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Visualizzazione post con etichetta Garganega. Mostra tutti i post
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lunedì 12 gennaio 2015

Enofeste a tappe (aka neuroni festivi)

di Niccolò Desenzani

Il periodo delle feste di fine anno generalmente regala momenti enoici significativi. Ci prepariamo al meglio per godere i vari fasti colla speranza che siano sempre il meglio del piacere.
Non sempre le bottiglie sono all’altezza, qualche volta invece ci concediamo qualcosa fuori dall’ordinario, e veniamo ripagati.
Nel mio caso sono state svariate le bottiglie stappate, complici i vari ponti che hanno trasformato il periodo in una vera e propria vacanza.

Nei giorni precedenti le feste, ho avuto un bisogno fisiologico di Langhe, che però ha trovato solo limitata soddisfazione:
una discreta
Freisa Toetto 2010 Mascarello Giuseppe
seguita da una ben impostata
Barbera 2009 Cappellano
che però poi rimane immobile e non esplode, come dovrebbe fare una buona barbera dialogando con l’aria.
Va peggio ancora il
Nebiolo 2009 Cappellano
con qualcosa di fisso e irrisolto che ne pregiudica la beva. Cavolo io ricordo la 2006 come un vino emozionante…

La sera del 24 due sicurezze non si sono smentite:
Roncaie “sui lieviti” 2013 Menti
in forma smagliante (ma quando non lo è stato?)
e
Pian del Ciampolo 2011 Montevertine
in un periodo di splendore; ogni bottiglia leggermente diversa dall’altra, ma è sbocciato e la sua imprecisione dona momenti di vero piacere. I vini base per me dovrebbero essere come questo: grande beva, freschezza e tanti piccoli squilibri che rendono il vino sempre in movimento, mai stancante e sempre pronto a dare sorprese papillari.





Il giorno di Natale, in trasferta a Masserano, nel biellese, ho giocato in casa. Immancabili
Lessona 2009 Proprietà Sperino
Uvaggio 2011 Proprietà Sperino
sempre grandi vini che non deludono. Anzi sono un manifesto del “nebbiolo State of mind”!
La sera, la cantinetta della campagna regala un
Bramaterra 2000 Tenute Sella
in perfetta forma. Bello, senza fronzoli, senza sconti. Ferroso, sapido, antiruffiano.

Grande delusione, ma credo sia colpa di una cattiva conservazione, per il
Rosso di Montalcino 2010 Paradiso di Manfredi
con un fortissimo sentore di lana bagnata, estremo e fastidioso. Si intuisce la bella materia, ma così  è una bevuta che poco appaga.


Si parte finalmente! La sera del 27 arriviamo in Liguria, dopo un viaggio in mezzo alla pianura innevata. Fa un gran freddo e il vento ne accentua l’effetto. Così decido di aprire
Tenores 2009 Dettori
che coi suoi oltre 17 gradi mi pare in tema.
La carbonica lo pervade e equilibra una leggera tendenza dolcina. Il gusto è una ventata sferzante di macchia e chinotto. Punto d’incontro fra il buon chinotto e un barolo chinato, va giù come fosse il primo e cosa che io trovo inspiegabile l’alcool non si sente nè al sorso nè per i suoi effetti. Misteri di Badde Nigolosu (anche se mi pare Alessandro Dettori qualcosa avesse spiegato su questo miracolo).
Nei giorni seguenti studio i Nero d’Avola gemelli di Gueli:
Calcareus e Erbatino 2009 Gueli
l’uno su suolo appunto calcareo, l’altro su suoli particolari (trubi, sedimenti calcareo marnosi (gesso)). Non è facile discernere le differenze di questi due vini nel bicchiere; di certo il Calcareus, con 13 gradi alcolici, manifesta un carattere goloso al limite del ruffiano, mentre il fratello, con 13,5, ha un contegno appena più austero. Comunque vini impeccabili, che declinano il nero d’Avola in modo a me inedito. Lontano da certe espressioni ipervarietali del sud est siciliano. Davvero una sorpresa. La vinificazione è precisa e restituisce vini di un’integrità rara. Una materia a rischio di debordare, che secondo me darà il meglio con l’invecchiamento. Questa la mia impressione. Serve tempo per trasformare l’energia di quei vini in forme più sottili.

Con gioia sono tornato da Noberasco in quel di Cisano sul Neva. L’ultima volta ero stato due anni fa e il produttore usciva da una brutta malattia. L’ho trovato meglio, per fortuna. All’assaggio dalle vasche mi si conferma sempre qualcosa di vocato. E stupisce l’incredibile finezza ed equilibrio del suo
Rossese 2014 Noberasco
In poco più di tre mesi una trasformazione da uva a bevanda incredibilmente elegante.
Gentilmente mi riempie qualche bottiglia al momento. Questo rossese, che dice essere della varietà di Campochiesa, che matura solo in quel della piana di Albenga grazie alle caratteristiche pedoclimatiche particolarissime, con un saldo di petit syrah, verrà tracannato qualche giorno dopo durante un barbeque di carni bianche. Un colpo al cuore.




La sera dell’ultimo dell’anno siamo nell'Alta Langa, a Niella Belbo, da amici.
Io porto una magnum di
Prosecco 2013 Casa Coste Piane
Sempre buonissimo; universale della piacevolezza, alla faccia degli Ziliani che col Prosecco devono sempre essere astiosi.
La cena prevede pesce (e io che avevo previsto una magnum di Sangiovese Massavecchia!), così riparo con due annate di
Barbarossa 2011 e 2012 Punta Crena.
Rosato dal vitigno  omonimo autoctono della zona di Finale Ligure; dimostra un carattere molto particolare, coniugando una certa quasi dolcezza con una acidità infiltrante.
Lo
Spumante “Varigotti” Punta Crena
è abbastanza anonimo, ma rifugge da sentori bananosi e preserva in parte la freschezza della lumassina, vitigno dal quale proviene, sebbene penalizzata da un dosaggio appena troppo dolce per i miei gusti. Per 10 euro comunque una promozione meritatissima.
Buono, ma infine forse un po’ poco incisivo il
Piedirosso 2012 I Cacciagalli
Vinificazione in anfora e tutte le cure per questi vini che hanno una bellissima impostazione. La mente corre verso qualche cab franc della Loira, in zona vin de soif.





Infine l’ultimo giorno di Liguria, in astinenza da visite in cantine, chiamo Cascina delle Terre Rosse, che mi riceve con cortesia immensa e finalmente vedo dove nascono questi vini. Il posto è incantevole e la cura in vigneto è impressionante. Si lavora in regime non chimico, con inerbimenti scelti fra favino e senape e quel che serve di anno in anno. Lo sfalciato poi diverrà parte integrante del terreno. I tre vini più noti della cantina, Vermentino, Pigato e Pigato Apogeo, sono il risultato di una cura maniacale anche in cantina, ma sono prodotti che cercano consenso sul territorio, e non necessariamente fra gli enostrippati. Quindi l’obiettivo è stabilità, pulizia, limpidezza a tutti i costi; per di più con la scelta di non fare malolattica. Quindi filtrazioni spinte e solfiti intorno ai 100 mg/l. In bottiglia la qualità dell’uva è percepibile, ma siamo molto lontani dal mio gusto. Viceversa un assaggio da barrique del bianco selezione “Le Banche”, da uve vermentino e pigato, opalescente dei suoi lieviti (ancorché selezionati), fa capire quanto potenziale ci sia da queste parti. Purtroppo il Solitario, da uve granaccia e rossese, non l’ho potuto assaggiare e la bottiglia esce sui 40 €.
La sera stappo
L’Acerbina 2013 Cascina delle Terre Rosse
da uve lumassina. Conferma di qualità impeccabile, ma siamo in zona bibita. Ah, la prossima volta che sento la storia della solforosa che fa venire il mal di testa, sbrocco. È un bufala che continua a circolare.


Al mio ritorno a Milano ho convertito un bonus con l’enoteca di fiducia in una bottiglia di
Rosato 2007 Massa Vecchia
Cercavo la 2010, ma mi è capitata questa annata mitica. Peccato perché il vino, forse per la conservazione non ottimale, era ben poco integro. All’aspetto verso il marrone, manteneva ancora un po’ della sua forza in bocca, ma non era nemmeno parente del vino che ricordo nettamente dagli assaggi precedenti e piuttosto recenti. L’enotecario non è stato d’accordo con la mia valutazione e mi ha concesso un cambio con la 2010, dovendo però aggiungere metà del prezzo. Speriamo che sia buona, perché a sto punto è la bottiglia più cara che io abbia comprato da un bel pezzo!

martedì 23 settembre 2014

2011 Odissea nella garganega


di Niccolò Desenzani



Disclaimer: Questo post è una marketta! Perché Francesco Maule mi ha omaggiato di quattro bottiglie di Pico dell’annata 2011 di cui i tre cru Taibane, Monte di Mezzo e Faldeo, imbottigliati a inizio agosto 2012, e l’assemblato Pico tout-court, imbottigliato a febbraio 2013.
(In realtà Francesco, con grande gentilezza e senza che fosse dovuto, ha voluto riparare a un’esperienza con una bottiglia di Pico non in ordine, sostituendosi all’enotecario che non aveva voluto fare fronte)
Ma soprattutto è una marketta perché io sono un grandissimo estimatore di questo vino e i miei giudizi tenderanno naturalmente all’enfasi positiva .

Tuttavia, perché questa storia avesse un senso ancor più compiuto, ho cercato di aprire le bottiglie in una circostanza che fosse memorabile; dalla quale, in particolare,  potesse discendere un post che desse rilievo all’esperienza “orizzontale”.
L’occasione me l’ha fornita un amico, bevitore curioso, ma non afflitto dal nostro iperassaggismo maniacale, il quale stentava a credere che i suoli fossero così caratterizzanti per il vino. Insomma esprimeva un sano scetticismo contro il nostro iperterroirismo aprioristico.
Ma da terroirista in erba non potevo non cogliere il guanto della sfida; e così coinvolgevo un altro amico anch’esso esente da ismi enoici, ma di palato finissimo, grande sensibilità e capacità descrittive.
Così, una sera di fine agosto abbiamo fatto questa orizzontale 2011 del Pico, che ho battezzato “2011 Odissea nella garganega”.
Ho scelto di partire dapprima con solo due vini. Le degu di vini simili non sono così facili come uno se le immagina e il palato va ben tarato prima che emergano le differenze. Ho puntato su due cru più “distanti”, o almeno tali io li vedevo dagli assaggi precedenti: il Taibane e il Faldeo.
Ricordavo il primo più pieno, più fruttato, appena più alcolico versus il secondo più magro, più birroso, forse un po’ più spigoloso, ma di una beva formidabile.
Va tenuto in conto che, essendo questi vini vivi, essi hanno continuato a mutare nel bicchiere durante il corso della serata, risultando a tratti più simili a tratti molto ben distinti.
Il carattere quasi fermentativo del Faldeo e qualche durezza in più ne hanno decretato un giudizio di “vino più difficile”, mentre il fratello Taibane, col suo carattere più sinuoso e la maggiore completezza ha ammaliato e si è fatto amare (notevole la sapidità). Qualcuno a tratti era estasiato.
Interessante assaggiare insieme il Monte di Mezzo, con un carattere molto più understatement rispetto ai fratelli, più classico forse, un po’ meno incisivo. Ma io non escludo che su cibi delicati e in atteggiamento disimpegnato, possa trovare la chiave della sua eccellenza.
Dopo aver assaggiato questi tre vini da affinamento preimbottigliamento breve, con la loro esplosività, la loro tensione, la loro dinamicità, l’assaggio del Pico 2010 tout court risulta più strutturato, ma forse meno fragrante. Ancora una volta però un grande vino da un grande vitigno su questi suoli.
Quattro bottiglie in perfetta salute, che dipingono quattro volti della garganega a Gambellara. Che sono fra i migliori testimoni dei vini senza nulla oltre l’uva e che incredibilmente hanno resistito all’assaggio non solo il giorno dopo, ma persino a distanza di sei giorni, al mio ritorno velico dalla Croazia (ma lì ognuno ha la propria vigna? da esplorare!).




mercoledì 5 febbraio 2014

I Pico 2011, La Biancara

di Niccolò Desenzani



Per un caso mi son capitate fra le mani e poi nel bicchiere due bottiglie del Pico di Maule del 2011 provenienti da due distinti vigneti (o zone, non lo so): Taibane e Faldeo.
Le ho poi ricercate senza successo. Sembra che siano misteriosamente scomparse o comunque terminate, mentre nell’enoteca sotto casa ho avvistato un Pico 2011, senza specifiche di cru. Manca all’appello il terzo cru, Monte di Mezzo, di cui non ho proprio trovato traccia.
Con rassegnazione tiro parziali somme su questo vino in quest’annata, e chissà che questo post non smuova a pietà il Maestro Maule o qualcuno dell’entourage e saltino fuori delle altre bottiglie!
Se il 2010 era già un vino di bontà entusiasmante, in un ricco equilibrio di fresco vulcanico e morbidezza, l’assaggio del Faldeo 2011 mi ha letteralmente esaltato, anzi potrei usare più correttamente elettrizzato. 12.5 gradi di tensione beverina a livelli quasi mai provati, in un vino così fresco e leggero e nello stesso tempo vulcanico e "garganico" che per me è la quadratura di un vitigno-terroir.
Poi qualche settimana dopo recupero la seconda bottiglia, che credevo fosse uguale e invece era il Taibane 2011. 13 gradi questa volta di Garganega solare, un po’ meno tesa, appena più ridotta all’apertura con conseguente sviluppo di golosità caramellose e fruttosità. Anche in questo caso la beva è oltre l’umanamente resistibile e la bottiglia si svuota in un amen.
Vini così, senza solfiti aggiunti, rappresentano un traguardo che mi lascia attonito.
Per me sono fra le cose più buone mai bevute.
E sono un inno alla territorialità e al rispetto del vitigno, sempre riconoscibilissimo e caratterizzante negli assaggi.
Applausi.





PS (Nota dolente) Per spirito di completezza, dopo aver messo in bozza questo post, ho acquistato una bottiglia di Pico tout-court 2011 (il lotto risulta febbraio 2013, 6 mesi precedente dopo i cru!). Ho resistito poco perché se lo pensavo come unione virtuosa dei precedenti assaggi, non potevo che aspettarmi qualcosa di straordinario. E invece. Invece quello che è uscito da quella bottiglia era un maceratone ammorbidito dalla botte, dove i sentori più varietali della garganega erano assenti, per dar spazio a una linea aromatica da orange wine generico, e poi nel giro di mezz'ora il gusto è caduto a picco nel sapore di cotica (ho scoperto che i miei omologhi emiliani usano questo termine per indicare quello che io chiamo sapore di topo). Risultato: oltre mezza bottiglia rimasta, imbevibile. Questa volta non mi sono arreso di fronte alla deriva batterica e ho deciso di riportare la bottiglia all'enoteca, se non altro per avere un confronto sulla questione e considerando che l'enotecario vanta una grande serietà professionale. Infatti ha voluto assaggiarla e inoltre ne aveva una dello stesso lotto aperta dallo stesso tempo della mia in frigo. Bene, né lui né il suo dipendente trovano difetti al gusto né nell'una né nell'altra, anche se devono riconoscere che i colori dei due vini sono diversi (la loro quasi paglierina e appena velata, la mia gialla e più torbida). Io assaggio la loro ed era sana e riassaggio la mia ed era cotica. Non c'è stato verso, l'enotecario mi ha guardato come fossi pazzo e ha detto che non poteva farci niente. Ho esibito il miglior sorriso che riuscissi e ho salutato. Mi hanno detto "e la bottiglia?" e io "tenetela, tanto la lavandinerei".
Morale della storia una bottiglia difettata; ci sta. Tuttavia il sapore di topo/cotica è ormai un'evenienza frequente nei miei assaggi noso2 e se le due bottiglie dei cru erano state una straordinaria sorpresa questa mi ha fatto tornare coi piedi per terra. Peccato non aver bevuto una bottiglia di Pico 2011 sana. 
Ma col cavolo che mi gioco altri 18 euro per riprovarci!

PPS Avvistato e acquistato in modo bizzarro anche il Monte di Mezzo da Andrea Primobicchiere.

credits to @primobicchiere per le foto col bianco più caldo

martedì 31 dicembre 2013

We are so bubbly

Abbiamo pensato di pubblicare, uno a testa, con lo spirito del Memorabilia a.d. 2013, i nostri “frizzanti” da bere insieme a voi lettori, stasera alla fine di quest’anno e all’inizio del prossimo.
Inizialmente avevo scelto uno Champagne, poi a mano a mano che gli amici aggiungevano i loro vini, ho percepito una disfasia fra la mia scelta (sia pure legittima e giustificata) e le loro.
La brigata ha messo in crisi la mia visione (forse un po’ conformista) del frizzante di fine d’anno scegliendo quasi tutti vini italiani, questa scelta apparentemente sciovinista mi ha molto colpito, proprio perché i miei compagni di viaggio sono tutt’altro che sciovinisti e campanilisti.
Alcuni di questi vini sono dei metodi ancestrali, delle rifermentazioni in bottiglia, uno è un rosso e hanno un incrinato il mio immaginario da festa con cotillon.

Per cui ho deciso due cose:
prima cosa, mettere due vini (in palese violazione alle nostre regole interne!)*;
seconda cosa, mettere il vitigno che nell’ultimo anno abbiamo più assaggiato e promosso e col quale abbiamo costruito delle belle occasioni d’incontro e confronto: la Barbera.
Ringrazio Rossana, Vittorio, Niccolò, Riccardo, Andrea, Eugenio, Daniele, Diego, Sergio, Mauro che ogni giorno minano alle basi le mie più solide convinzioni riportandomi sulla Terra, ricordandomi di dubitare di ogni cosa e di demolire i miei schermi conformisti.
Noi siamo così frizzanti!

Lo Stravagante, Brut, barbera in rosso, metodo classico – Laiolo Reginin

L’Attaccabrighe, Dosaggio zero, barbera, blanc de noir, VSQ – Togni Rebaioli con lo zampino di Michele Loda
Gente informata mi ha detto che mentre degorgiavano alla volèe da Michele Loda L’Attaccabrighe, si beveva Lo Stravagante, non ho altre parole da aggiungere.

Luigi

d.zero Metodo Classico Rosé, Giuseppe Milazzo
Pas Dosé da Inzolia rosa e Chardonnay.
Elegante riflesso di un sofisticato, cangiante e luminoso rosa, finissimo e infinito perlage, si svelano i sentori esperidati di néroli e pompelmo rosa, arriva calda la profondità di lampone e melagrana, succoso, incisivo il bilanciamento della mineralità salina sull’acidità.
Rossana

Pignoletto Frizzante Sur Lie 2010 - Alberto Tedeschi, il vino dell'amicizia, un giovane produttore sui generis, un'uva poco famosa ma che ha il cuore grande, da bere a secchi non solo a capodanno.

Vittorio 


Vinudilice 2010 - I Vigneri
E siccome io sono uno snob, ma avevo trovato lo splendido Particella 128 di Vanni "5Campi" Nizzoli per redimermi, ma me l'hanno fregato, farò l'ultrasnob e metterò il Vinudilice 2010 de I Vigneri, che non sarebbe una bolla, ufficialmente, ma lo è per propria scelta, in bottiglia. E dal 2011, pare che abbia ottenuto lo status! Buon 2014 à tout le monde!

Niccolò


Brut Nature 2010 - Barranco Oscuro
Agile e croccante, con una fresca acidità "lambiccheggiante" che disseta la sete! Da mescita compulsiva. 

Andrea

Cuvèe Augusto Primo  2009 Brut Nature -  Mattia Filippi
Chardonnay in purezza, inizia floreale un poco timido (forse causa troppo freddo, mea culpa) poi si distende con un bel finale agrumato, fine e persistente. Da volerne ancora e ancora.


Mauro

Crémant 2004 Blanc de Blanc Brut - Casa Caterina
Solo lo stile di Aurelio Del Bono può creare uno Chardonnay in purezza a questi livelli. La quintessenza dei profumi, un vero godimento: diretto, diritto e cremoso. Scorretto, "clandestino" ma risolutivo. Arrivati qui, è difficile tornare indietro.

Riccardo

Roncaie Sui Lieviti (ex Garganega Sui Lieviti) 2012 - Giovanni Menti
Se Jay-Z fosse veneto, altro che Cristal e Ace Of Spade: Garganega Sui Lieviti a go go e giù con un flow che spacca. Che intanto con un Cristal te ne compri 100 di Roncaie. E, per dire, dopo un sorso, tutte le donne diventano la tua Beyoncé. Yo.

Eugenio


Rio Degli Sgoccioli 2011, Vino Spumante Dosaggio Zero - Cinque Campi
Per la serie "famolo strano", solo il genio di Vanni Nizzoli poteva concepire un metodo classico di Lambrusco Barghi.
A metà strada tra la mineralità fumè di una Schiava della Val Venosta e la rusticità grezza di un lambruscone della bassa padana.
Nel mezzo anche tanta finezza.

Daniele

*comunque ricordate che io sono il capo e che le regole sono fatte per essere violate!

martedì 24 dicembre 2013

Passito della tradizione (2011 senza annata) Giovanni Menti



Passito della tradizione recita in etichetta.
Frizzante!
Mi incuriosiva molto e l’ho voluto assaggiare e la sensazione è che sia un vino virale.
Nella mia accezione il vino virale è quello che non stupisce subito con effetti speciali ma entra con il suo Rna nel cervello del bevitore e poi piano piano lo colonizza.
E diventa un vino necessario, una dipendenza fisica.
Ma lo fa per per successivi avvicinamenti.
Ora che l’ho finito sento di avere bisogno di una altra bottiglia per capirlo, per approfondire quelle sensazioni amarognole di caramello e la dolcezza delicata quasi negata dalle bollicine golose, quel colore ambrato ancestrale.
Nel cervello da qualche parte sento urlare Ancora!
Kempè

Luigi


Ps
Garganega appassita per sei mesi, poi fatta fermentare in cemento e imbottigliata con residuo zuccherino che fa ripartire la fermentazione e crea anidride carbonica.

mercoledì 15 maggio 2013

Garganega e vulcanismi



Il Funambolo
splendeva tutto camminando sulla sua fune, sotto la luna,
con una superba destrezza che dissimulava il rischio e la
fatica, e perfino il travaglio dell’arte.
E i suoi movimenti, quasi oscillasse su due lievissime
ali,
e quel timore in noi: ”cade, non cade”, ”cade, non cade”,
diventava un canto immenso, invulnerabile, profondo
che colmava di fiducia la notte intera, e il tempo tutto fino
al futuro più remoto.
Che colmava di gioia perfino il sonno di quanti già dormivano
sotto le verande di legno, sui balconi, sulle terrazze o distesi sull’erba.

Ghianni Ritsos


Appunti sparsi fra Villa Favorita, ViVit e Sorgente del Vino.
In queste tre occasioni ho assaggiato Garganega di Gambellara e di Soave e le sensazioni organolettiche che ho percepito mi hanno posto delle domande alle quali ho risposto empaticamente così.
Gambellara figlia di una doc minore, come spesso accade (in Francia nel Beaujolais, nella Loira, nello Jura), a causa della sua posizione ancillare ha stimolato i produttori verso la sperimentazione e la ricerca e i vini mi sono parsi molto coerenti tra loro e molto distanti dai vicini di Soave (sensazioni, percezioni e non assaggi sistematici, sia chiaro).
Più materia; territorio trascinato dalle bucce nel liquido, intensità e mineralità di sale, mista a maturazioni calde quasi ossidanti, timbri eterei e affumicati nei vini dei ragazzacci di Gambellara.
Un gioco affascinante fra eleganza e trasandatezza.
Un’enologia Wabi Sabi.
Un gioco iconoclasta.
Un gioco in levare (solforosa e interventi enologici) per avere di più.
Come il funambolo di Ghianni Ritsos in perenne alternanza fra l’equilibrio e la caduta rovinosa.
Mi sono piaciuti molto i vini di Gambellara di Stefano Menti e Davide Spillare, il primo più timido nelle sue azioni dettate dalla responsabilità di una azienda storica di famiglia, il secondo mosso dall’incoscienza della gioventù.
Il territorio spremuto dalle mani dei vigneron.
Mi sono piaciuti anche i Soave di Filippi, molto francesi nel loro nitore delle vinificazione in parcelle, pulizia ed eleganza sono il loro obiettivo.
La sensazione è stata, però, che l’eccesso di precisione alla fine svuoti di senso perché ci si ostina a ricercare la forma e non il contenuto, l’involucro è visto come fine ultimo.
Ma sicuramente sbaglio e forse a me in questo momento della mia vita piacciono un po’ di più i vini leggermente imperfetti e ruvidi che meglio si confanno alla mia umana imperfezione.

Ho assaggiato a più riprese:







Giovanni Menti
Monte del Cuca 2010 (macerazione di 40gg)
Riva Arsiglia  2011 (vigne di 60 anni)
Paiele 2011


















Davide Spillare
Rugoli vecchie vigne 2011 e 2012





















Filippi
Castelcerino 2011
“Vigne della Bra” 2010
Monteseroni 2008






Kampai

Luigi


venerdì 12 aprile 2013

Rugoli Vecchie Vigne 2011, Garganega, Davide Spillare di N.Desenzani


Naso etereo e consistente mette insieme sottigliezza con zic di cera e aromi da infusioni con miele, tipici della macerazione, ma pure un certo fruttato.
In bocca è coerente, con acidità viva e rinfrescante, balsami, un bell'uso del legno e, benché più tendente verso gli idrocarburi (ancora appena accennati), evidenzia una carnosità da frutta.
Di mela e pera appena acerba.
L'alcool è ben presente, ma lavora in freschezza balsamica, evitando di appesantire.
Bella sapidità forse ascrivibile in parte ai terreni vulcanici.
Consistenza e un tannino filiforme completano il quadro di un vino di nervi e muscoli, cui non manca quel giusto di ciccia per appagare anche il lato più ruffiano.
Bel fondo spesso di feccia e letteralmente masticabile.
Vino sfaccettato in equilibrio fra vinficazione in bianco e in orange, di bella beva.

lunedì 25 febbraio 2013

Filtrazioni: esperimenti. di N. Desenzani



L’idea di confrontare lo stesso identico vino nella versione filtrata e non, nasce nei commenti a questo post di Giovanni Stefano Menti. Argomento ripreso qui e qui.
Il fatto che chi degusta si preoccupi del processo di produzione di quello che sta bevendo stranamente viene malvisto da molti. L’imparzialità viene impugnata come fosse la via per l’obiettività e si afferma che il degustatore dovrebbe solo assaggiare bendato, possibilmente dopo che gli sia stato svuotato il cervello con una terapia Scientology, tolte le pulsioni sessuali, desensibilizzato agli effetti dell’alcool, tolta la memoria, lasciato solo un enorme dizionario di descrittori nella sua mente e la iperumana capacità di collegarli a ciascuno dei miliardi di cellule sensibili della lingua e di tutto il cavo orofaringeo.
Quindi possibilmente dovrebbe essere messo in ambiente asettico a temperatura controllata, in silenzio. Solo allora potrà usare sé stesso come strumento di misura assolutamente e rigorosamente scientifico.
Che non gli venga in mente mai di interrogarsi sul perché il vino è così e non cosà: si limiti, il buon degustatore, a esprimere la giusta combinazione di parole descrittori e infine proferisca il suo inoppugnabile giudizio di PIACEVOLEZZA.

Ecco, se questo è il vostro concetto di scientificità, credo di essere uno dei degustatori più antiscientifici che ci sono in circolazione. Dirò di più, collegare le sensazioni di un vino al processo di produzione è mia primaria prerogativa. E vi dirò che non è compito facile. Il metodo è meramente abduttivo e al limite induttivo, difficilmente sarà deduttivo, se non dopo decine e decine di anni di allenamento e migliaia di bottiglie.
Ma non me ne preoccupo.
Quindi in generale tutte le opportunità di assaggio differenziale, dove a pari condizioni si fanno variare poche cose mi hanno sempre incuriosito. Se poi ci mettete che io sono un amante del torbido, ecco che non potevo mancare di diventare protagonista di questo piccolo esperimento.
Ho ricevuto pochi giorni prima di Natale il mio ordine da Giovanni Stefano:

3 Paiele 2011, imbottigliati a fine novembre, di cui 1 aveva subito una chiarifica con bentonite e una filtrazione e infine una solfitazione appena prima di imbottigliare con tappo a vite. Le altre due invece sono state imbottigliate scegliendo dalla parte alta della vasca dove il vino sostava da svariati mesi in affinamento, con solo la solfitazione.

3 Riva Arsiglia 2011, come i precedenti, ma nessuno dei tre campioni è stato chiarificato.

Il mio esperimentino inizia quasi subito col Paiele (i Riva Arsiglia non li ho ancora aperti).
Ho coperto le due bottiglie e ho degustato in bicchieri identici non bombati. E facendo in modo di non studiarne il colore e la trasparenza (posso dire che le due bottiglie erano distinguibili in trasparenza, essendo il vetro bianco, ma il vino non filtrato si presentava tutt’altro che torbido. Giusto appena velato).
Il primo assaggio ho distinto correttamente i due vini, ma negli assaggi successivi della prima sessione, ho invece commesso degli sbagli. Da cui ho dedotto che i due vini, da poco separati dalla stessa massa, non presentavano differenze molto rilevabili.
Tuttavia, una volta prese le misure, a partire dal secondo giorno fino a oltre un mese dopo, sono stato sempre in grado di riconoscere i due vini, senza mai sbagliare.
Ho identificato nel primo periodo, circa 10-15 giorni, una maggiore acquosità nel campione più trattato, e in questo periodo una vinosità più marcata dal punto di vista della percezione dell’acidità, mentre il campione non filtrato manteneva maggiore morbidezza e un sapore appena più delicato, ma per nulla acquoso.

A distanza di 20 giorni e oltre, entrambi i vini mantengono bevibilità, ma il campione più trattato, tiene salvo qualche primario al naso e si svuota vieppiù in bocca, mentre il campione non trattato tende verso gli idrocarburi, ma in bocca tiene, pur accentuando la vena acidula.
Ci tengo a precisare che sono quasi certo che in una cieca non avrei saputo affermare né che uno dei due fosse filtrato e chiarificato né il viceversa.
Posso affermare con altrettanta quasi certezza che a partire dal 10 giorno avrei sempre espresso una preferenza per quello non filtrato.
Credo che le strade dei due vini tenderanno a divergere col passar del tempo, ma i vini manterranno struttura simile.
Credo anche che le condizioni al contorno di questo esperimento siano fondamentali quasi al pari della scelta di filtrare o no. Infatti il livello della vasca a cui viene prelevato il campione, il numero di travasi e di solfitazioni penso possano dare campioni molto diversi fra loro. Inoltre il fattore tempo inciderà parecchio.
Aspetto un po’ per affrontare il Riva Arsiglia, per il quale cercherò forse di impostare meglio le condizioni del mio esperimento, magari condividendolo con altre persone ignare.

lunedì 30 maggio 2011

soavecalvarinopieropan_soaveacalvarinopieropansoave_

Calvarino, Soave Classico doc, 2009, 12,5% vol, az.agr. Pieropan, Soave (VR).


Nella mia personalissima geografia dei vini bianchi italiani, il Soave ha sempre occupato un posto importante.
Quelli di Pieropan poi erano dei miti.
Credo di poter affermare che negli anni novanta, abbiano pungolato e trascinato i produttori di Garganega al di là del guado dei vinellini.
Attenzione ai vigneti, bevibilità, struttura senza eccessi, mineralità, una certa longevità, pochi e oculati legni malgrado le sbronze di rovere, vini di terrritorio nitidi, caldi e perentori.

Per le mie magre finanze di un tempo erano solamente un po’ cari.
L’altra settimana cercando una barbera per #sociaList, mentre ero alla cassa dell’enoteca (lo so che voi pensate che i blogger siano foraggiati dai produttori, ma non è vero!) vedo occhieggiare dallo scaffale l’affilata bottiglia renana del Calvarino, un cru aziendale, non ci penso neanche un po’ e la prendo.
La faccio riposare una settimana in cantina poi la apro.
Colore giallo paglierino intenso con riflessi oro e tutto mi sembra normale (però vado a memoria è parecchio che non ne bevo).
Profumi intensi, frutto maturo, floreale, certe sensazioni di dolcezze, pietra calda, tutto bene ma metto e tolgo il nasone dal bicchiere incredulo.
Tutto troppo perfetto, didascalico, intenso all’eccesso.
Cerco, annusando nel fondo del bicchiere, ma mi pare (ovviamente ciò che dico è parere soggettivo e confutabile) di non trovare più l’anima che un tempo scorgevo e ricercavo con fascinazione in questo vino.
Bocca giusta: alcool, glicerina, acidità, mineralità, frutto, tutto nella norma anzi tutto normato e unificato senza sorprese.
Come incontrare dopo anni la donna della vita e scoprire che si è intensamente ritoccata dal chirurgo plastico.


Sempre bella, sia mai, ma senza il fascino dell’imperfezione, della perfettibilità.
Non vorrei discettare di lieviti selezionati o di messa sul mercato troppo in anticipo (anche perché un produttore mi ha fatto notare con forza che non sono problemi all’altezza della preparazione dei blogger), volevo solo rendervi
partecipi di una piccola grande delusione.
Delusione che aumenta ora che leggo sulle specifiche aziendali che il vino in questione proviene da un vecchio vigneto ed è vinificato e affinato in cemento sulle fecce e poi in bottiglia.
Bonne degustation

Luigi