Ricordo che in un’altra intervista egli ammetteva di apprezzare i vini di Valentini.
Io credo proprio perché contengono batteri, enzimi e lieviti.
In una parola, perché sono vini vivi.
Per me questa vitalità è un chiodo fisso e aborro la filtratura come il Diavolo l’Acqua Santa. La mia avversione per questa pratica è tale che mi sono scaricato l’app “Torcia” dell’Iphone col preciso intento di poter guardare dentro alle bottiglie e farmi un’idea sulla consistenza della materia ivi racchiusa.
Ok potete farmi un TSO, a questo punto.
Ok potete farmi un TSO, a questo punto.
Fino a ora la mia esperienza con questo produttore leggendario si limitava a due bottiglie di Cerasuolo 2003, un bicchiere di Trebbiano 2005, un sorso di 2008 e uno anche di Montepulciano d’Abruzzo.
Grazie a un amico che negli ultimi anni ha avuto occasione di comprarne un po’ di tutte le annate, ho potuto bere questo nettare e trovare conferma della peculiarità di questi splendidi vini vivi.
Grazie a un amico che negli ultimi anni ha avuto occasione di comprarne un po’ di tutte le annate, ho potuto bere questo nettare e trovare conferma della peculiarità di questi splendidi vini vivi.
Il tappo è di ottima fattura, ma ho avuto l’impressione che fosse molto morbido e quasi friabile all’interno, come se volesse fondersi con la materia animata che teneva imprigionata.
E il primo sbuffo al naso è nettamente solfidrico, in barba al modernismo tanto osannato. Ma basteranno pochi minuti perché questa puzzetta si dilegui completamente e lasci spazio al vino.
Goloso.
Perché io trovo che i vini di Valentini che ho assaggiato avessero proprio la golosità e la beva iperuranica come carattere primario.
Poi una miriade di suggerimenti sia al naso che in bocca: caramello e mou, erbe aromatiche (salvia e rosmarino), frutta esotica, miele, Vov… e sul palato un equilibrio sospeso fra le spezie e il burro, fra il metallo e la piuma d’oca, e imperante, fisso e incancellabile il gusto dell’uva matura e succosa.
Come ho avuto modo di dire a proposito di un Barbacarlo, il vino è così cangiante e così parlante che diventa esso stesso un commensale: così mentre si parlava ogni tanto uno di noi usciva con un commento estemporaneo su una qualità, un’emozione, una sfumatura del vino.
E un residuo carbonico si accendeva a intermittenza.
E un residuo carbonico si accendeva a intermittenza.
Ma non voglio star qui ad arricchire di fronzoli il racconto, perché in un certo senso tradirei lo spirito di questo vino. Che è infine franco e solo da bere.
A vasche.