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giovedì 24 settembre 2015

Picotendro

di Andrea Della Casa

In cantina trovo questo ricordo di un viaggio passato e decido sia giunto il momento di rievocarlo.
Nebbiolo valdostano, vinificato in bianco, già di per sé mi incuriosisce. 
Ma le sorprese non sarebbero finite qui.
Stappo, mescio e……grande stupore! Nel calice si eleva una decisa “frizzantezza” che non è una semplice rifermentazione carbonica, ma più tra il pétillant e il frizzante vero e proprio. 
Onestamente rimango un po’ basito di fronte a tale inaspettata reazione.
Si propone in veste giallo intensa, quasi ambrata, ricordando assieme a leggere note dolciastre qualche tipologia di birra a doppio malto.
In bocca è abboccato, decisamente, senza sconfinare nei terreni della stucchevolezza grazie forse anche alle bollicine ben presenti che ne sostengono la beva.
Presente una innocua punta ossidativa.
Setoso quasi vellutato, riempie ogni angolo del palato con le sue rotondità e la sua pienezza.
Bevuta insolita, atipica, comunque non sgradevole.
Rifletto poi sull’effervescenza scalpitante. 
Voluta o casuale? 
Malolattica svolta in bottiglia?
Non azzardo sentenze e rimango nel limbo del mio dubbio.


lunedì 12 gennaio 2015

Enofeste a tappe (aka neuroni festivi)

di Niccolò Desenzani

Il periodo delle feste di fine anno generalmente regala momenti enoici significativi. Ci prepariamo al meglio per godere i vari fasti colla speranza che siano sempre il meglio del piacere.
Non sempre le bottiglie sono all’altezza, qualche volta invece ci concediamo qualcosa fuori dall’ordinario, e veniamo ripagati.
Nel mio caso sono state svariate le bottiglie stappate, complici i vari ponti che hanno trasformato il periodo in una vera e propria vacanza.

Nei giorni precedenti le feste, ho avuto un bisogno fisiologico di Langhe, che però ha trovato solo limitata soddisfazione:
una discreta
Freisa Toetto 2010 Mascarello Giuseppe
seguita da una ben impostata
Barbera 2009 Cappellano
che però poi rimane immobile e non esplode, come dovrebbe fare una buona barbera dialogando con l’aria.
Va peggio ancora il
Nebiolo 2009 Cappellano
con qualcosa di fisso e irrisolto che ne pregiudica la beva. Cavolo io ricordo la 2006 come un vino emozionante…

La sera del 24 due sicurezze non si sono smentite:
Roncaie “sui lieviti” 2013 Menti
in forma smagliante (ma quando non lo è stato?)
e
Pian del Ciampolo 2011 Montevertine
in un periodo di splendore; ogni bottiglia leggermente diversa dall’altra, ma è sbocciato e la sua imprecisione dona momenti di vero piacere. I vini base per me dovrebbero essere come questo: grande beva, freschezza e tanti piccoli squilibri che rendono il vino sempre in movimento, mai stancante e sempre pronto a dare sorprese papillari.





Il giorno di Natale, in trasferta a Masserano, nel biellese, ho giocato in casa. Immancabili
Lessona 2009 Proprietà Sperino
Uvaggio 2011 Proprietà Sperino
sempre grandi vini che non deludono. Anzi sono un manifesto del “nebbiolo State of mind”!
La sera, la cantinetta della campagna regala un
Bramaterra 2000 Tenute Sella
in perfetta forma. Bello, senza fronzoli, senza sconti. Ferroso, sapido, antiruffiano.

Grande delusione, ma credo sia colpa di una cattiva conservazione, per il
Rosso di Montalcino 2010 Paradiso di Manfredi
con un fortissimo sentore di lana bagnata, estremo e fastidioso. Si intuisce la bella materia, ma così  è una bevuta che poco appaga.


Si parte finalmente! La sera del 27 arriviamo in Liguria, dopo un viaggio in mezzo alla pianura innevata. Fa un gran freddo e il vento ne accentua l’effetto. Così decido di aprire
Tenores 2009 Dettori
che coi suoi oltre 17 gradi mi pare in tema.
La carbonica lo pervade e equilibra una leggera tendenza dolcina. Il gusto è una ventata sferzante di macchia e chinotto. Punto d’incontro fra il buon chinotto e un barolo chinato, va giù come fosse il primo e cosa che io trovo inspiegabile l’alcool non si sente nè al sorso nè per i suoi effetti. Misteri di Badde Nigolosu (anche se mi pare Alessandro Dettori qualcosa avesse spiegato su questo miracolo).
Nei giorni seguenti studio i Nero d’Avola gemelli di Gueli:
Calcareus e Erbatino 2009 Gueli
l’uno su suolo appunto calcareo, l’altro su suoli particolari (trubi, sedimenti calcareo marnosi (gesso)). Non è facile discernere le differenze di questi due vini nel bicchiere; di certo il Calcareus, con 13 gradi alcolici, manifesta un carattere goloso al limite del ruffiano, mentre il fratello, con 13,5, ha un contegno appena più austero. Comunque vini impeccabili, che declinano il nero d’Avola in modo a me inedito. Lontano da certe espressioni ipervarietali del sud est siciliano. Davvero una sorpresa. La vinificazione è precisa e restituisce vini di un’integrità rara. Una materia a rischio di debordare, che secondo me darà il meglio con l’invecchiamento. Questa la mia impressione. Serve tempo per trasformare l’energia di quei vini in forme più sottili.

Con gioia sono tornato da Noberasco in quel di Cisano sul Neva. L’ultima volta ero stato due anni fa e il produttore usciva da una brutta malattia. L’ho trovato meglio, per fortuna. All’assaggio dalle vasche mi si conferma sempre qualcosa di vocato. E stupisce l’incredibile finezza ed equilibrio del suo
Rossese 2014 Noberasco
In poco più di tre mesi una trasformazione da uva a bevanda incredibilmente elegante.
Gentilmente mi riempie qualche bottiglia al momento. Questo rossese, che dice essere della varietà di Campochiesa, che matura solo in quel della piana di Albenga grazie alle caratteristiche pedoclimatiche particolarissime, con un saldo di petit syrah, verrà tracannato qualche giorno dopo durante un barbeque di carni bianche. Un colpo al cuore.




La sera dell’ultimo dell’anno siamo nell'Alta Langa, a Niella Belbo, da amici.
Io porto una magnum di
Prosecco 2013 Casa Coste Piane
Sempre buonissimo; universale della piacevolezza, alla faccia degli Ziliani che col Prosecco devono sempre essere astiosi.
La cena prevede pesce (e io che avevo previsto una magnum di Sangiovese Massavecchia!), così riparo con due annate di
Barbarossa 2011 e 2012 Punta Crena.
Rosato dal vitigno  omonimo autoctono della zona di Finale Ligure; dimostra un carattere molto particolare, coniugando una certa quasi dolcezza con una acidità infiltrante.
Lo
Spumante “Varigotti” Punta Crena
è abbastanza anonimo, ma rifugge da sentori bananosi e preserva in parte la freschezza della lumassina, vitigno dal quale proviene, sebbene penalizzata da un dosaggio appena troppo dolce per i miei gusti. Per 10 euro comunque una promozione meritatissima.
Buono, ma infine forse un po’ poco incisivo il
Piedirosso 2012 I Cacciagalli
Vinificazione in anfora e tutte le cure per questi vini che hanno una bellissima impostazione. La mente corre verso qualche cab franc della Loira, in zona vin de soif.





Infine l’ultimo giorno di Liguria, in astinenza da visite in cantine, chiamo Cascina delle Terre Rosse, che mi riceve con cortesia immensa e finalmente vedo dove nascono questi vini. Il posto è incantevole e la cura in vigneto è impressionante. Si lavora in regime non chimico, con inerbimenti scelti fra favino e senape e quel che serve di anno in anno. Lo sfalciato poi diverrà parte integrante del terreno. I tre vini più noti della cantina, Vermentino, Pigato e Pigato Apogeo, sono il risultato di una cura maniacale anche in cantina, ma sono prodotti che cercano consenso sul territorio, e non necessariamente fra gli enostrippati. Quindi l’obiettivo è stabilità, pulizia, limpidezza a tutti i costi; per di più con la scelta di non fare malolattica. Quindi filtrazioni spinte e solfiti intorno ai 100 mg/l. In bottiglia la qualità dell’uva è percepibile, ma siamo molto lontani dal mio gusto. Viceversa un assaggio da barrique del bianco selezione “Le Banche”, da uve vermentino e pigato, opalescente dei suoi lieviti (ancorché selezionati), fa capire quanto potenziale ci sia da queste parti. Purtroppo il Solitario, da uve granaccia e rossese, non l’ho potuto assaggiare e la bottiglia esce sui 40 €.
La sera stappo
L’Acerbina 2013 Cascina delle Terre Rosse
da uve lumassina. Conferma di qualità impeccabile, ma siamo in zona bibita. Ah, la prossima volta che sento la storia della solforosa che fa venire il mal di testa, sbrocco. È un bufala che continua a circolare.


Al mio ritorno a Milano ho convertito un bonus con l’enoteca di fiducia in una bottiglia di
Rosato 2007 Massa Vecchia
Cercavo la 2010, ma mi è capitata questa annata mitica. Peccato perché il vino, forse per la conservazione non ottimale, era ben poco integro. All’aspetto verso il marrone, manteneva ancora un po’ della sua forza in bocca, ma non era nemmeno parente del vino che ricordo nettamente dagli assaggi precedenti e piuttosto recenti. L’enotecario non è stato d’accordo con la mia valutazione e mi ha concesso un cambio con la 2010, dovendo però aggiungere metà del prezzo. Speriamo che sia buona, perché a sto punto è la bottiglia più cara che io abbia comprato da un bel pezzo!

venerdì 12 dicembre 2014

Nobius 2009, Trinchero

di Niccolò Desenzani



Ci sono alcuni produttori in Piemonte che davvero fanno vini anarchici. Al di là del vitigno anarchico per antonomasia, il grignolino, sto parlando di produttori “tradizionali” che osano fare vini fuori dagli schemi dell’enologia miparoiculoinvignaemettoinbottigliarobesenzaalcundifetto. E scusate l’attributo un po’ rivedibile.
Mi vengono in mente spesso i rossi di cemento di Bera e ultimamente Ezio Trinchero non finisce di stupirmi.
Noto per le monumentali Barbera d’Asti, che già manifestano il seme della follia creativa, se si ascoltano con attenzione, vado scoprendo le sue produzioni minori (numericamente). Il suo Grignolino, il Freisa, il Bianco macerato e… indovina cosa nasconde la stagnola questa sera?


Ormai rituale l’incontro con Mauro a una testa, una boccia, no indizi. Rituale ormai la mia sensazione di dejavu, così forte che non indovino quasi mai. Be’, per farla breve, versa nel bicchiere questo rosso, con qualche leggera aranciatura. I profumi sono forti, selvaggi e pungenti. In bocca c’è un vino tantaroba. Acidità, tannino (ficcante, ma composto), funky, volatile, balsami, alcool a profusione, sapori intensissimi… eppur c’è un’eleganza, una sorta di compostezza da cinghiale.
E il vino è un turbine in cambiamento.
Registro che questo vino è praticamente una congerie di difetti e mi piace un casino. Come la mettiamo?
Boh, per prima cosa i gusti sono gusti. E non ci piove. Per secondo DUBITIAMO delle certezze che vorrebbero una certa CORRETTEZZA nel bicchiere. Per terzo chiediamoci come si beve, come si sposa col cibo… e infine quando la notte si è dormito come bambini e la mattina la testa è libera, ripensiamo a cos’è un vino buono. Al coraggio artistico di chi lo fa a suo rischio e pericolo. E la prossima volta che sento i buoni maestri dire che solo i coglioni rischiano di far andar a male un mosto quando avrebbero a disposizione la bustina per evitarlo… o romperò loro una bottiglia in testa o forse, meglio, stapperò una bottiglia di queste e penserò che c’è qualcuno che si perde qualcosa per star dietro alle proprie convinzioni. E forse, almeno quel difetto, non l’ho così pronunciato.
Il vino è il Nobius 2009 di Ezio Trinchero da uve nebbiolo in purezza.

venerdì 21 novembre 2014

Alla Società di Canischio con I Vignaioli Valperghesi

di Vittorio Rusinà

Questa è una storia di miracoli, miracoli semplici, di campagna, fatti dagli uomini con l'aiuto degli dei.


C'era una volta e c'è ancora Enofaber, il mio amico Fabrizio, uno che ama il vino come pochi, insomma un giorno mi invita a una degustazione con i Vignaioli Valperghesi, è di sabato pomeriggio, sono quasi tutti garagisti, la si fa alla Società di Canischio, sopra Cuorgnè, poi si cena tutti insieme.


La Società di Canischio, tutta rinnovata, è il progetto di Paola Moiso, nella foto qui sopra dietro al bancone, creato per aiutare sua figlia Arianna, diversamente abile, a inserirsi in un contesto lavorativo e sociale. E' un posto in cui si sta bene, in cui il tempo passa ancora lento, come una volta quando qui c'erano solo vigne, orti e meli.


Io non so dove Fabrizio, nella foto mentre versa il Lambrusco canavesano dei Feroci (rarità), ha scovato i Vignaioli Valperghesi, credo ad una passeggiata gastronomica, ma insomma li ha scovati, e li ha radunati a condividere i loro vini, ah che forza della natura Faber, è uno che ama la terra in cui vive e poi ha il terzo occhio.





Una ventina di bottiglie coperte, diverse con tappo a corona, da uve erbaluce, barbera, chatus, neretto, freisa, nebbiolo, bonarda.



Subito un colpo al cuore, l'Erbaluce 2013 di Michele Autretto, 300 bottiglie già esaurite, lieviti indigeni, torbido come piace a me, naso complesso, minerale, sapido, gran beva, distante dagli Erbaluce "pacciocati" che conosco. Io penso che l'Erbaluce deve ancora trovare una sua vera espressione, una sua espressione naturale senza tutti quegli interventismi che sono tipici della zona di produzione da cui proviene. 



Altro colpo al cuore il Rosso San Martino (3 euro, avete letto bene!) il Rosso Comunitario prodotto con le uve del territorio conferite da tutti i Vignaioli Valperghesi, grande beva, freschezza, vino da cibo. Bello questo vino condiviso, un rosso da tavola prodotto con più tipologie di uve, come si faceva un tempo in campagna.
Altri vini che mi piace segnalare: i Lambruschi e la Freisa dei Feroci (si chiamano così dal nome del trattore che usano nei campi), Il Rosso Canavese di Coggiola da seguire.
Una degustazione che mi ha sorpreso, un gruppo di vignaioli che cerca di difendere e valorizzare le ultime vigne della zona, un tempo vocata all'agricoltura poi abbandonata per le industrie della zona che però ora sono in crisi, in crisi profonda.
Consigli: avvicinarsi alla viticoltura bio, inesistente in zona purtroppo, fermentazioni spontanee, no a chiarifiche e filtrazioni invasive, meno barrique, puntare anche a etichette che richiamino singole vigne e territori (Rosso Canavese non è poi così attraente), continuare a confrontarsi con valide realtà esterne.
Un gruppo di vignaioli che va sostenuto, andiamo a trovarli, andiamo a bere i loro vini nelle loro piccole cantine.



http://www.vignaiolivalperghesi.it

martedì 15 aprile 2014

#vinivecchi Barolo Fontanafredda 1957


Ho scoperto un piccolo giacimento di bottiglie del 1957 e 1959 in una cantina quasi perfetta in una casa che aveva visto il me settenne giocare con i miei compagni di scuola come se non ci fosse un domani (ed in effetti il domani è stato molto meno appagante della gioventù e delle previsioni che in gioventù ci eravamo fatti).
Nelle segrete della casa dalle mille stanze e dei mille misteri, c’erano già allora (circa quaranta anni fa) le bottiglie che oggi ho imparato ad apprezzare. Un grumo di casualità e causalità che mi fa vedere il concetto di fato con occhi diversi.

Il proprietario delle bottiglie era perplesso sulla qualità del contenuto, io con l’arroganza di chi millanta una conoscenza che non ha, sostenevo il contrario.
Appuntamento al bar alle 18,00 per l’assaggio.
Il bar non è un bar qualunque ma è quello  dove è nato questo blog e le persone coinvolte nella degustazione, tranne Dario Voltolini scomparso nei meandri delle sue narrazioni e ormai sordo alle nostre, sono le stesse di cinque anni fa.

Tutti presenti alle 18,00, compaiono delle focacce e altri amuse bouche, io passo dall’altro lato del bancone e comincio ad aprire la bottiglia di Barolo, il tappo è corto (come usavano un tempo) ma ha tenuto benissimo.
Sento subito un leggero sentore di brodo e di madeira (il termine brodo ha sollevato un coro di sfottò dal pubblico) ma solo per il tempo necessario che l’ossigeno facesse il suo corso risvegliando il cinquantasettenne dal suo sonno anaerobico.
Il colore è incredibilmente concentrato senza derive mattonate e pochissime precipitazioni sul fondo bottiglia!
Dopo di chè il naso è delicatamente terroso e di cuoio, di erbe secche, leggera arancia sanguinella, forse caffè in polvere.
Non è esplosivo come il Massolino ma considerando gli anni che ha è in forma eccellente e, incredibilmente, piace a tutti (nessuno dei convenuti è enostrippato come il sottoscritto e devo dire che è stato un bene), lo bevono con piacere e ad ogni sorso sale il volume delle conversazioni.
In bocca è un filino opaco e polveroso, con una bella freschezza ma un po’ di alcol in eccesso, leggermente bruciante.
Mantiene una mineralità salata interessante e il sorso è semplice e disteso.
Profumi e sapori tengono nel tempo della degustazione forse un po’ fissi ma con grande coerenza.
Bisognerebbe aprirne un'altra perché nel bar aleggia una atmosfera magica e vorrei che continuasse ancora e ancora.
Kempè

Ringrazio Gianandrea Grivetto (proprietario della bottiglia e mio compagno delle elementari), Mario Sandri (secondo noi lavoro al Sismi ma lui nega!), Enzo Caltagirone (proprietario del Bar Arcadia).

Luigi


martedì 1 aprile 2014

Rosso di Valtellina 2010, Arpepe

di Niccolò Desenzani


Non ho dubbi nel considerare l’etichetta del Rosso di Valtellina di Arpepe una delle più belle al mondo. Un rosso profondo con un accenno di cupezza che lo rende subito austero, ma ben accetto. La cornice semplice bianca, con una linea sottile ad alleggerirla. Denominazione, annata e semplice ARPEPE con lo stemma storico, ripetuto negli angoli bassi, a bilanciare il riquadro più che esibire la propria storia. Tutto rigorosamente in nero senza inutili cambi di font, ma solo la ricerca delle giuste proporzioni. E poi il disegno così essenziale e immediato: vigne di montagna. Anche qui solo nero con riquadro e i tratti irregolari dello schizzo.

Poi c’è che è un vino base. E ogni tanto vale la pena di porsi la domanda: “che cos’è un vino base?”. Domanda che umilmente e intelligentemente si poneva e poneva Claudia Donegaglia su Facebook l’altro giorno, intimorita dal compito di doverlo spiegare ex cathedra. Mi ha colpito la risposta, quasi giocosa, di Armin Kobler “è quel vino dalla cui qualità dipende la reputazione dell'azienda”. Forse potremmo invocare la celebre frase di Justice Potter Stewart sulla definizione difficile di cosa fosse la pornografia, “I Know it when I see it”, ma resto più illuminato dallo scherzo di Armin Kobler, che fa proprio al caso mio.
Se è pur vero che questo Rosso di Valtellina è tecnicamente un vino base, portando la denominazione meno restrittiva rispetto agli altri vini aziendali e il primo prezzo nella gamma, è altrettanto evidente all’assaggio quanto sia meritata la reputazione di Arpepe, specialmente negli ultimi anni.


Il base di Arpepe non è mai stato così tanto nelle mie corde. In passato indubbiamente franco e semplice e pulito, ma non di rado un po’ vinoso, un po’ statico e inespressivo. Soprattutto non di beva assassina, anzi. Quindi è stato meraviglioso aprire questo 2010, con poca aspettativa, e trovarci dentro un killer. Questo dice anche come stia lavorando l’azienda perché oltre che essere base, è anche il vino che esce prima di tutti gli altri, in anticipo di anche dieci anni rispetto alle riserve. Possiamo dunque sognare oggi come saranno i loro vini fra quattro, cinque, dieci anni e l’unica conclusione è che vorrei un vitalizio in bottiglie di Arpepe di qui a sempre.

Venendo al vino, quintessenza terragna di nebbiolo di montagna, ho trovato il perfetto equilibrio di acidità, sapore, consistenza, facilità di beva. No. Non facile, piuttosto difficile da non bere. In tutto ciò alcune note nobili di affumicatura che danno un tocco sublime al sorso e portano la mente dritta a Carema attraverso un tunnel quantistico alpino. Cortocircuito nebbiolesco.


Infine una noterella filosofica. Nel leggere le note di Sandro Sangiorgi, che a me piacciono molto, ci si riferisce non di rado a un concetto di “forma e sostanza”. Forse nella sua monografia spiega anche nel dettaglio il significato. Io non ho ancora trovato il tempo di leggerla e quindi desumo dagli esempi a cui lo applica. In questo spirito mi sento di dire che il Rosso di Valtellina 2010 di Arpepe si avvicina alla perfetta esemplificazione del concetto.

FORMA E SOSTANZA


venerdì 21 febbraio 2014

1703, VdT Rosso, Togni Rebaioli

di Niccolò Desenzani



Davvero bello bere Nebbiolo di montagna da terra camuna, in annata equilibrata, fermentato spontaneamente, lavorato al 100% in acciaio. Dove la mano in vigna, come pure in cantina, è quella di un giovane vigneron dotato di muscoli, determinazione e umiltà. 
Bello perchè sono condizioni da laboratorio dei sogni. 
Intendo dire che si può avere subito un'idea di ciò che può venirne fuori, partendo da ingredienti tutti di primissima scelta. 
Resta quindi al bicchiere il compito di parlare del luogo e di come si comporti col vitigno. 
Forse non sarei qui a scrivere se non fossi rimasto stupefatto dal livello di vocazione che si desume dal risultato. I tannini del nebbiolo vengono fuori quasi morbidi ancor più che setosi. L'intensità del vino è fuori dal comune e se è vero che, al primo giorno di apertura, c'è quasi un iperconcentrazione che spinge verso il lucido da scarpe, verso la china, la sera dopo sono basito dalla pienezza del sorso, con quel tocco di salato che fa percepire una quasi dolcezza che ben integra la parte floreale del vitigno. 
Viene fuori l'uva, ben matura, e il profumo, quello, è proprio nebbiolesco!
Una declinazione del vitigno diversa, ma per nulla minore. 
Un bel Nebbiolo di montagna. 
Forse uno zic di acidità in più avrebbe suggellato.
La 2012 riposa in botte e non vedo l’ora di sentire come va avanti il sogno sperimentale.

PS Sono un po' l'ultimo arrivato sui vini di Enrico Togni. Luigi è da anni che ne è perdutamente innamorato e già aveva raccontato l'annata 2007 (allora con un saldo di barbera). Nel rileggere le sue note mi sono ritrovato molto per queste particolari morbidezze che non si conoscono altrove nei vini da uve nebbiolo, più facilmente austero. La qualità del tannino mi ha stupito moltissimo. E nemmeno trovo grandi somiglianze con il Nebbiolo di Mario Pasolini in quel di Mompiano (BS).

giovedì 28 novembre 2013

Langhe Nebbiolo 2010, Cascina Corte

di Niccolò Desenzani



Il Nebbiolo di Cascina Corte 2010 è forse  il classico esempio di vino ben fatto che rischia di passare per anonimo. 
Ma.
A ben vedere si tratta di un ottimo vino, in understatement, cui c'è da riconoscere un’espressione di purezza nebbiolesca non comune. Dosato fino al milligrammo di solforosa, con un uso del legno seminvisibile, come dovrebbe essere, gradazione che riesce a non esplodere, gran bello sviluppo dopo l'aperura. Tannino appena mordace, ma che onestamente legge il territorio, la viola nebbiolesca rappresentata in modo netto, alto livello di beva, estrema pulizia pur parlando la lingua del vino genuino. Balsamicità da corso di base dei Nebbiolo. Colore perfetto, rosso rubino con quei riflessi aranciati che si amano tanto e presagiscono longevità…
Ecco potrei pure andar avanti a elencare qualità di questo buon amico, ma il senso è che se dio è anche nelle piccole cose allora questo nebbiolo è una testimonianza.
Però apritelo il giorno prima!
Secondo giorno meglio, terzo ancor meglio.

mercoledì 30 ottobre 2013

Si vendemmia a Lessona. Di Niccolò


Sabato pomeriggio, dopo un comodo pranzetto famigliare lì nei pressi, mi presentavo a Lessona in cantina da Proprietà Sperino, in perfetto abbigliamento cittadino, durante l’ultimo giorno della grande vendemmia (per distinguere da tutte le incursioni prima e quelle ancor da fare per raccogliere i frutti di questo o quel vigneto in funzione del momento ottimale per la raccolta) del nebbiolo che sarà Lessona e in parte Uvaggio.
Devono aver pensato che ero un coglione! D’altra parte è stata un’opportunità dell’ultimo momento, una telefonata e via in cantina a seguire la magia della vendemmia. Da quelle parti il nebbiolo va obbligatoriamente lasciato maturare il più possibile, se si vogliono fare grandi vini.




E con sgomento mi sono trovato davanti agli occhi qualche tonnellata di nebbiolo appena raccolto, e non so come, ma questo spettacolo eccezionale mi ha indotto a fare alcune cose:
1) basire
2) assaggiarlo (in particolare gli acini completamente muffati)

3) immaginare il futuro vino
4) realizzare che sono un piccolo scribacchino di città che parla di questa creatura stupenda che è il Vino, senza esserne degno.

Il resto è un Luca De Marchi che riesce persino a trovare il tempo per darmi informazioni profonde sui luoghi e il vino, a offrirmi un bicchiere del suo Cabernet Franc fatto il loco. Insegnarmi a cernere i grappoli meno maturi e quelli affetti da marciume acido (devo dire quasi inesistenti) annusandoli, farsi pungere da uno dei millemila insetti che pullulavano fra i grappoli, e continuare a lavorare come se nulla fosse, mostrarmi l’antica bottaia e spiegarmi per filo e per segno il processo che avevo davanti agli occhi.

Io mi sentivo sempre più piccolo davanti alla nascita del vino.
sempre più piccolo
sempre più piccolo
sempre più piccolo











giovedì 24 ottobre 2013

colline novaresi, nebbiolo 2010, Conti


Il Nebbiolo dicono gli ampelografi sarebbe nato in Valtellina o giù di li, poi si sarebbe diffuso in Piemonte a cominciare dal nord poi sempre più giu.
Si trovava anche in Monferrato ora non più.
I nebbioli del nord Piemonte mi affascinano, forse perché sono rari e io ho derive snob ma non solo, mi piace che la loro durezza sia non tutta nei tannini urticanti ma ben distribuita fra acidità viva e tannino.
Poi sono diafani, scarichi, esangui (di solito) molto nobili già nell’aspetto.
Non innalzano colori e concentrazioni muscolari.
Sono vini che li apri, li finisci e poi dopo un po’ dici buono!
Hanno una beva decisamente più semplice, friendly, gastronomica dei fratelli del sud.
Semplice però non vuol dire banale, i profumi sono confidenziali, appassiti, timorosi, rugginosi in sospensione nel liquido vivo e stupendamente acidulo.
Questa versione delle sorelle Conti è così ritroso ma gioviale, compulsivo come le produttrici.
E il territorio malgrado una certa marginalità mediatica è evidentemente vocato a produrre nebbiolo, da valutare e bere a secchi.
Kempè

Luigi


venerdì 3 maggio 2013

Gattinara Riserva 1997 - Travaglini di Andrea Della Casa


Siamo nell'alto Piemonte tra le province di Vercelli e Novara, laddove il Nebbiolo muta il suo nome in Spanna. E proprio da questo vitigno (con piccole aggiunte di Vespolina e Uva rara) nasce il Gattinara.
Il Gattinara Riserva '97 di Travaglini riposa in una bottiglia atipica, diversa, strana, dalla forma sinuosa pensata per assolvere alla funzione di decantazione e dal vetro scuro e opacizzato per proteggere ulteriormente il liquido dalla luce.
Scelta, la prima, in netto contrasto con il mio ego tradizional-romantico e con la funzionalità di mescita.
Si presenta con un colore tenue, di delicata trasparenza, granato con cornici aranciate. Diventa un gioco divertente e curioso andare alla scoperta dei profumi, una specie di vaso senza fondo da cui se ne estraggono in quantità smisurata. Su una matrice di castagne e frutta cotta sbucano punte di liquirizia e caramello, note ferrose e balsamiche. Poi spezie e tabacco. Il tutto racchiuso da un alone etereo.
Non è più un infante, ma è ancora nel pieno delle sue forze. Mordace, vivo, teso. Una consistente presa tannica in sinergia con l'alcolicità prosciuga velocemente le fauci. Morbidezze e rotondità non sono ancora di questo vino, che vigoroso e caldo conquista il palato con compunta eleganza. A dispetto delle sue spigolosità è comunque fine, slanciato, con un aplomb impeccabile.
Austero.
Una portata di carne succulenta in questa fase della sua vita sarebbe una sposa perfetta quanto necessaria.

venerdì 8 febbraio 2013

Il Boca "Le Piane" 2006 di Cristoph Kunzli di N.Desenzani






Il tannino di questo giovanissimo vino incide parecchio.
E si sa che vini del genere dovrebbero davvero esser bevuti da più vecchi.
Anche perché non solo il tannino è un po’ aggressivo, ma in bocca son vini molto delineati da giovani, che quasi non lascian trapelare riconoscimenti (in questo caso, invero, ci ho sentito un richiamo netto alla liquerizia).
Sembrano fatti apposta per lasciare che sia il tempo a disegnarne il profilo.
Il naso, grazie a una mano ferma ma non invasiva, un po’ oldstyle nel senso migliore, è invece già più facile. Con proto aromi che vanno dalla foglia di pomodoro al pepe, dal tabacco alla cola, dalla frutta scura all’incenso.
Ma tutto l’insieme, con una materia di estrema pulizia ed equilibrio, grande struttura e trama precisa, piacevolezza tattile evidente e freschezza rara, fa pensare che siamo di fronte a un cucciolo di vino che da grande sarà grande.
E io so.
Con certezza di chi ha avuto la fortuna di bere vini vecchi di queste parti.
Che continuerà a migliorare per cinquanta e più anni.
Senza cedimenti.
Lunga vita a questo Boca!
(Ma già adesso il metro di beva è il secchio)

mercoledì 9 gennaio 2013

Farneticando di estetica enoica di N. Desenzani



Fra le caratteristiche dei vini che potremmo dire grandi, sicuramente giocano un ruolo fondamentale la  riconoscibilità e l’espressività. Ma talvolta ciò che definitivamente suggella il capolavoro è l’eleganza.
Ciò che trovo interessante delle prime due qualità è che per definizione esse sono in parte contrapposte.
Infatti un estremo della riconoscibilità è l’omologazione. Così chiunque riconoscerebbe la Coca Cola in mezzo a tutte le bibite. Viceversa l’espressività al limite porta a isolare un singolo caso con tutte le sue peculiarità. Ma potrebbe anche virare verso l’eccessiva stranezza, l’anomalia, il difetto macroscopico.
E’ un principio che crea dinamismo quello di stare fra due parziali opposti.
E’ un principio morfologico.
E’ un principio matematico.
Le combinazioni, le sfumature fra le due qualità sono quasi infinite.
La riconoscibilità in questo quadro è spesso ottenuta grazie a condizioni particolari delle vigne insieme a processi e ambienti di vinificazione sui generis. L’eccezionalità del luogo e lo stile del produttore.
Se pensiamo al Trebbiano di Valentini, è facile indovinarlo alla cieca, quasi soltanto infilando il naso nella bottiglia. E’ trebbiano, ma con caratteristiche peculiari, e in cantina il processo, che vede l’uso di grandi e vecchi legni e l’imbottigliamento precoce, marcano uno stile fatto di sentori golosi di torrefazione combinati a esiti fermentativi in bottiglia, puzzette che dinamicamente scoprono profumi e piccoli refoli carbonici che mantengono il liquido vivo e ben conservabile. E ogni anno è differente.
Se pensiamo a Montevertine, ecco che c’è tutta la tensione del blend chiantigiano, ma anche uno stile balsamico tra il piccante e il mentolato come a raffinare la golosità della materia sottostante.
Infine, e qui casca l’asino, il Barolo Brunate Le Coste di Giuseppe Rinaldi. Qui per me c’è sempre qualcosa che sfugge. E’ un vino che le poche volte che l’ho bevuto mi ha sempre messo addosso una fregola, una sete compulsiva, che forse solo il nebbiolo… Una materia dunque di estremo equilibrio. Golosa, ma mai eccessiva. Facile, ma piena di suggerimenti. Multicolore, ma mai sgargiante. Intensa, ma non così tanto. Jacopo Cossater quando parla di questo splendido vino, trae spunto dal
l'annata 2005 lo definisce generoso per parlare della generosità. Io lo capisco, ma a me la parola che viene sempre è venuta in mente le due volte che ho bevuto quell'annata è elegante.
In fondo credo che i due concetti abbiano in comune più di quanto appaia di primo acchito. Perché l’eleganza è proprio la via di mezzo resa speciale. Rifiuto dell’eccesso e dell’appiattimento, stupisce attraverso l’articolazione fine delle componenti, senza mai scadere nel ruffiano. Stile e materia prima.
Ma l’eleganza, mi piace pensare, è anche la capacità di trasmettere il capolavoro, di renderlo comprensibile, di permettere a tutti di toccare la bellezza. L’eleganza è coinvolgente, dà sempre qualcosa a chiunque posi la propria attenzione. Regala un’emozione, senza chiedere nulla in cambio.
L’eleganza è generosa.

Nota: ho introdotto posticce correzioni (cancellato e sottolineato) e il link al post di Jacopo Cossater perché l'avevo citato a memoria in modo impreciso. Infatti la generosità si riferiva proprio all'annata 2005, non al vino in generale. Siccome quella è l'annata che conosco meglio, avendone acquistate due bottiglie l'anno scorso grazie a un premio donato da Vinix, ho sovrapposto le mie impressioni a quelle di Jacopo e ho commesso un errore nel generalizzare.