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giovedì 24 settembre 2015

Picotendro

di Andrea Della Casa

In cantina trovo questo ricordo di un viaggio passato e decido sia giunto il momento di rievocarlo.
Nebbiolo valdostano, vinificato in bianco, già di per sé mi incuriosisce. 
Ma le sorprese non sarebbero finite qui.
Stappo, mescio e……grande stupore! Nel calice si eleva una decisa “frizzantezza” che non è una semplice rifermentazione carbonica, ma più tra il pétillant e il frizzante vero e proprio. 
Onestamente rimango un po’ basito di fronte a tale inaspettata reazione.
Si propone in veste giallo intensa, quasi ambrata, ricordando assieme a leggere note dolciastre qualche tipologia di birra a doppio malto.
In bocca è abboccato, decisamente, senza sconfinare nei terreni della stucchevolezza grazie forse anche alle bollicine ben presenti che ne sostengono la beva.
Presente una innocua punta ossidativa.
Setoso quasi vellutato, riempie ogni angolo del palato con le sue rotondità e la sua pienezza.
Bevuta insolita, atipica, comunque non sgradevole.
Rifletto poi sull’effervescenza scalpitante. 
Voluta o casuale? 
Malolattica svolta in bottiglia?
Non azzardo sentenze e rimango nel limbo del mio dubbio.


lunedì 3 novembre 2014

Maison Anselmet – « Pinot Noir Vigne Toule 2008 »

di Cristian Quarantelli





La prima volta che ho bevuto questo vino è stato nel 2012 a casa mia con Daniele.

Entrambi ne siamo rimasti subito colpiti non appena infilato in naso nel bicchiere, si rivelò più francese che mai, con quella tipica “puzzetta” che hanno i pinot neri d’oltralpe appena aperti… “merde de poule” per loro, “sentori di pollaio” (per dirla altrettanto finemente) per noi italiani, “galinéla” per me che sono di Noceto.

Bottiglie acquistate in un piccolo negozietto a Cervinia dopo aver visitato, sempre nell’estate 2012, la Maison Anselmet dove sono rimasto piacevolmente colpito dalla grande qualità dei loro vini.

Ma torniamo a questa bottiglia… giusto un attimo nel bicchiere ad arieggiare e vai che sburla* botte di ciliegia da volar via, di quelle dure che fai fatica a masticarle, quelle che metti sotto spirito e vorresti che quel barattolo non finisse mai, poi ribes e lampone in purea, la speziatura è dolce di pepe rosa, ma non prevaricante (il legno si è ben amalgamato) e fa da contorno a sentori animali di pellame con spunti quasi ematici.

In bocca è un’esplosione di acidità, la stessa che rende il vino ancora di un rubino splendente con accenni di granato sull’unghia… la frutta, scoppiettante nel bicchiere, in bocca è una sinfonia ed è la sensazione piacevole e continua che ti lascia il vino per diversi minuti dopo averlo bevuto che t’invoglia a continuare a berne all’inverosimile. Il tannino è fine e setoso, la chiusura è leggermente amarognola e ritornano sia la speziatura che le impressioni ematiche.

Che dire… bella bevuta e mi piacerebbe scovarne un’altra per berla tra un po’ di tempo!

A presto!

Cristian



*sburla: inf. Sburlare – spingere con forza (dialetto parmigiano)




giovedì 25 settembre 2014

Jelie, la donna naturale

di Vittorio Rusinà
Jelie è una signora ottantenne di Jovencan, in Valle d'Aosta ed è la protagonista di un corto del regista Joseph Péaquin, presentato a Torino Cinemambiente 2014. Esperta di erbe e fiori, Jelie è per me l'emblema della donna naturale, che rispetta e conosce la natura che la circonda e di cui lei si sente parte integrante. Nelle sue parole semplici c'è grande conoscenza, davvero grande. 


il corto "Jelie" è stato prodotto dal Centre d'Etudes Les Anciens Remédies (VdA)



venerdì 7 febbraio 2014

Viticoltura eroica a Le Selve

(di Andrea Della Casa)

Breve incipit a questo post per rendere merito all’amico Fabrizio e al suo libro che mi ha permesso di conoscere e incontrare luoghi e personaggi emblematici della Valle d’Aosta.
Grazie a quelle pagine sono arrivato a "Le Selve" da Nicco Rolando. Le sue vigne maestose vigilano le porte di Donnas, inerpicate sulla montagna grazie alla nobile opera dell’uomo che, pietra dopo pietra, ha reso possibile l'improbabile.

Questo scorcio di montagna ospita principalmente viti di picotendro (è il nome del nebbiolo in Valle) che si traducono poi in circa 4000 bottiglie di vino. Piante con parecchi lustri sulle spalle.Sui tralci ancora alcuni grappoli sopravvissuti a vendemmia e cinghiali, appassiti, sì, ma incredibilmente non decomposti e dolcissimi ancora all'assaggio. A metà gennaio! 


L'approccio in vigna per Rolando è fortemente biologico e il suo tempo viene risucchiato principalmente dai lavori in campo. Vista la non eccessiva comodità delle vigne nel periodo primaverile-estivo "...non faccio in tempo a finire di sfalciare l'erba su tutto l'appezzamento che è già ora di ricominciare" dice. 
In cantina lieviti indigeni, nessuna filtrazione né aggiunta di solforosa.

Mentre salgo i ripidi gradini manufatti che collegano i vari terrazzamenti non riesco a non pensare al lavoro compiuto per realizzare questa opera d’arte. 
Quanta fatica, quanto sudore. E, per logica, mi interrogo sulla convenienza economica di tutto ciò. Per portare i lunghi e pesanti travi che devono sorreggere i pergolati è necessario l’elicottero e ogni giro di pale sono cifre e a tre zeri.La densità di piante è irrisoria, lungi dalle abitudini padane, e per la vendemmia è fondamentale la monorotaia. Eppure è uno spettacolo e per me, visitatore, la convenienza c'è sicuramente.


Forse incomincio a capire cosa si intende per viticoltura eroica!



venerdì 6 dicembre 2013

Cornalin Vigne Rovettaz Vda doc 2011, Frères Grosjean, Quart (AO)


Stregato dal Cornalin.
Questo vino mi è stato proposto insieme al Torrette di Gerbelle da Fabrizio Gallino, entrambe sono i suoi vini del cuore, a suo dire.
Capisco le sue motivazioni, per metà affettive e per metà sensoriali.
Affezione per i vigneron e la Valle d’Aosta e sensoriali per i profumi così fuori dal comune.
Ostico è l’aggettivo che viene subito alla mente perché il Cornalin manda fuori parametri i nostri sensi, non ricorda nessun altro vino.
I profumi sono lattei, ferroso minerali, qualche indugio di dolcezze di frutto, poi spezie, poi radici e viole e liquerizia, anticipazioni acidulate, cangiante.
Ogni volta che si mette il naso dentro al bicchiere il vino è diverso, mutevole e si assesta su note di viola, pepe, mineralità.
Molto elegante e affilato, quintessenziale, Grosjean ha lavorato in Borgogna (dice Fabrizio) e in effetti in questo vino c’è un lavoro in levare: la massa e in battere: l’olfatto che poi tutto ciò sia dovuto ai suoi trascorsi francesi, chi lo sa?
L’acidità trascina e amalgama il tutto.
E’ esplosivo, quando, scaldato dalle mucose, esprime tutti i suoi profumi.
Anche il Cornalin come il Torrette non è un vino facile, innegabile figlio del circolo virtuoso fra cultivar e luogo e vigneron, vino di terroir.
E mi ricorda le viole mammole che, profumatissime, sbocciano negli inversi, a giugno, nei boschi montani.
Kempè

Luigi

Ps
Nota snob:
Frères Grosjean si pronuncia “frer grojan” e Cornalin “cornalen”, così potete fare i fighi al ristò con la tipa/o a fianco.


mercoledì 6 novembre 2013

Torrette supèrieur vigne Tsancognein dop 2011, Didier Gerbelle, Aymavilles (AO)


Didier Gerbelle è un vigneron che mi è stato spesso citato in questi due anni.
FabrizioGallino e Enrico Togni lo apprezzano molto, mi fido di loro ma gli assaggi che avevo fatto non mi avevano entusiasmato.
Poi una sera, con Fabrizio in versione di oratore e divulgatore del verbo enoico valdostano, mi è capitato un calice di Torrette di Gerbelle.
E mi è stato subito chiaro che è un vino da ascoltare, capire, aspettare, a tratti ostico.
Verrebbe da dire che è come le montagne alle cui pendici nasce.
La relativa durezza è subito anticipata al naso da profumi acidulati di radici, vegetali, cupi, un po’ di gigliacee fanno capolino come i crochi quando si scioglie la neve, note fumè, ematico, empireumatico.
I profumi lanciano bagliori continui dal bicchiere, mutano e spingono con potenza che sembra non esaurirsi mai.
Il sapore è intenso, la leggera amaritudine ricorda la genziana, terroso, erbaceo-piccante il tutto tenuto su da una acidità che ne fa da solvente e da acceleratore sensoriale.
Un vino complesso nel profilo aromatico e organolettico che viaggia in una terra di nessuno della ricchezza, senza cadere nell’opuleza, sorretto dalle durezze e aggregato da una quasi masticabilità, roccioso.
Innegabile figlio del circolo virtuoso fra cultivar e luogo e vigneron, vino di terroir.
Composto da petit rouge 70% poi cornalin e fumin, vitigni da studiare perché anche il cornalin in purezza era molto interessante.
Alla lunga Fabrizio e Enrico hanno fatto breccia nei miei pregiudizi.
Kempè

Luigi


mercoledì 9 ottobre 2013

Vino in Valle di Fabrizio Gallino edizioni Giramondo Gourmand


Fabrizio è un amico per cui questa recensione è in palese conflitto di interessi, però Fabrizio sa che sono più inflessibile con gli amici che con gli altri, perché da loro, così come da me, mi aspetto il massimo.
Sapevamo da tempo quanto Fabrizio fosse stregato dalla Vallèe, ci ha fatto assaggiare molti vini con passione e trasporto, ogni bottiglia era una narrazione, una porzione di vita, di paesaggi visti e annusati, di persone ascoltate, di mani toccate, di fruscii del vento.
Per Fabrizio il vino è sempre più di quello che è fisicamente.

Questa visione umanistica mi ha sempre intrigato molto e “vino in valle” è un esempio di “cartografia” pre cartesiana.
Vino in valle è come una delle prime carte fatte, non come le immaginiamo noi oggi, ossia verosimilianti, ma erano narrazioni lineari, il percorso era sempre rappresentato come una linea diritta da X a Y senza attenzione per le scale metriche e le cose importanti non erano le quantità, le distanze, le altezze, i dati demografici ma erano i commenti, le annotazioni, i disegni fuori scala con cui si mettevano in risalto certi aspetti del paesaggio, piuttosto che altri.
Erano opere emozionali, soggettive, interpretative, narrative, descrittive del territorio non una sua mera rappresentazione “scientifica”.

Fabrizio in “vino in valle” racconta un percorso, il suo, nel quale il paesaggio, la terra che racconta hanno in sé anche le persone che casualmente o per destino fanno i vignaioli.
Ci parla di montagne, castelli, vigne in pendenza piantate con cultivar per lo più sconosciute Picotendro (Nebbiolo), Fumin, Cornalin, Petit Rouge, Priè, Petite Arvine, Premetta, Mayolet.
Ci parla delle persone che il vino lo fanno per passione e la passione in montagna deve essere tanta per dedicarsi all’agricoltura, non esiste luogo, forse solo il mare, in cui la fatica fisica è sempre incalcolabile e non può rientrare nei conti economici di una azienda se poi si vuole anche venderlo il vino. Quindi a modo loro sono persone generose che amano la loro terra e su di essa vigilano.
Per questi motivi mi piacerebbe che tutti i produttori incontrati da Fabrizio si fossero proclamati “naturali” perché a mio avviso sarebbe il passo ulteriore verso una visione etica del proprio lavoro di “contadino guardiano” ma questa è una mia fissazione.

Questo libro rientra fra quelli che scatenano la voglia di conoscere, di espandere le proprie esperienze insomma uno di quelli che non finiscono con l’ultima pagina ma da lì cominciano e modificano la nostra visione del mondo, un libro “ipertestuale”.
Da leggere tutto d’un fiato e poi da riprendere più volte in mano e rileggere con calma, aprendo a caso le pagine, appuntando note a margine con la curiosità che rosica il plesso solare.
Buon viaggio.
Kempè


Luigi

martedì 21 maggio 2013

Côte de Champagnole 2008, Didier Gerbelle


L'origine del Gewürztraminer o Traminer aromatico è spesso stata identificata nel paese di Termeno (Tramin) nel Tirolo, anche se in realtà pare che il suo principio sia da ricercare nelle zone dell'Alsazia e del Palatinato (Renania tedesca), o anche nello Jura dove si presume ci sia una stretta somiglianza tra questo vitigno aromatico (a bacca rosa) e un Traminer a bacca bianca dal sapore neutro, il Savagnin (bacca bianca).
Il Gewürztraminer attuale è con ogni probabilità una mutazione del vitigno originario di cui si ignora però il colore della buccia.
La traduzione letterale tedesca della parola tedesca Gewürz è "speziato" ma in questo contesto significherebbe "profumato". Infatti Traminer Parfumé, Traminer Aromatique e Traminer Musqué sono sinonimi usati in passato per identificare questo vitigno.



Il Côte de Champagnole 2008 di Didier Gerbelle (gewürztraminer in purezza) è un vino secco anche se la bottiglia da 50 cl. potrebbe trarre in inganno, e grazie alle sempre preziose informazioni di Enofaber scopro che è anche un vino ormai fuori produzione. Un passaggio col naso sul calice e mi torna in mente all'istante il periodo natalizio, note agrumate e di frutta secca mi riportano un folgorante ricordo di giorni dicembrini. E poi ancora pera e soffi di silice.
Si dice che il gewürztraminer e l'aroma di litchi vivano in simbiosi. Io ho assaggiato una volta sola il litchi e mi ricorda il limone ma con una pungenza molto meno penetrante. Nelle evidenti note agrumate che emana, seppur in modo non palese può ricordare anche questo frutto tropicale.
Netta la sensazione nocciolata in bocca, non troppo morbidosa, cinta da un'acidità tagliente e una mineralità rocciosa, dritta, entrambe appena smussate dalla chiara aromaticità. Teso, con buona verticalità e slancio, la vendemmia tardiva gli dona anche una giusta polposità materica.
Bottiglia che conferma le ottime capacità di questo giovane vignaiolo.


mercoledì 5 settembre 2012

Petit Arvine, Vallèe d’Aoste Dop, 2010, Ottin



Insisto con il Petit Arvine.
Intanto perché sono affetto da sindromi ossessivo compulsive.
E poi perchè mi è parso di aver messo mano ad un vino ad alto potenziale e grande personalità.
E poi perché mi diverte berli nel sud est della Sicilia, piu o meno alla massima distanza possibile dal luogo di origine rimanendo in Italia.
Così, in un gioco di isotropismi spaziali e ricorsività mentali.
FabrizioGallino mi dice che li sto assaggiando troppo giovani, eppure già così hanno molte frecce nel loro arco.
Intanto, malgrado siano vini di montagna, hanno spalle larghe e non rifilano solo taglienze di roccia e di acido malico.
Ci sono, annidate in una trama complessa, delle fruttosità di platicarpa e di mieli di montagna, tenute su da una mineralità fungina e idrocarburosa e sapida (non ancora pienamente espressa in questa giovin bottiglia).
Questa bottiglia, malgrado una freschezza e mineralità superiore rispetto a questa, mi ha confermato che il Petit Arvine ha una naturale tendenza ad essere opulento e foriero di maturazioni dolci e materiche e lascia intravvedere lunghi e positivi tempi di evoluzione.
Armiamoci di pazienza per aspettare che il bruco diventi farfalla.
Bonne degustation.

Luigi

venerdì 20 luglio 2012

Vallèe d’Aoste Doc Pinot Gris 2010, Lo Triolet




Vallèe d’Aoste Doc Pinot Gris 2010, Lo Triolet di Marco Martin.
Introd (AO) a novecento metri di quota.
Vino di montagna con cultivar un po’ anomala.
Il Pinot Gris è una variazione genetica del Pinot Noir che profuma di Alsazia.
E’ vitigno precoce che bene si adatta alle condizioni climatiche montane anche se non tipicamente montano.
Ma non aspettatevi grandi freschezze, ha una innata tendenza ad accumulare zuccheri e ossidare gli acidi.
E ne viene fuori un vinone in stile Alsaziano, con fruttoni e dolcezze in attesa di divenire idrocarburi, alcool in abbondanza e morbidezze quasi eccessive.
Accenni di pietre travolti dai profumi zuccherosi e fiorosi.
Glicerinoso e rotondo sulle mucose.
Il giorno dopo.
Frutta, poi frutta, ancora frutta matura e succosa e ritorni di zucchero filato.
Leggera vena fresca a rendere godibile il vino.
Che si fa bere molto piacevolmente ma che a mio giudizio è afflitto da eccessi di tecnicismo produttivo.
Tutto quel frutto, tutto quel floreale, tutto quello zucchero e caramello.
Forse un po’ troppo.
Per me s’intende.
Bonne degustation.


Luigi

Poscritto
Per aggiornamenti e approfondimenti sui vini della Valle d’Aosta seguite FabrizioGallino.

lunedì 9 luglio 2012

Petit Arvine 2010, Vigne Rovettaz, Grosjean Frères.


Petit Arvine 2010, Vigne Rovettaz, Grosjean Frères.


Valle d’Aosta.
Bianco.
Vino di montagna da varietà originaria del Valois (CH).
In realtà pare essere una variazione genetica del Priè Blanc emigrato nel Valois poi rientrato in Valle.
Ha il fascino dei vini di montagna senza quell’eccesso di rudezza tipico dei montanari.
Intenso e agrumato di pompelmo con venature sapide di rocce e refoli di maturazioni fruttose e fiorose.
Mi è piaciuta molto la lotta fra l’amarognolo e la dolcezza mielosa, entrambe trafitte dall’acidità piccante.
Elegante e suadente si allarga nel bicchiere perchè il mondo nella bottiglia gli è troppo stretto.
Mutevole e sfizioso, sferzante e blandente.
Succoso e leggermente decadente.
Vinificazione in acciaio e in barrique per il venti percento della massa, affinamento sulle fecce fini con batonage.
Il day after si assesta di più sulla cotè morbida e mielosa.
Ma sempre fresco e tracannabile.
Migliorerà nel tempo.
Credo.
Bonne degustation.

Luigi

Poscritto
C’è l’e-commerce nel sito aziendale ed è un bonus, visto che sono mediamente introvabili.
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lunedì 5 marzo 2012

una mela al giorno

Un post veloce veloce per parlare di Sidro metodo ancestrale Maley.



Da meleti* centenari della Valle d’Aosta.
I meleti, anche solo singoli eroici meli, in tutto l’arco alpino si arrampica(va)no e fruttifica(va)no sino ad altitudini proibitive milletrecento metri e più.
Qualche pianta residuale si incontra ancora mista a peri e ciliegie e prugne lungo le strade di servizio ai campi.
In Valle d’Aosta hanno recuperato meleti e tecnologia per ottenere.
Dalle mele Raventze e Coison de Boussy con aggiunta di pere Blesson.
Spremute nella distilleria di Novalaise, fermentate con lieviti indigeni sino a 2,5%vol.
E poi imbottigliate per proseguire la fermentazione sino a 4,5%vol.
Un sidro profumatissimo e inebriante.
Bevanda antica quanto la birra e più del vino.
Mela in purea, violetta e leggerissimo ma intrigante sentore di champignon.
Arancia.
Morbidissimo e fresco.
Lieve residuo zuccherino.
Masticabile.
Impossibile non finire la bottiglia.
Intrigante abbinamento nella cucina zenzerosa e profumata dei ristoranti asiatici o fusion.
Aperitivo godurioso.
Glu glu va giù
Bonne degustation

Luigi



Bottiglia avuta in gradito omaggio da Simone Morosi.

*Spesso i meleti dedicati alla produzione di sidro e distillati utilizzavano varietà di mele molto simili a quelle selvatiche, spesso propagate per seme, i cui frutti sono immangiabili perché piccoli e acidi e amari e duri ma perfetti a saperli miscelare per le fermentazioni e le distillazioni.