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giovedì 29 gennaio 2015

Metti una sera a cena al Molo di Lilith con Marta Becco, Marco Arturi, Guido Zampaglione e Igiea Adami

di Vittorio Rusinà

Il Molo di Lilith è un circolo ARCI di Torino, l'ambiente è hippy e "piratesco", è la scena di una compagnia teatrale, dove gli attori e le attrici si inventano anche la cucina, la cantina e il servizio. 
Una sera di queste è dedicata a "La forza del carattere" dei vini di Tenuta Grillo, e io ci sono, non posso mancare, conosco e amo questi vini.
Sono vini che alcuni definiscono "difficili", sono vini che vanno aspettati, sono vini a lungo invecchiamento. Sono vini che quando raggiungono il loro momento ricambiano la pazienza dell'attesa con tanta materia e bontà.
Come sottolinea Marco Arturi, paladino del vino naturale e artigianale, "in tempi di omologazione e uniformità imperanti, è sacrosanto difendere il diritto alla diversità."
Il Baccabianca 2007 da uva cortese è una continua conferma del valore di quest'uva nelle mani giuste, per me fra i migliori macerati in circolazione in Italia.
Ma la vera sorpresa sono i rossi che assaggio per la prima volta con calma, non in una delle tante fiere, seduto a tavola. 
Il Pratoasciutto 2005 (una anteprima) è il dolcetto che dà il meglio di sé dopo almeno 10 anni di evoluzione, come succedeva nei tempi antichi in Piemonte, oggi quasi dimenticati. 
Il Pecoranera 2004 è una bomba atomica, è la quadratura del cerchio su un lungo lavoro di Guido sulla freisa, qui in uvaggio al 70% con Barbera, Dolcetto e Merlot. Vino complesso, vino da accompagnare con cibo, come tutti quelli di Tenuta Grillo, vino che mi riporta in mente il bel lavoro di Ezio Trinchero su quest'uva.
Ad accompagnare i vini di Guido, una cucina di grande qualità, attenta alle materie prime, in gran parte bio e di piccoli produttori. Dalle mani di Marta Becco arrivano lasagne con crema di zucca e tobinambur, pasta con uno strabiliante sugo di stracotto di maiale, cavolo nero e bianco con crostini di farro, purea di cavolfiore con gomasio, filetto di maiale all'arancia cotto alla perfezione, torta cacao e marmellata di more. 
Un inchino alla bravura di Marta.
Mi piace segnalare anche la presenza alla cena di Igiea Adami, produttrice dell'ottimo riso carnaroli dei Beni di Busonengo e compagna di Guido nella vita e nella conduzione dell'azienda vinicola.
Poco distante dal mio tavolo c'era anche una giovane e simpatica produttrice di Gavi naturale, Stefania Carrea di Terre di Matè, di cui spero presto di assaggiare i vini.
Gran serata, ottimi vini, ottimi cibi e tanti giovani presenti, il che mi fa sentire un pochino anziano ma mi dà grande gioia: il vino naturale, il vino vivo, il vino che non è mai uguale, piace ed è vincente.

Il Molo di Lilith è a Torino in via Cigliano 7
Tenuta Grillo è a Gamalero (AL)



lunedì 12 gennaio 2015

Enofeste a tappe (aka neuroni festivi)

di Niccolò Desenzani

Il periodo delle feste di fine anno generalmente regala momenti enoici significativi. Ci prepariamo al meglio per godere i vari fasti colla speranza che siano sempre il meglio del piacere.
Non sempre le bottiglie sono all’altezza, qualche volta invece ci concediamo qualcosa fuori dall’ordinario, e veniamo ripagati.
Nel mio caso sono state svariate le bottiglie stappate, complici i vari ponti che hanno trasformato il periodo in una vera e propria vacanza.

Nei giorni precedenti le feste, ho avuto un bisogno fisiologico di Langhe, che però ha trovato solo limitata soddisfazione:
una discreta
Freisa Toetto 2010 Mascarello Giuseppe
seguita da una ben impostata
Barbera 2009 Cappellano
che però poi rimane immobile e non esplode, come dovrebbe fare una buona barbera dialogando con l’aria.
Va peggio ancora il
Nebiolo 2009 Cappellano
con qualcosa di fisso e irrisolto che ne pregiudica la beva. Cavolo io ricordo la 2006 come un vino emozionante…

La sera del 24 due sicurezze non si sono smentite:
Roncaie “sui lieviti” 2013 Menti
in forma smagliante (ma quando non lo è stato?)
e
Pian del Ciampolo 2011 Montevertine
in un periodo di splendore; ogni bottiglia leggermente diversa dall’altra, ma è sbocciato e la sua imprecisione dona momenti di vero piacere. I vini base per me dovrebbero essere come questo: grande beva, freschezza e tanti piccoli squilibri che rendono il vino sempre in movimento, mai stancante e sempre pronto a dare sorprese papillari.





Il giorno di Natale, in trasferta a Masserano, nel biellese, ho giocato in casa. Immancabili
Lessona 2009 Proprietà Sperino
Uvaggio 2011 Proprietà Sperino
sempre grandi vini che non deludono. Anzi sono un manifesto del “nebbiolo State of mind”!
La sera, la cantinetta della campagna regala un
Bramaterra 2000 Tenute Sella
in perfetta forma. Bello, senza fronzoli, senza sconti. Ferroso, sapido, antiruffiano.

Grande delusione, ma credo sia colpa di una cattiva conservazione, per il
Rosso di Montalcino 2010 Paradiso di Manfredi
con un fortissimo sentore di lana bagnata, estremo e fastidioso. Si intuisce la bella materia, ma così  è una bevuta che poco appaga.


Si parte finalmente! La sera del 27 arriviamo in Liguria, dopo un viaggio in mezzo alla pianura innevata. Fa un gran freddo e il vento ne accentua l’effetto. Così decido di aprire
Tenores 2009 Dettori
che coi suoi oltre 17 gradi mi pare in tema.
La carbonica lo pervade e equilibra una leggera tendenza dolcina. Il gusto è una ventata sferzante di macchia e chinotto. Punto d’incontro fra il buon chinotto e un barolo chinato, va giù come fosse il primo e cosa che io trovo inspiegabile l’alcool non si sente nè al sorso nè per i suoi effetti. Misteri di Badde Nigolosu (anche se mi pare Alessandro Dettori qualcosa avesse spiegato su questo miracolo).
Nei giorni seguenti studio i Nero d’Avola gemelli di Gueli:
Calcareus e Erbatino 2009 Gueli
l’uno su suolo appunto calcareo, l’altro su suoli particolari (trubi, sedimenti calcareo marnosi (gesso)). Non è facile discernere le differenze di questi due vini nel bicchiere; di certo il Calcareus, con 13 gradi alcolici, manifesta un carattere goloso al limite del ruffiano, mentre il fratello, con 13,5, ha un contegno appena più austero. Comunque vini impeccabili, che declinano il nero d’Avola in modo a me inedito. Lontano da certe espressioni ipervarietali del sud est siciliano. Davvero una sorpresa. La vinificazione è precisa e restituisce vini di un’integrità rara. Una materia a rischio di debordare, che secondo me darà il meglio con l’invecchiamento. Questa la mia impressione. Serve tempo per trasformare l’energia di quei vini in forme più sottili.

Con gioia sono tornato da Noberasco in quel di Cisano sul Neva. L’ultima volta ero stato due anni fa e il produttore usciva da una brutta malattia. L’ho trovato meglio, per fortuna. All’assaggio dalle vasche mi si conferma sempre qualcosa di vocato. E stupisce l’incredibile finezza ed equilibrio del suo
Rossese 2014 Noberasco
In poco più di tre mesi una trasformazione da uva a bevanda incredibilmente elegante.
Gentilmente mi riempie qualche bottiglia al momento. Questo rossese, che dice essere della varietà di Campochiesa, che matura solo in quel della piana di Albenga grazie alle caratteristiche pedoclimatiche particolarissime, con un saldo di petit syrah, verrà tracannato qualche giorno dopo durante un barbeque di carni bianche. Un colpo al cuore.




La sera dell’ultimo dell’anno siamo nell'Alta Langa, a Niella Belbo, da amici.
Io porto una magnum di
Prosecco 2013 Casa Coste Piane
Sempre buonissimo; universale della piacevolezza, alla faccia degli Ziliani che col Prosecco devono sempre essere astiosi.
La cena prevede pesce (e io che avevo previsto una magnum di Sangiovese Massavecchia!), così riparo con due annate di
Barbarossa 2011 e 2012 Punta Crena.
Rosato dal vitigno  omonimo autoctono della zona di Finale Ligure; dimostra un carattere molto particolare, coniugando una certa quasi dolcezza con una acidità infiltrante.
Lo
Spumante “Varigotti” Punta Crena
è abbastanza anonimo, ma rifugge da sentori bananosi e preserva in parte la freschezza della lumassina, vitigno dal quale proviene, sebbene penalizzata da un dosaggio appena troppo dolce per i miei gusti. Per 10 euro comunque una promozione meritatissima.
Buono, ma infine forse un po’ poco incisivo il
Piedirosso 2012 I Cacciagalli
Vinificazione in anfora e tutte le cure per questi vini che hanno una bellissima impostazione. La mente corre verso qualche cab franc della Loira, in zona vin de soif.





Infine l’ultimo giorno di Liguria, in astinenza da visite in cantine, chiamo Cascina delle Terre Rosse, che mi riceve con cortesia immensa e finalmente vedo dove nascono questi vini. Il posto è incantevole e la cura in vigneto è impressionante. Si lavora in regime non chimico, con inerbimenti scelti fra favino e senape e quel che serve di anno in anno. Lo sfalciato poi diverrà parte integrante del terreno. I tre vini più noti della cantina, Vermentino, Pigato e Pigato Apogeo, sono il risultato di una cura maniacale anche in cantina, ma sono prodotti che cercano consenso sul territorio, e non necessariamente fra gli enostrippati. Quindi l’obiettivo è stabilità, pulizia, limpidezza a tutti i costi; per di più con la scelta di non fare malolattica. Quindi filtrazioni spinte e solfiti intorno ai 100 mg/l. In bottiglia la qualità dell’uva è percepibile, ma siamo molto lontani dal mio gusto. Viceversa un assaggio da barrique del bianco selezione “Le Banche”, da uve vermentino e pigato, opalescente dei suoi lieviti (ancorché selezionati), fa capire quanto potenziale ci sia da queste parti. Purtroppo il Solitario, da uve granaccia e rossese, non l’ho potuto assaggiare e la bottiglia esce sui 40 €.
La sera stappo
L’Acerbina 2013 Cascina delle Terre Rosse
da uve lumassina. Conferma di qualità impeccabile, ma siamo in zona bibita. Ah, la prossima volta che sento la storia della solforosa che fa venire il mal di testa, sbrocco. È un bufala che continua a circolare.


Al mio ritorno a Milano ho convertito un bonus con l’enoteca di fiducia in una bottiglia di
Rosato 2007 Massa Vecchia
Cercavo la 2010, ma mi è capitata questa annata mitica. Peccato perché il vino, forse per la conservazione non ottimale, era ben poco integro. All’aspetto verso il marrone, manteneva ancora un po’ della sua forza in bocca, ma non era nemmeno parente del vino che ricordo nettamente dagli assaggi precedenti e piuttosto recenti. L’enotecario non è stato d’accordo con la mia valutazione e mi ha concesso un cambio con la 2010, dovendo però aggiungere metà del prezzo. Speriamo che sia buona, perché a sto punto è la bottiglia più cara che io abbia comprato da un bel pezzo!

venerdì 21 novembre 2014

Alla Società di Canischio con I Vignaioli Valperghesi

di Vittorio Rusinà

Questa è una storia di miracoli, miracoli semplici, di campagna, fatti dagli uomini con l'aiuto degli dei.


C'era una volta e c'è ancora Enofaber, il mio amico Fabrizio, uno che ama il vino come pochi, insomma un giorno mi invita a una degustazione con i Vignaioli Valperghesi, è di sabato pomeriggio, sono quasi tutti garagisti, la si fa alla Società di Canischio, sopra Cuorgnè, poi si cena tutti insieme.


La Società di Canischio, tutta rinnovata, è il progetto di Paola Moiso, nella foto qui sopra dietro al bancone, creato per aiutare sua figlia Arianna, diversamente abile, a inserirsi in un contesto lavorativo e sociale. E' un posto in cui si sta bene, in cui il tempo passa ancora lento, come una volta quando qui c'erano solo vigne, orti e meli.


Io non so dove Fabrizio, nella foto mentre versa il Lambrusco canavesano dei Feroci (rarità), ha scovato i Vignaioli Valperghesi, credo ad una passeggiata gastronomica, ma insomma li ha scovati, e li ha radunati a condividere i loro vini, ah che forza della natura Faber, è uno che ama la terra in cui vive e poi ha il terzo occhio.





Una ventina di bottiglie coperte, diverse con tappo a corona, da uve erbaluce, barbera, chatus, neretto, freisa, nebbiolo, bonarda.



Subito un colpo al cuore, l'Erbaluce 2013 di Michele Autretto, 300 bottiglie già esaurite, lieviti indigeni, torbido come piace a me, naso complesso, minerale, sapido, gran beva, distante dagli Erbaluce "pacciocati" che conosco. Io penso che l'Erbaluce deve ancora trovare una sua vera espressione, una sua espressione naturale senza tutti quegli interventismi che sono tipici della zona di produzione da cui proviene. 



Altro colpo al cuore il Rosso San Martino (3 euro, avete letto bene!) il Rosso Comunitario prodotto con le uve del territorio conferite da tutti i Vignaioli Valperghesi, grande beva, freschezza, vino da cibo. Bello questo vino condiviso, un rosso da tavola prodotto con più tipologie di uve, come si faceva un tempo in campagna.
Altri vini che mi piace segnalare: i Lambruschi e la Freisa dei Feroci (si chiamano così dal nome del trattore che usano nei campi), Il Rosso Canavese di Coggiola da seguire.
Una degustazione che mi ha sorpreso, un gruppo di vignaioli che cerca di difendere e valorizzare le ultime vigne della zona, un tempo vocata all'agricoltura poi abbandonata per le industrie della zona che però ora sono in crisi, in crisi profonda.
Consigli: avvicinarsi alla viticoltura bio, inesistente in zona purtroppo, fermentazioni spontanee, no a chiarifiche e filtrazioni invasive, meno barrique, puntare anche a etichette che richiamino singole vigne e territori (Rosso Canavese non è poi così attraente), continuare a confrontarsi con valide realtà esterne.
Un gruppo di vignaioli che va sostenuto, andiamo a trovarli, andiamo a bere i loro vini nelle loro piccole cantine.



http://www.vignaiolivalperghesi.it

giovedì 20 febbraio 2014

Canone Inverso (lotto 2010), Vino Rosso, Cantine Valpane

di Niccolò Desenzani



Si parla di Cantine Valpane da qualche tempo. Ne sono venuto a conoscenza da Stefano Caffarri sul Cucchiaio, che rimase folgorato assaggiando, se non sbaglio, il Grignolino.
Poi ne abbiamo parlato a tratti, ma mancava la conoscenza.
Ho visto i loro vini a Milano prima di Natale, ma non ne ho approfittato.
Infine dai racconti di Eugenio da Sorgente del Vino qualcosa che ha colpito la mia sensibilità: ha scritto che gli erano piaciuti e “che sapevano di buono”.
Allora mi dò una mossa e vado a prendere il Grigno. Finito. Vada per il Canone inverso, il Freisa di casa Arditi.
Freisa si sa mica è roba facile facile. Il tannino non è proprio levigatezza. Però è uva che dà vini di carattere e che secondo me invecchiando tirano fuori risultati sorprendenti (ricordo un assaggio da Brezza di un Freisa con qualche anno sulle spalle di grande eleganza). Forse per questo il Freisa di Valpane esce con qualche annetto di affinamento, a palato direi in botti abbastanza grandi o in cemento.
Appena versato ha qualche sfocatura, qualche sbuffo di verderame, ma poi comincia a rilassarsi e diventa quasi morbido e sensuale. Resta traccia evidente del tannino d’origine, ma riesce ugualmente a conquistare per piacevolezza scorrevole e buona freschezza.
Un vino confortevole, ma per nulla banale, che ha una sua cifra negli spigoli smussati e in un che di modernariato antiquario. Non uno stile old, non moderno. Qualcosa che mi ha riportato colla mente alle fiere brocante che nella piccola provincia italiana hanno la cadenza dell’ordinale del fine settimana del mese.
Bella scoperta.
M’è venuta voglia di bere il Grignolino.

mercoledì 1 maggio 2013

Runchet 2004, Freisa d’Asti di Ezio Trinchero



Il o la Freisa; il piemonte enologico è diviso sul genere e talvolta sulla qualità di questo vitigno spesso frizzante, un tempo spesso dolciastro, più spesso dimenticato.
Eppure la Schneider ci dice che il dna è largamente condiviso con il nebbiolo.
Quarti di nobiltà ignorati.
Forse perché i vigneti erano in zone che più di tutte hanno patito l’industrializzazione del Piemonte e lo svuotamento delle campagne e la rinascita enologica ha stentato e stenta a innescarsi.
Direi che i primi a non credere alle potenzialità millenarie delle terre del basso monferrato sono gli stessi vignaioli monferrini.
Solo ora timidamente ripiantano nebbiolo (presente già in epoca prefilloserica) e dedicano attenzione a vitigni abbandonati come il grignolino e il freisa.
In questo caso la mano del vignaiolo è fondamentale per accompagnare questo vino di etere e terra sino alla bottiglia.
Ezio Trinchero crede nella sua terra e nel potenziale dei suoi vini.
E lui parla con accenti nobili di quando il Monferrato comprendeva Genova e Milano.
Distilla profumi di ceralacche e minerali ferrosi e argille e tannini rotondi ma presenti.
Tirebouchon ed io siamo rimasti folgorati sulla via di Damasco, che un tempo passava da Agliano.
Kampai

Luigi


venerdì 28 settembre 2012

Monferrato Rosso Doc, Freisa 2011, Oreste Buzio, Vignale Monferrato (AL)



Sebbene i miei natali siano di un paese molto vicino a Vignale e sia stato svezzato a Barbera e Grignolino.
Ignoravo che il Freisa fosse una cultivar molto presente nel vigneto del Monferrato Casalese.
Maurizio Gily ipotizza che servisse insieme al Grignolino ad infoltire i tannini, alleggerire il corpaccione zuccheroso, nobilitare i profumi della Barbera per allungarne, forse, la vita.
Questa ipotesi mi pare plausibile e probabilmente nei vini della mia infanzia il Freisa c’era ma in miscela perché in purezza, cosa che invece si faceva e si fa con il Grignolino, non mi è mai capitato di berlo.
Mentre scrivo mi ritornano in mente accenni sul Freisa che avevo dimenticato: nel Grignolino d’Asti ne è tollerata una presenza percentuale se sono presenti delle piante nei vigneti.
Ebbene, sebbene non sia un esegeta del Freisa l’ho acquistata, l’ho raffreddata e l’ho bevuta.
Giovanissima, sulla tenuta negli anni bisogna chiedere a Maurizio Gily grande esperto dei vini di questi luoghi, ma già molto succosa.
Colore intenso
Pepe e spezie orientali e fragoline di Bosco in profusione.
Quasi una composta.
Tannino piccante, vegetale ma rotondo (sarà dunque vero che le argille del Monferrato Casalese smorzano i tannini e arrotondano le asperità).
Acidità gradevole e morbida.
Vino glu glu.
Mi piacerebbe riassaggiarlo fra un po’ perché, come voi mi insegnate, il Freisa ha molto acido desossiribonucleico in comune con il Nebbiolo.
Quindi la curiosità c’è.
In quel di Vignale da Buzio si fa anche un ottimo Grignolino, una Bonarda zero solfiti molto intrigante, della Barbera.
Bonne degustation

Luigi

mercoledì 26 settembre 2012

Argal, 2007, Pinerolese Rosso Doc, Dora Renato



Ogni tanto ragiono su un concetto espresso da Maurizio Gily.
Maurizio sosteneva in un suo intervento che i blogger parlano sempre degli stessi produttori, per lo più introvabili nella comune distribuzione e che rappresentano una nicchia, mentre nella realtà italiana i produttori imbottigliatori sono più di ventimila.
In realtà Maurizio estendeva questa sua velata critica anche alle guide le quali recensiscono più o meno duemila trecento produttori, circa il dieci per cento del totale.
Mi sono sentito toccato su questo punto e dentro di me, mentendo spudoratamente, dicevo che se non risultavano in nessun blog e in nessuna guida era perché i vini non erano all’altezza.
Però un dubbio mi rimaneva e rimane.
Ultimamente ho acquistato due bottiglie, quella di cui vi parlo oggi e un Ruchè di Massimo Marengo a Castagnole Monferrato (AT) dopo una rapida occhiata ho visto che nessuno dei due compare in queste guide: Sloowine, Gambero Rosso, Espresso, Duemila vini; peraltro anche Tenuta Migliavacca compare solo su Sloowine.
Ho voluto assaggiare entrambe.
Perché subisco sempre la fascinazione per gli eroi perdenti, per coloro che abitano il limite dell’oblio e il mio sospetto è sempre, e spesso ne sono corroborato, che sia il caso, il giro del vento mediatico che porta alcuni vicini alla boa del traguardo e altri a bolinare nelle retrovie*.
Non parlatemi di marketing, non è quello il punto.
E’ quel sottile filo che lega un passato di stenti (per tutti i contadini di qualunque zona viticola d’Italia) alla invenzione di una tradizione che malgrado sia inventata, spesso velleitaria e ingannevole riesce a far fissare nella memoria del consumatore e del critico un nome e una storia (sia nel senso prettamente storico sia nell’accezione di racconto) prima che un luogo.
E non venitemi a dire che le tradizioni non si inventano!
Chi volesse puntualizzare le mie asserzioni su questo tema consiglio la lettura di Eric Hobsbawm e il suo “Invenzione della tradizione” e le decine di pagine su questo argomento di Marco Aime.
Così come si inventano i gusti ahimè! 
Così come si inventa cosa è giusto o sbagliato, degno e indegno!
Ma questo è un altro discorso, o forse no?
Senza il mito di Juliette Colbert di Maulévrier al secolo Marchesa Giulia Falletti di Barolo e del Conte Camillo Benso di Cavour cosa sarebbe il Barolo?
Agglutiniamo  senso e narrazioni e costruiamo miti ecco cosa facciamo tutto il giorno per superare la fatica quotidiana del vivere.
E a qualcuno adesso, domani chissà, la bolina diventa un lasco mentre per altri che si trovano sulle mura sbagliate l’arrivo si allontana*.
L’Argal lo fanno a Frossasco (TO) vicino a Pinerolo (TO), esiste persino una Doc Pinerolese sconosciuta al 90% dei Piemontesi e al 99,9% degli Italiani.
Hanno vigneti sui rilievi pedemontani e in alcune aree propriamente montane come i Coutandin ma anch’io ne so poco di questa realtà e prossimamente ci farò un salto per toccare con mano la viticoltura Occitano Valdese.
Sono alla periferia dell’Impero coltivano varietà inflazionate o dimenticate (Barbera e Freisa e Neretto) e le montagne alle loro spalle sono sempre state un rifugio inaccessibile o una via di fuga dall’Italia.
L’Argal dicevo è un blend di Barbera, Freisa e Neretto, non è per nulla un anomalia la fusione funzionale delle prime due cultivar.
Maturazioni carnose, alcol e acidità della Barbera si fondono con le speziature pepato vegetali e i tannini del Freisa un mix che lascerebbe ben sperare nel lungo affinamento.
Si faceva un tempo anche nei vini del Monferrato Casalese (nord Monferrato) da dove, guarda caso, proviene il Ruchè di Massimo Marengo.
Con ciò non voglio dire che sia il miglior vino del Piemonte ma sicuramente un posto al sole lo meriterebbe anche solo per il fatto che costa sugli otto euro in enoteca e in tavola dura poco, a me è piaciuto parecchio.
Vi giro gli appunti così come li avevo presi subito dopo la degustazione.
Spezie e tannini vegetali piccanti.
Barberoso di frutta matura e dolcezza su telaio acido.
Legni bagnati e humus.
Terroso e cupo.
Bonne degustation

Luigi

*perdonate il parallelo velistico ma rende molto bene l’idea che una rotazione anche minima del vento avvantaggii in maniera netta e definitiva alcune imbarcazioni  sancendo la sconfitta delle altre, senza che sia veramente l’abilità dell’equipaggio a determinarne la sorte


Poscritto
Ho una bottiglia del 2001 in cantina che voglio aprire e condividere al più presto, l’ho comprata a Pinerolo da un enotecario che mi diceva che non riusciva a vendere i vini del Pinerolese neanche a Pinerolo.
Così va la vita.



venerdì 22 aprile 2011

#vdr_vinodellaregina2009vignadellareginatorino13_04_2011

Millesimo 2009.




Una vigna nella città di Torino.
Adagiata su un costone della collina torinese al fianco di una Villa barocca residenza estiva di Anna d’Orleans.
Di  fronte il Po, la città e le Alpi.
Per immedesimarmi ho raggiunto la Villa a piedi come un normale cittadino secentesco percorrendo le direttrici barocche della città.
Via della Dora Grossa (via Garibaldi), piazza Castello, via di Po.

Mercoledì tredici aprile duemilaundici ho bevuto vino barocco.
Assaporandolo ho conosciuto per contatto diretto la storia di Torino.
Ed era non tanto il gusto di un luogo ma l’aroma donato dall’impresa dell’insediamento.
Bere quel vino è stato un tuffo indietro nello spazio tempo.
Dentro  di me sentivo lo scalpiccio dei cavalli e il profumo di cipria delle cortigiane settecentesche.


Sentivo il calore e il fumo delle fornaci, la fatica dei garzoni e dei maestri da muro che hanno fabbricato questi palazzi.
Sentivo il sudore dei giardinieri che hanno piantato e allevato centinaia di varietà di alberi, arbusti, fiori, ortaggi, frutti.
Sentivo il berciare dei mulattieri.
Sentivo Carlo Emanuele II di Savoia  commissionare a un tipografo olandese la stampa di un volume ricchissimo sulle bellezze del Regno il “Theatrum Sabaudiae”.
Sentivo il frusciare delle pagine in pergamena di questo volumone prezioso.


Vedevo di là dal fiume Po una piccola città murata e intorno altre ville in costruzione e campagne e tratturi.
Vedevo un’abate siciliano, architetto affacendato intorno ai cantieri.
Vedevo la fila interminabile, dal porto fluviale sul Po, delle salmerie cariche di materiali diretti alla Villa.
Vedevo  a destra e sinistra della villa altre vigne.
Vedevo le Alpi, sotto un cielo azzuro, disposte come corona, franare sulla città.

E’ bastato un bicchiere di vino per vedere tutto ciò come in un racconto cyber punk.
Flash neurali provenienti da cyber memorie, risvegliate dal vino, balenavano nei miei gangli nervosi.
Hanno parlato il tredici aprile duemilaundici Mario Turetta, Edith Gabrielli, Cristina Mossetti e  l’Arch. Federico Fontana presentando il loro lavoro di recupero del complesso di Villa della Regina.
Io ho ascoltato, sopraffatto dal peso della storia, le parole di persone che hanno creduto al di là della comune ragionevolezza, nel recupero attivo e produttivo di un monumento che trascendesse la mera visione museale e si reinnestasse nel tessuto attivo della città e ne placasse simbolicamente la sete.
Recupero complesso di una Villa che aveva fatto dell’intreccio fra città, giardini, agricoltura e costruito un elemento fondante.
C’erano centinaia di varietà di vegetali messe a dimora e allevate sia nei viali dei giardini sia nella serra sia nel giardino dei frutti sia nel giardino dei legumi.

Oggi ci siamo dovuti accontentare e ridimensionare ma con pervicacia è stato perseguito il recupero di tutti quegli spazi effimeri ma di grande importanza nella relazione con la città, come il giardino all’italiana, le fontane e le folie che cingono il corpo di fabbrica, la scalinata che scivola ripida verso via Villa della Regina, la casa del Vignolante e gli orti.
La vigna (0,7 ha) rientra quindi in una logica volta all’integrazione anche produttiva della Villa.
Sono pochi gli esempi di Musei con risvolti produttivi reali e non solo formali.

La vigna in città è reperto museale ne rimagono pochissimi esempi a Brescia, Bolzano, Parigi, Stoccarda.
Studi storico ampelografici hanno determinato le varietà da impiantare (freisa, barbera, carry).
Microvinificazioni di prova hanno determinato la tipologia di vino da fare (vino fermo e di struttura).
La gestione del vigneto, impiantato nel 2006 è stata affidata alla azienda agricola Balbiano di Andezeno che ha



grande esperienza nell’allevare, gestire e poi vinificare la Freisa, cugina del Nebbiolo quindi uva in odore di santità.
Il vigneto sotto il sole brilla come uno Swarovski nel vano tentativo di allontanare dalle uve i passeri di città.
E’ ritornato nei giardini anche il Bufo Bufo e qualcuno ha proposto di baciarlo nella speranza che si tramutasse in principe.


Grande attenzione è stata rivolta alla grafica delle etichette in uno splendido rosa Savoia con la corona in bella mostra e un collarino che in un gioco di contrappasso esibisce un Qr code.
L’infaticabile tessitore dei rapporti fra storia, viticoltura e web è Luca Balbiano (che meriterebbe un post “c’è fermento a Torino”) dell’omonima azienda agricola che ripone grande fiducia sul potenziale comunicativo del web al punto di creare un sito specifico per la Vigna della Regina.
Ha riposto fiducia nei food-enoblogger, al punto di invitarne un nutrito stuolo alla conferenza stampa.
Io, per nulla abituato a questi eventi formali, mi sentivo come alla gita scolastica di fine anno.



Sono stati raggiunti toni surreali quando il Rag. Monero della Pastiglie Leone s.r.l., coinvolto da Franco Balbiano nella produzione di pastiglie al freisa e cari provenienti dalla Vigna della Regina, in dialetto piemontese ci ha fatti ripiombare in un gorgo storico storico che da Galeno, alla scuola di medicina di Salerno, agli alchimisti medievali, a Cagliostro, ai farmacisti ottocenteschi ci ha portato sino alla confetteria attuale, branca ludico-gourmet della farmacia.
L’architetto Fontana ha chiesto alla delegazione degli eno-blogger, prima della conferenza stampa, se il vino prodotto giustificasse la lotta necessaria per ottenere i permessi per piantumare l’altro lotto di vigna, allora ero confuso.
Adesso mi sento di dirgli con forza sì.
Perché quel vino è Torino, la sua comunità e la sua storia.


 
“salgono lampi
d’antiche emozioni dal
calice rosso”

Haiku6#barbera2 di Slawka G. Scarso
Avrei preferito fosse Haiku#freisa ma ci dobbiamo accontentare.

Sabato 14 maggio alle 16,00 alla Villa si terrà l’asta benefica del “Vigna della Regina”.
Saranno battuti all’Asta da Giancarlo Montaldo.
26 lotti di bottiglie di Vino della Regina 2009 di differente formato:
Magnum da 1,5 litri;
Jeroboam da 3 litri;
Balthazar da 12 litri;
Magnum  di grappa;
Cinque maxi latte delle pastiglie Leone al “Vigna della Regina”.
Tutti pezzi unici, con etichette disegnate dall’artista Luigi Stoisa.
I proventi dell’asta saranno devoluti dall’azienda vitivinicola Balbiano a Villa della Regina per lavori di restauro e recupero della villa.



In ordine di apparizione:
Mario Turetta direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Piemonte;
Edith Gabrielli soprintendente per i beni storici artistici ed etnoantropologici;
Cristina Mossetti  direttrice della Villa della Regina;
Arch. Federico Fontana direttore dei lavori;
Franco Balbiano dell’azienda agricola Balbiano;
rag. Monero della Pastiglie Leone srl;
Luca Balbiano dell’azienda agricola Balbiano.


Ai fortunati e munifici acquirenti del vino di Torino.
Bonne degustation

Luigi