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martedì 15 marzo 2016

Una serata pizzesca





  • di Niccolò Desenzani

  • Una sera di novembre, per chicchierare e stappare qualche bottiglia che aspettava di essere bevuta fra amici che del liquido odoroso han fatto una delle ragioni di vita.

  • 1) Billecart et Salmon Vintage 2004, bello sciampo elegante avvolgente belle bolle non troppo invasivo, dosaggio molto moderato, finale non eterno, ma comunque equilibrio e bocca pulita. Si è sposato divinamente con la pizza margherita.

  • 2) D'Ugni bianco 2013. In formissima. Appena aperto è un vortice quasi magmatico di sale, lieviti, acidità; super funky, ma chiaramente per nulla difettoso, o meglio, talmente enologicamente coerentemente scorretto da essere perfetto e integro. Nessuna deriva puzzona, giusto il tempo per distendersi e lasciare che sale e acidità, con una volatile di penetrazione giustamente integrata e bilanciata da una quantità di feccia da far sembrare il Barbacarlo un vino filtrato sterile, definissero una dimensione di inedita beva selvaggia. Si mantiene per tutta la serata benissimo.

  • 3) Pinot nero LN012 2013 di Schueller: bevuto anni fa un 2005 che mi aveva sconvolto per la bontà, qui sicuramente infanticidio. Allo stappo ha sparato fuori qualche schizzo. Nel bicchiere subito un naso ammaliante ancora troppo giovane e compatto, che ricorda il meglio Antonuzi, ma anche qualche grenache stile Gramenon d'antan. In bocca invece dritto come un fuso, compatto e schioccante. Tutto giovane, ma tutto equilibrato e succosissimo. Anche in questo caso il no so2 non è certo motivo di difetti, al contrario è purezza di vitigno, di territorio e beva a gargarozzo.

  • 4) Jolly dal cilindro. Un naso struggente di dolcezze e sussurri mediterranei, una bocca invece che tiene l'austerità e una nota quasi verde, ma sotto c'è una luce di freschezza da posti caldi. La bocca ha qualche cosa di nebbiolesco e mi porta verso aglianico e poi cirò. Invece è quel miracolo di vino del Guccione di una volta: Rosso di Cerasa 2009: mezzo nerello, mezzo perricone. Comunque siamo in zona fuoriclasse. La bocca è dinamica articolata fra acidità, sali, note salmastre e succosità suadenti. Il naso rimane un viaggio verso l'oriente mediterraneo forse di spezie dolci e profumi lascivi… Col tempo l'acciughina , quella buona, si fa strada.

  • 5) Questo era il programma, già ampio, delle bevute. Ma quando in una sera stappi e tutto sembra dare il meglio, viene voglia di aprire ancora e ancora.... e così ritorno in cantina e prendo la Barla 2010.
  • Caspita la barberasa! Il naso inganna, inizialmente, portandoci in Langa, ma poi la nota di smalto e la bocca di sapida acidità astigiana, lo porta in zona Ratti e poi necessariamente a Corino. Annata meno ricca, meno sangue dolce, ma tanta fresca acidità insieme a una materia che si evolve barbericamente percorrendo tutti i luoghi che sono di quell'amato nostro vitigno. Tantissima terra nel sorso...

  • La mattina dopo in chat:
  • - dove siete tutti?
  • - Da me a bere Barla
  • - ah ecco, bastardi
  • ...
  • - Ci starebbe un post...

mercoledì 20 maggio 2015

QUELLA FORSE COSA BUONA

di Eugenio Bucci

beva

[bé-va] n.f.


1. degustazione di un vino; il momento in cui un vino è buono da bere
2. (ant.) bevanda


Ogni tanto io e il mio amico immaginario riflettiamo su cosa significhi bere e, più nello specifico, bere vino, cosa che massimamente pratichiamo e che ci piace più di ogni altra.
Il mio amico, che è immaginario e quindi me lo dipingo un po’ come pare a me, verbalmente rientra nella categoria dei rompipalle e, per certi versi, lo si può definire più una moglie che un bff (best friend forever) con tutte le implicazioni del caso, ossia amore/odio, improvvisi desideri di strozzarlo e di baciarlo allo stesso tempo, conoscenza reciproca delle peggio cose, e insomma, avete capito. La categoria dei rompipalle ha molti difetti ma anche un sacco di cose belle: capacità di giudizio fulminante, cioè, pure quando sbagliano almeno vanno dritti al punto; dialettica aggressiva e incalzante, cioè, se ti vedono esitare iniziano a prenderti a schiaffi e a ripetere “Allora? Allora?”. I rompipalle sono il coach che ti spezza o ti fa crescere.
Il mio amico, si potrebbe anche dire, è un martello che batte ad ogni frase e l’incudine sei tu che ascolti. In qualche modo, ci completiamo. Siamo le due facce della stessa medaglia, gli amplificatori delle reciproche parti nascoste. A me piace pensarla così.
Soprattutto, io e il mio amico riflettiamo su ciò che ci piace e sul come far capire all’altro perché ci piace quella cosa e quell’altra meno: questo ci piace. Capire quando una cosa è buona per noi.
Certe volte è facile. Almeno in apparenza. Bevi, chessò, un Cornelissen e ti sembra di poter dire che la cosa è talmente palese che te l’hanno letteralmente sbattuta sotto il naso, che è innegabile. Ma a me e al mio amico piace immaginare di avere di fronte un pubblico di bambini. Insomma, un pubblico di carinissimi e adorabili rompipalle.
Perché? Perché? Perché?
Così fanno i bambini. E allora tocca darsi un tono e spiegare. E quando spieghi metti ordine. A loro e a te stesso. Non basta dire che è buono, bisogna dire perché è buono.
Perché?
Per rispondere bisogna tornare a qualche settimana fa. Io e il mio amico immaginario commentavamo gli assaggi migliori tra le varie fiere, main e collateral, e lui si ritrovava a parlare di questa tendenza allo snellimento, al calo delle gradazioni, al ritorno prepotente dei vini più immediati, insomma, quella-forse-cosa-buona che sta succedendo adesso, nelle vostre case, amici vicini e lontani, e, giustamente, nello constatare ciò si era lanciato in discrete lodi puntando l’indice sui vari aspetti positivi, come il ritorno ad una naturalità della beva e la fine di certe esasperazioni ipermoderniste etc etc, bene bene bravi bravi. Epperò l’amico ad un certo punto si è fermato ed è stato come se riavvolgesse il nastro nel mangiacassette delle sua testa, Beva, era tornato al punto in cui aveva pronunciato quella parola, Beva che è una parola vecchia eppur nuova, un concetto rismaltato e lucidato a specchio, aveva quella faccia come dire “Che cazzo significa?” perché il mio amico (rompipalle) ha orrore delle parole buttate a casaccio. E ha iniziato a blaterare a voce alta che si, insomma, sono (ri)apparsi i vin de soif e niente sarà più come prima, o tutto tornerà ad essere come prima, perché ora è un po’ più chiaro cosa sono, li abbiamo bevuti, li beviamo sempre più, li berremmo fino all’ultima cirrosi. Cioè, è chiaro che Beva è una parola chiave del momento, rifletteva il mio amico, per quanto ci si possa fidare del momento, io e momento, in effetti, ci guardiamo un po’ in cagnesco, comunque, è impossibile non notare come Beva-e-i-suoi-derivati si sentano ogni 3X2 spulciando tra i social e pure nella Gazzetta Dello Sport, ed è impossibile non leggere cose del tipo,
una beva pazzesca!; un vino da berne a secchiate, a canna, a imbuto, a garganella; un vino che dovrebbe essere venduto solo in magnum; vin de soif, vino da sete, vino da cannuccia; un vino da assumere per endovenosa etc.
Ma, e la domanda nasce spontanea come una fermentazione, nel momento in cui un neurone si riattacca, nella pausa tra una tracannata e l’altra di questo favoloso vin-de-soif, cosa ci dice (appunto) quel neurone? Che qualità riconosciamo in quel vino per buttarlo dentro la categoria beva?
I limiti delle definizioni sembrano spesso recinzioni traballanti. Basta una mandria di sofismi e terminologie chiaroscure per buttare giù tutto. Però provarci ha un senso. E’ il bambino scemo e rompipalle che è in noi. Ed è il bambino davanti a noi con gli occhioni spalancati che continua a chiedere Perché? Cos’è? Dov’è? finché o lo piazzi davanti alla TV a stordirsi o gli rispondi.
Signore, scusi, cos’è la beva?
Figliolo, Beva è quella cosa che induce papà ad attaccarsi ad una boccia come se fosse la tetta di mamma e non è proprio sete ma più voglia di qualcosa di buono. Beva è una cosa che ti porta a stordirti come quando tu guardi Peppa Pig per 7 ore consecutive perché senti un friccichio nel core e ti diverti tanto e senti che è tutto bello e gentile e il tempo vola.
Si, signore, ma cos’è che beva?
Ecco, frugoletto, questa cosa è più complicata. Quando papà si riprende da quell’estasi inebetente, come quando tu ti riprendi da quelle 7 ore di immersione in un mondo maialecentrico, a papà si riattacca un neurone e quel neurone, diciamo, tira le fila prima di tirare le cuoia. E le fila da tirare sono abbastanza perché sono tante le cose che portano alla beva. Una parte importante è l’equilibrio, ne sono (quasi) certo. Tannico-acido che si incontra virtuosamente con le componenti dolci in una specie di perfetto palleggio infinito tra Borg e Nadal. Quel senso di rotondità non molliccio e sbracato. Dinamico, nel senso che ti fa indossare gli occhialetti e ti fa partire la bevuta in 3D. In cui le varie componenti giocano insieme, per la stessa squadra. Un senso di unità cazzuto come un rito pre-partita degli All Blacks. Un parametro (quasi) misurabile, comprensibile, analizzabile a parole e non solo. Quel percepire le diverse sensazioni arrivare al momento giusto nel posto giusto.
E il Fattore A? L’Alcool? Uno (relativo) shock culturale è per i gradi a cui viaggiano certe bottiglie. 12°. 11°, pure 10° in certi casi. Less is more? Ni. Boh. Forse. Dipende. Dipende non è una risposta ma uno stato d’animo. Dipende. Se incontri ancora una volta certa Francia capisci che un vino che parte in equilibrio e sanità di uve, ti dà sapore e gusto e pure discreta consistenza, dritto dalle parti della beva. Se ti è capitato, ad un certo punto della vita, in piena bagarre ultramuscolare, sballottato tra i 3 bicchieri e i 100/100, tra i 40 e passa g/L di estratto, se ti è capitato di incontrare uno Syrah de l’Ardèche o un Trousseau della Jura sventolanti uno snobistico 10°; e, Dio non voglia, se a quel punto hai iniziato a supporre che le uve saranno state così-così mature e polpute e deboli deboli; e quando hai finito di cazzeggiare supponendo e sei andato dritto al bicchiere ti sei accorto che in realtà quella che avevi sotto il naso e tra i denti era un’esplosione di sapore e per quanto sottile potesse apparire, quella sottigliezza era un sasso lanciato nello stagno dei tuoi preconcetti che avrebbe fatto onde per il resto della vita; se ti è capitato questo, capisci che la risposta riguardo il Fattore A è non solo Dipende, ma Dipende davvero davvero.
E poi facciamo un bel back-to-the-basics, il matusa che è in me è ancora lì a menarsela con la consistenza. Da che parte sta nei vini da sete? Da che parte la ficchiamo? Lotta con noi o contro di noi? Ce ne frega o non ce ne frega? Può succedere che da bonus diventa malus? La consistenza, che era il monolite nero, che innalzava il vino da acqua a qualcosa’altro, per papà tuo conta ancora tanto ed è importante perché la consistenza è frutto di un frutto () portato a piena maturità e questo costa fatica e rischio e soldi e spesso procura piacere. La consistenza, agganciata ad altri parametri virtuosi, innalza il piacere. Ed è quindi importante. Ma non-più-così-importante?
Forse. Perché c’è qualcosa di più insondabile. Che però dobbiamo sondare. Qualcosa che viaggia al ritmo di Parole Parole Parole, perché è l’unico modo per misurarlo e misurarci. Il sapore, il gusto. Un sapore che ci inviti a bere. Che, attraverso i cortocircuiti dei ricordi, attraverso quello schedario incasinato e impolverato che abbiamo in testa sotto l’etichetta MEMORIE, ci riporti a sensazioni piacevoli. Un rimando all’aromatico, alla frutta, ai funghi, alla salsedine, ai fiori, al minerale, alla kriptonite, a qualsiasi diavolo di roba ci ricordi una-cosa-buona. Il sapore che ci arriva diretto, un masso di sapore che rotola direttamente dalla cima del bicchiere verso i nostri sensi. Senza interferenze, se possibile. Senza interferenze ma scavallando l’Integrità che non è un parametro morale (in Italia è stata sostituita dallo zeligismo) ma un parametro gustativo, quello che rimanda direttamente al frutto-uva ai 100 all’ora senza godersi il panorama o deviare un attimo dal percorso, l’integrità che una scuola degustativa di derivazione, diciamo, enologica considera per molti aspetti un fondamento nel giudizio del vino, scuola che, approcciandosi verso certi sapori e difetti-da-manuale-di-enologia, tende a segnare con la matita rossa. Giustamente, per carità, e spesso con enorme competenza tecnica smontano un giocattolo che a te piaceva. E pur sapendo quanto sia comprensibile e assolutamente chiaro e tecnico questo approccio e questa indicazione di gusto, a volte mi pare che, davanti a quei pezzi di giocattolo buttati per terra, ci si perda, come dire, il quadro d’insieme e, in definitiva, ci si perda qualcosa di importante a non lasciarsi trasportare nella veemenza a volte imperfetta di un così intenso sapore (appunto). Ecco. Anche a me piace andare ai 100 all’ora verso il frutto e schiantarmi verso quella dolce-morte-apparente che sono certi vin-de-soif (e quando voglio giocare a Crash, io inforco una Dard & Ribo). Ma spesso per arrivare a quel frutto tocca rallentare, deviare il percorso, guardarsi il panorama e qualche volta forare o sbagliare strada o fondere il motore. Insomma, fare un viaggio.
E guardate dove sono siamo stati di recente.





Bianchetto 2014 (Lammidia): Marco Giuliani e Davide Gentile hanno studiato, hanno girato, assaggiato, lavorato, e poi sono tornati nel loro Abruzzo a fare vino. Non hanno vigna e allora comprano l’uva e iniziano a vinificare. Lammidia si fanno chiamare. L’invidia, il malocchio da togliere (su Gastrodelirio c’è una breve presentazione). Il Bianchetto è trebbiano. Questo l’ho scoperto dopo averlo bevuto. Col trebbiano in Abruzzo iniziano i paragoni importanti. Ma qui ci si sposta leggermente verso ovest. Coi paragoni, dico. Perché ho scoperto un’altra cosa dopo averlo bevuto. E cioè, che pare che siano amici di Antonuzi-Mr Le Coste. E mi si è chiuso un cerchio mentale. Perché Il Bianchetto ‘14 è un simil-Litrozzo. Meno esplosivo, senza quel quid aromatico dei migliore Litrozzi. Ma molto simile. Un fratellino. Più nitido e misurato, per certe cose. Con parametri alti su 2 tra le meglio cose: equilibrio e sapore. Col naso dove le componenti vegetali (quel filo di peperone, quella nota di erba tagliata) si mixano e shakerano con il giallo della pera, di frutta matura ma mai ossidata. Dove la bocca si dichiara apertamente minima, di consistenza a regimi bassi. Dove, eppure, assapori davvero un sapore puro e praticamente senza interferenze. Dove leggerezza fa davvero rima con beva.
87/100  




Ombra 2014 (Farnea): Marco Buratti sta sui Colli Euganei. Ha 2 ettari e mezzo di vigna. Fa il viticoltore da qualche anno. Non usa chimica. Né in vigna, né in cantina. Non fa fiere. Se ne fotte delle guide. Così dicono. Insomma, pare un bel personaggio. Qualche mese fa comprai diversi suoi vini. Alcuni buoni, altri meno. Poi, a gennaio, compro l’Ombra. Che mi fa un sacco di simpatia. Perché è da un litro. Un tipo di formato che implicitamente significa vino da bere a secchi. E perché è tappato con una bella corona. Le uve sono merlot e cabernet sauvignon. Fa macerazione carbonica. Costa il giusto. Fin qui tutto bene. Tutto incastrato in paletti che me gustano, amigo. E l’attacco al naso è diretto, vegetale spinto a manetta e acidità che spara forte come una mitragliata nell’aria in un matrimonio balcanico. Poca finezza, tanta rusticità. E qualche scricchiolio. Un’interferenza che appare dopo qualche minuto. Un odore di chiuso, di stantio, di polveroso. Che ricompare in bocca, una bocca lieve, sottile, 10,5° stile foglio-di-carta, che si apre sempre sul vegetale/acido e cabernetfrancheggia inseguendo un’idea di Loira, stimola una certa idea di beva. Ma si tarpa in quel finale, in quella chiusura avvertita al naso che tira il freno a mano alla beva, che si amplifica in un panorama di consistenza minima. Finale che sembra a volte il corrispettivo di certi vini palestrati così anni 90, quando una massa glicerinosa ti impasta(va) la bocca e rimanete te e la bottiglia mezza piena a fissarvi.
79/100

venerdì 13 giugno 2014

VINO PER DEFICIENTI 1

di Eugenio Bucci


Ehi tu, lettore, 
no, non tu che sei capitato qui per caso da una ricerca errata su Google mentre digitavi vino+deficienti (cosa stessi cercando non lo voglio neanche sapere). Non mi rivolgo a te. Cioè, puoi restare tranquillamente. In fondo quello che sto per scrivere potrebbe servirti e se leggi alla velocità media di lettura sul web (che è moooolto veloce, appena dentro la soglia di percezione del testo), ci metteresti solo 2 minuti a finire tutto. Lo so che è il tuo tempo massimo di concentrazione. Non ti sto accusando. Anch'io faccio così. E' che nell'aria c'è un vago senso di solitudine. Perché sospetto che tu non ci sia già più. Te l'ho detto, fai come vuoi.
No, io parlo con te, lettore non occasionale. Che sei qui per tua precisa volontà. Perché su questo blog ci capiti spesso. Lo conosci. Lo ami, lo odi, ti lascia indifferente. Tutte e 3 le cose shakerate e servite fredde. O tiepide. O molto calde. Tu che leggi e intanto pensi "Vai al punto, cazzo, AL PUNTO!" Va bene. Sarò breve. Buffo detto alla riga 17.
Tu probabilmente bevi vino. Se stai ancora leggendo non c'è altra spiegazione. Oppure hai quella "pruderie" del tipo "Vediamo dove va a parare". Purtroppo andrò a parare sul vino. Niente porno o gossip. La cosa dispiace anche a me. Ma di vino parliamo. In pubblico. 
Comunque. Se bevi vino e frequenti questo posto, significa che sei un appassionato. Il tuo livello di passione sono fatti tuoi. Puoi essere un cane da tartufo o una spugna fradicia. Per me è ok. Questa cosa ti può interessare comunque. La cosa è che se bevi ("degusti" se preferisci), è assai probabile che non lo fai da solo. Non voglio neanche pensarci. Lo fai in compagnia. Con gli amici. Coi conoscenti. Con la tua donna. Col tuo uomo. E, magari, stai iniziando a condividere la tua passione. Fai le fotine delle etichette con lo smartphone, le piazzi su FB o Twitter o Instagram. Magari anche tu sei del "porno food&wine". Spii quelle degli altri. E commenti e vieni commentato.
Ora. Mettiamo che tu sia anche curioso e/o appassionato dei vini naturali. Massì, chiamiamoli così, siamo tra amici. Lo so, tu bevi tutto e non hai paletti mentali. A te piacciono i vini "buoni". Puro e semplice. Però facciamo finta che sei molto "dentro" il naturale. Vai alle fiere, sai mettere nella stessa frase corno e letame e dargli un senso compiuto. Non solo. Lo acquisti pure. Di tua spontanea volontà. E una cosa ti sarà capitata. Puoi essere mediamente o altamente o bassamente social. Ma almeno una volta sarà successa. Ci giurerei. Qualcuno ti avrà riso in faccia. Ti avrà detto qualcosa del tipo che cazzo bevi, quei vini puzzano, quei vignaioli ti fregano e "sanno" di fregarti, quei vini sono aceto neanche tanto buono, quei viticoltori sono adoratori di Steiner e Chtulhu e Barbanera, quei vini sono im-be-vi-bi-li. E avrà messo una  per stemperare la tensione. Ma non devi prendertela. Non è personale. Anche se sei vis-à-vis con un tuo (caro) amico e vedi una vena sul suo collo diventare grossa come un pollice. No. Quello (l'amico o conoscente o sconosciuto internauta) non ce l'ha con te. Ce l'ha con un'idea generale. Con una categoria di vini. Con una categoria di persone. Ad un certo punto, in un dato momento, deve aver incrociato un qualche vino naturale e deve aver sentito qualcuno parlarne e deve essersi sentito preso per i fondelli. O per il culo, se preferisci. Qualcuno o qualcosa deve avergli pestato un metaforico callo. Il vino puzzava come una fogna a cielo aperto. Il tipo parlava di cicli celesti e forze cosmiche strabuzzando gli occhi. Qualcosa del genere, non lo so. E si è sentito perculato. Ha pensato che lo stavano prendendo per deficiente mentre, in effetti i deficienti erano "loro". E così si ritrova a generalizzare. Generalizzare è brutto, siamo tutti d'accordo. Alle elementari se generalizzavi ti arrivavano dei tozzoni. Almeno dalle mie parti. Scuola staineriana. Generalizzare=cacca. Lo so io, lo sai tu, lo sa anche lui.  Bisogna distinguere. 
Comunque. Questo tipo che vi ha riso in faccia (metaforicamente o meno), ha sicuramente le sue ragioni. E, diciamo, ora come ora fatica ad approcciarsi ad una certa categoria di vini. E' capace di elencarti in ordine alfabetico i 100 difetti principali di certi vini. Tutte cose vere. E tu, magari, cerchi di ribattergli con i 100 e 1 pregi di certi vini. Per ogni difetto, ci metti un pregio. Più 1. Ma così diventa una guerra dei numeri. Che assomiglia a una guerra dei bottoni. Diventiamo tutto-chiacchiere-e-distintivo. E così mi è venuto in mente di fare una cosa. Una cosa più pratica. Più concreta. Forse. E' come se fossimo seduti di fronte. Io e te. E ti volessi offrire da bere. E so che sei uno difficile, che non vuoi roba "strana". E ho capito (forse) cosa intendi per "strana". E così punto sul sicuro. Non ti voglio mostrare i muscoli. Non ti voglio impressionare. Ti voglio bene e voglio che ti rassereni e voglio incuriosirti. Punto su una bottiglia che ti "deve" piacere. Che è piaciuta al 99% della gente a cui l'ho fatta bere. Alla casalinga di Voghera e al Master Of Wine.
Così ti verso questo vino e te lo presento. Questo è un "Vino Per Deficienti". Mi sto prendendo dei rischi, lo so. Cioè, non sul vino, quello è buono, giuro. Dei rischi con le parole. Deficiente nel senso di "deficere", mancare in qualcosa. E' chiaro. L'equivalente del "dummy" inglese. Che suona meglio. Che forse equivale a "tonto". Che forse si poteva dire "a prova di cretino". Ma deficiente mi piaceva di più, ha quel nonsoche di "mancanza da colmare". Noi della scuola staineriana non abbiamo paura delle parole. Ci siamo sentiti chiamare deficienti 100 volte. E siamo cresciuti.
Un Vino Per Deficienti è prima di tutto un vino buono. Buono nel maggior numero possibile di parametri. Pulito, equilibrato, consistente. Non un vino "cerchiobottista". Non un borghese piccolo piccolo. Non è un vino "bravo ragazzo", pulitino e un po' sciapo. No. E mai splatter, non "gioventù cannibale", un vino che non usa gli effettacci. Un vino che nella sua chiarezza e comprensibilità, nella sua grammatica ineccepibile e nella sua sintassi classica, riesce ad aprirti squarci inediti. Lavora sottopelle. Ha un sottotesto che suona davvero forte. Quasi impossibile non sentirlo. Un sottotesto selvaggiamente ancestrale, contadino e "naturale". Come facciano certi vini ad essere così non lo so. Mica li produco io. Però ci riescono. 
Un Vino Per Deficienti vorrebbe, dovrebbe essere anche una testa d'ariete. Scardina le difese, abbatte le barriere della diffidenza e apre nuovi scenari. Verso una idea di gusto e qualità diversi. Ti cambia e tu non te ne accorgi. Un vino tarlo. E ti ritrovi dal VPD al macerato 360 giorni, alla barbera puzzona ma così affascinante. Forse è troppo. Ma almeno instillare il dubbio. Questo sarebbe già tanto. Oppure uno può bersi il VPD e apprezzarlo e fare spallucce e tornare ad altro. Fate vobis. Peace & Love.
Il bello è che il mondo è pieno di VPD. E ci sarebbe da fare una guida. Tipo uno di quei libretti che vanno tanto adesso. "Wine For Dummies". Magari diventerà una rubrica. Magari no. Non ci allarghiamo.
Comunque, caro lettore esausto, ecco il primo Vino Per Deficienti.

Solobianco 2013- Tenuta Terraviva (Trebbiano, Malvasia, Chardonnay)

A me sono sempre piaciuti questi nomi. Solobianco. Semplicemente Uva. UvaeBasta. Nientepopodimenocheuva. Acchiappano. Se fossi il loro copywriter, mi bacerei in bocca (i copywriter tendono all'amore unidirezionale e impossibile). Sono nomi che trasmettono un'idea di semplicità, naturalezza. Zero trucchi e zero inganni. Il gesto antico di un prodotto della terra, pigiato, lasciato riposare e imbottigliato e portato sulle nostre tavole felici in un pranzo di primavera tra bambini che corrono e coppie che si amano. Un idillio alla Mulino Bianco. Difatti, un idillio solitamente industriale/consumistico/borghese/matusa. Però mi piacciono.  Cioè, fanno il loro sporco lavoro, mi piacciono a livello subliminale, li leggo e Bum!, sono acchiappato. Copywriter, mi freghi e mi fregherai sempre.
Ma il nome non è tutto. Chiaro. E' un contenitore (più o meno) bello da riempire. Il Solobianco 2013 te lo riempie tutto fino all'orlo. Nomen omen. E Tenuta Terraviva una di noi. Scomponiamolo in due parti. Non che il vino sia scomposto. Anzi, ogni componente rema dalla stessa parte. Ma noi scomponiamolo. Parte a) o dell'equilibrio: come si diceva, Solobianco fa della semplicità d'approccio la sua macro-arma, quella che impatta immediatamente chi lo assaggia. L'effetto Wow! del primo impatto. Semplicità derivata da un equilibrio virtuoso tra componenti dure e morbide. Il che significa impatto al naso senza sbavature che siano pungenze o mollezze. Primariamente intenso e fruttoso senza effetto caramella. Intenso e pulito dove la mano enologica sembra intervenuta solo per pulire l'acino e passartelo da mordere. In bocca. Dove ritrovi tutto il naso e qualcosa di più. La dolcezza, una composta acidità, perfino un qualcosa che è un ricordo di tannino, una componente rugoso che innerva il sorso.
Parte b) o e-adesso-qualcosa-di-completamente-diverso: dove l'effetto Wow! non svanisce ma, anzi, raddoppia. Perché in mezzo a tutto questo equilibrio/immediatezza, a questa beva da pilota automatico, a questo Trangugia-E-Divora,  ad un certo punto scatta la 5a marcia. O il 6° senso. Col passare dei minuti, col vino che si arieggia e si scalda, tutto diventa più complesso. Parte un sottofondo, il sottotesto di cui si diceva prima. Una nota speziata e terrosa. Che non è ossidazione. Il vino rimane saldo e dritto. Un rimando alla lontana a certi macerati non estremi. Quel richiamo a una fragranza bucciosa che non copre niente ma accompagna e innalza. Uno strato che si sovrappone all'altro. Vuoi della dolcezza? Dai un morso a questa pesca matura. Vuoi un tocco di asprezza per ripulirti la bocca? Beccati 'sto alkekengi. Vuoi pure l'esotico? Un pizzico di cannella e chiodo di garofano. 
E così ci ritroviamo un vino a buccia di cipolla. Multistrato. Multitasking. Il mio e tuo drink vigoroso. Un vino per deficienti. Un vino per me e per te.

mercoledì 8 maggio 2013

Trebbiano 2000, Valentini di Andrea Della Casa



Il millesimo 2000 è considerato una piccola annata a Loreto Aprutino, caratterizzato da poca luce e piogge. Essendo il mio primo assaggio di Valentini non ho possibilità di paragone, ma se questa è una piccola annata sono molto curioso di assaggiare le altre.
Due cose però potrebbero confermare questa ipotesi.
Il colore decisamente tenue, un dorato appena accennato, e un sorso leggermente diluito (sia chiaro stiamo entrando nel territorio della maniacalità).
Tremo un po’ all’apertura quando il tappo sembra abbia patito il peso degli anni e si sfalda in più pezzi, ma fortunatamente i miei timori risultano infondati.
Il Trebbiano 2000 al naso pare un grande riesling renano quando un ampio ventaglio di idrocarburi si appropria subito della scena. Poi pian piano si ergono note di melissa e pera matura, un sentore di vaniglia che ricorda più il gelato alla crema che il legno di barrique, pungenze come di biancospino e poi ancora sono dolcezze di frutta tropicale che si rivelano col passare dei minuti.
E’ incredibilmente cangiante questo vino, dinamico e profondo. Col trascorrere del tempo si apre e rivela un volto sempre diverso.
L’ingresso in bocca è una bolla morbida, appena ammandorlata, che racchiude in sé una sapidità vibrante e penetrante. Una mineralità dritta e decisa.
Caloroso, con una sostanza polputa celata parzialmente dietro ad una scorrevolezza fluida e snella.
E poi arriva anche una fresca acidità citrina a corroborare la beva che è
comunque riflessiva, meditativa, non superficiale.
Persistenza lunga e ricordo vivido.
Avercene di annate così.


P.S. per un interessante confronto potete leggere qui l'annata 2002 raccontata da Niccolò

mercoledì 12 settembre 2012

Trebbiano 2002, Valentini. Di N. Desenzani


Mi ha colpito quello che risponde Josko Gravner in un’intervista alla domanda su quali vini gli piaccia bere a parte i suoi: confessa di non bere più i suoi vini vecchi filtrati e afferma che per lui il vino “oltre ad essere buono, deve contenere batteri, enzimi e lieviti”.
Ricordo che in un’altra intervista egli ammetteva di apprezzare i vini di Valentini.
Io credo proprio perché contengono batteri, enzimi e lieviti.
In una parola, perché sono vini vivi.

Per me questa vitalità è un chiodo fisso e aborro la filtratura come il Diavolo l’Acqua Santa. La mia avversione per questa pratica è tale che mi sono scaricato l’app “Torcia” dell’Iphone col preciso intento di poter guardare dentro alle bottiglie e farmi un’idea sulla consistenza della materia ivi racchiusa.
Ok potete farmi un TSO, a questo punto.


Fino a ora la mia esperienza con questo produttore leggendario  si limitava a due bottiglie di Cerasuolo 2003, un bicchiere di Trebbiano 2005, un sorso di 2008 e uno anche di Montepulciano d’Abruzzo.
Grazie a un amico che negli ultimi anni ha avuto occasione di comprarne un po’ di tutte le annate, ho potuto bere questo nettare e trovare conferma della peculiarità di questi splendidi vini vivi.
Il tappo è di ottima fattura, ma ho avuto l’impressione che fosse molto morbido e quasi friabile all’interno, come se volesse fondersi con la materia animata che teneva imprigionata.  
E il primo sbuffo al naso è nettamente solfidrico, in barba al modernismo tanto osannato. Ma basteranno pochi minuti perché questa puzzetta si dilegui completamente e lasci spazio al vino.
Goloso.
Perché io trovo che i vini di Valentini che ho assaggiato avessero proprio la golosità e la beva iperuranica come carattere primario.
Poi una miriade di suggerimenti sia al naso che in bocca: caramello e mou, erbe aromatiche (salvia e rosmarino), frutta esotica, miele, Vov… e sul palato un equilibrio sospeso fra le spezie e il burro, fra il metallo e la piuma d’oca, e imperante, fisso e incancellabile il gusto dell’uva matura e succosa.
Come ho avuto modo di dire a proposito di un Barbacarlo, il vino è così cangiante e così parlante che diventa esso stesso un commensale: così mentre si parlava ogni tanto uno di noi usciva con un commento estemporaneo su una qualità, un’emozione, una sfumatura del vino.
E un residuo carbonico si accendeva a intermittenza.
Ma non voglio star qui ad arricchire di fronzoli il racconto, perché in un certo senso tradirei lo spirito di questo vino. Che è infine franco e solo da bere.
A vasche.