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venerdì 15 novembre 2013

Fermento a Castiglione Tinella

di Andrea Della Casa


Fermarsi da Ezio Cerruti per me è come una coperta di Linus, mi rendo conto che ad ogni gita in Langa non posso farne a meno.
A prescindere dalla bontà del suo vino.
Quest'anno poi c'erano alcune novità inaspettate che ci aspettavano al varco.
Finalmente assaggiamo quel moscato secco, mosca bianca in queste zone, che da parecchio anelavo. In verità avevo avuto modo di provarlo a Cerea lo scorso anno, ma era una specie di ante litteram, annata 2011. Questa era invece la 2012, da pochissimo in bottiglia (e comunque non in commercio).
Ezio si è dato 4-5 vendemmie per capire se la qualità di questo moscato merita l'imbottigliamento perenne e definitivo. Anche il nome è già pronto e non si discosterà molto dal più celebre Sol.
Questo 2012 non è ancora come lo vorrebbe: niente retrogusto amaro, una fresca acidità che ne rende la beva instancabile, ma un po' esile e con un finale non lunghissimo. Sarà interessante capirne anche la vitalità e l'evoluzione in bottiglia vista la poca solforosa (meno di 30 mg/l) e la non eccessiva gradazione alcolica (12,5°).
Si passa poi al Sol passito da uve riesling '09 a me finora sconosciuto e ormai, ahimè, non più vinificabile causa la distruzione dei vigneti ad opera della flavescenza dorata. La qualità è la solita, ormai indelebile marchio di fabbrica di cantina Cerruti, e il gusto è caratterizzato da un'impronta lievemente meno dolce rispetto al fratello moscato.
Il Sol '09 di moscato è invece una via di mezzo tra le due annate precedenti: non così opulento come la '07, un po' meno snello della '08. Tra le due comunque tende più verso a quest'ultima. E comunque sempre un gran bere.
Provato poi il Sol '10 da botte, annata botritizzata. Moooooolto interessante. Dopo 3 anni ha ancora un deciso residuo di carbonica!  Da seguirne attentamente gli sviluppi.
Ma non finisce qui!
Il vulcanico Ezio ha un'altra idea per la testa, rivoluzionaria, decisamente atipica. Ma siccome è praticamente ad uno stadio pre-embrionale i tempi non sono ancora maturi per rivelarla...

lunedì 2 aprile 2012

moscato d'asti docg La Caudrina 2003


Metti che ad un compleanno disimpegnato e pochissimo eno-orientato (bambini e bevitori distratti).
Per ripulire i fondi di cantina, compaia una bottiglia di Moscato docg di La Caudrina 2003.
Duemila e tre!
Va beh…lo apro e lo servo con il dolce.
Tanto non capiscono granchè.
Una qualche aspettativa però, devo ammettere, io c’è l’avevo.
Tappo in condizioni pessime, si rompe tre volte sbriciolandosi.
Azz…
Snaso e…
Stupendo, ammaliante di buccia di cedro fresco e candito, salviosità residuale e tutto sommato fresca.
Buccia d’arancia matura.
Caramello amarognolo e affumicato.
Fresco, integro, monolitico, arrembante.
Gli ultimi bicchieri scivolano verso dolcezze caramellose e di amaretto.
Ma l’affumicato e gli agrumi freschi e canditi e il leggero petillant ravvivano e i bicchieri non rimangono mai pieni.



Voilà una scoperta interessante e piacevole.
Bisognerà che nei prossimi anni lasci qualche tappo raso di moscato ad affinarsi in cantina.
Magari da abbinare al gorgonzola o allo stilton o al roquefort o ad un pont l’éveque maturo.
Mai sottovalutare il moscato proveniente da Castiglione Tinella e le sue argille calcaree bianche.
Per estensione mai ostinarsi a bere bianchi troppo giovani.

E’ un po’ di tempo che un altro produttore della zona, Gianluigi Bera mi invita ad assaggiare una magnum di moscato del 1992 (o giù di lì, sapete io ho due qualità una è la memoria…l’altra non me la ricordo).
Vado a scaldare il motore della macchina, direzione Canelli.
Bonne degustation

Luigi

Post scriptum
Non ho avuto altrettanta fortuna con un Franciacorta saten 2004 e un Opp m.c. riserva 2001.
Così va la vita.

mercoledì 22 giugno 2011

ezio cerruti sol moscato passito Castiglione tinella

Gli uomini dietro i terroir

Ezio Cerruti.
Il Moscato.
Il  sacrificio di un Terroir *.
Castiglione Tinella (CN), grand cru del moscato.
Un occhio invidioso ai nobili nebbioli dei vicini e le mani sul moscato bianco di Canelli.
Un mare di foglie verde smeraldo, ordinano ossessivamente in righe il territorio come in un disegno di un Le Notre delirante.
Vigneti ovunque anche in aree praticamente pianeggianti.
Paesaggio antropizzato a livelli altissimi.
Rari ciuffi di alberi e canneti.


Il Moscato (l’uva) è la gallina dalle uova d’oro.
Il Moscato (il vino spumante) è prodotto industriale figlio dei frigoriferi, della chimica/tecnica enologica, della metallurgia e dell’impiantistica.
La vocazione del territorio e l’intimo rapporto fra le piante e il clima e il suolo che determina le caratteristiche dei vini è inifluente.
Importano solo le quotazioni dell’uva e le quantità massime producibili.
Diserbanti e sistemici in vigna per ridurre le ore di lavoro per ettaro.
Chimica in cantina per standardizzare le masse di mosto e produrre uniformemente.
Polivinilpolipirrolidone PVPP per “candeggiare” i mosti ingialliti.
Una reazione a questa distanza fra agricoltura, territorio, uomo, vino ha portato Ezio Cerruti a dissociarsi e a cercare “… un modo di entrare nella realtà, anzichè dalla porta, dal tetto, dal camino, dalla finestra.” G.Rodari**.
Con l’incoscienza di un bambino ha cercato di rifondare la sua figura di agricoltore e vignaiolo guardando indietro ma anche lontano con fughe di senso e oniriche interpretazioni della tradizione.
Come sanno fare in pochi Ezio ha inventato una tradizione.

Colline ripide di argille chiare con sassolini di calcare bianco danno uve con profumi intensissimi.
Moscati potenti ma fini, aromatici fino all’eccesso.
Fino a diventari amarostici e abrasivi.
Il calcare stressa il portainnesto sino alla clorosi ferrica.
Molto pragmatismo e sensibilità e poca chimica in vigna, filari inerbiti, diserbo sottofila meccanico, zolfo, rame, leggera defogliatura per aerare i grappoli serrattissimi e compatti.
Ha inventato (in questo areale ovviamente) il moscato passito e fa solo questo vino con accanimento e applicazione e assoluto rifiuto della tecnologia.
Una catarsi.
Vigneti ripidissimi a est (per preservare freschezza), taglio del tralcio, appassimento in pianta, vendemmia in doposci a fine novembre, pressatura con Vaslin ad asse orizzontale, raccolta del poco mosto, niente solforosa, fermentazione spontanea in barrique esauste, controlli periodici, travasi, quando tutto si ferma (tre o quattro anni), riunisce la massa, aggiunge pochissimo bisolfito (40/50 mg/l), imbottiglia, spesso attacca a mano le etichette.
Dalle mani di questo sognatore nasce un vino anomalo e profondo, nervoso e generoso come l’autore, sfaccettato e sensibile, ricco ma non opulento, dannatamente bevibile, dannatamente mediterraneo, dannatamente Glocal.


A Castiglione Tinella, in casa Cerruti, il sabato della mia visita, sono state stappate molte bottiglie, dal Barolo di Giuseppe Rinaldi (senza etichetta, quello che si scambiano tra di loro, impagabile) al bianco di macerazione che Ezio fa, solo per suo consumo, con un blend di Riesling (suo amore e suo futuro passito), Semillon, Chardonnay che io ho trovato buonissimo e bevibilissimo sino a due annate di Sol 2007 e 2004 che Ezio ama definire didattiche.
Il 2007 è un Botritis da annata calda, il 2004 è una fortuna che esista, vista l’inclemenza dell’annata.


Sol 2007, tropicale è spremuta densa di albicocche essicate e in marmellata (quando è calda e si aspetta di invasarla) e fichi e datteri (qualche rara palma si scorge nei giardini dei notabili di Langa) e carruba, mediterraneo se non insulare dalla beva rinfrescata da un graffio vegetale (marchio di casa Cerrutti).

Sol 2004, nordico quasi secco, agile e fresco, toni erbacei di salvia e albicocche appena mature, mentuccia, sognavo climi continentali e fegati grassi del Périgord (ma non ditelo ad Ezio è vegetariano con derive vegane) oppure del Roquefort fermière.


Ezio Cerruti e Fabrizio Iuli

Con lo sguardo un po’ trasognato e distante sempre alla ricerca di insegnamenti dalla natura e dai vini sia suoi sia quelli degli altri,  mentre il vento (il marino?) spazzava con intensità il cortile della costruenda boutique winery, mi è sembrato il custode di un faro nella notte del moscato.

Ezio Cerruti ama citare questa frase di Claudio Magris in Microcosmi, che vorrebbe far scrivere su un muro della cantina:
“…in questa accademia non si insegna niente, ma si imparano la socievolezza e il disincanto. Si può' chiacchierare, raccontare, ma non è possibile predicare, tenere comizi, far lezione".

Io per non sembrare meno colto, da Microcosmi ho scelto:
“Viaggiare, come raccontare - come vivere - è tralasciare. Un mero caso porta a una riva e perde un’altra.”

Bonne degustation

Luigi

*questo titolo è mutuato da quello di S.Cogliati “Champagne. Il sacrificio di un terroir”, edizioni Porthos, Roma, fatte le dovute proporzioni la situazione è molto simile.

**citazione brutalmente prelevata dal blog del mio amico e mentore Vittorio Rusinà alias Tirebouchon alias cavaturaccioli sabaudo.