercoledì 21 gennaio 2015

Il Rosato di Le Coste di Gradoli

Di Vittorio Rusinà


Una sera di queste da Banco, a Torino, con Luigi e Carlo.
“Cosa volete bere?” ci fa Pietro.
“Le Coste di Gradoli.” Diciamo noi.
“Allora iniziate dal Rosato.”
“E sia Rosato” “Ma non si inizia con un bianco? Ah ah ah aiuto!
Pietro ci butta una occhiataccia e intanto stappa, o forse stappa Irene, uffa non ricordo.
Bellissimo colore, glu glu glu, si sente l’acino dell’uva, sembra il vino che bevevano d’estate i nostri bisnonni magari giù al fresco in cantina, e allora pensiamo “ma il vino non poteva restare così senza tanti tecnicismi e chimike varie?!?”
Un filo di residuo zuccherino e un filo di carbonica appena percettibile.
Perfetto con le ostriche, le alici fritte, il salame, il pane di grano saraceno e il burro francese.
Mamma che bontà, e se non ci fosse stato Pietro, chissà quando lo avremmo mai ordinato, il Rosato.

I vini di Le Coste non sono facili da trovare in Italia, “vendono quasi tutto all’estero” dice Pietro, infatti me li immagino i giapponesi a sbicchierare, loro sono grandi cultori della bontà naturale, ecco nel mio cuore spero che questi vini si diffondano anche in Italia, presto.

Le Coste sono Clementine e Gian Marco Antonuzi, li potete trovare a Gradoli (VT) sulle colline sopra al lago di Bolsena.
Da Banco Vini e Alimenti a Torino trovate tutti i loro vini.

martedì 9 dicembre 2014

FORNOVO 2014: AVANTI AL CENTRO CONTRO GLI OPPOSTI ESTREMISMI

Fornovo è la Festa dell’Unità del vino naturale. Cioè, non quelle di adesso, le feste-democratiche-poi-ritornate-feste-dell’unità. Le vecchie Feste dell’Unità. Dure e pure. Dove si magnava tanto, certo, e si ballava il liscio e ci si buttava sul tombolone e se bevevi troppo e iniziavi a disturbare venivano i portuali ad accompagnarti all’ingresso. Ma dove poi c’era il dibattito.
Venivano i dirigenti e si parlava di Palestina, di diritti dei lavoratori, di statuti e sol-dell’avvenire. E i compagni si incazzavano, chiedevano, rompevano le palle, lodavano, criticavano. E poi, tutti insieme, si finiva ad ingurgitare quantità industriali di cappelletti e sfuso rosso friccicarello sotto il tendone e passavano le cuoche e davano ai dirigenti pacche sulle spalle  (che erano, indubbiamente, molto larghe) e dicevano, “Mi raccomando…” e fissavano quei dirigenti con aria gioviale e torva.
Fornovo è la festa dell’unità di un mondo che, in effetti, a volte ha poca unità ma che dibatte tanto. E’ una festa che si ripete ogni anno uguale a se stessa. E questo è bene. E questo è male. I palloncini a forma di grappolo all’esterno. L’effetto tendone-che-rimbomba che verso le 13 diventa molto utile il linguaggio dei segni. I secchi sputacchiere che fanno tanto Casa-Delle-Libertà, sputiamo un po’ dove cazzo ci pare (cit.). I banchetti tutti uniti strettistretti. Un abbraccione collettivo a volte soffocante e frastornante. Ma è amore. Perlopiù. Quindi chissene.
A Fornovo 2014 quell'ammmore si è respirato nonostante i blogger cazzari e blogger cazzuti e i wine critics e i wine journalists. Nonostante la crisi e nonostante le ombre nei vini e le (tante) luci. Nonostante il numero di produttori sia aumentato a livelli da tangenziale-alle-18 e le sorprese siano ridotte e ci si affidi al caldo rassicurante delle conferme. Insomma, poco di nuovo sotto il sole. Ma è pur sempre il sol dell'avvenire.
E a Fornovo si respira un senso di fine della critica, una sospensione del giudizio e tana-libera-tutti da ultimo giorno di scuola. Liberatoria. In un senso. Desolante. In un altro. Agrodolce, riassumendo.
Insomma, ci si diverte tanto, vedi gggente e saluti amici e bevi e sputi e sputi e bevi e dibatti. E così partecipi al tombolone finale sentendoti parte di qualcosa.
Ah, ecco cos’ho pescato dalla saccoccia dei 144 (circa) vignaioli per il tombolone delle valutazioni.
E, ah, non ho vinto niente.


(nota esplicativa del mischione di colori buttati sulle seguenti righe:
diciamo che per favorire un approccio agile e “easy” alle note degustative che interessano mediamente tanto/poco/nulla (cioè, non l’ho ancora capito), in ogni scheda aziendale sarà simpaticamente colorato di verde il nome del produttore nel caso di un giudizio globale positivo, di viola in caso di giudizio chiaroscurale, di rosso come negativo.
E’ chiaro che la Direzione non si assume responsabilità e si scusa per l’obbligo di dover effettivamente leggere le schede in caso di daltonismo.)


Toh. Costadilà. Che mi fece ammalare qualche tempo fa. E il virus mi deve essere rimasto dentro. Con una batteria di rifermentati 2013 da capogiro, in salita gustativa nell’empireo dei migliori vini tout court. 330 SLM che sprizza e sprazza e sotto tutta quell’acidità avverti materia e frutto. Il 450 SLM  e il 280 SLM che scazzottano per dire “Prima io, prima io!”, col primo che controlla l’acido partendo da un turbo-naso e immette toni floreali e rugosità e dolcezza a fine sorso; e il secondo che scavalla l’asticella del 2012 e parte dritto per la Hall Of Fame dei VPD (Vino Per Deficienti), una bibbita frizzo-orange da convertire un astemio.

Patrick Uccelli. Alias, Tenuta Dornach. Di cui si favoleggia da qualche mese di un Gewurztraminer macerato sulle bucce. Ma ci arriviamo subito. Prima i Pinot. Il Bianco che esibisce una buona precisone, gioca molto sull’equilibrio perdendo in grip e complessità, una dinamica gustativa un po’ zoppa. Il Nero in edizione interlocutoria, aromaticamente abbastanza elementare e la bocca rientra nella media di un discreto AA. Il macerato: esperimento (?) su un aromatico come il traminer che centra alcune cose e sbarella su altre. Gli odori pompati della rosa canina, dolci e in un sottofondo buccioso/amarognolo, e la sensazione amara che si amplifica e blocca il finale in deglutizione assieme ad altre scompostezze alcoliche.

Dario Princic. The King. Chevvelodicoaffà.Con i 2011 a consolidare una vetta gustativa assoluta. Chiamateli orange, macerati, antichi, bucciosi. Chiamateli come vi pare ma difficile trovare bevande più addictive. Vini che riscrivono l’universo sensoriale e cosmopolitizzano il vino, abbattono le barriere e peccato per chi non li capisce. E il Jakot, saldo e vertiginoso sotto ogni parametro, a sbancare la fiera (e il tombolone).

Podere Pradarolo. Per restare in topic. Uno dei Signori del Macerato Emiliano. Carretti sfodera la solita batteria da slurp con la Malvasia di Candia Vej. 05 puro highlander orange, sempre saldo e da innamoramento. 06 che perde qualcosa in equilibrio, ossidazione sul filo. 07 e la nuova 11 dove, tra polpa e frutto, il tannino scalpita e morde. Rossi sempre in via di definizione, con un trittico di barbere sfuocate e un interessante primo imbottigliamento di croatina, massiccia e appena sovratannica. Un viola parecchio mischiato di verde per quei campioni chiamati Vej.

Aiò. Giovanni Montisci. Il sardo garagista che puntò dritto al petto e sparò col Barrosu Franzisca 2010. Ho ancora quel proiettile nel cuore e aspetto altri colpi e proprio per questo quel rumore sordo l’altro giorno mi ha spiazzato. E’ che qui siamo sul piano delle aspettative, di un’asticella che Montisci ha alzato a certi livelli. Giovanni, è colpa tua. E se il Franzisca 12 non è a quel livello (come pure la 11), se scende di qualche gradino, il fanboy che è in me un po’ di dispiacere lo prova. Intendiamoci.  A livello di intensità e ampiezza aromatica, pochi competono. Una slenzuolata di rimandi aromatici, frutta e spezie, nani e ballerine. Spinti dal turbo di un alcool avvolgente ma anche appena fuori registro, che brucia un finale altrimenti da fin absolue du monde. Ma comunque, nonostante tutto, uno degli assaggi della giornata.

Poi Togni Rebaioli. La visita da El lumbard questa volta è stato dicotomica. Lui il solito vulcano energico e coinvolgente. Lui che lotta "alla periferia del mondo del vino italiano di qualità" (cit.) in una Italia che a livello vinicolo è un 90% periferia e a cui bastano le sue vigne e la sua volontà e la sua competenza per essere un'altra tessera di quel meraviglioso mosaico che l'Italia dei vini. Enrico Togni che trasmette pura passione. E i vini invece in questa fase mediamente stanchi, con ossidazioni al limite e acidità un po’ troppo slegate. E poi la sensazione di un discorso che riprende dopo questa interruzione con le fragranti e centrate anteprime dei 2013.

Emidio Pepe. Se non capisci i vini di Emidio sei scemo. Così mi disse una mia amica abruzzese mentre mi sgollavo un Montepulciano ‘08 e un Trebbiano ‘09 alla fiera di Torano (qui i resoconti di quei due fari-nella-notte). E più che scemo mi sentivo un bambino felice, si, magari un bambino scemo ma comunque felice. Quella scintilla poi non s’è più spenta. Certo, con annate minori e maggiori. Ma difficile rimanere delusi dai vini di Pepe. E quindi conferme su conferme con un delizioso, carnoso, fruttoso Trebbiano ‘12 e con i didattici Montepulciano ‘10 e ‘11, dove nell’11 rivedo tanti rimandi alla favolosa intesità e dinamicità del ‘08. Unico neo un poco centrato Pecorino, il bianco new-entry che continua a mostrare brucianti scompostezze e flaccidità di beva. Ma si tratta, appunto di un neo ed Emidio può giustamente affermare: “La Storia sono io.”


Cappellano. O Mr. Chinato. Parto dal fondo perché il suo Barolo Chinato fatto non si sa come, sapete, ricetta segreta, e per me ci possono pure sputare dentro come Celentano in quel film, avete capito, no?, vabbè, rimane una delle cose più gustose che si possano bere urbi et orbi. Prima una barbera in anteprima che è una rasoiata acida e regolarsi di conseguenza. Poi due Barolo 09, il Pie Rupestris e il Piè Franco, entrambi in edizione più consistente del solito, consistente ma non massiccia (claro…), fedeli comunque al loro stile vino-che-sussurra-agli-uomini, rifrazioni minime certamente poco adatte ad un mordi-e-fuggi da fiera, animali non da competizione, nel bene e nel male.


Massa Vecchia. Mumble mumble. Grattata di testa. Reduci da qualche annata minore, ancora nella testa le magnificenze post-2000, anche a Fornovo le sofferenze continuano, specie nei due capisaldi. Il Bianco mostra la consueta consistenza declinata sul floreale ma la bocca fatica a partire, ad innescare il virtuoso circolo dolcezza/amaro-acido. Il Rosato (lui si comunque affidabile e costante in quasi ogni annata) pure lui si mostra in una veste dimessa, aromaticamente chiuso (e può essere una fase) e bocca in lieve ossidazione. Resta da capire se trattasi di conseguenza di annate o qualche cambiamento in in vigna/cantina. Per quelli che restano, comunque, tra i duri-e-puri del naturalismo.


Radikon. Un piacere enorme rivederlo in fiera. Autore di mitologie vinicole come la strepitosa batteria dei 2004. Pioniere, o forse solo uomo curioso e legato a doppio filo alla sua terra. Uno che dal solco della tradizione prova, sperimenta, dilata e restringe i tempi di macerazione, si inventa formati diversi delle bottiglie e tappi su misura (quel 0,50 litri che ottimizza il rapporto vino/aria a livello di una magnum). E che qui porta tutti i 2007 in bella mostra sul banchetto. Che sono in fase interlocutoria, over-tannici e di espressività ridotta, forse bisognosi di tempo o forse no. Ma che poi tira fuori uno Slatnik ‘12 esemplare, rugoso e glicerinoso, toccato dal nerbo acido per allungare un sorso godurioso. Un brindisi al passato, presente, futuro.


E poi Le Coste di Gradoli e rezpect per Gian Marco e Clémentine. Perché ci sono i Sorcini e ci sono i Litrozzini e i primi cantano “I migliori anni della nostra vitaaaa…” e i secondi “I migliori vini della notra vitaaa…” E da Litrozzino da poster sul muro e t-shirt addosso, posso solo giustificare la mia passione per il combo laziale con una batteria di vini sempre più centrati, una batteria che è un work-in-progress tra esperimenti e conferme, sempre sotto la bandiera del pasdaranismo naturalista, 0 trucchi e tanto lavoro in vigna. Bianchetto ‘13 e Rosato ‘13 con quel passo da vino quotidiano, mai ruffiani ma nerbuti e innervati da una spinta acida per ripulire gli eccessi e predisporre al nuovo sorso. Bianco ‘12, Bianco R ‘11 e Le Vigne Più Vecchie ‘10 che sono variazioni sul tema del Procanico (più tagli vari ed eventuali), vini più concettuali (Antonuzi dixit) ma concettuali senza troppe seghe (semper Antonuzi dixit), ragionamenti sui singoli vigneti, sui contenitori, sui tempi di raccolta e di maturazione che portano magari meno immediatezza ma aggiungono stratificazioni e complessità. E il Rosso ‘12 e ‘13 croccanti vin-de-soif che uniscono Gradoli alla Loira, clorofilla e frutto, tannino e dolcezza per i nostri produttori più europeisti.

E poi i tanti (ri)assaggi al volo, come Voltuma con un Pinot Nero che spara il Mugello dritto nell’empireo dei migliori terroir italiani per quest’uva, dove la maturita del frutto fa da sponda ad una bocca velluto; come Stefano Amerighi, il Signore Dello Syrah, che con l’Apice alza ancora l’asticella e spalleggia il Rodano come opulenza e carnosità, il cui unico appunto può essere solo uno stile che lo porta a fronteggiare le talcature e dolcezze di un Auguste Clape anziché andare verso quella dinamicità elettrizzante di un, per rimanere sul Cornas, Thierry Allemand; come Casa Belfi e il Colfòndo Anfora o SPQV (Sono Pazzi Questi Veneti), dove alla consueta pulizia del suo Prosecco qui si unisce una certa rugosità gustativa, un tentativo (assolutamente riuscito) di ampliarne il profilo gustativo, della serie "piccoli 280 SLM crescono"; come Bera e il solito Moscato d’Asti che sembra ridefinire una categoria e una Barbera muscolosa e acida eppure in equilibrio, sapida e marcata da quel timbro dolce molto Canelli, e il nostro amato Dolcetto Bricco Della Serra il nostro piccolo vulcano in mezzo al Piemonte; e tanti e tanti altri e anche tanti francesi ma per una volta facciamo gli italocentrici. Compagni, siamo pure alla Festa dell’Unità...