Pagine

Visualizzazione post con etichetta Riesling. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Riesling. Mostra tutti i post

martedì 17 giugno 2014

Riesling Kappelweg de Rorschwihr 2008, Vin D'Alsace AOC, Rolly Gassmann

di Daniele Tincati


La settimana scorsa avevo amici a cena e si fa una pasta asparagi e Prosciutto di Parma.
L’abbinamento classico altoatesino degli asparagi prevede il Sauvignon, mentre in Germania gli preferiscono il Riesling, quello delle versioni base, spesso trocken.
Non mi va il Sauvignon e non ne ho di tanto pronti.
Riesling tedeschi neanche l’ombra, ma ne ho in casa uno alsaziano.
Lo stappo.

Rolly Gassmann è un produttore poco o nulla conosciuto in Italia.
Chi mi ha regalato la bottiglia mi ha raccontato della biodinamica non certificata e dell’uso, in vigna, di preparati a base di erbe che producono in azienda.
Cure maniacali del vigneto ed attenzione in cantina.
Questo 2008, non appena aperto, lascia qualche dubbio sul tappo, rilevatosi poi infondato.
Se ne avessero usato uno a vite non ci sarebbe stato il dubbio.
Bello intenso fin da subito, senza ritrosie, ma un pò monocorde su note minerali, che più che minerali direi petrolifere.

Una vasta gamma di sentori riconducibili ai derivati del petrolio, dalla benzina al kerosene, passando per l’officina e l’olio motore.
Folate balsamiche che rasentano l’insetticida, piastrine per zanzare, piretro e olio di citronella.
Qualcuno abbozza l’odore di plasticoni da supermarket cinese, ma sarà stato l’alcool.
L’assaggio è però particolarmente gradevole, con un leggero residuo zuccherino, al di sotto dell’abboccato, a stemperare un’acidità viva ma non aggressiva.

I ritorni di bocca svelano i profumi del secondo turno, che sono più in linea con l’assaggio.
Infatti, svanite le esalazioni da raffineria iniziali, il ventaglio olfattivo si fa più gustoso, con note di agrumi, soprattutto cedro, susina gialla, cedro candito e punte balsamiche di erba Luigia.
Bello lungo il finale, pulito, giocato sugli agrumi.
Un vino double-face, dinamico, con una discreta beva, che si è abbinato alla perfezione al piatto.

venerdì 15 novembre 2013

Fermento a Castiglione Tinella

di Andrea Della Casa


Fermarsi da Ezio Cerruti per me è come una coperta di Linus, mi rendo conto che ad ogni gita in Langa non posso farne a meno.
A prescindere dalla bontà del suo vino.
Quest'anno poi c'erano alcune novità inaspettate che ci aspettavano al varco.
Finalmente assaggiamo quel moscato secco, mosca bianca in queste zone, che da parecchio anelavo. In verità avevo avuto modo di provarlo a Cerea lo scorso anno, ma era una specie di ante litteram, annata 2011. Questa era invece la 2012, da pochissimo in bottiglia (e comunque non in commercio).
Ezio si è dato 4-5 vendemmie per capire se la qualità di questo moscato merita l'imbottigliamento perenne e definitivo. Anche il nome è già pronto e non si discosterà molto dal più celebre Sol.
Questo 2012 non è ancora come lo vorrebbe: niente retrogusto amaro, una fresca acidità che ne rende la beva instancabile, ma un po' esile e con un finale non lunghissimo. Sarà interessante capirne anche la vitalità e l'evoluzione in bottiglia vista la poca solforosa (meno di 30 mg/l) e la non eccessiva gradazione alcolica (12,5°).
Si passa poi al Sol passito da uve riesling '09 a me finora sconosciuto e ormai, ahimè, non più vinificabile causa la distruzione dei vigneti ad opera della flavescenza dorata. La qualità è la solita, ormai indelebile marchio di fabbrica di cantina Cerruti, e il gusto è caratterizzato da un'impronta lievemente meno dolce rispetto al fratello moscato.
Il Sol '09 di moscato è invece una via di mezzo tra le due annate precedenti: non così opulento come la '07, un po' meno snello della '08. Tra le due comunque tende più verso a quest'ultima. E comunque sempre un gran bere.
Provato poi il Sol '10 da botte, annata botritizzata. Moooooolto interessante. Dopo 3 anni ha ancora un deciso residuo di carbonica!  Da seguirne attentamente gli sviluppi.
Ma non finisce qui!
Il vulcanico Ezio ha un'altra idea per la testa, rivoluzionaria, decisamente atipica. Ma siccome è praticamente ad uno stadio pre-embrionale i tempi non sono ancora maturi per rivelarla...

domenica 22 settembre 2013

“16 anime”, Vigne dei Boschi Riesling di Romagna

Campiume, Vigne San Lorenzo, installazione
Brisighella esterno giorno e poi notte, se non ci fossi stato me ne sarei pentito.
Ospiti a Campiume da Filippo Manetti di Vigne san Lorenzo i bioviticultori di Brisighella presentavano i loro vini.
E c’era una verticale di “16 anime” il Riesling di Vigne dei Boschi.
Io amo il riesling al punto che non sto tanto a guardare da dove arrivi, non sospiro ah la Mosella! Ah l’Alsazia!
Io li provo tutti perché sono Riesling addicted.
Quello di Vigne dei Boschi, poi, lo avevo assaggiato, anche se in una serata densa di assaggi e faticosa e mi aveva incuriosito comunque.


La batteria era seria dal 2004 al 2011.
Lo stile di vinificazione è cambiato un po’ dalla prima all’ultima annata e dal 2005 si fermenta spontaneamente (dire che ci siano già dei lieviti di cantina indigeni è forse un po’ presto bisogna aspettare un po’ di anni prima che la deriva dei lieviti secchi usati sia terminata e si siano instaurate colonie specifiche).
Vigneti sui 400 metri slm in un posto dove permettono a Babini di avere temperature che non mortificano l’acidità e quindi di portare freschezza ai vini.

La 2004 è molto Alsaziana con nette sensazioni di muffa nobile e grassezze gliceriche, idrocarburi caramellati e marmellata di arance. Una vendemmia tardiva botritizzata, mi è piaciuta parecchio.
La 2005 è la bottiglia della svolta stilistica, i profumi si assottigliano e le zuccherosità spariscono per lasciare spazio ai minerali, alla sapidità acidulata e fondo leggermente amaricante.
La 2007 chiusa subito poi si apre con qualche sobbalzo fra note agrumate e minerali un po’ sottotraccia.
La 2008 il processo di rarefazione (complice anche una più fresca) continua smagrendo il vino che si fa esile, sapido e fresco. Idrocarburi in formazione in melange con pompelmo e citricità assortite.
La 2009 più ricca al naso, più pronta della precedente, gasolio e rocce e salinità, molto gastronomica.
La 2010  e
La 2011 sono veramente in fasce e si agitano sul frutto e sulla mineralità, delicatamente chiuse ma che fanno ben sperare.
La via dell’alleggerimento è interessante ne ha giovato la freschezza e la vivacità del sorso e un po’ alla lontana mi hanno ricordato i riesling di Sylvie Spielmann che però al naso sono dirompenti mentre il 16 anime mi è parso sempre mediamente chiuso come profumi.
La prossima volta bisogna fare un confronto Romagna versus Alsazia su queste interpretazioni del riesling, senza vincitori né vinti, solo così per giocare e imparare e chiacchierare di cose futili.
Kempè


Luigi

Poscritto
16 anime era il numero di persone registrate nei primi ottocento al registro della chiesetta del piccolo borgo vicino alle vigne.

lunedì 10 settembre 2012

Vin d’Alsace, Aoc Alsace, Riesling 2009, Domaine Ostertag



Il riesling è un vitigno che attira il bevitore seriale.
Perché è un nobile signore del Nord Europa aggrappato a terre difficili, spesso a piede franco, spesso allevato ad alberello arroccato al limite geografico della maturazione della vite.
Un abitante del limite.
E i suoi profumi sono espressione di questo essere di frontiera e della sua durezza rocciosa, della sua asprezza acida.
Però ultimamente ragionavo sul fatto che, forse, le attuali tecniche enologiche o proprio le caratteristiche del vitigno o la mano del cantiniere un po’ ruffiano, tendono a livellarne un po’ le differenze.
Gli idrocarburi, la mineralità, le sferzate limonine, l’acidità imponente in parallelo agli zuccheri residui (Germania) o a corpi alcolico/glicerici importanti (Alsazia) a mio avviso tendono a omologarlo un po’.
Con questi pensieri ho aperto questo riesling che ha confutato le mie tesi sbrigative.
E’ un vino base, “di frutto” dicono sul sito aziendale.
Io dico che è un vino travolgente sia al naso sia in bocca.
Profumi di pietre e di agrumi e di miele amaro e di pesche e di altre decimigliaia di cose.
Saporitissimo scende duro e salato in bocca senza alcun zucchero che blandisca la papille, un citron confit.
Una spremuta con una leggera piccantezza come di nasturzio.
L’idrocarburo sotto spinge con forza ed eleganza e si completa in bocca con frutto e sale.
Leggo sul sito (e se lo scrive io gli credo) che le fermentazioni sono spontanee con “levures indigènes”.
E rimango ancora più stranito da quella pulizia complessa e ricca e sfaccettata che emerge da questo riesling.
Nessuna imperfezione “tecnica” o deriva ossidativa o sbavature organolettiche.
E ripenso con ancora più mestizia ai vini caricatura che siamo costretti a bere, figli dei lieviti industriali e degli additivi enologici più che del territorio.

L’ho acquistato a Parigi chiunque lo trovasse sappia che è una spesa ampiamente giustificata.
Sono molto incuriosito anche dai “vini di pietra” ossia i cru di Ostertag.
Bonne degustation

Luigi 

giovedì 9 febbraio 2012

_coste di riavolo 2004 san Fereolo_

Coste di Riavolo 2004, Langhe Bianco, San Fereolo di Nicoletta Bocca.



Un bianco in terra di rossi dice Nicoletta Bocca del Coste di Riavolo.
Uno dei migliori bianchi del Piemonte dico io.
Arrogante vero?
Da aspettare, come i rossi di Nicoletta.
Anni dopo la vendemmia acquisisce.
Potenza e scatto e allungo impressionante.
Senza il peso dei tannini, degli antociani che ancorano alla terra.
Vola alto questo Riesling Traminer, leggero, è vino cosmico.
E’ straniero in terre straniere.
Fotografa la Langa con sguardo forestiero ma non superficiale.
Ricordi di grassezze alsaziane.
Il caramello iniziale, come bruco si è mutato in farfalla.
In idrocarburi potenti, cherosene per il freddo di questi giorni.
Agrumato e minerale, intriso di salinità.
Affilato, a tratti amarostico.
Mai greve.
Acidità educata.
Elegante e sottotraccia.
Nessuna surmaturazione.
Una gioia del palato.
Bonne degustation


Luigi


venerdì 8 aprile 2011

riesling valle venosta versus valle isarco unterortl packerhof

Riesling contro Riesling.
Val Venosta versus Val d’Isarco.
Se avessi costanza potrebbe diventare una rubrica e potrei chiamarla VERSUS.

I due riesling provengono da un viaggio compiuto in A.A. nel 2006.
Compivo quaranta anni per cui siamo concessi due notti nel più bello, etico, understatement, comodo, silenzioso albergo che esista in Italia.
Il Vigiljoch a Merano (BZ).
Progettato da Matteo Thun.


Nell’ottica del risparmio energetico e dell’uso di materiali a basso impatto ambientale.
Struttura portante in legno lamellare che per effetto del vento si deforma  e scricchiola come i pini del bosco.
Ventilazione, riscaldamento con sistemi passivi, recupero delle acque reflue.
Bellissimo, ogni camera affaccia sulle montagne da una “vetrata parete” che ti proietta nella natura, mediata solamente da un traliccio di brise soleil di legno.
Si accede dal fondo valle solamente con la funivia, che in pochi minuti vi porta dai 300 m slm ai quasi 1.500 m slm dell’albergo, nessuna macchina è ammessa, solo alpeggi, taglialegna, stube e qualche capriolo.


Interni molto cool con influenze della “scuola austriaca”, luce zenitale ambienti razional-rarefatti, intimo connubio con la natura e un maledetto, chiostrale e rumoroso silenzio.
Colazioni nel bellissimo ex fienile con una proposta di leccornie incredibili, dai lievitati al salmone affumicato con spumante metodo classico.



Uno splendido esempio di come una committenza illuminata e un ottimo progetto architettonico contemporaneo possa interpretare e leggere il genius loci di un ambiente naturale.
Per saziare la mia sete ho trascinato moglie e cani nel fondo valle e siamo andati in Val Venosta e in Val d’Isarco.
La Tenuta Unterortl di proprietà di Reinhold Messner è a Castelbello (BZ) in Val Venosta, gestita dalla famiglia Aurich, abbarbicata sulle ripidissime balze calcaree delle montagne a 700 m slm, viticoltura eroica.



Packerhof è a Varhn, Novacella (BZ) in Val d’Isarco a 700 m slm, in un punto in cui la valle si unisce alla Val Pusteria e i fianchi altrimenti ripidissimi spianano leggermente permettendo una viticoltura semi-eroica.
Le condizioni climatiche sono simili, caratterizzate da grandi escursioni termiche, vento, freddo, nessun volano termico e una altimetria limite per la coltivazione della vite.
Sarà l’affinità culturale, saranno le condizioni climatiche qui il riesling spacca.
Ne avevo comprate sei bottiglie per ogni produttore, non mi sono saputo gestire.
In gioventù possono deludere un po’, sono chiusissimi al naso e scontrosi in bocca.
Adesso invece a sette e sei anni dalla vendemmia sono a boire.



Tenuta Unterortl, Riesling A.A. Val Venosta, 2004.
Colore giallo paglierino intenso vivo, lucente.
Naso di idrocarburi con sfumature balsamiche e mentolate, mandarino e miele di mandarino, uva spina.
Le durezze già intuite al naso sono confermate in bocca da una acidità importante e penetrante che tiene a galla le sensazioni frutto-floreali.
Le sensazioni fruttate rimangono sempre fresche, forse un po’ più mature ma sferzate dall’acidità e dalla sapidità quasi salata.
Estremo.



Packerhof, Riesling A.A. Val d’Isarco, 2005.
Colore giallo paglierino con riflessi verdi.
Idrocarburi, resine termoindurenti con derive agrumate di mandarino e balsamiche di erbe officinali timo, mentuccia echi di miele amaro.
Bocca acida ma con una “morbidezza” leggermente maggiore del primo, più corposo, meno estremo del precedente, più mentolato e balsamico, sapido.

Nessun perdente nello scontro, questi due riesling sono cavalli di razza, estremi, profumati e caustici alla tedesca.
Bonne degustation

luigi

giovedì 9 dicembre 2010

sanfereolocostediriavololanghebiancorieslingtraminer2005

Nemo propheta in patria.
Accanito bianchista in terra di rossi .



Un destino cinico che prima mi ha allontanato dal Piemonte per cercare “vini pallidi” e ultimamente mi ha visto ritornare alla disperata e campanilistica ricerca di qualità.
Il fatto poco political correct è che io odio l’Arneis, il Cortese (con esclusione di quello di Guido Zampaglione) e forse sbagliando l’Erbaluce.
Il fatto è che puzzano di vecchio piemonte triste e piagnone.
Il fatto è i piemontesi non lo bevono il vino bianco al massimo lo sciampagn.
Dovevo nascere a Cormons o a Bressanone o a Turkheim o a Sancerre o nella Nahe.
Comunque sono convinto che i bianchi possano essere vini enormi.
Quindi con accanimento mi sacrifico nella ricerca.
Ho provato sciardonnè piemontesi ma si sentiva il rammarico delle viti di non essere in borgogna e delle barrique di non avere più le foglie.
Ho provato sauvignon recuperati dalle lettiere dei gatti.
Finalmente qualche anno fà sono comparsi dei riesling fuori zona ottimi  e con obiettivi ambiziosi (Vajra, Germano).
Finalmente qualche anno fà sono comparsi dei timorasso in zona giusta con obiettivi ambiziosi ma con la strada tutta da battere.
Il vitigno di cui sopra allignava benevolo ma ignorato nelle colline tortonesi sino a che Walter Massa e un manipolo che ora è legione ne ha piano piano esplorato le possibilità enologiche e agronomiche.
Potrebbe esportarsi anche nelle vicine terre del monferrato casalese per una spiccata adattabilità alle argille e alle esposizioni in pieno sud.
Vedremo più avanti per adesso i migliori timorasso sono tortonesi.
Ma non è di loro che volevo parlare ma di un vino fuori zona, un bianco  di San Fereolo  il Coste di Riavolo 2005 a base di vitigni nord europei nobili fatto  a Dogliani che mi ha veramente folgorato sulla via di Damasco.
Dogliani è un’enclave rossista votata come armata don chisciottesca al dolcetto che qui ha la sua terra di elezione e dà vini tosti, intensi anche ruvidi che sfidano gli anni e sovrastano la bagna cauda (l’allargamento della superficie a docg metterà in pericolo il lavoro qualitativo fin qui fatto dal nostro manipolo; di patrii disastri comincio ad avverne abbastanza) .
Ma è di bianchi che voglio parlare.
Il Doglianese è terra di confine, il confine fra le langhe, l’appennino ligure, la pianura che li divide dalle Alpi Marittime.
Qui il freddo e il vento sono più intensi e mortificano il nebbiolo ma esaltano la precocità del dolcetto e la robustezza del barbera.
Quindi Nicoletta Bocca  ha provato a piantare riesling e traminer aromatico.
Due sciatori di fondo di tecnica classica forti e resistenti ai freddi intensi ma signorili, aggraziati nei profumi.
Due fuori classe  entrambe sono aromatici  in più l’uno apporta acidità, l’altro rotondità e alcool.
Un matrimonio d’amore.
Macerazione a freddo per entrambi di ventiquattro ore per il primo di qualche ora il secondo.
Pigiatura e fermentazione in tonneau con lieviti di cantina e senza controllo delle temperature.
Affinamento ossido riduttivo, post assemblaggio, in tonneau di legno sulle fecce fini con batonage per un anno. Ulteriore affinamento in riduzione in bottiglia.
Una cosa è certa le fecce fini giovano anche ai bianchi che prendono profondità organolettiche altrimenti inarrivabili.

Colore intenso paglierino (tipico delle macerazioni).
Profumi intriganti di germania renana (petrolio, idrocarburo) e bottega di restauro (cera d’api, lieve trementina e mercuro cromo), esotismi come curry, ananas e frutta tropicale, bocca calda e generosa non troppo morbida (da Traminer) né tagliente (da Riesling), leggermente astrigente molto lungo, buonissimo.
Perfetto su un pollo con curry e latte di cocco.
Da provare su patrii salumi o plin con ripieno di formaggi alle erbe fini.
Tenetene sempre in casa una bottiglia.
Meglio due.
L’annata è il 2005 ed è appena appena pronta.
State sereni che vi aspetta per qualche anno.



luigi


sabato 20 novembre 2010

lisnerisalvaropecorarisanlorenzopinotgrigiosauvignon

Lis Neris alias Alvaro Pecorari il Friuli in un bicchiere.



Antefatto:
il 18/11 c.a. Alvaro Pecorari ha organizzato presso la sede AIS Torino una degustazione di suoi vini: tre Pinot Grigio, tre Sauvignon e due blend.
Tenterò di offrirvi un sunto dell’incontro che è durato quasi tre ore senza cali di tensione, sbevazzando assai bene e in ottima compagnia.
Leggo dalla guida che Alvaro Pecorari (personalità estroversa e passionale) ha alle spalle studi da architetto (si vede dalla grafica molto cool delle brossure) ma meno male che ha lasciato ad altri quel mestiere e ha preso le redini della azienda di famiglia.
Settanta ettari recitano le note informative, una enormità di piante (circa 350.000 pensate potarle tutte più volte l’anno), di terreni, di braccianti, di atrezzature in sintesi di responsabilità.
Il territorio, tema caro ai produttori, ai somellier, meno ai consumatori  è nella valle dell’Isonzo in provincia di Gorizia, un altopiano triangolare con Cormons, Mariano del Friuli e San Lorenzo Isontino come vertici, sub pianeggiante  composto da ciotoli di origine glaciale del quaternario, caratterizzato alla profondità di 4/5 metri da formazioni di lastre di conglomerati di pietre e calcare (una sorta di calcestruzzo naturale) che apporta alle radici che lo raggiungono minerali e riserve d’acqua.
Terreno povero e drenante capace di fare da volano termico (i ciottoli tendono a scaldarsi di più e a cedere il calore più lentamente della terra), temperature diurne mediterranee, mitigate dai venti freschi dei balcani che si incuneano dalla valle del Vipacco, l’Adriatico li vicino a mediare tutto senza l’inerzia elefantiaca del Tirreno che arroventa e non fa scendere le temperature neanche la notte.
Alvaro sei in paradiso, di cosa ti preoccupi? le piante in ambienti del genere tendono con l’andare degli anni a stabilizzare la crescita vegetativa e esplorano con continuità il terreno sotto di loro, innescano processi di simbiosi con il consorzio microbico che c’è nel terreno, protendono i pampini verso il sole senza arroganza, disciplinate, producono meno e lo portano a maturazione in tempo, si fondono con l’ambiente e diventano specchio del terroir.
Quindi come facevano gli antichi, noi dovremo parlare di San Lorenzo o Val d’Isonzo bianco senza preoccuparci delle cultivar che avete messo a dimora, perché noi beviamo il terroir e non la varietà.

Alvaro Pecorari


Giochino pericoloso, come ogni estremizzazione, che però ci permette di mettere sotto il naso il suo Sauvignon e non sentire l’archetipo aromatico della varietà ma il profumo del suolo, dei minerali, del vento, del sole e delle erbe spontanee dei vigneti.

Alvaro ci tiene così tanto al legame con il terroir che ha interrotto da anni il diserbo chimico, lascia l’interfilare inerbito e recide con una lama le radici avventizie superficiali che nulla apportano alla trama minerale dei vini.
Valuta la maturazione polifenolica e aromatica con la gas cromatografia? No. Assaggiando ogni giorno l’uva.
Incredibile per una società che ormai delega tutto alla scienza, nella pia illusione che dia delle risposte.
Se l’uva è “buona”, si vendemmia.
Nel dopo vendemmia Alvaro sterza e ha una deriva tecnologica (bisogna rendergli atto che ne è convinto e i risultati sono lì a testimoniare che un po’ di ragione ce l’ha), vinificazioni in bianco senza macerazioni (però lunghe permanenze anche dei vini base sulle fecce fini, good job Alvaro!), lieviti selezionati, azoto, fermentazioni e maturazione a temperature controllate in vasche termocondizionate (per la sua e la nostra serenità ha installato pannelli fotovoltaici che erogano circa 2/3 del fabbisogno di energia elettrica dell’azienda).
Unica concessione ai metodi d’antan è la maturazione delle selezioni che avviene in Tonneau usati per 10 12 mesi con batonnage.
Il  mosto-vino viene messo in botte a fermentazione alcolica ancora in corso e la finisce in legno.
Alt! i puristi del vino frenino gli ho chiesto che botti usa e lui mi ha detto che sono di quarto passaggio e quindi, come ci conferma G.Tachis, la cessione di polifenoli esogeni e sostanze aromatiche è nulla.
I vini quindi si microssigenano e compiono una maturazione ossido riducente che stroncherebbe molti prodotti e invece esalta le qualità dei vini di Alvaro.
Mi si perdoni un inciso un po’ tecnico, i vini bianchi solitamente non amano le maturazioni in presenza di ossigeno perché è una molecola molto aggressiva e tende a degradare i polifenoli e altri coloranti con gravi conseguenze per i vini, nel caso di Lis Neris (sebbene non sia l’unico) il processo di maturazione è assorbito con naturalezza e porta il prodotto a vette gustative inimmaginabili.
Malgrado lo strapazzo i vini hanno colori carichi ma non ridondanti con una spina di verde che ravviva e tonifica, sono brillanti anche se l’acidità non è l’unica arma al loro arco.

Longevità, parola oscura ai più quando si parla di bianchi, ebbene come i borgogna i vini di Alvaro sono pure longevi e raggiungono la mezza età con una freschezza atletica che forse non hanno nemmeno da giovani.
Il ragazzo si è messo a fare vini bianchi, buoni, di terroir, che danno il meglio dopo anni di bottiglia mentre i consumatori chiedono l’esatto opposto!
Ama le sfide e noi con lui abbiamo incrociato i calici.

Abbiamo degustato:
Pinot Grigio 2009, Gris 2008, Gris 2003, Confini 2008 (vendemmia tardiva di pinot grigio, traminer, riesling).
Sauvignon 2009, Picol 2009, Picol 2001, Lis 2006 (pinot grigio, chardonnay, sauvignon).



Tutti i vini degustati a mio avviso sono caratterizzati (forse per caratteristiche varietali ma io amo pensare che sia per influenza del terroir) più che dalla acidità, dalla mineralità prorompente quasi caustica che ha bisogno di un po’ di tempo per educarsi e ammorbidirsi.

I base sono ottimi ma dopo aver messo il naso nelle selezioni li dimenticherete.

Gris 2008 (fermentazione e affinamento in tonneau) infanticidio! Minerale con toni idrocarburici in sottofondo, mandorla al naso e in bocca, grasso ma con una spada amarognola che vivifica, complesso.

Gris 2003 (fermentazione e affinamento in tonneau) malgrado l’annata bollente il vino è appena pronto per il consumo, ha toni opulenti, una deriva burrosa con memorie di vaniglia e caramello al sale, frutti maturi, forse pepato, sfaccettato in bocca l’ammandorlato sorreggeva un corpo importante ma agile, lunghissimo e complesso.

Confini 2008 vendemmia tardiva di pinot grigio, traminer, riesling (fermentazione e affinamento in tonneau).
Ottimo forse un po’ internazionale, molto aromatico con frutti tropicali, litchie, salvia, in bocca un bel corpo, sapido da abbinare a noodle saltati nel wok con pollo, maiale speziati e lemon grass.



Premessa i sauvignon di Alvaro sono potenti di una mineralità sapida, per nulla varietali, comunque freschi (ma non con la spina acida dei Bordolesi), con polposità masticabile di pesche gialle mature, avvolgenti.

Picol 2009 (fermentazione e affinamento in tonneau) infanticidio! Profumi intensi di agrumi, di pesca, di erbe officinali, quasi balsamico, minerale in bocca lungo, avvolgente, caldo, “pescoso”.

Picol 2001 (fermentazione e affinamento in tonneau) il mio vino: mou come fondale con memorie di agrumi canditi, forse mentolato, idrocarburi, mineralità prorompente, intenso, complesso in bocca lunghissimo e suadente da abbinare al baccalà mantecato.

Lis 2006  blend di pinot grigio, chardonnay, sauvignon (fermentazione e affinamento in tonneau).
Memorie di Francia con la vaniglia e l’humus dello chardonnay, il burro, un po’ di affumicato, frutti maturi, in bocca rotondo, grasso, lunghissimo e pacificante.

luigi


P.S.
stamattina a pubblicazione avvenuta su "bevo dunque sono" di Roger Scruton, edizioni Cortina ho trovato una definizione calzante con i vini di Alvaro Pecorari.
"Per apprezzare il Borgogna (il vino di Alvaro) com'è veramente bisogna lasciarlo maturare per almeno cinque anni, dopo di che nella bottiglia ha luogo una strana trasformazione; il vitigno lentamente arretra lasciando in vista prima il villaggio, poi il vigneto e da ultimo il suolo."