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Visualizzazione post con etichetta Sauvignon. Mostra tutti i post
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giovedì 13 novembre 2014

Il Solleone di Tenuta Grillo

di Vittorio Rusinà


Questo qua sopra è un vino vivo, un vino che possiede ki, energia, è flessibile, evolve e cambia in continuazione, ti prende, ti strattona, ti abbraccia, ti bacia, ti dà forza.
L'ho scelto dallo scaffale alto, giù in cantina, quello dedicato ai vini da bere solo in convivio, i migliori, quelli da far maturare nel tempo, da non toccare e invece stasera ho scelto di usare il metodo Desenzani "bere una bottiglia super anche da soli". Nic è un campione, è uno dei più grandi degustatori di vino che io conosca, perché degusta in situazioni al limite dove altri non oserebbero, ecco lui osa e io stasera ho scelto di imitarlo. Si impara molto per imitazione.
Il Solleone è un Sauvignon, lo produce Guido Zampaglione in Monferrato, è già un pochino che gli sto dietro a 'sto vino, mi piace, mi intriga, mi emoziona.
Guido è un vignaiolo che tiene sui media un basso profilo, quasi un signore di altri tempi, timido, riservato, eppure fa grandissimi vini in Piemonte e anche in Campania, ha sposato Igiea che produce un ottimo riso a Busonengo, terre vercellesi.
Un filo di zolfo appena aperto che vola via, poi fiori, miele, camomilla, mela, quasi un sidro, una leggera carbonica (qualche mese fa non c'era), leggera radice di liquirizia, pasta di mandorla, la carbonica poi svanisce, beva straordinaria, 1, 2, 3, 4 calici, grande equilibrio, cambia, evolve, si trasforma, canna da zucchero alla fine.
Mi soffermo a pensare: "Perché molti fanno vini morti, perché non cercano la vita?

scritto una sera di novembre, che ero solo a cena e mi sono trattato bene.

lunedì 29 settembre 2014

Sauvageonne 2009, Vin de France, Domaine des Griottes

di Daniele Tincati



Negli ultimi tempi circolano sempre di più sulla mia tavola delle bottiglie provenienti da due regioni della Francia che ho sempre snobbato, fino ad ora.
Loira e Languedoc-Roussillon non mi hanno mai attirato più di tanto in passato.
Ultimamente invece (si tratta poi ormai già di 2-3 anni) sto scoprendo vitigni poco conosciuti e riscoprendo altri come non li conoscevo.
Si perché la Loira è la patria, fra l'altro, del Sauvignon.
E qui niente di strano ma, oltre al Sauvignon classico come te lo puoi aspettare e come lo trovi più o meno anche in Italia e in altre nazioni, si trovano i Sauvignon che non sanno di Sauvignon.
E qui scatta la molla.
Perché ?
Perché c'è qualcuno che vinifica in modo tradizione e non usa cose che portano in tutto il mondo a trovare Sauvignon che hanno più o meno gli stessi sentori che ben conoscete.
A dir la verità se ne possono trovare anche da noi di veramente buoni e che non sanno di Sauvignon.
Ma allora qual è il vero Sauvignon ?
Di cosa sa ?
Che profumi ha ?
Io ancora non l'ho capito, ma mi sono stufato del bosso, della foglia di pomodoro e della piscia di gatto.
Poi ci sono certi che hanno pompelmo e fiori di sambuco di precisione chirurgica.
In questo caso, resettate tutto ed aprite il naso e la mente.
Intanto prendo la bottiglia dalla cantina, è coricata, e vedo sul vetro un deposito di fondo notevole, quasi fosse un rifermentato.
Ma il tappo è di sughero a raso e quindi non può essere.
Decido di mettere la bottiglia in piedi ed aspettare ad aprirla giusto in tavola, anche se è un 2009.
Saggia decisione perché certi vini, una volta aperti, si ossigenano e deperiscono rapidamente.
Quando stappo il vino è ancora chiuso, ma non ha sentori anomali, è semplicemente senza profumi.
Nel bicchiere si apre presto, rimanendo però molto tenue.
Profumi delicati di frutta a polpa gialla, ben matura, qualche soffuso accenno di spezie, ma non decifro più di tanto.
Agitando esce una nota eterea volatile decisa ma non fastidiosa, che si reintegra rapidamente nella frutta.
Avete presente quel sentore che sprigiona anche la frutta tropicale quando è matura ?
Ecco, quello.
All'assaggio da il suo meglio.
Presenta una leggerissima carbonica residua che stimola la beva.
Agitando il bicchiere sparisce completamente, riportando in equilibrio l'assaggio che sfodera una bella morbidezza polposa.
Freschezza contenuta ma presente, e sapidità ben integrata.
Non riesco a capire se ci può essere un leggero residuo zuccherino, ma penso di no perché con quel fondo sarebbe difficile.
La sensazione è quella del succo di frutta.
Non scherzo, la prima cosa che mi è venuta in mente è quella.
Ma come si fa a fare un vino che, dopo 5 anni in bottiglia, sembra un succo di frutta ?
Sinceramente lo devono sapere in pochi, perché fino ad ora non me ne erano mai capitati.
Magari non lo sa neanche quello che lo ha fatto, gli è venuto a caso, boh....
Sarà forse per l'alcool che, nonostante il 13%, non si sente per nulla.
Vi assicuro che ho rischiato di finire la bottiglia, non da solo, ma in due, anche se mia moglie non ha contribuito un gran che.
Decido di tenerne un poco da parte.
Tappo con pompettina e metto in frigo.
Dopo un paio di giorni verifico la tenuta.
Ahimè, quel poco è ormai andato, e la parte col fondo è davvero pesantemente alterata.
Peccato, la prossima volta non vedrà l'alba del giorno dopo.
Conferma che certi vini hanno scarsa tenuta, ma regalano soddisfazioni incredibili ed impensabili per altri che sono stabili ma statici.
O per lo meno, le regalano a me, in questo momento.
Magari alcuni preferiscono vini che aprono e si bevono un bicchiere al giorno per una settimana.
Questione di gusti e di esigenze.
Io resto in ricerca, poi vi dico....

mercoledì 7 maggio 2014

Clos La Nèore, Sancerre 2012, Vatan a Chavignol


Giocato in punta di stiletto, acuminato e ghiacciato.
Un vino “freddo”, artico, dal colore pallido.
Con una grande potenza di muscoli affusolati.
Leggermente vegetale come i limoni verdelli estivi che hanno un accenno di dolcezza ma solo un lontano baluginare.
Poi della pietra focaia o ferro.
Riempie con il suo sale al limone la bocca che se ne sazia ma se ne strazia un pochino, punzecchiata dai ciottoli acuminati.
Unico problema è il fatto che sembrerebbe essere capace di allunghi vertiginosi ma è come se fosse chiuso in una gabbia.
La giovane età?
Temperatura troppo bassa?
Troppa fretta nel degustare?

Vatan (consigliatomi da Lorenzo Nodari) è un mito dell’Aoc Sancerre e malgrado sia il mio primo assaggio posso intuirne il motivo e suggerisco a chiunque si accinga ad allevare e vinificare o a degustare un sauvignon di assaggiarlo prima di iniziare il proprio cimento.
E’ come finire in un bicchiere di acqua e anice, un mondo parallelo dal quale di vede la realtà sfocata e ovattata.
Urge un secondo incontro, più cosciente.
Kempè

Luigi


Degu avvenuta all’Estate di San Martino (Villanova d’Asti) con Alessandro Mecca, Paolo Fantini, Patrick Ricci e Vittorio Rusinà, incredibilmente e senza premeditazione c’erano pezzetti di Crottin come stuzzichini.

venerdì 4 aprile 2014

sancerre 2012 Thomas-Labaille vs sancerre 2012 Domaine Vacheron

Premessa:
Lorenzo Nodari amico enostrippato con derive francofile mi ha contattato per avere del Sancerre di Chavignol di un produttore praticamente introvabile (la degustazione completa dovrà scriverla Lorenzo e noi gliela pubblicheremo qui, naturalmente, questa è una minaccia e non una richiesta!), per cui alla ricerca di questo vino mi sono imbattuto in Dario Pepino, importatore molto preparato e appassionato che mi ha lungamente parlato dei Sancerre e delle loro sfaccettature per cui ho acquistato le due bottiglie oggi recensite (solo la prima dal sig.Pepino), più quella del fantomatico produttore consigliato da Lorenzo ma di quella ne scriverà lui.

Sancerre 2012, Chavignol, Les Monts Damnès, Thomas-Labaille
Colore scarico quasi verde, trasparente malgrado reciti in etichetta che non è filtrato (ma chiarificato?), questo aspetto “gelido” lo farebbe rientrare nella farmacopea medievale come lenitivo per gli umori caldi.
Profumi intensi di cedro, con qualche accenno di canditura, ananas che ha sempre una potente acidità che contrasta la dolcezza.
Mi colpiscono sempre i vini come questo, così “trasparenti” ma che sfoderano profumi molto intensi e caleidoscopici, l’acidità e la mineralità si intuiscono già al naso e si legano ai sentori di scorza d’agrumi amari.
In bocca è potente, pizzicante, amarognolo e salino con ritorni di maturazioni molto piacevoli che attenuano l’impianto acido.
Malgrado sia un vino “dritto” al limite del tagliente è anche ricco e a suo modo opulento.
Penso che si possa dar ragione a Dario Pepino quando mi disse che è un vino di territorio e Chavignol è un gran luogo per il sauvignon (e anche per i crottin di capra a cui abbinerei ettolitri di questo vino).

Sancerre Domaine Vacheron, Cher.
Colore un po’ più intenso, meno verdognolo del precedente.
Profumi più classici e stereotipali del sauvignon, vegetali ma un po’ fissi,  quasi stentorei di ananas e altra frutta tropicale, sbuffi di zuccherosità di caramelline.
In bocca poi conferma una unidimensionalità imbarazzante, acidità forte ma scissa dal corpo, dolcezze e morbidezze che vagolano in bocca come viandanti persi, il tutto per durate quasi infinitesime.
Mineralità e corpo non pervenuti.
Uno stereotipo del Sauvignon, didattico ma veramente deludente.











Kempè


Luigi 

lunedì 31 marzo 2014

Sauvignon 2004 - Camillo Donati

di Andrea Della Casa


Qualcuno dice che i frizzanti non hanno lunga vita.
Per fortuna i vignaioli d’Emilia, la terra dove nascono i frizzanti più buoni del mondo (#CampanilismoModeOn), hanno ben chiaro che così non è.
E saggiando certe bottiglie ti vien poi da pensare che forse hanno ragione loro.


Due lustri sulle spalle per questo Sauvignon, frizzante travestito da Metodo Classico.
All’apertura una folata di lievito e crosta di pane ti travolge le narici, lasciando poi spazio anche a profumi di miele, caramello, sbuffi di tostatura.
In bocca rimane coerente, bollicina da bar non eccessivi ma gusto sciampagneggiante. Una specie di Ripa di Sopravento elevato all’n-esima potenza.
Solo flebili tracce del vitigno che si esprimono come timide pungenze soverchiate da una sostanza che rende il sorso pieno, ricco, al limite dell’opulento.
Deciso il calore elargito dalla frazione alcolica che, seppur ben miscelata nell’amalgama delle componenti, lascia, a tratti, un scia finale come liquorosa.

lunedì 17 marzo 2014

Puilly-Fumé Spring 2011, Domaine Alexandre Bain

di Niccolò Desenzani




Già un anno fa Luigi aveva dato segni di estasi da danza Gnawa assaggiando i vini di Bain, ribadisco con questa bevuta il rischio "sindrome neuronale".
Profumo di crema e glassa al limone, poi ananas, freschezza di frutta tropicale, proprio quella roba che ti fa fremere di sete. Mi ha letteralmente fatto venire l'acquolina.
In bocca risponde alla grande con quell'acidità propria dell'ananas maturo al giusto punto. Poi c'è tutta la Francia del Sauvignon nella sua veste gourmande, mostruosamente fresca e invogliante la beva. 
Lunghissimo in bocca lascia netto un sapore di carciofo, quando si sposa in perfetta armonia col limone. 
Rispetto al Pierre Precieuse dello stesso anno cui l’annata aveva dato tanta grassezza e maturazione al sorso, senza bilanciare in freschezza, nello Spring invece si realizza quel tocco che fa salivare e disseta e che marca a mio avviso una qualità nettamente superiore.
La bellezza di questo vino, oltre che nella bevibilità paurosa sta proprio nella capacità di mettere bene a fuoco odori e sapori pur in un quadro di abbondanza.
PS La pipì di gatto la lasciamo agli amanti del genere.

lunedì 24 febbraio 2014

Le Barbaterre, Sauvignon metodo classico 2008, sboccatura 2012*


Ho letto da poco le lamentazioni di un critico enologico il quale sostiene che ormai è una moda, dettata dal marketing, secondo lui, quella di fare dei MC con cultivar “anomale” (laddove l’anomalia è quella di non usare quelle classiche della Champagne: chardonnay, pinot nero, pinot meunier).
In linea di principio potrebbe aver ragione, poi pensando che in Champagne, un tempo, si usavano molte più cultivar di oggi (siamo figli della ipersemplificazione) per fare il vino e che forse i primi metodi classici sono stati elaborati a Limoux con cultivar come il mauzac, ho preferito lasciar perdere la coerenza culturale e ho assaggiato facendomi trasportare dai sensi invece che dal cervello.

Il primo colpo basso l’ho ricevuto con il Rio degli Sgoccioli un lambrusco Barghi di Vanni Nizzoli alias Cinque Campi, servito con il solito understatement da Daniele Tincati.
Il secondo colpo con L’Attaccabrighe 2010 di Enrico Togni, barbera camuna non dosata in blanc de noir.
Il terzo l’ho ricevuto assaggiando il MC Sauvignon 2008, sboccatura 2012 di Le Barbaterre.
Mi ha colpito di questo vino l’eco di altri sauvignon prodotti non lontano da Le Barbaterre, quello di Marco Rizzardi e quello archetipico di Camillo Donati.
Quello di Camillo è “tanto” forse fin troppo, figlio di vigneti più bassi, ha materia e esuberanza da vendere ma quel limone confit (limone sotto sale della tradizione magrebina) e quella salvia verde e amarognola c’è in tutti e tre.
Le Barbaterre così come Marco Rizzardi sono a 400 m slm su terreni marnosi e danno dei vini quasi esili, tratteggiati ad acquerello, piuttosto che saturi di colori ad olio.
Acidità e salgemma e limone e cedro e salvia e linfa.
Il Mc di Le Barbaterre è forse ancora più diafano e verticale, una spada, vino di potente dissetanza e leggerezza.
Tracce di Francia per un vitigno che pare molto a suo agio in Emilia e che sposa in maniera quasi perfetta la gastronomia di questi luoghi leggendone il sole e le sue parabole.
Kempè

Luigi


Ps
Fanno anche un Sauvignon in versione rifermentata in bottiglia ed è didattico assaggiarli entrambe per cogliere le differenze che sono molte.

*bisogna ammettere che il termine francese degorgement è molto più elegante della versione italiana così “emetica”



lunedì 12 agosto 2013

AMPHORA Lispida 2004 e BREG Gravner 2000. Di Niccolò.



Carlo poi mi dice «ho trovato una bottiglia di Castello di Lispida Amphora 2004…» mi conosce bene e ogni dubbio è dipanato. Per accompagnare decidiamo un Breg 2000 di Gravner.
Come dire: Maestro e discepolo.
I luoghi non hanno parentela, se non forse per qualche assonanza negli accenti degli indigeni, ma è comunque macerazione. Esasperata. Ultima annata senz’anfora per Gravner, e forse terza con anfora per Sgaravatti che riprende anch’egli la vinificazione caucasica con le anfore interrate, ma, dettaglio che si rivelerà decisivo all’assaggio, dolie di terracotta per l’affinamento. Blend carsico a predominanza sauvignon bianco per Josko e tocai per Alessandro.
Si capisce quindi che siano due vini completamente diversi. Almeno questo contrasta l’idea ormai banalmente diffusa che la macerazione sia omologante. Entrambi hanno una personalità fortissima e chiaramente sono vini esasperati. Breg è un vino solido, che esasperando la metafora, è come un mobile antico, lavorato nel dettaglio, levigato e lucidato con cura maniacale e parla più di eternità che di vitalità.
Amphora è un vino che all’inizio è quasi puzzolente. “Vomitino” è definito con accordo unanime il sentore non proprio per stomaci deboli. Ma c’è già più freschezza. Il vino si trasforma veloce nel bicchiere; l’acidità, dapprima molto tamponata, si libera un po’ alla volta, aiutata dallo sprigionarsi di un residuo carbonico. Ogni sorso è sempre più pulito (o forse anche il vomitino, se ti abitui, non è tanto male). Il vecchio Breg rimane lì a guardare, perso nell’eternità, forse immaginando le future generazioni che cresceranno in anfora e diventeranno famose. 

martedì 6 agosto 2013

Sauvageonne 2010 vin de France, Domaine des Griottes. di Niccolò


Mais c'est de la classe!
Inaspettata questa bottiglia, dal genio di Pat e Babas del Domaine des Griottes, un riferimento imprescindibile nei vini senza nulla (semplicemente vini?).
Apro e verso ed è amore al primo sorso.
Un Sauvignon dall'Angiò, di grande freschezza e drittezza che ha quella rara qualità della grazia disimpegnata, dell'eleganza quasi fosse scontata.
Bell'asprezza con un velo di affumicatura senza rinunciare a una polpa ben consistente.
Da riempirsene ogni scaffale di casa.

mercoledì 5 giugno 2013

Il senso del vino sfuso. Anche a Crocizia sopravvive la tradizione di Andrea Della Casa

Ci sono usanze e tradizioni che non si perdono nel tempo, anzi spesso si rafforzano. Come il consumo del vino sfuso qui da noi in Emilia-Romagna.
Anche all’Azienda Agricola Biologica Crocizia, sui colli parmensi, questa tradizione dalle profonde radici è pienamente consolidata. Marco Rizzardi ha infatti i suoi clienti storici ormai da vent'anni cioè dalle origini della cantina quando, nella metà degli anni '90, vendeva praticamente solo vino sfuso in damigiana (oggi anche i Gruppi d'Acquisto Solidale occupano una piccola fetta di questo di tipo di mercato).
Marco destina allo sfuso circa 30-40 q di rosso (da uve barbera, croatina, lambrusco maestri e tracce di ancellotta) e 10-15 q di bianco (malvasia e sauvignon) derivanti da 1,5 ha di vigneti che coltiva presso la Badia di Torrechiara. Si tratta di vigne vecchie con rese basse dove i valore aggiunto è dato dalla qualità dei grappoli.
Mi sono sempre chiesto cosa spingesse la gente ad acquistare vino da imbottigliare anziché preferire la più comoda, pratica e già pronta bottiglia.
Sicuramente il ruolo primario lo detiene l'aspetto economico: da Crocizia per esempio il prezzo è di 1,50 €/l. Ma sono convinto che non è solo questo, penso ci sia radicato nell'animo qualcosa di più profondo del mero contesto finanziario. Forse il voler rimanere attaccati ai ricordi, ad un tempo che è passato (non riesco mai a trattenere il mio ego tradizional-romantico) o a quell'idea di genuinità che ti dà il vino imbottigliandolo tra le mura sicure di casa tua.
Oppure, come mi fa giustamente notare Marco, perché alla fine il vino che acquisti ed imbottigli nella tua cantina diventa il TUO vino. Perché in ogni cantina ci sono temperature diverse che fanno lavorare i lieviti e fermentare il vino in modo diverso, temperature più o meno alte regaleranno al liquido sfumature odorose e un senso gustativo differenti che conferiranno unicità a quelle bottiglie.
Quest'anno anche io ho preso questa direzione, stanco di sopportare quella brodaglia alcolica che mi propinava mio padre (pure lui non esente dalla passione per l'autoimbottigliamento) ai pranzi domenicali l'ho sequestrato e condotto sulla retta via che porta ai colli parmensi per acquistare un vino degno di tale nome, ed ora sono in attesa, trepidante, di dar libero godimento alle mie papille.
Ma è ancora presto. Come consiglia il suo creatore bisogna attendere….
Prima abbisogna del caldo estivo per poter rifermentare, del freddo invernale per stabilizzarsi, e solo in primavera il liquido avrà trovato un suo equilibrio e una sua identità.

E per il produttore è conveniente vendere vino sfuso piuttosto che in bottiglia? Per una realtà piccola come la sua assolutamente no, afferma sicuro Marco, il margine di guadagno è decisamente inferiore rispetto a quello che si potrebbe avere vendendolo già imbottigliato.
A questo punto la mia domanda sorge spontanea: allora perché? E altrettanto pronta e spontanea è la sua risposta: "...perché sono vent'anni che porto a casa di queste persone le damigiane di vino e proprio non me la sento di negare loro questo. Il lato economico è fondamentale, ma lo è anche il rapporto umano con la gente...è di quello che si vive oggi....che ti fa apprezzare davvero il tuo lavoro".

venerdì 5 aprile 2013

Neuroni sparsi (II) di N.Desenzani



Chateau Musar 2003
Non voglio dir tanto di questo grande vino-monumento. Ogni volta che mi sia capitato di berlo, ho avuto l’impressione di un vino straordinario. Anche in questa versione 2003, forse un po’ meno austera di altre, ti soffermi a pensare al fatto che è un rosso a cui praticamente non manca nulla.



Rossese di Dolceacqua 2010, Perrino
La 2010 in quel di Dolceacqua penso verrà ricordata come annata benedetta. Perrino lavora come sempre fuori da ogni schema e un mezzo bicchiere assaggiato qualche mese fa mi aveva stupito per la timidezza dell’espressione del suo Rossese 2010, dopo aver bevuto un 2008 ultra ricco e sontuoso. Ma amo sempre più i vini che parlano a bassa voce e quell’assaggio ha scavato nei mesi successivi un varco nella mia curiosità. Infine bozza presa e scolata. Perrino ha sempre qualche imperfezione, ma la personalità dei suoi vini a me lascia sempre ammirato. E infatti questo è un gran vino, che si sta modificando un po’ alla volta, ma quando arriva nel bicchiere e poi in bocca ti spinge a invocare di gaudio: Rossese! (chiedo venia per l'etichetta del 2008, non ho ritrovato la 2010).


Ça faye douze 2010, Domaine Philippe Delmée, Vin de France
Direttamente dalla Cave des Papilles dove ormai il mio amico che va spesso a Parigi è di casa, da quando gli commissiono i miei acquisti curiosi verso quello scoppiettante mondo dei vini francesi fatti di etichette variopinte e comunicatrici di valori. Di vigne centenarie e storie di eccentrici produttori…  Philippe Delmée fino a pochi anni fa faceva il prof. di matematica. Adesso fa il vino. Senza solforosa a Faye in Anjou. Questo blend da cabernet franc e grolleau punta sulla beva e fa centro. Il nome del vino, che essendo Vin de France non poteva avere il luogo di provenienza dell’uva in etichetta, se la cava con un gioco di parole che invece non solo nomina il luogo, ma fa un vanto della bassa gradazione alcolica. Bravò Philippe!
Ricordiamo dunque il monito-jeux-de-mots: “nul n’est censé ignorer la Loire!”. Appropriato.


Sól e stéli  2011, Crocizia
Segnalo il sauvignon rifermentato di Marco Rizzardi nell’annata suscritta perché è bottiglia veramente speciale. Elegante, ma con una gestione della leggera aromaticità del sauvignon che dona carattere e lo solleva secondo me molto sopra l’annata precedente. Che era già molto buona.


Barolo Marcenasco 1990, Renato Ratti.
Al di là di tutto, quando trovi una boccia di 22 anni, che ti dà l’impressione di essere bevuta nel suo momento migliore, non puoi che toglierti il cappello e inchinarti davanti a Monsù Barolo. Chapeau!


Tres uves 2008, Barranco Oscuro
Esperienza oltre. Un bottiglia, questa cuvée di Barranco Oscuro, che sfida le leggi dell’enologia, della fisica, della chimica, della critica enologica. Se trovo 25 euro per fare un altro giro, prometto che cercherò di raccontare questo vino dell’altromondo!


Rossese di Dolceacqua Superiore Posau 2010, Maccario Dringenberg
Dovevo assagiare almeno uno dei due grandi cru di questa produttrice, in questa annata che li vede trionfare fra i migliori vini italiani. Devo dire che l’esordio appena aperta la bottiglia mi ha lasciato un po’ sconcertato. Poi con un po’ di ossigenazione in effetti viene fuori grande eleganza, freschezza, precisione. Un pelino tecnico per i miei gusti e la dinamica quasi troppo tipizzata, ma bisogna riconoscere il grande risultato.

venerdì 15 marzo 2013

Podere il Saliceto di Andrea Della Casa


Dopo tanto temporeggiare finalmente l’altro giorno sono riuscito a trovare il tempo per fare quei pochi chilometri che mi separano dalla cantina di Gian Paolo a Podere il Saliceto, per assaggiare e (soprattutto) conoscere quei vini che molto spesso ho sentito elogiare.
La delicata salita che porta alle porte del casolare è affiancata da una porzione dei suoi vigneti, Malbo gentile e Merlot, quest’ultimo utilizzato per impollinare il primo che è vitigno che mal si presta all’autoimpollinazione.
Imparo poi che il Merlot è stato il secondo vitigno (dopo il Lambrusco Salamino) più coltivato nella zona di Campogalliano fino agli anni ’70. Notizia che può sembrare insolita ma una spiegazione logica storica c’è.
Le prime tracce d’insediamento a Campogalliano risalgono all’epoca romana con la discesa dei Galli nella nostra pianura, dai quali deriva poi il nome del paese (“Campo dei Galli”). Proprio a loro si devono i primi impianti di Merlot.

L’azienda di Gian Paolo e Marcello al momento vede anche una cospicua produzione di pere (fonte di reddito sicura qui in zona), ma la prospettiva è quella di convertire la totalità di ettari aziendali in vigna.
Con calma. Strada facendo.
All’interno della cantina, che a fatica e non senza cicatrici ha retto alla potenza distruttiva del terremoto, troneggiano vasche in cemento, le preferite, anche se di ostica manutenzione.
La curiosità inizia ad assalirmi quando partono i primi assaggi da botte. Mi affascina provare il vino in divenire, quando ancora è in formazione
Il “Falistra” da vasca è un Sorbara ante litteram. Il gusto e i profumi sono già riconoscibilissimi, ma mancano ancora le bollicine che arriveranno con la rifermentazione in bottiglia.

Il Malbo, di grande estratto, diventerà invece vino fermo dopo l’assemblaggio delle sue due componenti, una parte affinata in cemento e un’altra in botte piccola (di Nesimo passaggio). Bei profumi, rustica e scalpitante la prima, più rotonda e distesa la seconda. Il blend finale che incontrerà la bottiglia vedrà poi prevalere di gran lunga il Malbo in cemento per dar vita ad una sinergia potenzialmente di grande equilibrio.
Con la stessa uva viene prodotto anche un Metodo Classico, il “Malbolle”,sfruttando la grande acidità intrinseca del Malbo.

Dopo gli assaggi del futuro mi attende un’accoglienza davvero calorosa preparata da Gian Paolo, a base di strolghino, stuzzicherie varie e la batteria completa dei vini di Podere il Saliceto.
Mi sono inchinato a cotanta grazia.
 
E seduti a tavola tra bicchieri di vino e appetizer si chiacchiera a lungo, si ride, si scherza.
Si parla anche di lieviti indigeni su cui abbiamo idee discordanti.
Per me sono un valore aggiunto, per lui non sono fondamentali per il risultato finale. Gian Paolo pone le sue idee ex professo, con una serie di annate di esperienza sulle spalle. Io posso opporre solo letture, ascolti e la mia incompetenza. Ma non è facile comunque smuovermi da questa convinzione. Nemmeno con prove scientifiche. ;)

A suo favore però parlano anche le bottiglie.



Il “BiFri” di quest’anno, per la prima volta a rifermentazione naturale, è forse il suo preferito. Bianco a base Sauvignon (più Trebbiano), fedele interpretazione dell’uva di partenza, bassi quantitativi di solforosa. Bevibilità sublime.
Ottimo sorso beverino anche il “Falistra” (anche questo rifermentato in bottiglia), bell’esempio di Sorbara fresco e vibrante.

Entrambi non vengono sboccati regalando così una leggera torbidità con l’agitazione della bottiglia.
A me affascina, a lui un po’ meno. ;)
Poi l’ ”Albone”, un incrocio tra Salamino e Sorbara. Stavolta la fermentazione è in autoclave per realizzare un lambrusco tipico, vinoso e pastoso da giovane (la 2011), di stupefacente finezza e linearità dopo qualche anno d’invecchiamento (la 2009). Alla faccia di chi dice che il lambrusco è vino da consumarsi giovane.


Prima di abbandonare il campo incontro anche Marcello, cognato di Gian Paolo nonché agronomo e commercial office dell’Azienda. L’intesa tra i due è veramente ottima, un connubio che mi fa pensare a tante future soddisfazioni per Podere il Saliceto.

lunedì 18 febbraio 2013

alexandre bain pouilly fumè pierre précieuse 2011 spring 2011



Ieri sera ho ordinato per innaffiare una ottima cena al Kitchen (dove per altro si mangia un gran bene ma si beve così così), un Sauvignon (io quando ordino un sauvignon lo so già in largo anticipo che è un gesto autolesionistico, si vede che devo punirmi semi inconsciamente di qualche mio eccesso).
Nello specifico, questo povero vino l’ho bevuto dopo aver assaggiato i due Pouilly-Fumè di Alexandre Baine.
Solo perché ero in centro alla stanza non ho rovesciato nei vasi il contenuto della bottiglia (e non c’erano neanche dei plumbachi nelle vicinanze).
Dunque parliamo di Baine e del suo splendido vino e dimentichiamo la brutta esperienza.
Freschezza in grande materia e pietrosità salina con lievi affumicature citrine, da berne secchi.
Chiunque abbia intenzione di fare o bere un sauvignon è bene che prima assaggi questi.

Ho incrociato Alexandre Bain a Les Affranchis un off salone a Montpellier, era al fianco di Saumon e vi assicuro che la batteria completa di vini da Bain a Saumon mi ha steso e ha innescato una sindrome neuronale, dopo mi aggiravo semincosciente per le sale sussurrando “Loire mon amour”.
Kampai

Luigi

Poscritto
Se andate a Montpellier è bene andare a Les Affranchis, piccola fiera satellite molto friendly, piena di belle ragazze (e ragazzi).

mercoledì 7 settembre 2011

carso kras DOC sauvignon 08 skerk

Carso/Kras doc Sauvignon 2008, 14,5%vol.
Az .Agr.Skerk in quel di Prepotto (TS).


Da tempo ne bevo.
E per gelosia non ne ho mai parlato.
Ho deciso per onestà di farvi partecipi di un mio segreto (sia pure piccolo piccolo).
Denso e profumato di fiori, gigliacee e narcisi, di macerati di erbe, di pollini, di agrumi.
Cremoso con amaritudini tonificanti di germogli di tarassaco e di chinotto.
Buono e bello nella sua veste giallo opalescente.
Brughiere carsiche sferzate dalla bora e da affioramenti di rocce calcaree.
Con un est così vicino, così lontano.
Un vitigno così internazionale e distante di natali che qui ha trovato una sua patria.
O l’ha dimenticata.
Bianco di macerazione potente ed avvolgente.
Sapiente dosaggio della glicerina e del versante morbido.
Mi piace molto.
Glu glu.
Va giù.
Bonne degustation

Luigi

martedì 14 giugno 2011

la merla bianca 2004 monferrato bianco cascina degli ulivi

Oggi al mercato (Porta Palazzo un simbolo per noi sabaudi) ho comprato finferli (garitule) che le abili mani di mia moglie hanno trasformato in intingolo sopraffino per i tajarin.


Da bere e per curare la depressione che ultimamente mi affligge ho scelto:
La Merla Bianca, Monferrato Bianco, 2004, 14%vol, Cascina degli Ulivi, Novi Ligure (AL).
Da uve marchiate Demeter (biodinamiche certificate).
Ero un po’ in ansia per la scelta enoica.
Poi apro.
Vivido e vivace, colorato e denso.
Intenso di profumi in continua mutazione.
Dal vegetale al caffè, dalla frutta al salmastro.
Dalla salvia al rosmarino alla pietra al mandarino cinese.
Si allarga caldo e meditteraneo, morbido e importante, leggero pizzicore rinfrescante e amarostico.

Mi è piaciuto parecchio.
Forse perché dai profumi si intuiva una nobiltà che però trasfigurava in territorio e non in varietà.
(questo per dire che è un taglio paritario di Sauvignon e Traminer ma io non l’ho capito).
La Cascina degli Ulivi la conoscono tutti e i loro vini naturali a “ossidazione controllata” con l’uso moderato di anidride solforosa dividono i bevitori.


Io sono stato per lungo tempo dal lato “oscuro” della forza.
Ho buttato parecchie bottiglie.
Oggi che ho bevuto l’ultima.
Sento già i morsi dell’astinenza.
Il ripensamento è frutto della gentile ma indisponente insistenza di Pietro Vergano.
Che ringrazio.
Avvicinatevi a questi vini con calma e fatevi accompagnare nel viaggio da uno sciamano.
Se mi leggete da un po’, siete già pronti per iniziare.
Ma non pensiate che non costi fatica.
Bonne degustation

Luigi

Ps
Anche i finferli (garitule) erano ottimi.

Certi giorni, malgrado il cielo ti scivoli addosso e il buio sia definitivo,
una timida opalescenza con la forza di un faro segna la via.

lunedì 31 gennaio 2011

il mio sauvignon igt emilia 2008 camillo donati arola langhirano

Il Mio Sauvignon  IGT Emilia 2008 12,5% Vol. di Camillo Donati in quel di Arola, Langhirano (PR).
Terre dei lambruschi.


Sottovalutate per lungo tempo.
Ora in gran spolvero.
Di Donati ne ho letto un gran bene sull’ultimo libro di J. Nossiter (le vie del vino).
Uno dei pochi italiani citati.
L’ho subito cercato ma le enoteche sabaude lo snobbano.
L’ho contattato e prontamente mi ha risposto.
Verso fine estate ho detto al mio amico Frenki, di ritorno dalla stagione a Milano Marittima: “…Ti consiglio


Camillo Donati fà Lambruschi, Barbera, Sauvignon, Malvasia, Trebbiano tutti col frizzo, stupendi! Passaci tornando, tanto è di strada…”.
Gli ho inviato via mail la lista della spesa.
Frenki si è perso nella campagna Parmense, la deviazione è durata quattro ore durante le quali telefonava a me, poi alla nipote di Donati e poi sacramentava in solitudine.
Mai  fidarsi dello scrivente.
Al suo ritorno mi sono pure lamentato che aveva preso poche bottiglie.
Se si è perfidi bisogna esserlo fino in fondo.
Poi ho scoperto che a Torino risiede un attivissimo blogger, facebookker, twitterista il cui nome è Vittorio Rusinà, raffinato esegeta dei Lambruschi che ha contagiato Jacopo Cossiter e altri blogger.
Questo per rimarcare che forse un po’ di fuoco cova al di sotto della brace sciovinista Torinese.
Intorno a Natale mi sono aperto in solitudine un Lambrusco.
Porc... senza un filo di gas! Però  buono lo stesso me lo sono centellinato per una settimana, un bicchiere al dì.
Ieri ho scovato, credo, l’unica bottiglia di sauvignon(maledetto Frenki), l’ho acclimatata in cantina a 13°C (ormai viaggio con il termometro a infrarossi in tasca).
Poi a casa.
Tappo a corona.
Stappo puf.
Colore giallo oro velato poi, da metà bottiglia, opalescente.
Naso lievitoso, quasi birroso, floreale di iris con un erbaceo che ricorda i campi in fiore e lo sfalcio.


Bocca rinfrescante, leggermente pétillante e sapida con amaricante ( o se preferito amarotico che è più alla page) che sgrassa, ottimo.
Il “Mio Sauvignon” è bianco di macerazione, rifermentato in bottiglia, t° di servizio 16°C.
Camillo Donati, dimenticavo, è biologico e biodinamico.

Finito subito e senza stuzzicchini.
Comunque non per tutti.
Bisogna  effettuare un minimo di allenamento.
Costo franco cantina (telefonate a Frenki per le indicazioni stradali) circa 5,00 euro.
Bonne degustation.

Luigi


lunedì 24 gennaio 2011

bianco trebez 2006 igt princic chardonnay sauvignon pinot grigio

Bianco Trebez 2006 IGT Venezia Giulia di Dario Princic, Gorizia fraz. Oslavia.
Colore arancio ruggine intenso, velato quasi opalescente.



Mia figlia non ha più detto niente, ormai è abituata agli orange wine.
Anzi una cosa l’ha detta: “goccio papà, io (as) saggio, subito!”.
Denso nel bicchiere.
Intenso al naso con profumi abbastanza freschi di frutta, un po’ di etereo.
Poi dolci profumi caramellati e di marmellate di fichi e albicocche in cottura come quando il paiolo sobbolle in cucina.



Thè e carcadè forse un po’ fumè (splendida rima olè).
Struttura importante in bocca, calda, avvolgente e un velo tannico.
Un vino di macerazione che mantiene però caratteristiche di opulenza e precisione maggiori della media.
Il varietale dei vitigni, Chardonnay, Sauvignon e  Pinot Grigio, si stempera completamente ne rimane forse un’eco nell’importanza degli alcoli (14%vol), nei profumi vanillo carammellosi e nella presenza materica della glicerina che qui c’è e si fa sentire.

Non ho trovato indicazioni su come è vinificato ma la sensazione è che le fermentazioni siano con lieviti di cantina ma a temperature controllate di 16/18°C e/o magari con passaggio in legno.
Dal colore del vino la macerazione sulle bucce deve essere durata parecchio però non si sono disciolti i tannini corti e amari tipici (bonus).
Insomma mi viene in mente la definizione di Design che dava un grande Architetto il “Disegno Industriale (il bianco Trebez) e un pipistrello mezzo topo e mezzo uccello”.
Vola in alto ma è terrignamente tirato in giù dal suo essere mammifero.
Lieve e pesante.
Ossimorico.
Complesso.
Senza età.
Il millesimo lo devi leggere in etichetta.
Buono.
Da servire a 15°C.
Comincio ad abituarmi.
Ho già messo il frigo in vendita su e-bay.
Bonne degustation.

luigi