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martedì 10 marzo 2015

Metti una sera per caso al Tabarro....

di Cristian Quarantelli

Ieri sera per caso al Tabarro ho scoperto tre vini fantastici grazie ai consigli dell'oste, persona squisita ma di cui ora mi sfugge il nome e per questo chiedo scusa, sempre gentile e disponibile pronto a farti assaggiare qualsiasi vino prima di farti scegliere il preferito. Il grande Diego ieri sera non era presente.

Il primo vino, un Syrah di Aldo Viola, di Alcamo... il vino che non ti aspetti... boom... la freschezza e l'eleganza del rodano e i profumi della macchia... il tutto fa da sfondo a una beva incredibile. Bellissima scoperta.


Il secondo vino un Corbières bianco a base grenache gris principalmente e un pò di grenache blanc di Maxime Magnon, un piccolo produttore della Languedoc. Questo 2013 è un vino da dimenticarsi in cantina, grandissima acidita, sorso pieno ma dritto come una lama.. i dodici mesi nel legno si sentono e si devono amalgare ma gia ora è un bicchiere di grande soddisfazione. La cosa che mi ha colpito particolarmente è il colore verde e limpidissimo del vino.



Infine l'ultimo vino, il più estremo, un vino che definirei "La Bella e la Bestia"... Il Roc di Domaine Vinci, dall'estremo sud della Francia a due passi dai Pirenei. Grenache e Carignan senza solfiti aggiunti... al naso ruggisce in bocca accarezza. Un vino sul filo del rasoio tra la bestialità dei profumi e l'eleganza e la ricchezza della bocca.
Assolutamente da vedere le foto sul loro sito http://www.domainevinci.com/




Insomma tre vini vivi, tre belle scoperte da approfondire.
A presto!
Cristian

TABARRO 
Mescita e dispensa - Posto di ristoro
Strada Farini 5/b - 43100 Parma
 




mercoledì 12 settembre 2012

Trebbiano 2002, Valentini. Di N. Desenzani


Mi ha colpito quello che risponde Josko Gravner in un’intervista alla domanda su quali vini gli piaccia bere a parte i suoi: confessa di non bere più i suoi vini vecchi filtrati e afferma che per lui il vino “oltre ad essere buono, deve contenere batteri, enzimi e lieviti”.
Ricordo che in un’altra intervista egli ammetteva di apprezzare i vini di Valentini.
Io credo proprio perché contengono batteri, enzimi e lieviti.
In una parola, perché sono vini vivi.

Per me questa vitalità è un chiodo fisso e aborro la filtratura come il Diavolo l’Acqua Santa. La mia avversione per questa pratica è tale che mi sono scaricato l’app “Torcia” dell’Iphone col preciso intento di poter guardare dentro alle bottiglie e farmi un’idea sulla consistenza della materia ivi racchiusa.
Ok potete farmi un TSO, a questo punto.


Fino a ora la mia esperienza con questo produttore leggendario  si limitava a due bottiglie di Cerasuolo 2003, un bicchiere di Trebbiano 2005, un sorso di 2008 e uno anche di Montepulciano d’Abruzzo.
Grazie a un amico che negli ultimi anni ha avuto occasione di comprarne un po’ di tutte le annate, ho potuto bere questo nettare e trovare conferma della peculiarità di questi splendidi vini vivi.
Il tappo è di ottima fattura, ma ho avuto l’impressione che fosse molto morbido e quasi friabile all’interno, come se volesse fondersi con la materia animata che teneva imprigionata.  
E il primo sbuffo al naso è nettamente solfidrico, in barba al modernismo tanto osannato. Ma basteranno pochi minuti perché questa puzzetta si dilegui completamente e lasci spazio al vino.
Goloso.
Perché io trovo che i vini di Valentini che ho assaggiato avessero proprio la golosità e la beva iperuranica come carattere primario.
Poi una miriade di suggerimenti sia al naso che in bocca: caramello e mou, erbe aromatiche (salvia e rosmarino), frutta esotica, miele, Vov… e sul palato un equilibrio sospeso fra le spezie e il burro, fra il metallo e la piuma d’oca, e imperante, fisso e incancellabile il gusto dell’uva matura e succosa.
Come ho avuto modo di dire a proposito di un Barbacarlo, il vino è così cangiante e così parlante che diventa esso stesso un commensale: così mentre si parlava ogni tanto uno di noi usciva con un commento estemporaneo su una qualità, un’emozione, una sfumatura del vino.
E un residuo carbonico si accendeva a intermittenza.
Ma non voglio star qui ad arricchire di fronzoli il racconto, perché in un certo senso tradirei lo spirito di questo vino. Che è infine franco e solo da bere.
A vasche.