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giovedì 28 novembre 2013

Langhe Nebbiolo 2010, Cascina Corte

di Niccolò Desenzani



Il Nebbiolo di Cascina Corte 2010 è forse  il classico esempio di vino ben fatto che rischia di passare per anonimo. 
Ma.
A ben vedere si tratta di un ottimo vino, in understatement, cui c'è da riconoscere un’espressione di purezza nebbiolesca non comune. Dosato fino al milligrammo di solforosa, con un uso del legno seminvisibile, come dovrebbe essere, gradazione che riesce a non esplodere, gran bello sviluppo dopo l'aperura. Tannino appena mordace, ma che onestamente legge il territorio, la viola nebbiolesca rappresentata in modo netto, alto livello di beva, estrema pulizia pur parlando la lingua del vino genuino. Balsamicità da corso di base dei Nebbiolo. Colore perfetto, rosso rubino con quei riflessi aranciati che si amano tanto e presagiscono longevità…
Ecco potrei pure andar avanti a elencare qualità di questo buon amico, ma il senso è che se dio è anche nelle piccole cose allora questo nebbiolo è una testimonianza.
Però apritelo il giorno prima!
Secondo giorno meglio, terzo ancor meglio.

lunedì 28 novembre 2011

vinicolki AUSTRI 2005 sanfereolo nicoletta bocca

Vini col KI.
Austri 2005, San Fereolo di Nicoletta Bocca, Dogliani.

Nicoletta Bocca con Vittorio Rusinà e Massimo Dalma a Fornovo


Nicoletta Bocca coté intellettuale del mondo del vino piemontese, sempre un po’ restio alla commistione con la cultura.
Lei nei primi anni di esilio Doglianese ha compiuto un viaggio catartico e di profonda umiltà per recuperare la contadinità insita in ognuno di noi.
Io apprezzo molto ciò che ha fatto, soprattutto per invidia, perché lei è riuscita in un intento che io, troppo pavido, non ho avuto il coraggio di perseguire.
E’ scesa in campo senza la boria del parvenu, senza l’arroganza dell’imprenditore.
Intrisa di dubbi.
E’ andata nei vigneti e ha imparato da zero, ponendosi in ascolto.
Ha rivitalizzato i suoli condividendone la rinascita.
Ha dato chance a vigneti vecchi e disagiati in procinto di essere abbandonati nell’oblio perché non rispondenti alle sinergie produttive e alle economie di scala contemporanee.
Ha duramente lavorato sui vegetali e su se stessa e i suoi vini sembrano aver appreso la lezione e sfoggiano una profondità unica.
Sono introspettivi, timidi, ricchi, colti e complessi come certi intellettuali d’antan che parlavano mandarino e discettavano di astronomia e teatro Kabuki.
Io sono rimasto folgorato dal Coste di Riavolo, dal San Fereolo Dogliani 2005 e dall’Austri 2005 a base barbera di cui vi parlo oggi.
Corposa e nervosa.
La apri ed è come appena sbocciata.
Cupa e introspettiva.
Densa ma scattante.
Di china il colore.
Di frutti il sapore.
Avvolgente e terrosa.
Fitta di tannini e acidità benevole.
Buonissima.
Bonne degustation


Luigi



Vini degustati a Fornovo e non nego che un motivo per cui ci sono andato è che sapevo ci sarebbe stata Nicoletta in persona.


giovedì 9 dicembre 2010

sanfereolocostediriavololanghebiancorieslingtraminer2005

Nemo propheta in patria.
Accanito bianchista in terra di rossi .



Un destino cinico che prima mi ha allontanato dal Piemonte per cercare “vini pallidi” e ultimamente mi ha visto ritornare alla disperata e campanilistica ricerca di qualità.
Il fatto poco political correct è che io odio l’Arneis, il Cortese (con esclusione di quello di Guido Zampaglione) e forse sbagliando l’Erbaluce.
Il fatto è che puzzano di vecchio piemonte triste e piagnone.
Il fatto è i piemontesi non lo bevono il vino bianco al massimo lo sciampagn.
Dovevo nascere a Cormons o a Bressanone o a Turkheim o a Sancerre o nella Nahe.
Comunque sono convinto che i bianchi possano essere vini enormi.
Quindi con accanimento mi sacrifico nella ricerca.
Ho provato sciardonnè piemontesi ma si sentiva il rammarico delle viti di non essere in borgogna e delle barrique di non avere più le foglie.
Ho provato sauvignon recuperati dalle lettiere dei gatti.
Finalmente qualche anno fà sono comparsi dei riesling fuori zona ottimi  e con obiettivi ambiziosi (Vajra, Germano).
Finalmente qualche anno fà sono comparsi dei timorasso in zona giusta con obiettivi ambiziosi ma con la strada tutta da battere.
Il vitigno di cui sopra allignava benevolo ma ignorato nelle colline tortonesi sino a che Walter Massa e un manipolo che ora è legione ne ha piano piano esplorato le possibilità enologiche e agronomiche.
Potrebbe esportarsi anche nelle vicine terre del monferrato casalese per una spiccata adattabilità alle argille e alle esposizioni in pieno sud.
Vedremo più avanti per adesso i migliori timorasso sono tortonesi.
Ma non è di loro che volevo parlare ma di un vino fuori zona, un bianco  di San Fereolo  il Coste di Riavolo 2005 a base di vitigni nord europei nobili fatto  a Dogliani che mi ha veramente folgorato sulla via di Damasco.
Dogliani è un’enclave rossista votata come armata don chisciottesca al dolcetto che qui ha la sua terra di elezione e dà vini tosti, intensi anche ruvidi che sfidano gli anni e sovrastano la bagna cauda (l’allargamento della superficie a docg metterà in pericolo il lavoro qualitativo fin qui fatto dal nostro manipolo; di patrii disastri comincio ad avverne abbastanza) .
Ma è di bianchi che voglio parlare.
Il Doglianese è terra di confine, il confine fra le langhe, l’appennino ligure, la pianura che li divide dalle Alpi Marittime.
Qui il freddo e il vento sono più intensi e mortificano il nebbiolo ma esaltano la precocità del dolcetto e la robustezza del barbera.
Quindi Nicoletta Bocca  ha provato a piantare riesling e traminer aromatico.
Due sciatori di fondo di tecnica classica forti e resistenti ai freddi intensi ma signorili, aggraziati nei profumi.
Due fuori classe  entrambe sono aromatici  in più l’uno apporta acidità, l’altro rotondità e alcool.
Un matrimonio d’amore.
Macerazione a freddo per entrambi di ventiquattro ore per il primo di qualche ora il secondo.
Pigiatura e fermentazione in tonneau con lieviti di cantina e senza controllo delle temperature.
Affinamento ossido riduttivo, post assemblaggio, in tonneau di legno sulle fecce fini con batonage per un anno. Ulteriore affinamento in riduzione in bottiglia.
Una cosa è certa le fecce fini giovano anche ai bianchi che prendono profondità organolettiche altrimenti inarrivabili.

Colore intenso paglierino (tipico delle macerazioni).
Profumi intriganti di germania renana (petrolio, idrocarburo) e bottega di restauro (cera d’api, lieve trementina e mercuro cromo), esotismi come curry, ananas e frutta tropicale, bocca calda e generosa non troppo morbida (da Traminer) né tagliente (da Riesling), leggermente astrigente molto lungo, buonissimo.
Perfetto su un pollo con curry e latte di cocco.
Da provare su patrii salumi o plin con ripieno di formaggi alle erbe fini.
Tenetene sempre in casa una bottiglia.
Meglio due.
L’annata è il 2005 ed è appena appena pronta.
State sereni che vi aspetta per qualche anno.



luigi


giovedì 21 ottobre 2010

c'è post per te

Rubrica per neofiti o neoappassionati.
Come nasce il vino?
Dall’uva che è il frutto della: genere vitis, sottogenere vitis, specie europea, sottospecie sativa e silvestris.
La vitis è stata addomesticata (questo ve l’ho già detto in “invenzione della tradizione”) circa 6.000 anni fa.
Le piante sono coltivate in vigneti ormai mono varietali con fittezze di piante per ettaro variabili (da 1.000 a 20.000), hanno un ciclo vitale: crescono (inizio produzione 4, 5 anni di età, maturità e continuità produttiva fino a 25 anni, senescenza e morte (anche più di 100 anni), un ciclo vegetativo (riferito alla chioma e ai rami) e un sotto ciclo produttivo (riferito alla fioritura, fecondazione, formazione dei grappoli e maturazione degli acini).
Ho lungamente ragionato sull’impostazione classica della didattica sul vino che parte da questi aspetti agronomici per trattare poi l’enologia e le sue tecniche di elaborazione dei vini.
Al termine del ragionamento mi sono detto che lo schema è troppo rigido.
L’obbiettivo principale per l’appassionato, altra cosa per il tecnico, è quello di riallineare le percezioni di una società inurbata la quale, ormai, crede o le fanno credere che ciò che mangia sia industriale e non agricolo e quindi intimamente legato ai cicli stagionali e solari.
Quanti di voi sanno in quanto cresce un’insalata, un broccolo, una patata, un pomodoro? Per gioco sarebbe interessante me lo scriveste sui commenti.
Non crediate che voglia fare il maestrino, anch’io dopo anni di orticoltura hobbistica, ci devo pensare prima di rispondere e ogni volta che entro nell’orto devo spogliarmi dell’abito di “omo industrialis, sottospecie metropolitana” per sintonizzarmi su frequenze sconosciute. Forse , un sistema per comprendere cosa “percepisce” una pianta,  potrebbe essere quello di sdraiarcisi accanto e guardare il cielo, infilare le dita nel terreno come radici e sentire l’umido della terra tra le scapole, il tocco delle erbe sulle guance, il frenetico e incessante brulicare degli insetti, il vento e la pioggia e il sole sulla faccia, il silenzio rumoroso dello scorrere del tempo,  allora  potremmo intuire il mondo dei vegetali.
Le piante non sono delle entità a sè stanti avulse dal contesto ma vivono nel e dell’ambiente in cui sono calate, lo influenzano e ne sono influenzate in un continuo feed back di azioni e reazioni.
I vegetali sono foto, crono, chemio, termo sensibili, hanno percezioni tattili  ogni azione esterna viene percepita e analizzata e mette in moto delle risposte fisiologiche mirate alla conservazione dell’individuo e della specie.
Leggono e sono letti dal mondo circostante con paziente efficienza, questa mi pare una buona approssimazione di quello che i francesi definiscono “Terroir”.
Questa sensibilità ambientale spiega perché certe varietà si adattino (si siano nel tempo adattate) meglio di altre a particolari condizioni pedologiche e geografiche anche con interventi colturali umani, un esempio lampante sono gli agrumi che derivano da piante del sottobosco della foresta pluviale del sud-est asiatico i cui frutti sono pressoché immangiabili tanto sono acidi, duri e amari.
I giardinieri Siciliani e poi Campani, Pugliesi nei secoli ne hanno forzato la resistenza all’insolazione diretta, al vento, hanno selezionato per talea (selezione clonale) gli individui più resistenti, produttivi e organoletticamente più rilevanti in un processo instancabile di interazioni pianta-uomo-ambiente.
Un processo simile ma ancora più lungo ha subìto la vite che allo stato naturale è una pianta rampicante e/o strisciante anch’essa del sottobosco, presente in gran parte delle regioni temperate del mondo, irriconoscibile rispetto alla varietà Sativa che si esibisce nei bellissimi panorami vitati del mondo dalle Langhe ai pendii del Rheingau.
Quindi per avere dell’uva bisogna piantare la vite, nei terreni suoi congeniali, allevarla (guyot, cordone speronato, alberello, pergola etc.), potarla perché abbia sempre delle branche che fruttifichino e ogni anno raccoglierne i frutti maturi pronti per essere vinificati. Le piante nel corso della stagione e della loro vita, con i loro frutti, interpreteranno il mondo che le circonda e il vino sarà il loro giudizio sul clima e sul nostro operato.

Per ristorarsi dalle fatiche della lettura consiglio di sorseggiare:
Produttore Tenuta le Calcinaie di Simone Santini a S.Gimignano nel pieno dell’unica docg “bianca” della Toscana l’omonima Vernaccia di S.Gimignano Docg. Il  vino da uve certificate bio la Vernaccia di S.Gimignano Vigna ai Sassi docg riserva 2005. Un vino che va aspettato due o tre anni dalla messa in commercio, ora il 2005 è buonissimo e complesso e appagante E’ di un colore giallo paglierino intenso con riflessi oro, vivace e brillante il naso intenso di pietra focaia e di agrumi anche lievemente canditi con leggere memorie di idrocarburi, zafferano e zagare, in bocca miele e agrumi maturi supportato da una spina acida rinfrescante e da una sapida e piacevole mineralità, buonissimo su una trota fario alle erbe e preburgiu.

Produttore Osvaldo Barberis a Dogliani (CN) nel pieno della docg “Dolcetto di Dogliani Superiore”. Il vino da uve certificate biologiche il Puncin 2008 Dolcetto di Dogliani Superiore docg affinamento in botte grande.
Setoso e brillante con spezie e corteccia e frutta una certa vena vegetale di geranio e un po’ di humus, dolce  di liquerizia e viola (il profumo del butun del preive) ravvivato da tannini robusti ma morbidi e da una acidità levigata e pulsante. Ottimo anche su un panino con toma di montagna, splendido con cavateddi al ragù bianco di agnello, da provare come un tempo su salame fresco e pane a pasta dura.

Per chi ama leggere consiglio:
AAVV, “Il piacere del vino”, Bra (CN), Slow Food Editore, 1993.
AAVV, “Il mondo del Sommelier”, Milano, Associazione Italiana Sommeliers Editore, 2005.
Mario Fregoni, “Viticoltura di qualità”, Verona, L’informatore Agrario, 1998 non proprio rilassante.

Per oggi può bastare.
buona bevuta e buona lettura
luigi