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mercoledì 20 maggio 2015

QUELLA FORSE COSA BUONA

di Eugenio Bucci

beva

[bé-va] n.f.


1. degustazione di un vino; il momento in cui un vino è buono da bere
2. (ant.) bevanda


Ogni tanto io e il mio amico immaginario riflettiamo su cosa significhi bere e, più nello specifico, bere vino, cosa che massimamente pratichiamo e che ci piace più di ogni altra.
Il mio amico, che è immaginario e quindi me lo dipingo un po’ come pare a me, verbalmente rientra nella categoria dei rompipalle e, per certi versi, lo si può definire più una moglie che un bff (best friend forever) con tutte le implicazioni del caso, ossia amore/odio, improvvisi desideri di strozzarlo e di baciarlo allo stesso tempo, conoscenza reciproca delle peggio cose, e insomma, avete capito. La categoria dei rompipalle ha molti difetti ma anche un sacco di cose belle: capacità di giudizio fulminante, cioè, pure quando sbagliano almeno vanno dritti al punto; dialettica aggressiva e incalzante, cioè, se ti vedono esitare iniziano a prenderti a schiaffi e a ripetere “Allora? Allora?”. I rompipalle sono il coach che ti spezza o ti fa crescere.
Il mio amico, si potrebbe anche dire, è un martello che batte ad ogni frase e l’incudine sei tu che ascolti. In qualche modo, ci completiamo. Siamo le due facce della stessa medaglia, gli amplificatori delle reciproche parti nascoste. A me piace pensarla così.
Soprattutto, io e il mio amico riflettiamo su ciò che ci piace e sul come far capire all’altro perché ci piace quella cosa e quell’altra meno: questo ci piace. Capire quando una cosa è buona per noi.
Certe volte è facile. Almeno in apparenza. Bevi, chessò, un Cornelissen e ti sembra di poter dire che la cosa è talmente palese che te l’hanno letteralmente sbattuta sotto il naso, che è innegabile. Ma a me e al mio amico piace immaginare di avere di fronte un pubblico di bambini. Insomma, un pubblico di carinissimi e adorabili rompipalle.
Perché? Perché? Perché?
Così fanno i bambini. E allora tocca darsi un tono e spiegare. E quando spieghi metti ordine. A loro e a te stesso. Non basta dire che è buono, bisogna dire perché è buono.
Perché?
Per rispondere bisogna tornare a qualche settimana fa. Io e il mio amico immaginario commentavamo gli assaggi migliori tra le varie fiere, main e collateral, e lui si ritrovava a parlare di questa tendenza allo snellimento, al calo delle gradazioni, al ritorno prepotente dei vini più immediati, insomma, quella-forse-cosa-buona che sta succedendo adesso, nelle vostre case, amici vicini e lontani, e, giustamente, nello constatare ciò si era lanciato in discrete lodi puntando l’indice sui vari aspetti positivi, come il ritorno ad una naturalità della beva e la fine di certe esasperazioni ipermoderniste etc etc, bene bene bravi bravi. Epperò l’amico ad un certo punto si è fermato ed è stato come se riavvolgesse il nastro nel mangiacassette delle sua testa, Beva, era tornato al punto in cui aveva pronunciato quella parola, Beva che è una parola vecchia eppur nuova, un concetto rismaltato e lucidato a specchio, aveva quella faccia come dire “Che cazzo significa?” perché il mio amico (rompipalle) ha orrore delle parole buttate a casaccio. E ha iniziato a blaterare a voce alta che si, insomma, sono (ri)apparsi i vin de soif e niente sarà più come prima, o tutto tornerà ad essere come prima, perché ora è un po’ più chiaro cosa sono, li abbiamo bevuti, li beviamo sempre più, li berremmo fino all’ultima cirrosi. Cioè, è chiaro che Beva è una parola chiave del momento, rifletteva il mio amico, per quanto ci si possa fidare del momento, io e momento, in effetti, ci guardiamo un po’ in cagnesco, comunque, è impossibile non notare come Beva-e-i-suoi-derivati si sentano ogni 3X2 spulciando tra i social e pure nella Gazzetta Dello Sport, ed è impossibile non leggere cose del tipo,
una beva pazzesca!; un vino da berne a secchiate, a canna, a imbuto, a garganella; un vino che dovrebbe essere venduto solo in magnum; vin de soif, vino da sete, vino da cannuccia; un vino da assumere per endovenosa etc.
Ma, e la domanda nasce spontanea come una fermentazione, nel momento in cui un neurone si riattacca, nella pausa tra una tracannata e l’altra di questo favoloso vin-de-soif, cosa ci dice (appunto) quel neurone? Che qualità riconosciamo in quel vino per buttarlo dentro la categoria beva?
I limiti delle definizioni sembrano spesso recinzioni traballanti. Basta una mandria di sofismi e terminologie chiaroscure per buttare giù tutto. Però provarci ha un senso. E’ il bambino scemo e rompipalle che è in noi. Ed è il bambino davanti a noi con gli occhioni spalancati che continua a chiedere Perché? Cos’è? Dov’è? finché o lo piazzi davanti alla TV a stordirsi o gli rispondi.
Signore, scusi, cos’è la beva?
Figliolo, Beva è quella cosa che induce papà ad attaccarsi ad una boccia come se fosse la tetta di mamma e non è proprio sete ma più voglia di qualcosa di buono. Beva è una cosa che ti porta a stordirti come quando tu guardi Peppa Pig per 7 ore consecutive perché senti un friccichio nel core e ti diverti tanto e senti che è tutto bello e gentile e il tempo vola.
Si, signore, ma cos’è che beva?
Ecco, frugoletto, questa cosa è più complicata. Quando papà si riprende da quell’estasi inebetente, come quando tu ti riprendi da quelle 7 ore di immersione in un mondo maialecentrico, a papà si riattacca un neurone e quel neurone, diciamo, tira le fila prima di tirare le cuoia. E le fila da tirare sono abbastanza perché sono tante le cose che portano alla beva. Una parte importante è l’equilibrio, ne sono (quasi) certo. Tannico-acido che si incontra virtuosamente con le componenti dolci in una specie di perfetto palleggio infinito tra Borg e Nadal. Quel senso di rotondità non molliccio e sbracato. Dinamico, nel senso che ti fa indossare gli occhialetti e ti fa partire la bevuta in 3D. In cui le varie componenti giocano insieme, per la stessa squadra. Un senso di unità cazzuto come un rito pre-partita degli All Blacks. Un parametro (quasi) misurabile, comprensibile, analizzabile a parole e non solo. Quel percepire le diverse sensazioni arrivare al momento giusto nel posto giusto.
E il Fattore A? L’Alcool? Uno (relativo) shock culturale è per i gradi a cui viaggiano certe bottiglie. 12°. 11°, pure 10° in certi casi. Less is more? Ni. Boh. Forse. Dipende. Dipende non è una risposta ma uno stato d’animo. Dipende. Se incontri ancora una volta certa Francia capisci che un vino che parte in equilibrio e sanità di uve, ti dà sapore e gusto e pure discreta consistenza, dritto dalle parti della beva. Se ti è capitato, ad un certo punto della vita, in piena bagarre ultramuscolare, sballottato tra i 3 bicchieri e i 100/100, tra i 40 e passa g/L di estratto, se ti è capitato di incontrare uno Syrah de l’Ardèche o un Trousseau della Jura sventolanti uno snobistico 10°; e, Dio non voglia, se a quel punto hai iniziato a supporre che le uve saranno state così-così mature e polpute e deboli deboli; e quando hai finito di cazzeggiare supponendo e sei andato dritto al bicchiere ti sei accorto che in realtà quella che avevi sotto il naso e tra i denti era un’esplosione di sapore e per quanto sottile potesse apparire, quella sottigliezza era un sasso lanciato nello stagno dei tuoi preconcetti che avrebbe fatto onde per il resto della vita; se ti è capitato questo, capisci che la risposta riguardo il Fattore A è non solo Dipende, ma Dipende davvero davvero.
E poi facciamo un bel back-to-the-basics, il matusa che è in me è ancora lì a menarsela con la consistenza. Da che parte sta nei vini da sete? Da che parte la ficchiamo? Lotta con noi o contro di noi? Ce ne frega o non ce ne frega? Può succedere che da bonus diventa malus? La consistenza, che era il monolite nero, che innalzava il vino da acqua a qualcosa’altro, per papà tuo conta ancora tanto ed è importante perché la consistenza è frutto di un frutto () portato a piena maturità e questo costa fatica e rischio e soldi e spesso procura piacere. La consistenza, agganciata ad altri parametri virtuosi, innalza il piacere. Ed è quindi importante. Ma non-più-così-importante?
Forse. Perché c’è qualcosa di più insondabile. Che però dobbiamo sondare. Qualcosa che viaggia al ritmo di Parole Parole Parole, perché è l’unico modo per misurarlo e misurarci. Il sapore, il gusto. Un sapore che ci inviti a bere. Che, attraverso i cortocircuiti dei ricordi, attraverso quello schedario incasinato e impolverato che abbiamo in testa sotto l’etichetta MEMORIE, ci riporti a sensazioni piacevoli. Un rimando all’aromatico, alla frutta, ai funghi, alla salsedine, ai fiori, al minerale, alla kriptonite, a qualsiasi diavolo di roba ci ricordi una-cosa-buona. Il sapore che ci arriva diretto, un masso di sapore che rotola direttamente dalla cima del bicchiere verso i nostri sensi. Senza interferenze, se possibile. Senza interferenze ma scavallando l’Integrità che non è un parametro morale (in Italia è stata sostituita dallo zeligismo) ma un parametro gustativo, quello che rimanda direttamente al frutto-uva ai 100 all’ora senza godersi il panorama o deviare un attimo dal percorso, l’integrità che una scuola degustativa di derivazione, diciamo, enologica considera per molti aspetti un fondamento nel giudizio del vino, scuola che, approcciandosi verso certi sapori e difetti-da-manuale-di-enologia, tende a segnare con la matita rossa. Giustamente, per carità, e spesso con enorme competenza tecnica smontano un giocattolo che a te piaceva. E pur sapendo quanto sia comprensibile e assolutamente chiaro e tecnico questo approccio e questa indicazione di gusto, a volte mi pare che, davanti a quei pezzi di giocattolo buttati per terra, ci si perda, come dire, il quadro d’insieme e, in definitiva, ci si perda qualcosa di importante a non lasciarsi trasportare nella veemenza a volte imperfetta di un così intenso sapore (appunto). Ecco. Anche a me piace andare ai 100 all’ora verso il frutto e schiantarmi verso quella dolce-morte-apparente che sono certi vin-de-soif (e quando voglio giocare a Crash, io inforco una Dard & Ribo). Ma spesso per arrivare a quel frutto tocca rallentare, deviare il percorso, guardarsi il panorama e qualche volta forare o sbagliare strada o fondere il motore. Insomma, fare un viaggio.
E guardate dove sono siamo stati di recente.





Bianchetto 2014 (Lammidia): Marco Giuliani e Davide Gentile hanno studiato, hanno girato, assaggiato, lavorato, e poi sono tornati nel loro Abruzzo a fare vino. Non hanno vigna e allora comprano l’uva e iniziano a vinificare. Lammidia si fanno chiamare. L’invidia, il malocchio da togliere (su Gastrodelirio c’è una breve presentazione). Il Bianchetto è trebbiano. Questo l’ho scoperto dopo averlo bevuto. Col trebbiano in Abruzzo iniziano i paragoni importanti. Ma qui ci si sposta leggermente verso ovest. Coi paragoni, dico. Perché ho scoperto un’altra cosa dopo averlo bevuto. E cioè, che pare che siano amici di Antonuzi-Mr Le Coste. E mi si è chiuso un cerchio mentale. Perché Il Bianchetto ‘14 è un simil-Litrozzo. Meno esplosivo, senza quel quid aromatico dei migliore Litrozzi. Ma molto simile. Un fratellino. Più nitido e misurato, per certe cose. Con parametri alti su 2 tra le meglio cose: equilibrio e sapore. Col naso dove le componenti vegetali (quel filo di peperone, quella nota di erba tagliata) si mixano e shakerano con il giallo della pera, di frutta matura ma mai ossidata. Dove la bocca si dichiara apertamente minima, di consistenza a regimi bassi. Dove, eppure, assapori davvero un sapore puro e praticamente senza interferenze. Dove leggerezza fa davvero rima con beva.
87/100  




Ombra 2014 (Farnea): Marco Buratti sta sui Colli Euganei. Ha 2 ettari e mezzo di vigna. Fa il viticoltore da qualche anno. Non usa chimica. Né in vigna, né in cantina. Non fa fiere. Se ne fotte delle guide. Così dicono. Insomma, pare un bel personaggio. Qualche mese fa comprai diversi suoi vini. Alcuni buoni, altri meno. Poi, a gennaio, compro l’Ombra. Che mi fa un sacco di simpatia. Perché è da un litro. Un tipo di formato che implicitamente significa vino da bere a secchi. E perché è tappato con una bella corona. Le uve sono merlot e cabernet sauvignon. Fa macerazione carbonica. Costa il giusto. Fin qui tutto bene. Tutto incastrato in paletti che me gustano, amigo. E l’attacco al naso è diretto, vegetale spinto a manetta e acidità che spara forte come una mitragliata nell’aria in un matrimonio balcanico. Poca finezza, tanta rusticità. E qualche scricchiolio. Un’interferenza che appare dopo qualche minuto. Un odore di chiuso, di stantio, di polveroso. Che ricompare in bocca, una bocca lieve, sottile, 10,5° stile foglio-di-carta, che si apre sempre sul vegetale/acido e cabernetfrancheggia inseguendo un’idea di Loira, stimola una certa idea di beva. Ma si tarpa in quel finale, in quella chiusura avvertita al naso che tira il freno a mano alla beva, che si amplifica in un panorama di consistenza minima. Finale che sembra a volte il corrispettivo di certi vini palestrati così anni 90, quando una massa glicerinosa ti impasta(va) la bocca e rimanete te e la bottiglia mezza piena a fissarvi.
79/100

mercoledì 15 ottobre 2014

Camporenzo 2011, Valpolicella Classico Superiore, Monte Dall’Ora



Ammetto di non aver mai frequentato con assiduità i vini di Valpolicella in parte fuorviato dalla pesantezza mediatica e economica degli Amarone in parte perché mai come oggi dopo anni di vinoni, il gusto si è sempre più orientato verso i vini “smilzi”; non preoccupiamoci è una moda che passerà!
Non che il Camporenzo sia smilzo ma di sicuro la sua piacevolezza la sciorina nella leggerezza di beva, nella speziatura delicata ma piccante, nei profumi fruttosi in punta di stiletto.
Scende abbastanza fresco e con piacevole velocità nel gargarozzo e si accompagna bene al desco rilassato di una cena fra amici.
Un bel vino rilassante, che non mette soggezione, che non obbliga a stare tesi nel bicchiere nella paura di perdersi qualcosa.
Penso che tornerò sia nel bicchiere sia di persona in Valpolicella.
Kempè

Luigi

Ps

Senza alcuna polemica mi viene da dire che noi dal reddito sempre in asfissia nei fine mese, possiamo “accontentarci” dei Valpolicella e lasciare con tranquillità gli Amarone ad altri.

martedì 23 settembre 2014

2011 Odissea nella garganega


di Niccolò Desenzani



Disclaimer: Questo post è una marketta! Perché Francesco Maule mi ha omaggiato di quattro bottiglie di Pico dell’annata 2011 di cui i tre cru Taibane, Monte di Mezzo e Faldeo, imbottigliati a inizio agosto 2012, e l’assemblato Pico tout-court, imbottigliato a febbraio 2013.
(In realtà Francesco, con grande gentilezza e senza che fosse dovuto, ha voluto riparare a un’esperienza con una bottiglia di Pico non in ordine, sostituendosi all’enotecario che non aveva voluto fare fronte)
Ma soprattutto è una marketta perché io sono un grandissimo estimatore di questo vino e i miei giudizi tenderanno naturalmente all’enfasi positiva .

Tuttavia, perché questa storia avesse un senso ancor più compiuto, ho cercato di aprire le bottiglie in una circostanza che fosse memorabile; dalla quale, in particolare,  potesse discendere un post che desse rilievo all’esperienza “orizzontale”.
L’occasione me l’ha fornita un amico, bevitore curioso, ma non afflitto dal nostro iperassaggismo maniacale, il quale stentava a credere che i suoli fossero così caratterizzanti per il vino. Insomma esprimeva un sano scetticismo contro il nostro iperterroirismo aprioristico.
Ma da terroirista in erba non potevo non cogliere il guanto della sfida; e così coinvolgevo un altro amico anch’esso esente da ismi enoici, ma di palato finissimo, grande sensibilità e capacità descrittive.
Così, una sera di fine agosto abbiamo fatto questa orizzontale 2011 del Pico, che ho battezzato “2011 Odissea nella garganega”.
Ho scelto di partire dapprima con solo due vini. Le degu di vini simili non sono così facili come uno se le immagina e il palato va ben tarato prima che emergano le differenze. Ho puntato su due cru più “distanti”, o almeno tali io li vedevo dagli assaggi precedenti: il Taibane e il Faldeo.
Ricordavo il primo più pieno, più fruttato, appena più alcolico versus il secondo più magro, più birroso, forse un po’ più spigoloso, ma di una beva formidabile.
Va tenuto in conto che, essendo questi vini vivi, essi hanno continuato a mutare nel bicchiere durante il corso della serata, risultando a tratti più simili a tratti molto ben distinti.
Il carattere quasi fermentativo del Faldeo e qualche durezza in più ne hanno decretato un giudizio di “vino più difficile”, mentre il fratello Taibane, col suo carattere più sinuoso e la maggiore completezza ha ammaliato e si è fatto amare (notevole la sapidità). Qualcuno a tratti era estasiato.
Interessante assaggiare insieme il Monte di Mezzo, con un carattere molto più understatement rispetto ai fratelli, più classico forse, un po’ meno incisivo. Ma io non escludo che su cibi delicati e in atteggiamento disimpegnato, possa trovare la chiave della sua eccellenza.
Dopo aver assaggiato questi tre vini da affinamento preimbottigliamento breve, con la loro esplosività, la loro tensione, la loro dinamicità, l’assaggio del Pico 2010 tout court risulta più strutturato, ma forse meno fragrante. Ancora una volta però un grande vino da un grande vitigno su questi suoli.
Quattro bottiglie in perfetta salute, che dipingono quattro volti della garganega a Gambellara. Che sono fra i migliori testimoni dei vini senza nulla oltre l’uva e che incredibilmente hanno resistito all’assaggio non solo il giorno dopo, ma persino a distanza di sei giorni, al mio ritorno velico dalla Croazia (ma lì ognuno ha la propria vigna? da esplorare!).




mercoledì 5 febbraio 2014

I Pico 2011, La Biancara

di Niccolò Desenzani



Per un caso mi son capitate fra le mani e poi nel bicchiere due bottiglie del Pico di Maule del 2011 provenienti da due distinti vigneti (o zone, non lo so): Taibane e Faldeo.
Le ho poi ricercate senza successo. Sembra che siano misteriosamente scomparse o comunque terminate, mentre nell’enoteca sotto casa ho avvistato un Pico 2011, senza specifiche di cru. Manca all’appello il terzo cru, Monte di Mezzo, di cui non ho proprio trovato traccia.
Con rassegnazione tiro parziali somme su questo vino in quest’annata, e chissà che questo post non smuova a pietà il Maestro Maule o qualcuno dell’entourage e saltino fuori delle altre bottiglie!
Se il 2010 era già un vino di bontà entusiasmante, in un ricco equilibrio di fresco vulcanico e morbidezza, l’assaggio del Faldeo 2011 mi ha letteralmente esaltato, anzi potrei usare più correttamente elettrizzato. 12.5 gradi di tensione beverina a livelli quasi mai provati, in un vino così fresco e leggero e nello stesso tempo vulcanico e "garganico" che per me è la quadratura di un vitigno-terroir.
Poi qualche settimana dopo recupero la seconda bottiglia, che credevo fosse uguale e invece era il Taibane 2011. 13 gradi questa volta di Garganega solare, un po’ meno tesa, appena più ridotta all’apertura con conseguente sviluppo di golosità caramellose e fruttosità. Anche in questo caso la beva è oltre l’umanamente resistibile e la bottiglia si svuota in un amen.
Vini così, senza solfiti aggiunti, rappresentano un traguardo che mi lascia attonito.
Per me sono fra le cose più buone mai bevute.
E sono un inno alla territorialità e al rispetto del vitigno, sempre riconoscibilissimo e caratterizzante negli assaggi.
Applausi.





PS (Nota dolente) Per spirito di completezza, dopo aver messo in bozza questo post, ho acquistato una bottiglia di Pico tout-court 2011 (il lotto risulta febbraio 2013, 6 mesi precedente dopo i cru!). Ho resistito poco perché se lo pensavo come unione virtuosa dei precedenti assaggi, non potevo che aspettarmi qualcosa di straordinario. E invece. Invece quello che è uscito da quella bottiglia era un maceratone ammorbidito dalla botte, dove i sentori più varietali della garganega erano assenti, per dar spazio a una linea aromatica da orange wine generico, e poi nel giro di mezz'ora il gusto è caduto a picco nel sapore di cotica (ho scoperto che i miei omologhi emiliani usano questo termine per indicare quello che io chiamo sapore di topo). Risultato: oltre mezza bottiglia rimasta, imbevibile. Questa volta non mi sono arreso di fronte alla deriva batterica e ho deciso di riportare la bottiglia all'enoteca, se non altro per avere un confronto sulla questione e considerando che l'enotecario vanta una grande serietà professionale. Infatti ha voluto assaggiarla e inoltre ne aveva una dello stesso lotto aperta dallo stesso tempo della mia in frigo. Bene, né lui né il suo dipendente trovano difetti al gusto né nell'una né nell'altra, anche se devono riconoscere che i colori dei due vini sono diversi (la loro quasi paglierina e appena velata, la mia gialla e più torbida). Io assaggio la loro ed era sana e riassaggio la mia ed era cotica. Non c'è stato verso, l'enotecario mi ha guardato come fossi pazzo e ha detto che non poteva farci niente. Ho esibito il miglior sorriso che riuscissi e ho salutato. Mi hanno detto "e la bottiglia?" e io "tenetela, tanto la lavandinerei".
Morale della storia una bottiglia difettata; ci sta. Tuttavia il sapore di topo/cotica è ormai un'evenienza frequente nei miei assaggi noso2 e se le due bottiglie dei cru erano state una straordinaria sorpresa questa mi ha fatto tornare coi piedi per terra. Peccato non aver bevuto una bottiglia di Pico 2011 sana. 
Ma col cavolo che mi gioco altri 18 euro per riprovarci!

PPS Avvistato e acquistato in modo bizzarro anche il Monte di Mezzo da Andrea Primobicchiere.

credits to @primobicchiere per le foto col bianco più caldo

martedì 24 dicembre 2013

Passito della tradizione (2011 senza annata) Giovanni Menti



Passito della tradizione recita in etichetta.
Frizzante!
Mi incuriosiva molto e l’ho voluto assaggiare e la sensazione è che sia un vino virale.
Nella mia accezione il vino virale è quello che non stupisce subito con effetti speciali ma entra con il suo Rna nel cervello del bevitore e poi piano piano lo colonizza.
E diventa un vino necessario, una dipendenza fisica.
Ma lo fa per per successivi avvicinamenti.
Ora che l’ho finito sento di avere bisogno di una altra bottiglia per capirlo, per approfondire quelle sensazioni amarognole di caramello e la dolcezza delicata quasi negata dalle bollicine golose, quel colore ambrato ancestrale.
Nel cervello da qualche parte sento urlare Ancora!
Kempè

Luigi


Ps
Garganega appassita per sei mesi, poi fatta fermentare in cemento e imbottigliata con residuo zuccherino che fa ripartire la fermentazione e crea anidride carbonica.

martedì 26 novembre 2013

Il mio primo #Serbatoy1

di Daniele Tincati


Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di partecipare ad uno di quei raduni carbonari che si formano per aggregazione spontanea di persone animate dalla stessa passione.
O meglio, organizzate abilmente dal genio di una persona.
Meglio ancora, organizzate da una persona, col contributo spontaneo di altri.
La persona in questione è quel folletto (non per la stazza) di Luca Ferraro, dell’azienda Bele Casel, produttrice di Prosecco Asolo DOCG e Colfóndo, che ha messo a disposizione casa sua per l’incontro.
Non solo casa sua, ma anche una serie di serbatoi (da qui il nome) pieni di vino “atto a divenire Prosecco Asolo DOCG” da cui spillare a più non posso per scoprire le differenze tra le varie zone di provenienza (vigneti situati in varie zone limitrofe), o i vari esperimenti fatti da Luca e suo padre.
Ritrovo prima di pranzo a casa della famiglia Ferraro, in quel di Caerano S.Marco, pranzo offerto da loro e magistralmente preparato da Stefano Caffarri, aiutato in cucina da Sara Querzola, Marianna Pillan, Davide Cocco e Riccardo Avenia.
Sono quel tipo di eventi di cui vieni solitamente a sapere solo dopo che si sono svolti.
C’è sempre un sacco di gente interessante e si imparano tante cose nuove.
E io ne ho imparate tante:

- assaggiare il vino da una ventina di vasche è impresa ardua, ci vuole il fisico, e molti non ce l’hanno;
- il Prosecco o Glera, è un vitigno molto interessante, benché se ne parli male, e sarebbe bello provarlo anche nella versione ferma (se qualcuno la producesse);
- il mosto del Prosecco è una delle cose più buone che abbia mai bevuto. Se si riuscisse a trasportare quei profumi nel vino, sarebbe una bomba;
- Luca Ferraro non sta mai fermo, non si stanca mai (almeno non lo da a vedere), produce energia internamente per mezzo di una pila atomica;
- Stefano Caffarri è tanto bravo a scrivere quanto in cucina;
- Sara Querzola dovrebbe aprire un ristorante;
- Davide Cocco sa fare un po’ di tutto;
- Riccardo Avenia è uno (abile ?) squartatore di pesce;
- Maria Grazia Melegari è una fotografa seriale, deve avere una macchinetta nascosta negli occhiali;
- Dan Lerner ne sa una più del diavolo;
- Mike Tommasi ha un’automobile tipo “Ritorno al futuro”;
- ci sono tanti semplici appassionati (vedi il sottoscritto), ma molti con sta roba ci lavorano;
- c'è sempre qualcuno che dà buca, benchè si sia prenotato volontariamente, peccato per chi era in lista d'attesa e sarebbe venuto volentieri;
- in tanti sono molto “social”, ma un po’ meno “compagnia-l”, abituati ad essere sempre sul pezzo online, trascurano leggermente i rapporti umani a pelle per privilegiare quelli a bits.

In conclusione, non posso che ringraziare la famiglia Ferraro per l’ospitalità e la bella esperienza, e per aver creato un’occasione per conoscere “fisicamente” tante persone con cui si discute di vino via etere.
Sperando in un #Serbatoy2.


lunedì 12 agosto 2013

AMPHORA Lispida 2004 e BREG Gravner 2000. Di Niccolò.



Carlo poi mi dice «ho trovato una bottiglia di Castello di Lispida Amphora 2004…» mi conosce bene e ogni dubbio è dipanato. Per accompagnare decidiamo un Breg 2000 di Gravner.
Come dire: Maestro e discepolo.
I luoghi non hanno parentela, se non forse per qualche assonanza negli accenti degli indigeni, ma è comunque macerazione. Esasperata. Ultima annata senz’anfora per Gravner, e forse terza con anfora per Sgaravatti che riprende anch’egli la vinificazione caucasica con le anfore interrate, ma, dettaglio che si rivelerà decisivo all’assaggio, dolie di terracotta per l’affinamento. Blend carsico a predominanza sauvignon bianco per Josko e tocai per Alessandro.
Si capisce quindi che siano due vini completamente diversi. Almeno questo contrasta l’idea ormai banalmente diffusa che la macerazione sia omologante. Entrambi hanno una personalità fortissima e chiaramente sono vini esasperati. Breg è un vino solido, che esasperando la metafora, è come un mobile antico, lavorato nel dettaglio, levigato e lucidato con cura maniacale e parla più di eternità che di vitalità.
Amphora è un vino che all’inizio è quasi puzzolente. “Vomitino” è definito con accordo unanime il sentore non proprio per stomaci deboli. Ma c’è già più freschezza. Il vino si trasforma veloce nel bicchiere; l’acidità, dapprima molto tamponata, si libera un po’ alla volta, aiutata dallo sprigionarsi di un residuo carbonico. Ogni sorso è sempre più pulito (o forse anche il vomitino, se ti abitui, non è tanto male). Il vecchio Breg rimane lì a guardare, perso nell’eternità, forse immaginando le future generazioni che cresceranno in anfora e diventeranno famose. 

venerdì 17 maggio 2013

VIRUS di Eugenio Bucci

E poi mi è capitato di bere questa cosa qui 
e mi si è bruciato l'hardware del cervello perché il software Frizzante Dei Colli Trevigiani 280 slm di Costadilà si presenta
come un innocuo Prosecco+Bianchetta+Verdiso rifermentato in bottiglia con 15 giorni di macerazione sulle bucce, mentre in realtà è una specie di Baco Del Millennio che blocca tutto e sullo schermo appare solo la scritta:  


 IO SONO 280 SLM E TU DEVI
BERE BERE BERE BERE BERE BERE BERE BERE BERE...

e premo disperatamente ESC e tento un riavvio e niente, sono stato resettato, rimasticato, sputato, ripulito, candeggiato, riprogrammato e rilasciato a galleggiare in un vuoto pneumatico che assomiglia tanto alla pace dei sensi e non è oblio ma stupore continuo.
E così, pacificamente, mi stupisco quando è così difficile stupirsi, bevo (è questo virus nel corpo che me lo ordina) una cosa frizzante macerata sulle bucce (nota 1) che sembra incrociare magicamente tensione acida, potenza di frutto e ampiezza olfattiva. Un Prosecco (?) che è meglio lasciar scaldare nel bicchiere, che più ti avvicini al fondo della bottiglia e più la consistenza pare aumentare. Una Prosecco Cosa Frizzante dalla schiena drittissima, dal carattere terrigno che entra in bocca e mixa CO2 e tannini e acidità e controlla il tutto col velo della dolcezza del frutto, che lascia percepire ogni singola componente e la lega, che unisce gli opposti e li fa lavorare insieme.
Questo Fizzy-Orange è una bibita. Nel senso che io Bibito e Bibito e Bibito e non mi fermo più.
Attenti al contagio: 92/100.

P.S.: in una casella vicina nello scaffale degli assaggi, etichettabile, diciamo, come semplicemente ultraorange-Fizzy-Folk-Alternative, è da mettere l'ultima sana/follia di Alberto Carretti/Podere Pradarolo, quel Vej Metodo Classico che ha rotto ulteriormente i confini della mia fragile volontà tassonomica.
Ma questa è un'altra storia.

Nota 1: è da notare come le categorie nel vino nella loro rassicurante litania Frizzante/Bianco/Rosato/Rosso/Dolce assomiglino sempre più a delle bolle di sapone, a una serie di insiemi A-B-C-D-E che collidono, combuttano, si mischiano, si meticciano. E' come guardare un mappamondo e vedere i confini liquefarsi, le particolarità di ogni staterello che per osmosi passano in quello accanto. Metodologicamente un tentativo di catalogazione odierno dei vini assomiglia al melting-pot lessicale della sezione Recensioni di una qualsiasi rivista di musica contemporanea dove l'incasellamento di un buon numero di dischi scivola dall'iperdescrittivismo al puro neologismo alla resa totale (cito a caso: psycho-shoegaze; folktronica; industrial techno ambient pop; doom ambient-dub; qualche volta, tristemente, rock). 
Poi, certo, al ristorante capita ancora che qualcuno ti chieda: "Bianco o rosso?