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Visualizzazione post con etichetta Moscato. Mostra tutti i post
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mercoledì 23 settembre 2015

Casèbianco 2014, Casè



di Niccolò Desenzani

Nel Casè bianco è una vigna vecchia a finire in bottiglia. L’uvaggio è una combinazione piacentina: malvasia di candia, marsanne, ortrugo e moscato (se ricordo bene) e qualche grappolo a bacca rossa: quello che c’è nella vigna.
Inevitabilmente iperaromatico, al naso soprattutto, si rivela in bocca un vino dall’equilibrio tattile quasi perfetto e gustosissimo nonostante i suoi undici gradi alcolici. Una spinta acidina si lega al grip tannico e il sapore intenso e appena salato riempie di senso una sfumatura watery, forse firma dell’annata.
Si beve con grande piacere e sposa l’idea profonda del vino da tutti i giorni.
Mi colpisce l’esecuzione perfetta: spremuta d’uva fermentata fino in fondo. Colore dorato e velatura sontuosa. Non un difetto al naso e non uno in bocca. Eppur la sensazione netta di rustico. A memoria sensazioni simili le ricordo assaggiando il bianco di Trinchero.
Voglio una vita di vini anche così: accessibili, sorprendenti, non impegnativi e… veri.

venerdì 15 novembre 2013

Fermento a Castiglione Tinella

di Andrea Della Casa


Fermarsi da Ezio Cerruti per me è come una coperta di Linus, mi rendo conto che ad ogni gita in Langa non posso farne a meno.
A prescindere dalla bontà del suo vino.
Quest'anno poi c'erano alcune novità inaspettate che ci aspettavano al varco.
Finalmente assaggiamo quel moscato secco, mosca bianca in queste zone, che da parecchio anelavo. In verità avevo avuto modo di provarlo a Cerea lo scorso anno, ma era una specie di ante litteram, annata 2011. Questa era invece la 2012, da pochissimo in bottiglia (e comunque non in commercio).
Ezio si è dato 4-5 vendemmie per capire se la qualità di questo moscato merita l'imbottigliamento perenne e definitivo. Anche il nome è già pronto e non si discosterà molto dal più celebre Sol.
Questo 2012 non è ancora come lo vorrebbe: niente retrogusto amaro, una fresca acidità che ne rende la beva instancabile, ma un po' esile e con un finale non lunghissimo. Sarà interessante capirne anche la vitalità e l'evoluzione in bottiglia vista la poca solforosa (meno di 30 mg/l) e la non eccessiva gradazione alcolica (12,5°).
Si passa poi al Sol passito da uve riesling '09 a me finora sconosciuto e ormai, ahimè, non più vinificabile causa la distruzione dei vigneti ad opera della flavescenza dorata. La qualità è la solita, ormai indelebile marchio di fabbrica di cantina Cerruti, e il gusto è caratterizzato da un'impronta lievemente meno dolce rispetto al fratello moscato.
Il Sol '09 di moscato è invece una via di mezzo tra le due annate precedenti: non così opulento come la '07, un po' meno snello della '08. Tra le due comunque tende più verso a quest'ultima. E comunque sempre un gran bere.
Provato poi il Sol '10 da botte, annata botritizzata. Moooooolto interessante. Dopo 3 anni ha ancora un deciso residuo di carbonica!  Da seguirne attentamente gli sviluppi.
Ma non finisce qui!
Il vulcanico Ezio ha un'altra idea per la testa, rivoluzionaria, decisamente atipica. Ma siccome è praticamente ad uno stadio pre-embrionale i tempi non sono ancora maturi per rivelarla...

lunedì 8 aprile 2013

Neuroni sparsi (III) di N.Desenzani



Barbera d’Alba 2011, Rinaldi
Forse un filo anticipata la commercializzazione, ha bisogno di un bel po’ d’aria per scoprirsi. Ma quando parte chi la ferma più? Il tocco Rinaldi spacca e ogni volta mi fa fremere di godimento. Oggi va giù quasi come vin de soif, ma domani sarà la Grande Barbera Rinaldi che si tinge di mille colori come le foglie d’edera in autunno (autocitazione).


Terzolo Ortrugo Frizzante 2011, Marco Cordani
Omaggio di Luigi che sa che l’Ortrugo è una mia passione da quando l’ho scoperto con Croci 2009, questo rifermentato è riuscito a fare breccia. Di freschezza mozzafiato riesce a infilarci dentro un’intrigante nota di cuoio, che mi ha conquistato. 1350 bottiglie che credo abbiano reso felici almeno 1350 persone. Anche se mi dicono che qualche isolano fuori sede (!) faccia incetta dei vini di Marco Cordani, vanificando quest’equazione ottimistica!


Labaia Monterosso Frizzante 2011, Marco Cordani
Sempre omaggio di Luigi siamo qui sul versante aromatico del piacentino. Base Malvasia di Candia al 40%, corroborata da Moscato al 10% e bilanciati per l’altro 50% per metà da Ortrugo e metà da Trebbiano raggiunge un equilibrio aromatico sorprendente. Altro rifermentato da beva a secchi.


Terre Eteree 2008, La Busattina
Nel berlo ho scritto un tweet in cui dicevo “fra Le Boncie e Collecapretta”. Complice un blend di sangiovese e ciliegiolo, assenza di so2 aggiunta, un legno non troppo invasivo, ma che lavora sul versante balsamico molto bene, ho trovato questo un bicchiere appagante. Ctonico e succoso.


Audace 2010, Ruché, Ferraro
Altra scoperta che mi ha folgorato. Un’aromaticità declinata in un vino arcano che sembra provenire da un passato remoto. Torbido con fortissime note di arancia sanguinello, minerale sapido, a tratti barberico. Anzi, talvolta è la Barbera che inspiegabilmente e inaspettatamente tira fuori un lato aromatico. Forse che rucheizzi? Un vino memorabile. Per fortuna ha cambiato etichette ;-)


Grignolino L’Intruso 2011, Laiolo Reginin
Sulla scia dell’assaggio delle Barbera di questo grande produttore di Vinchio, ho voluto assaggiare il suo Grignolino un po’ “fuori zona”. Me ne sono innamorato. A partire da un etichetta che incuriosisce per il tema erotico, e stupisce su un Grignolino ancor più, ho trovato un vino di grandissima stoffa. Che ossigenandosi decolla verso l’iperuranio della beva e se già avevo milioni di motivi per esser adepto di questo vitigno, adesso ne ho qualche milione in più.

mercoledì 27 marzo 2013

Bera Vittorio e Figli a Serramasio Canelli (AT)



“Questa collina orientata nord sud si chiama Serramasio dallo spagnolo sierra”
Poche parole di Gianluigi Bera, innamorato della storia dei suoi luoghi, dipingono un mondo incredibilmente lontano da noi, fatto di mercenari spagnoli al soldo del Marchesato del Monferrato o dei Savoia o dei Visconti o della Contea Astesana e delle continue guerre e annessioni e alleanze.
Un’epoca in cui Asti e l’Astesana, Casale, Alessandria e il Marchesato del Monferrato erano potenze economico militari che contavano molto nello scacchiere politico militare dell’Italia del nord.

Bera continua dicendo: “io sono Astesano non Monferrino, il Monferrato, è stata un’entità per lo più politica che si estendeva su un territorio molto vasto e variegato da Casale Monferrato a Volpiano vicino a Torino, Alba sino a Vercelli” (anche fino Varese, Milano, Genova ndr).

Pochi minuti e Vittorio Rusinà ed io eravamo travolti dalla cultura storica di Gianluigi, segno di un radicamento profondo e tormentato con i suoi luoghi e le sue tradizioni che lo hanno portato sin dall’inizio al rispetto della terra e della vita in essa contenuta.
Perché il voler essere bio non è solamente la volontà di avere prodotti sani e digeribili (il vino in fondo in fondo sano non è, l’alcool è pur sempre tossico) ma è il segno tangibile del rispetto verso la vita. Un attitudine etica e la volontà di non chiamarsi fuori dalla natura ma di farne parte perché:
 “Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra.”*

Gianluigi Bera
Ebbene eccoci ospiti della famiglia Bera in un giorno di metà gennaio, la neve copriva i le colline, dopo goffi e scivolosi tentativi di passeggiare nei vigneti di fronte a casa, abbiamo visitato la cantina, attrezzata con le autoclavi (in acciaio smaltato) e i circuiti isobarici per la produzione di moscato e le vasche in cemento per il resto dei vini fermi.


Un piccolo filtro olandese faceva mostra di sé, simbolo di epoche passate e di sistemi di lavoro ormai inconcepibili. Il vino filtrato con questo metodo tutto in ossidazione, all’aria a contatto con decine di attrezzi, mani, filtri in cotone, per mantenere una qualche bevibilità doveva aver una “materia resistente” fuori dal comune e infatti Gianluigi ci diceva che gli areali di produzione del Moscato erano molto più ristretti rispetto a quelli odierni, ossia erano solo quelli dove l’uva dava grande qualità e ricchezza nei mosti, gli unici che avrebbero resistito allo stress di questa filtrazione e Canelli ricade in questi luoghi in cui terreni, radici, foglie, sole, uomini tutti uniti simbioticamente danno il loro meglio.

Mangiando e chiacchierando con il sole, che finalmente perforava le nuvole, abbiamo poi assaggiato:

l’Arcese 2010 un bianco a base cortese, sauvignon, favorita col frizzo della malolattica terminata in bottiglia, io amo l’Arcese, quando la carbonica è un po’ alta è fenomenale.



Poi la Barbera Verrane 2010 lievemente frizzante, dico solo che era glu glu!


Poi il Dolcetto d’Asti Bricco della Serra 2009 una rarità nel vigneto astesano (mi veniva da scrivere monferrino) molto buono, molto atipico, forse l’anello di congiunzione tra il Dolcetto di Langa e quello di Ovada, il tannino si arrotonda e il sorso si fa più terroso.


Poi la Ronco Malo, una Barbera d’Asti sia la 2009 sia la 2010 so2 free imbottigliata per una fiera Spagnola “H2O vegetal”, introverse e “ctoniche” quasi in contrappunto alla “cosmicità espansiva” del moscato, sanguigne e anch’esse terrose, per poi aprirsi verso toni più aromatici, insomma una barbera atipica ma vibrante, la sensazione è che le Barbera di questi posti da “Moscato” siano il “sangue dolce” della Barbera.


Poi il Moscato 2010 grasso ed opulento.
Poi un Moscato del 1986 il Bulles Endormies (dimenticato in cantina per lungo tempo) che era lì preciso e dritto nel bicchiere e incarnava la potenza e la longevità di questo vino sublime, intriso di cedri canditi e fiori confit e la sferzata sapido salina tipica di Serra Masio.


Poi il Moscato Leonardo un “vin moeullex” (sarebbe “amabile” il termine italiano ma mi ripugna) a 13,5% vol di alcool e 30 gr/l di zuccheri riduttori, da ostriche de Belon, ottenuto da un “super mosto” così per sfizio.

Il Moscato di Gianluigi e Alessandra non teme lo scorrere del tempo e soprattutto per come lo vinificano, con delicatezza e scarso intervento tecnico esterno, segna molto le annate per cui il 2010 che amo molto è ricco quasi opulento, grasso il 2011 è più tagliente e quasi citrino con acidità e sapidità accentuata, il 2012 sembra ricordare il 2011 per freschezza e verticalità agrumata e salviosa.
Che non manchi mai una bottiglia in cantina.
Kampai

Luigi

lunedì 7 gennaio 2013

Viaggio lisergico

fonte italia a tavola.net

Geografie intuitive o reali?
Ho visto come delle lucine accese disposte a macchia di leopardo sull’Italia
Castiglione Tinella, Carpaneto Piacentino, Vò, Saracena, Marsala, Pantelleria
Cosa le lega?
Si sono accese come spot
Recenti assaggi e ancora più recenti espansioni di coscienza hanno disegnato una geografia di coerenze lontane e discontinue e ricorsive
Filo conduttore il moscato
Un trait d’union di profumi e assonanze che hanno legato luoghi così lontani
Luoghi di terra e anima, distillati e interpretati dall’aerea inconsistenza di effluvi odorosi
Mi è parso di capire e di viaggiare da un punto all’altro e di (con)fondere un luogo con l’altro
E poi di fronte alla tastiera questa presa di coscienza superiore si è affievolita mortificata dalla pochezza delle parole e del mio narrare
C’è forse un comune denominatore fra questi vini e vignaioli e luoghi che non sia la mia esperienza?
Viaggio lisergico dal Sol di Ezio Cerutti al Labaia di Marco Cordani al Moscato passito di Filippo Gamba al Moscato di Saracena di Luigi Viola allo Zibibbo secco di Nino Barraco sino al Passito di Pantelleria di Salvatore Ferrandes
Kampai

Luigi

lunedì 25 giugno 2012

chinati vergano asti



Per un Torinese o un Piemontese è impossibile non avere un parente che abbia lavorato in una delle innumerevoli Fabbriche di Vermut.
Questa densità produttiva mi ha sempre incuriosito anche perché la genesi dei vini aromatizzati è affascinante e ha origine nelle profondità della dietetica e della medicina del bacino mediterraneo con incursioni nei paesi arabi, almeno dal trecento a.c. più o meno.
Da Ippocrate a Galeno a Hunayn ibn Ishaq, da Isacco il Giudeo a Abu ‘Alì ibn Sina (Avicenna), dalla Scuola Medica di Salerno a Bartolomeo Anglico.
La distillazione dell’al kohl si deve agli alchimisti arabi in particolare ad Al Kindi nel VIII° sec d.c. e giunge in Europa intorno al XII° sec d.c.

Corteccia di China Calissaia
“A volte si mettono delle spezie o delle erbe aromatiche nel vino per dargli dei sapori e dei profumi artificiali. Si ottiene così il saugé (vino alla salvia), o il rosé (vino alla rosa), o il giroflè (vino ai chiodi di garofano), o il claré o anche l’ypocras. Tali vini sono eccellenti da bere come farmaci perché le erbe e le spezie conferiscono loro una grande virtù e gli impediscono di guastarsi. Essi sono gradevoli al gusto e allo stomaco, puliscono il sangue e purificano le membra e le vene.” De proprietatibus rerum, Bartolomeo Anglico, 1483.

Ingombranti retaggi di una cultura medica antica, multidisciplinare, olistica con derive magico-alchemiche, i vini aromatizzati hanno infilzato le epoche, sfruttando ampiamente le spezie provenienti dal nuovo mondo  e sono arrivati sino ad oggi (persino la coca cola nasce da un vino bordolese aromatizzato alla coca, ahimè), sia pure banalizzati e relegati al consumo distratto e quantitativo.

Mauro Vergano
MauroVergano in quel di Asti, con laurea in chimica, un master in enologia alla stazione sperimentale di Asti e una parentela pesante (è nipote di Cocchi) ha sempre vissuto la passione per gli aromatizzati e i profumi di China Calissaia hanno segnato il suo dna (quello non ricombinante).
Per cui ormai in pensione nel 2003 ha deciso, dopo anni di esperienze amatoriali, di impegnarsi nella produzione artigianale di chinati e aromatizzati.
Ha recuperato, unico a farlo, il blend originario del Vermut bianco, composto da moscato secco e vino bianco non aromatico.
Ha fatto un’ulteriore step (consentitemi l’anglismo) verso l’eccellenza e i due vini utilizzati sono di grande qualità, il moscato è quello di Gianluigi Bera (fatto fermentare sino a secco) e il bianco è il cortese di Cascina degli Ulivi e nell’Americano (la ricetta originale è di Giulio Cocchi) lo ottiene invece che da vino bianco, dal Grignolino e utilizza quello di Nadia Verrua e talvolta quello di Durando e i risultati sono lì nel bicchiere che vi aspettano.

Estratto per il Nebbiolo Chinato
Abbiamo parlato per ore di spezie e delle loro sfumature organolettiche per cui in ogni vino la miscellanea è piuttosto complessa e ricca:
usa la China che dalla Contessa de Chinchon è stata importata nel 19° secolo in Europa dal Sud America, Cinchona Calisaya (china calissaia), Cinchona Succirubra (china rossa), Cinchona Ledgeriana (china gialla).
L’Assenzio (Artemisia Absinthium) maggiore, gentile e pantico.
I fiori di Genzianella, le radici di Genziana, l’Achillea montana, l’Origano di Creta, l’Origano Officinalis, il Timo Serpillo, la Santoreggia.
Le scorze di Arancia dolce e amara, le scorze di Chinotto.
Abbiamo discettato di Alcool e della differenza organolettica fra quello di grano e quello di melassa di barbabietola.


Sull’Alcool si è aperto un lungo discorso di accise (8,001 euro al litro) e di infiniti balzelli burocratici e formalità da espletare e di controlli da parte dell’ufficio accise. Alla fine ne è venuto fuori che l’imposizione sui Vermut è di 0,651 euro/litro ma poiché la quantità utilizzata è del 5% per litro di prodotto l’accisa finale è pari a 13,20 euro per ogni litro di alcool utilizzato.

Dalle spezie in quantità e assemblaggi variabili per ogni tipologia ottiene degli estratti alcolici (venti giorni di macerazione) che poi diluisce con i vini e zucchera (glucosio e fruttosio) sino ad un grado alcool di 16% in volume.

La sua produzione che definire artigianale suona come un eufemismo è di settemila bottiglie annue per lo più vendute all’estero.
Da quando l’ho scoperto non riesco ad iniziare un pasto senza il Vermut o l’Americano e non riesco a mangiare i formaggi erborinati senza il Lulì (moscato chinato).

Il Vermut bianco aromatico e officinale di timo e origano e assenzio.


L’Americano leggermente tannico, agrumato, officinale e amarostico


Il Lulì è un moscato chinato dai profumi travolgenti, agrumato e un amarostico sublime.



Il Nebbiolo chinato un classico.


L’Elisir China l’unico infuso in produzione.

Bonne degustation

Luigi








lunedì 2 aprile 2012

moscato d'asti docg La Caudrina 2003


Metti che ad un compleanno disimpegnato e pochissimo eno-orientato (bambini e bevitori distratti).
Per ripulire i fondi di cantina, compaia una bottiglia di Moscato docg di La Caudrina 2003.
Duemila e tre!
Va beh…lo apro e lo servo con il dolce.
Tanto non capiscono granchè.
Una qualche aspettativa però, devo ammettere, io c’è l’avevo.
Tappo in condizioni pessime, si rompe tre volte sbriciolandosi.
Azz…
Snaso e…
Stupendo, ammaliante di buccia di cedro fresco e candito, salviosità residuale e tutto sommato fresca.
Buccia d’arancia matura.
Caramello amarognolo e affumicato.
Fresco, integro, monolitico, arrembante.
Gli ultimi bicchieri scivolano verso dolcezze caramellose e di amaretto.
Ma l’affumicato e gli agrumi freschi e canditi e il leggero petillant ravvivano e i bicchieri non rimangono mai pieni.



Voilà una scoperta interessante e piacevole.
Bisognerà che nei prossimi anni lasci qualche tappo raso di moscato ad affinarsi in cantina.
Magari da abbinare al gorgonzola o allo stilton o al roquefort o ad un pont l’éveque maturo.
Mai sottovalutare il moscato proveniente da Castiglione Tinella e le sue argille calcaree bianche.
Per estensione mai ostinarsi a bere bianchi troppo giovani.

E’ un po’ di tempo che un altro produttore della zona, Gianluigi Bera mi invita ad assaggiare una magnum di moscato del 1992 (o giù di lì, sapete io ho due qualità una è la memoria…l’altra non me la ricordo).
Vado a scaldare il motore della macchina, direzione Canelli.
Bonne degustation

Luigi

Post scriptum
Non ho avuto altrettanta fortuna con un Franciacorta saten 2004 e un Opp m.c. riserva 2001.
Così va la vita.

mercoledì 15 febbraio 2012

moscato d'Asti docg arcese 2010 bera gianluigi

Moscato d’Asti Docg 2010, Bera Vittorio e Figli, Canelli (AT).



Gianluigi Bera e il sacrificio di un terroir.
E’ vignaiolo calato in un territorio affetto dalla “sindrome del moscato”* malgrado ciò ha da sempre applicato metodi di coltivazioni biologiche.
In un ambiente votato alla produttività massima col minimo sforzo, ha sempre mirato alla qualità.
E al mantenimento di una certa continuità tecnica col passato.
Ho bevuto due suoi vini nel corso della stessa sera e scegliere quello di cui parlare è stato difficilissimo.
Per cui accennerò a tutti e due ma il campione, il vino hors cathegorie è il
Moscato d’Asti docg.
Profumatissimo di mosto e uva moscato.
Carnoso di mieli e foglie di salvia.
Goloso.
Grassoccio.
Leggero raspo vegeto-acido.
Dolce.
Però mantiene come d’incanto una cotè scontrosa, quasi irrisolta, che da bevanda dolciastra lo traghetta verso livelli di eccellenza e profondità assoluta.
Non sprecatelo sul dolce.
Stilton e buona compagnia.
O anche solo abbinato a quattro chiacchiere un po’ alticce di fine serata, aspettando con indolenza il momento più volte rimandato del rientro.
Proviamo a lasciarne qualche bottiglia in cantina.
Secondo me può dare belle sorprese.




Arcese 2010 bianco
Un blend di cortese, sauvignon, favorita, arneis.
Profumi delicati, citrini, di timo, vegetali.
Mineralità educata.
Affumicato di incensi (Tirebouchon dixit).
Naso francese.
Saporito quasi salato.
Giocato sul filo sottile che divide la delicatezza e l’eleganza dal peso.
Sapore, sensazioni ondivaghe che dal salino vanno al vegetale all’amarostico.
E in bocca lasciano una pienezza gustativa.
Che se ne infischia dei sapori pseudo dolci.
Bonne degustation


Luigi

*produzioni al limite superiore del disciplinare, ottenute con tutti i mezzi più sbrigativi possibili limitando al minimo indispensabile le ore lavoro ettaro per massimizzare i guadagni derivanti dalla vendita di un uva ben remunerata dai 1,30 a 1,80 euro al Kg.


venerdì 14 ottobre 2011

muscat sec le petit gimios saint-jean-de-minervois

Le Petit Gimios, Muscat sec Des Roumanis vdt, 13,2%vol
Pierre e A.M.Lavaysse, Gimios, Saint Jean au Minervois, Francia.



Sono un amante dei vini secchi a base moscato.
Avranno un ‘chè di ancestrale o una dolcezza o una suadenza che mi attira come ape sul grappolo.
Ma non è vino di semplice esecuzione.
Il rischio è di farlo caricaturale per le troppe estrazioni e troppi profumi magari un po’ monolitici.
Uno schiaffone in faccia con amaricante in bocca e alcool da vendere e freschezze smarrite.
Vado a cena da Pietro Vergano al Consorzio e
senza ordinare mi trovo in tavola il Muscat sec di cui sopra.
Probabilmente doveva farsi perdonare qualcosa!
“tipo incredibile”, il produttore penso, ma Pietro pattinando a velocità folle fra i tavoli non finisce la frase.
“niente solforosa, profumi pazzeschi” dice al secondo passaggio nelle mie vicinanze.
“dovresti sentire anche il rosso con tutti quei vitigni lì, che ci’anno nel sud della francia” dice al terzo incrocio.



Profumi varietali solo accennati (forse li si ritrova perché sappiamo di bere moscato).
Poi apre su una pletora di profumi incredibili per ampiezza e intensità
campi in fiore assolati e leggerissimi accenni di maturazioni fruttifere e mellifere.
che spaziano dal leggero vegetale, alla lavanda, alla salvia, alla mineralità,
In perenne mutazione e profondità.
Vino da bere, fresco e salato,
leggero raschio vegetale e citrino temperati da poco zucchero residuo che blandisce le papille e allarga il palato.
Officinale in certi momenti, elegante sempre.
Ricostruisce filologicamente i profumi dei campi da cui mani gentili hanno colto i porcini che sto mangiando in insalatina con dadolata di mele e miele.
Il migliore che abbia mai bevuto.
Saint-Jean-de-Minervois un luogo di elezione per il Muscat a petit grain.
Zero solforosa aggiunta, lieviti indigeni.
Bonne degustation

Luigi

lunedì 10 ottobre 2011

moscato dasti docg vigna vecchia Ca'd'gal st stefanobelbo

Moscato d’Asti docg vecchia vigna 2003.
Cà d’Gal, S.to Stefano Belbo (CN).



Assaggio eseguito al volo dopo aver scippato con destrezza da borseggiatore una bottiglia ad un tavolo ormai vuoto.
Vergogna!
Non potevo resistere un Moscato tappo raso del 2003.
Dovevo assaggiare!
Volevo vedere se c’era ancora trippa per gatti in quella bottiglia.
E giuro che valeva la brutta figura che ho fatto.
Splendidamente in salute, dannatamente anomalo nei profumi inebrianti di composta di cedri con le scorzette.
Freschezza ancora in piedi a sostenere un vino blandamente dolce,
scorzette amarognole e un lontano ricordo mentolato e idrocarburo.
con un corpo di imponente eleganza e leggero amaricante.
Dimenticate i dolci,
non offendete questo vino,
lui chiama a gran voce un piatto di formaggi meglio se con del Roquefort o Stilton.
Buonissimo.
Se lo comprate e non lo rubate come ho fatto io il costo non è popolare e si aggira sui 30,00 euro.
Degustazione con destrezza avvenuta chéz Consorzio.
Bonne degustation


Luigi

lunedì 29 agosto 2011

eloro_pachino_calabresenerodavola_bufalefi_bonivini

Consiglio di ascoltare questa canzone mentre guardate le foto e leggete il testo.
Doc Eloro sottozona Pachino.

Se qualcuno nella contea di Modica ti offriva un Pachino.
Dovevi ritenerti lusingato.
Patria, parrebbe ormai accertato, del Calabrese (Nero d’Avola).
Reminescenze di Frappato e sua maestà il Moscato bianco (Moscato di Noto Passito doc).


Dolci colline con memorie del Monferrato e argille e marne bianco grigie con memorie Langarole e ulivi e cipressi con memorie Toscane.
Entrando nella doc da Ispica o Rosolini facendo rotta verso il mare capisci di essere in un territorio vocato.
Dolce e violento, rigoroso e ordinato, abbacinante di argille calcaree bianche.
L’altopiano Ibleo e le sue rocce esposte e la sua selvatichezza sono un ricordo fra queste colline.
Sedute di fronte a due mari, il canale di Sicilia e il mar Ionio.
Nel luogo più a sud della Sicilia (escluse le isole).
Antropizzato e agricolturalmente coevoluto.
Ulivi e vigneti ad alberello e seminativi e frutteti.
Palmenti in cima alle colline.
Filari di cipressi.
Palme per segnalare i pozzi d’acqua.
Non fosse in Sicilia/Italia sarebbe un eden.


Qui è dimenticato, reietto ed abbandonato senza aver mai assurto alle cronache.
Qualcuno si è inventato la doc Noto (barocca città di maggiore mediaticità).
E pensare che c'è una contrada Boni Vini!
Anche per i rossi in quasi completa sovrapposizione con l’Eloro.


Profumi e acidità e finezze sui versanti collinari.
Materia, polpa, maturazione nei fondi valle.
Incredibile come un territorio così caldo e senza escursioni termiche.


Con vitigni coevoluti e nobili riesca a dare freschezza e opulenza e bevibilità ai vini.
Devo ringraziare Mauro Mattei che mi ha spinto verso questi luoghi.
Do’ Zenner per la sua pazienza
e Salvatore Marino che con fatica presidiano il faro nella notte dell’Eloro.
Bonne degustation

Luigi







Salvatore Marino















Do' Zenner