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giovedì 28 maggio 2015

ancora sui vini di Tabarrini




di Niccolò Desenzani


Dopo un fugace assaggio dei vini di Tabarrini a dicembre, sufficiente a lasciarmi una certa sete insoddisfatta per non averne comprato, con il ritardo che mi contraddistingue, sono riuscito poi a procurarmene un paio di esemplari per tipo. Parliamo della batteria dei bianchi 2013:
Fiero fermo, da grechetto bianco
Regio fermo, da trebbiano
Fiero surlì, da verdello
Prima di tutto un plauso allo stile: c’è un filo conduttore fra i tre vini che il palato-cervello riconosce subito come mano del vinificatore. Non è facile avere uno stile con pochissime vendemmie alle spalle, e permette di valorizzare le varie etichette, perché vengono interpretati i vitigni secondo quello che Tabarrini ritiene la sua idea di vino.
E un’interpretazione forte chiarisce bene l’oggetto di partenza, in questo caso l’uva.
C’è una cristallina ricerca dell’acidità, forse per lo spauracchio di un terroir che su quel fronte non è sempre generoso. Essa è ricercata con mezzi tecnici agricoli e di vinificazione, ma nel rispetto del dictat zero correzioni chimiche. E per giunta credo anche poca elettricità!
Già avevo avuto modo di apprezzare, e qui trovo solenne la conferma, l’attenzione maniacale che Carlo riserva alle feccie. La feccia tampona l’acidità e crea un equilibrio nell’espressività incisiva del vino.
Poi ,e qui vado un bel po’ a mia personale interpretazione, c’è molta attenzione all’ossigeno. I vini godono di un sana leggera riduzione iniziale, accentuata da un’altra tecnica che Carlo sembra padroneggiare: il completamento dei processi malolattici in bottiglia. Quindi una certa compressione nei vini, con un residuo di carbonica quasi medicamentoso e poi lo sviluppo tutto in golosità quando il vino finalmente si arieggia dopo la prigionia del vetro.
Infine c’è un che di vino-del-contadino-vin-de-garage, che lascia un’impronta di verità rustica che a me piace molto (un po’ come nel Paski di Cantina Giardino).


Grechetto di freschezza, teso e appagante. Universale passepartout della dissetanza. Tutto in ordine (alfabetico): acidità, carbo, digeribilità, dissetanza, sostanza.

Trebbiano. Possiamo anche dire che non ha forse l’immediatezza spensierata del fratello (tanto che nella mia memoria si erano fissati a ruoli invertiti: e qui cade anche un bel pregiudizio sul grechetto). Ma lo stile è sempre verso la piacevolezza in questo caso con qualche ruvidità inedita per questo vitigno: tannini da sposalizio col cibo, generosità. Acidità rustiche che amoreggiano con la tartare e si beffano dell’acidità citrica del limone.

Il surlì, bottiglia spessa e tanta pressione (vado a percezione). Metodo interrotto qualcuno ha coniato. Si ribadisce la tenzone feccia/acidità, qui portata al parossismo. Ma poi all’aria l’ossigeno celebra l’unione indissolubile. Che la festa abbia inizio.

martedì 13 gennaio 2015

Launegild 2013 Chardonnay, Colline Pescaresi IGT, De Fermo

di Niccolò Desenzani



Più che il vitigno potè il terroir.
Ma non solo, è anche questione di stile. Per me la vinificazione è azzeccatissima. Lascia un che di fermentativo irrisolto. La tensione e il movimento. Danza nel bicchiere.
Sarà chardo o trebbiano ;) buono buono comunque, beva sfrenata.
Mobile evolutivo diviene via via più definito, balsamico e insieme morbido. Acidità in sviluppo.
Chi cerca il riconoscimento del vitigno rimarrà probabilmente deluso.
Non c'è nulla dello stereotipo.
Ho pescato nella memoria uno chardo che forse aveva qualcosa in comune con questo: il Coufe chien del Domaine du perron. Ma con più sostanza in questo caso.
Per dire che non è un caso di mascheramento del vitigno, di appiattimento del gusto dovuto al metodo di vinificazione. Piuttosto, finalmente, sono vini che si spogliano, e mostrano le loro nudità con disinvoltura.
Abituati alle divise, molto ben riconoscibili, per un attimo dobbiamo ricalibrare il nostro spirito di osservazione e reimparare a riconoscere.
Avrei bisogno di berne ancora.
Per studio, naturalmente!

martedì 28 ottobre 2014

Ricordi d'Abruzzo, ricordi di Feudo d'Ugni, ricordi di Cristiana Galasso

di Vittorio Rusinà



E' che stasera ho letto sul profilo di Facebook di Francesco Maule le lodi del suo Lama Bianco, è che stasera ha smesso di far caldo, è che mi manca il suo vino e la sua tavola open air davanti alla cantina, è che mi sono commosso ai ricordi: Cristiana Galasso, eccola qui con olive, pane, olio, formaggi e uva pressata, era d'estate.



Io penso che il suo papà sarebbe felice di saperla lì a difendere una piccola vigna di uva tedesca, circondata da boschi, gatti, cani, fiori, farfalle, api, nuvole e stelle del cielo.
E mi piacerebbe che i suoi compaesani credessero di più in lei, giovane donna di vigna, e affidassero alle sue cure le loro uve.
Ho assaggiato tutti suoi vini e tutti mi hanno sorpreso, per sempre.



Verrà l'inverno, verrà il freddo vento dal margine della collina lassù in alto, verrà la solitudine più solitudine della neve, verrà il tempo di scaldare il cuore con un calice di vino, di ricordare che Cristiana possiede una bacchetta di rame, magica.

Cristiana Galasso, Feudo d'Ugni, San Valentino Citeriore

lunedì 6 ottobre 2014

Lolik 2008, Francesco Guccione


Il trebbiano super di Francesco.
Era buono da subito anche se il 2007 mi era piaciuto di più.
Oggi a sei anni dalla vendemmia è comunque in condizioni smaglianti!
Naso intenso, trebbianoso di maturazioni morbide e vellutate come di pesca bianca, agrumi canditi zuccherosi, lieve miele, e refoli di erbe aromatiche, la Sicilia nel bicchiere direbbe Rosario Levatino e Primobicchiere.
C’è una freschezza di beva ancora bellissima e coinvolgente.
Adesso sto qui e aspetto Francesco, scalpitando sui miei sandali da quella curva spunteranno le nuove versioni di Lolik dopo qualche anno di interruzione forzata.
Kempè


Luigi

giovedì 24 aprile 2014

ZANG TUMB TAFON

In girum imus nocte et consumimur igni vino


di Eugenio Bucci


non so se Stefano Legnani sia un neo avanguardista mosso da uno spiritello anarcoide e sospinto dallo spirito del tempo (o Zeitgeist), 
Zeitgeist che fa sembrare questo inizio 2014 ad un inizio '900 ma un po' più cupo e, facendo i dovuti scongiuri, cazzone e
fatto sta che Tafon 2012 è un vino dada con un pizzico di futurismo e una spolverata situazionista, nel senso che spiazza e crea cortocircuiti come un orinatoio capovolto e firmato, spiazza e crea un momento di vita concreto e deliberato e amplia la parte non-mediocre della vita, spiazza e distrugge e crea un nuovo/antico trebbiano (così come spiazzano, distruggono e creano nuove suggestioni su quest'uva nelle sue 100 diramazioni genetiche persone come Maule, Bragagni, Mattioli, etc), trebbiano che viene dalla bassa mantovana e (di)viene una deriva psicogeografica dove noi e la nostra psiche vaghiamo senza meta in un ambiente di architetture mentali che ghettizzano, inscatolano, catalogano vini e vitigni e aree e persone in terroir e scale di merito (o "qui non si può fare", "questa uva non va bene") e veniamo liberati, emendati, straniati perché 

TAFON/Schiaffo decostruisce la nostra Città Del Vino e ricostruisce e porta con sé la mutazione continua, la libertà della mobilità del pensiero e del sapore, 
Tafon 2012 ti strania e costringe a guardare in basso, in fondo al bicchiere, ad affogare in un bicchiere e (intra)vedere la terra e l'architettura naturale delle sue piante, ad annusare una nota sulfurea Diavolina e poi il verde linfatico e poi un frutto dolce/asprigno alkekengi e/o prugna verde e/o uva spina e antani e cippalippa e tutto il corredo rugoso della buccia che dà un nerbo, uno scheletro su cui costruire il suo divenire altro, miseria e nobiltà shakerate insieme coi suoi rimandi terrigni alle erbe povere di campo, alle spezie d'oriente e vagare in un suq 
e ad assaporare un liquido che confonde nella sua consistenza bassa, umile, e nel suo vertiginoso equilibrio dolce/amaro-acido e nella integrità (che vorrà dire ormai?) di frutto stile mordo-un-acino-e-chiudo-gli-occhi, a prendere la bottiglia e inclinarla e leggere la firma

Legnani Stefano, Sarzana 2012

e, chiaramente, Ceci N'est Pas Une Bouteille 


mercoledì 12 marzo 2014

BENITO E POLLOCK

di Eugenio Bucci

C'è questo cane e ci sono una gatta e dei gattini. 
Il cane è una di quelle robe piccole e tignose, un bastardino, sembra che gli antenati se la siano spassata alla grande, secoli di accoppiamenti e amore libero tra bassotti e pincher nani e jack russel e volpini e qualche infiltrato, insomma, capito, no?, quei frullati di dna che nel dna c'hanno l'incazzo puro. 
Il cane se ne va in giro per il cortile come se fosse il padrone, abbaia e marca il territorio ogni 2 secondi. 'Sto incontinente nano. Ha la faccia squadrata e una super mascella. Io un cane così lo chiamerei Benito
Fatto sta che ai lati della casa, un casolare rustico coi pietroni a vista che sembrano enormi zollette di zucchero incastrate, poi la vedrai, dico al mio amico, ti viene da leccarli quei pietroni, giuro; fatto sta che lì per terra, appoggiati su uno straccio o un telo o non lo so, sono 4 gattini che avranno si e no una settimana e la gatta che li lecca, si guarda in giro, ha gli occhi semichiusi, pure lei mica tanto razzapura, il pelo sembra una macchia di Rorschach esplosa. Io una gatta così la chiamerei Pollock
E Cristo, che carini i gattini, cioè, i gattini piacciono a tutti, avevo un amico che diceva che gli facevano schifo e gli ricordavano i topi, però, insomma, ne ho sentiti pochi dire così, diciamo che al 90% della gente piacciono. Allora mi avvicino, gironzolo e mi guardo in giro, mi sto, come si dice, acclimatando, e faccio in modo di non spaventare nessuno, dico al mio amico, ai gatti ci si avvicina con calma e rispetto, e si, cazzo, voglio toccare quei gattini che sembrano 4 polpette impiumate. 
Guardo la gatta e la gatta guarda me e ha un'aria del tipo "Fai pure ma fai in fretta". E' che una gatta protegge i suoi piccoli, li lecca e li allatta. Poi dà loro un calcio e li manda in giro per il mondo. Li vuole temprati e indipendenti. All'incirca fa così.
Amico mio, sarei stato veloce e indolore. Sfregatina sulla testa, grattatina sotto il mento e via. 
Così mi avvicino, mi muovo lento e rassicurante, sono a qualche centimetro dai gattini+gatta, ed ecco che il cane comincia a rompere, sembra abbia degli spasmi, l'Alzheimer, abbaia, mi gira attorno, fa dei salti verso la cucciolata, morde l'aria. Non ci capisco nulla. Che cazzo vuole. Mica sono i tuoi cuccioli, bello. Poi capisco. Cioè, mi fanno capire. E' geloso. Il cane è geloso dei gattini. Vuole giocarci ma vuole anche le attenzioni per sé. Qualcosa di istintivo lo porta a proteggere i gattini, lo vedo da qualche parte negli occhi di Benito. Però vuole che tu giochi con lui. Ti salta davanti e sembra dire, "Carini, vero? Ora guarda me, GUARDA ME!" Un misto fritto di emozioni canine. 
E allora ho empatizzato. Col topocane. Mi sono sentito come lui. Ho personalizzato e fatto il mio transfert quotidiano. Poi l'ho spinto via. Benito.
Senti qua, dico al mio amico.
I gattini sono (ovviamente) il vino. La gatta è il produttore. Benito sono io e chi scrive di queste cose (a volte).  
Come no, fa il mio amico, siamo arrivati?
Quasi.
Sono passati un paio d'anni da quella visita. Chissà come stanno i gattini adesso. Chissà dov'è Pollock. Chissà Benito. .
A Terzo La Pieve era primavera e il sole stava basso e splendeva e avevo quel friccico ner core, il primo incontro, non sapere cosa aspettarsi e prepararsi scenari mentali, uno buono uno medio uno cattivo. E sceso dalla macchina, nel cortile, Benito e Pollock.
Ora è il 2 Gennaio e c'è uno strano gelo soffice e so solo che sono felice Non è una cosa che si prova spesso. E il cortile è vuoto.


Da "The Wine Bottega"
Siamo arrivati, dico al mio amico, e lui dice che sa leggere.

Questo posto è Collecapretta e questo posto è ufficialmente una delle mie Fabbriche del Cioccolato e la famiglia Mattioli è il mio personale Willy Wonka (Nota 1). 
Olio d'Oliva: il lubrificante dell'anima
Due anni prima era maggio e io e G., piombati non dal cielo ma dalla provinciale con l'Umbria esplosa di verde e polline, fummo accolti e parlammo tanto, di chi fossero, di cosa facessero, di perché diavolo non li avessimo conosciuti prima e del loro atteggiamento understatement e sottoesposto rispetto a guide e associazioni etc, solo un pissipissibaobao tra blogger disgraziati che cercano di spargere il Verbo dei loro vini al mondo, e loro, i Mattioli, che si scherniscono, che dicono che forse qualcosa faranno (Nota 2) ma anche la produzione è quella che è e leggiamo sulle etichette cose del tipo "Bottiglie Prodotte 905", o Del Concetto Di Vino Artigianale, e poi incrociammo lo sguardo e trovammo l'orgoglio loro per quello che fanno e per come lo fanno e, di rimando, l'orgoglio nostro di averli incontrati. Poi ciondolammo tra le vigne e gli ulivi, entrammo in cantina e bevemmo di tutto, Greco e Malvasia e Trebbiano, e poi Sangiovese e Ciliegiolo e Barbera e Merlot e certi sapori ce li ho ancora in bocca (Una nota 3 con qualche nota), e poi fummo rimpinzati dai loro salumi e dal loro olio e pensammo (io e G.) che fosse un buon momento per morire. Poi abbiamo stretto mani e baciato guance, abbiamo salutato dalla macchina, siamo arrivati in paese e ci siamo fermati in un bar, abbiamo preso un caffè, abbiamo pagato i soliti 80 centesimi, abbiamo pensato 'Bella che sei, Umbria', e abbiamo preso un grattaevinci perché quello doveva essere il nostro giorno fortunato, e ho guardato dentro la macchina e guardato le anta-bottiglie comprate e la sensazione di aver scoperto qualcosa. 
In particolare questo.

il Terra Dei Preti 2010, folgorante e ubriacante succo di Trebbiano Spoletino, terroso e buccioso, tannino e acidità fusi assieme ad allungare una dolcezza naturale, un vino con lo Shining, la Luccicanza, e da prendere a colpi d'ascia una porta per averlo. L'impressione che, ogni tanto, le chiacchiere stanno a zero, che smontare il giocattolo sciorinando MacerazioneZeroSolfitiNaturale può, certo, essere utile per capire perché ti stai divertendo tanto, ma il succo è che ti stai davvero divertendo tanto. Un vino che innesca ogni tipo di processo virtuoso nelle sue componenti, una squadra che lavora tutta insieme per un solo obbiettivo: farti bere e godere. Un Bingo, una cinquina secca, un super-tombolone. 
E anche al mio amico era piaciuto tanto.

L'albero dei tappi di Collecapretta
E' gennaio, si diceva. Io e il mio amico siamo nella sala degustazione e intanto i Mattioli scompaiono a mani vuote e riappaiono con vassoi di salame e coppa e salsiccietta e pane e olio e io penso Déjà Vu ed educatamente ingolliamo tutto e Dio-Benedica-Il-Maiale, e intanto ci viene spiegato che, ovviamente, il periodo non è proprio il migliore per assaggiare del vino, principalmente perché i 2012 sono quasi tutti finiti e i 2013, of course, usciranno più avanti, ma, insomma, qualcosa si trova, e io faccio di si con la testa avendo difficoltà di comunicazione verbale con 30 gr circa di salame + pane ammollato nell'olio in bocca. 
Ed ecco quello che si è trovato:

Buscaia è la Malvasia. In versione Bianca e Di Candia. Macerazione di una decina di giorni. La 2012 è stata travasata solo una volta. Annata ricca e grassa. Dove il naso ti parla di aromaticità super spinta e ai bordi dell'ossidazione. Ossidazione che in bocca invece si palesa. Entrata glicerica forte poi una vena verde poi un'acidità media che non riesce a trascinare la beva. Il vino si ferma lì, con quel rimando finale allo zucchero bruciato. La sensazione che qualcosa sia scappato di mano. 

Il Burbero. L'uvaggio di sangiovese, merlot e ciliegiolo. Sempre 2012. Nomen omen. Una imponente surmaturazione al naso. E un accenno di volatile appena fuori registro. Frutta cotta col leggero amarognolo tannico di sottofondo. E una coltre imponente di alcool. Anche in bocca questi elementi massicci, ruvidi si presentano, viaggiano come separati, faticano a trovare coesione e rotondità. Così il risultato finale appare sfuocato, la materia (tanta) fatica a raggiungere un equilibrio dove la similare 2010 aveva una dote di freschezza che aiutava la messa a fuoco.

Io sono ormai un groupie del trebbiano spoletino. E, fun fact, ad un lato della stanza di degustazione c'è questo contenitore in acciaio che continuo a fissare e a cui, metaforicamente, scodinzolo. E allora ci buttiamo nell'assaggio degli Atto-A-Divenire Vigna Vecchia e Terra Dei Preti 2013. E torniamo a volare alti. Il Vigna Vecchia già composto e aromaticamente preciso, una vena citrica netta e qualcosa da idrocarburo, limpido e brillante al colore quanto tagliente alla bocca, acidità che invade la bocca e allunga, pizzica e innerva il sorso, praticamente già pronto alla bottiglia e lunga vita. Il Terra Dei Preti che il volo lo alza di quota, dalle parti della stratosfera, un morso ad un chicco d'uva, maturo, lievemente tannico, una dolce progressione tra gli elementi nobili del vino, la dimostrazione vivente di come la macerazione col giusto manico elevi le qualità e scardini i parametri. Un 2013 che promette, no, non promette niente, è già, qui, ora, semplicemente una delle migliori bevute che possiate fare.

Poi appare Benito. O qualcosa che assomiglia a Benito. Non chiedo. Stessa tipologia. Abbaia, scodinzola, si gratta. Morde (sempre l'aria o un suo nemico immaginario), sembra che nella mascella abbia una molla. E controlla. Dentro, fuori. Non ha pace. Sembra che dica, "Fatemi capire". Lo so, penso, io ti capisco. Rilassati. Goditela. Non c'è niente da capire.

Nota 1: E non smetterò mai di ringraziare chi mi ha fatto trovare il biglietto d'oro grazie ad un tambureggiare, sommesso quanto può esserlo l'informazione social ma comunque insistito, che suonava più o meno così, "Provate il Trebbiano, provate il Trebbiano..."
Tambureggiare particolarmente sostenuto da parte di Andrea Scanzi e Jacopo Cossater.
Nota 2: E l'anno scorso chi non ti vedo a Cerea?
Nota 3: Spendiamo qualche byte per stilare una rapida classifica degli assaggi di allora:
1°-Terra Dei Preti 2010, o, Del Trebbiano Spoletino Macerato, un vero testo sacro su questa uva. Poi capirete perché.
2°-Vigna Vecchia 2010, il fratello acido e dritto, l'espressione più nordica e minerale, rieslingeggiante e sapidissimo.
3°- Tra i rossi, ottimi il sangiovese Selezione Le Cese e il ciliegiolo Lautizio, terroso e sanguigno il primo, sul filo della decadenza nel sapore e di grande fascino; vinoso e fruttato il secondo, semplice ma non semplicistico, strutturalmente un vino quasi in sottrazione, con gli elementi bilanciati a favore della beva.


lunedì 16 settembre 2013

Lolik 2007 - Guccione di Andrea Della Casa


In primis un grazie sentito a Mauro che mi ha omaggiato di questa bottiglia.
Questo vino fa parte del "primo tempo" di Francesco Guccione.
Già perché suo malgrado poco più di un anno fa ha dovuto ricominciare da zero, respinto ed esautorato dalla sua stessa azienda.
Miele, sale, mandorle e flebili guizzi di agrumi.
E poi pesca bianca e succo di albicocca.
Caldo e avvolgente, per una bocca rotonda e levigata interrotta solo da sporadici puntelli di sapidità. Alcolicità evidente ma ottimamente amalgamata nel tutto. Sorso profondo.
Questo trebbiano mette la Sicilia nel bicchiere.
Dopo questo assaggio sono molto curioso di provare i nuovi vini di Francesco, che se non erro proprio quest'anno comincia il suo "secondo tempo".

martedì 30 aprile 2013

Neuroni sparsi (IV) di Niccolò Desenzani



Barbera da Sul 2011, Laiolo Reginin
Nel cammino verso #barbera3 e #ddb non potevo non andare a cercare i vini di Laiolo. In realtà ho scoperto che li avevo quasi sotto casa, grazie a Fabio Scarpitti che distribuisce gran parte dei vini premiati da Massobrio, Gatti e lui medesimo. Questa Barbera proviene da viti vecchissime, ma è vinificata in grande understatement, pulizia e integralità. Il risultato nel bicchiere si svela poco a poco, ma dal secondo giorno il velo è sempre più sottile e arriva una profondità davvero bella. Alètheia in greco antico, la verità, vuol dire etimologicamente “senza veli”. Ho detto tutto.

Trebbiano d’Abruzzo Vigna di Capestrano 2010, Valle Reale
Scoperto due anni orsono, questa piccola produzione di Valle Reale fermo sur lie è una vera chicca. Delicato e fresco, ma con un bel contrappunto sostanzioso dato dai lieviti in bottiglia si colloca fra i Trebbiano che si vorrebbe aver sempre a portata di mano.

Trebbiano d’Abruzzo 2010, Emidio Pepe
Un'altra tessera che va a comporre il puzzle di Trebbiano per il quale sono davvero strippato. Vino golosissimo, che ricorda un po’ il Valentini, ma con lo stile un po’ più approssimativo dei Pepe. Però per me è sempre vino da beva compulsiva. Complice l’annata 2010, ho ritrovato la goduria del 2007.

Cerasuolo Montepulciano d’Abruzzo 2010, Emidio Pepe
Amo sempre più i rosati, perché spesso riescono a essere di beva universale. Leggeri, ma capaci di esprimere un ampio spettro aromatico e come in questo caso dotati di grande mordente. Per certi versi ho trovato in questo Cerasuolo una beva quasi perfetta. Disimpegnata e dissetante, ma anche più complessa e da meditare. Davvero un bel vino, punto.

Rosso 2011, La Maliosa  
Vino ricevuto in regalo in occasione di una cena con la produttrice, è un rosso mediterraneo di grande impatto (siamo in Maremma grossetana, per intenderci). Ma anche grande beva nonostante una gradazione alcolica importante. Da viti vetuste di ciliegiolo , aleatico e vitigni autoctoni è un vino che mi ha colpito moltissimo. Nonostante sia una delle prime annate di produzione è già buonissimo e direi che come ingredienti il suo potenziale è pressoché illimitato. La produttrice sta battendo la zona per recuperare vecchie vigne e secondo me non sbaglia. Dal sorso si desume vocazione.

Gavi Pisé 2010 e Gavi Riserva 2010, La Raia
Anche in questo caso ho ricevuto i vini in dono dal produttore. L'azienda è certificata biodinamica. Nonostante la scelta stilistica sia verso vini bianchi “convenzionali”, cristallini, limpidi e rigorosamente fermi, con vinificazione molto controllata, qui gioca bene la materia, che stenta a stare fra le "righe" della vinificazione e dota il sorso di grande freschezza e profondità. Piuttosto simili i due vini, il Pisé forse ancor più incontenibile regala una carbonica finissima e piacevolissima. Quindi il suggerimento è: rompete le righe!

Ortrugo 2009, Croci
Ho già parlato e scritto di questo splendido vino in più luoghi. Eppur ogni volta che lo ribevo riesce sempre a stupirmi. Ho l'impressione che la materia contenuta in queste bottiglie senta le stagioni. Da quando lo bevvi due anni or sono per la prima volta, ho avuto l'impressione che d'estate si asciugasse d'inverno forse ancor più, e che invece in primavera tornasse a rimpolparsi. Equilibrato fra macerazione, ossidazioni birrose, carbonica dosata perfettamente, dissetanza e sostanziosità, è vino che si pone come riferimento per tanti dei miei pensieri sulla beva. Mi è rimasta una sola bottiglia, che presto sparirà dal mondo fisico. Ma solo da quello.

Play me

mercoledì 6 marzo 2013

Bianco Toscano igt 2011 - Podere Sanguineto di Riccardo Avenia

Eccoci a svelare il secondo dei due nuovi avventori del bar:
Riccardo Avenia da Bologna autore del blog Odori Terziari.
Una ventata di freschezza scanzonata nelle nostre fila di “Brasiliani con la nebbia in testa” (così definiva  I Piemontesi Bruno Lauzi).
Riccardo è un portatore sano di allegria e simpatia.
Ma non è uno “spanizzo”*  e non millanta mai, è preparato e serio e soprattutto curioso e umile.
Affronta ogni vino senza pregiudizi, aperto e disponibile così come lo è nella vita e nelle amicizie.
Il compagnone che mancava per mitigare le derive depressivo-intimiste di Niccolò e di Andrea e mie e per dare il cambio, come ciclisti in fuga, a Vittorio nella sua funzione di sprone e di motivatore.
E’ l’avventore giusto per questo bar composto da un manipolo, che sta diventando legione, di riottosi anarcoidi enodissidenti.
Buona lettura
E che il vento soffi sempre al giardinetto!
Luigi

 *chiedete a lui cosa vuol dire

Ps
Il web è un mezzo, in cui riponevo fiducia in maniera altalenante, senza il quale però non avrei mai conosciuto nessuno dei miei attuali compagni di viaggio e senza tema di cadere in sentimentalismi devo dire che le persone migliori che abbia mai conosciuto in vita mia provengono da questo mondo immateriale che si è fatto, parzialmente, a grumi, materiale.



Il primo assaggio di questo bianco toscano, lo ricordo come se fosse oggi. Eravamo in cantina al Podere Sanguineto. Mentre Dora Forsoni si raccontava magistralmente, stappava e ci faceva degustare una piccola verticale di tutti i suoi vini rossi, io - attento - seguivo, assaggiavo e condividevo il tutto via twitter. Un istante dopo, il buon @tirebouchon mi scrisse: "fatti aprire il loro bianco. Ne hanno poco, buttati in ginocchio se dovesse servire: devi sentirlo". Così è stato e da subito è nata una passione. Ma quante ne sa Vittorio.

Impossibile però averne una bottiglia, tutte vendute. Per quasi due anni ho "fatto il filo" a questo vino, sarò passato in cantina almeno 6/7 volte, niente. Poi, gli ultimi giorni del 2012 la sorpresa: passando al podere per un saluto e per una piccola scorta di vino, Dora e Patrizia appena mi vedono esclamano: "abbiamo il bianco!". E così, per farla breve, ne ho fatto incetta.

Un vero vino territoriale, semplicemente buono, beverino e gastronomico, nel quale ci si ritrova lo spirito ed il carattere del produttore. Ottenuto da Trebbiano, Malvasia bianca e verde, Biancame e Grechetto, vinificato in cemento e niente più. In tutto, meno di 6.000 bottiglie.

Paglierino, vitale, che vira all'oro. Al naso dapprima escono le spezie, la camomilla, il miele, ed una fresca nota vegetale. In secondo luogo, frutta esotica, fiori gialli, salvia, mentuccia e qualcosa di officinale. Sottile, col tempo, estroso. Il sorso è fresco, acido, minerale con retrogusto balsamico. Glicerico e caldo, l'impatto dell'alcool è presente: in questo e su alcuni profumi maturi, la calda vendemmia 2011, ha sicuramente influito. Resta comunque piacevole e di meravigliosa beva. Io lo preferisco a temperatura più elevata, ne guadagna in profumi e sapore.

Immagino un caldo pomeriggio primaverile, il sole calante sulle dolci colline di Acquaviva, pochi amici (del bar) seduti ed una tavolata ricca di prelibatezze locali e, nel calice, questo buonissimo Bianco Toscano. A volte, alcune tra le più belle esperienze cominciano proprio così e questa, inaugurata oggi, lo sarà senza dubbio.

mercoledì 9 gennaio 2013

Farneticando di estetica enoica di N. Desenzani



Fra le caratteristiche dei vini che potremmo dire grandi, sicuramente giocano un ruolo fondamentale la  riconoscibilità e l’espressività. Ma talvolta ciò che definitivamente suggella il capolavoro è l’eleganza.
Ciò che trovo interessante delle prime due qualità è che per definizione esse sono in parte contrapposte.
Infatti un estremo della riconoscibilità è l’omologazione. Così chiunque riconoscerebbe la Coca Cola in mezzo a tutte le bibite. Viceversa l’espressività al limite porta a isolare un singolo caso con tutte le sue peculiarità. Ma potrebbe anche virare verso l’eccessiva stranezza, l’anomalia, il difetto macroscopico.
E’ un principio che crea dinamismo quello di stare fra due parziali opposti.
E’ un principio morfologico.
E’ un principio matematico.
Le combinazioni, le sfumature fra le due qualità sono quasi infinite.
La riconoscibilità in questo quadro è spesso ottenuta grazie a condizioni particolari delle vigne insieme a processi e ambienti di vinificazione sui generis. L’eccezionalità del luogo e lo stile del produttore.
Se pensiamo al Trebbiano di Valentini, è facile indovinarlo alla cieca, quasi soltanto infilando il naso nella bottiglia. E’ trebbiano, ma con caratteristiche peculiari, e in cantina il processo, che vede l’uso di grandi e vecchi legni e l’imbottigliamento precoce, marcano uno stile fatto di sentori golosi di torrefazione combinati a esiti fermentativi in bottiglia, puzzette che dinamicamente scoprono profumi e piccoli refoli carbonici che mantengono il liquido vivo e ben conservabile. E ogni anno è differente.
Se pensiamo a Montevertine, ecco che c’è tutta la tensione del blend chiantigiano, ma anche uno stile balsamico tra il piccante e il mentolato come a raffinare la golosità della materia sottostante.
Infine, e qui casca l’asino, il Barolo Brunate Le Coste di Giuseppe Rinaldi. Qui per me c’è sempre qualcosa che sfugge. E’ un vino che le poche volte che l’ho bevuto mi ha sempre messo addosso una fregola, una sete compulsiva, che forse solo il nebbiolo… Una materia dunque di estremo equilibrio. Golosa, ma mai eccessiva. Facile, ma piena di suggerimenti. Multicolore, ma mai sgargiante. Intensa, ma non così tanto. Jacopo Cossater quando parla di questo splendido vino, trae spunto dal
l'annata 2005 lo definisce generoso per parlare della generosità. Io lo capisco, ma a me la parola che viene sempre è venuta in mente le due volte che ho bevuto quell'annata è elegante.
In fondo credo che i due concetti abbiano in comune più di quanto appaia di primo acchito. Perché l’eleganza è proprio la via di mezzo resa speciale. Rifiuto dell’eccesso e dell’appiattimento, stupisce attraverso l’articolazione fine delle componenti, senza mai scadere nel ruffiano. Stile e materia prima.
Ma l’eleganza, mi piace pensare, è anche la capacità di trasmettere il capolavoro, di renderlo comprensibile, di permettere a tutti di toccare la bellezza. L’eleganza è coinvolgente, dà sempre qualcosa a chiunque posi la propria attenzione. Regala un’emozione, senza chiedere nulla in cambio.
L’eleganza è generosa.

Nota: ho introdotto posticce correzioni (cancellato e sottolineato) e il link al post di Jacopo Cossater perché l'avevo citato a memoria in modo impreciso. Infatti la generosità si riferiva proprio all'annata 2005, non al vino in generale. Siccome quella è l'annata che conosco meglio, avendone acquistate due bottiglie l'anno scorso grazie a un premio donato da Vinix, ho sovrapposto le mie impressioni a quelle di Jacopo e ho commesso un errore nel generalizzare.

venerdì 4 gennaio 2013

Trebbiano Veruzza 2009, Guccione



Ho cominciato a sentir parlare dei vini dell’azienda dei Guccione a Semplicementeuva. Era la fine del 2010, e finalmente a Milano vedeva la luce un evento dedicato ai vini naturali.
Poi fu la polemica, perché l’evento era sovrapposto a La Terra Trema. Qualcuno urlò allo scandalo, qualcuno si incazzò, qualcuno si disse sorpreso… E poi anche la partecipazione, esplicita, di Porthos non fu presa bene da tutti.
Comunque, col senno di poi, e col rimpianto perché la manifestazione non venne mai ripetuta, posso dire che ricorderò sempre quel fine settimana, le decine di assaggi, ricostruiti a memoria, l’impressione di aver abbracciato un bel po’ del mondo in fermento dei vini appunto “cosiddetti naturali”, ché questa fu l’allocuzione appropriatamente usata dagli organizzatori.
Comunque ricordo nettamente che non visitai il banco d’assaggio Guccione, ma quando andai allo shop che era stato organizzato, correva la voce che i loro vini fossero una vera sorpresa della manifestazione.
Tornai a casa con il Perricone Arturo di Lanzeria. Che trovai irresistibilmente ruffiano.
Poi ogni tanto si parlava di questi vini, anche per la conoscenza diretta che ne aveva Luigi, e poi per vicende tristi sulle quali non voglio soffermarmi.
Passa il tempo e non si può stare dietro a tutto, ma qualche volta le cose ritornano. E così un po’ per sbaglio, in uno dei brevi assaggi nel minuscolo bar à vin di Sarfati (di cui sento già la nostalgia, perché non esiste più) mi sono ritrovato a bere il Catarratto Girgis Extra 2008 e il Trebbiano Veruzza 2009 di questo produttore siciliano.
Quando ho deciso di comprare il primo, era già finito.
Per fortuna col secondo è andata meglio e sono riuscito a berlo di frequente negli ultimi mesi.
Dico subito che per me è un vino straordinario.
Partiamo dal presupposto che sono pazzo per il Trebbiano. Che, come ormai sapete, considero un elemento di pregio che nel processo di vinificazione, la bottiglia non sia considerata un approdo finale dove fermare il più possibile il prodotto, ma essa stessa un tramite, dove il vino possa continuare a vivere per poi continuare a farlo nel bicchiere, in bocca, nei nostri stomaci e infine nelle nostre memorie.
E non v’è dubbio che il Veruzza sia vino vivo, integrale, in costante evoluzione.
L’assaggio è stupefacente, sia all’apertura, ma ancor di più nel suo sviluppo nelle ore e nei giorni successivi.
Ho anche provato a fissarne alcune note.

Lime e rosmarino. Polpa gialla compatta come di mango. Mentuccia ed erbe aromatiche fresche. Accenni sottili di rhum agricolo.
In bocca è trebbianitudine un po' sul versante del profumo. Piccolo residuo carbonico. Si sviluppa ossigenandosi verso i toni più freschi e citrini e il sorso decolla in un turbine di ipersalivazione con la mineralità da effervescente brioschi. Insieme, un bagaglio di spezie che lo rendono anche un po' sontuoso, pur rimanendo di consistenza cristallina e piacevolmente tagliuzzante. Mi entusiasma.
Comunque di beva sin troppo facile, che potrebbe anche farlo sottovalutare. Credo invece che ad aver pazienza, ma di bottiglie in giro ne son rimaste poche, continuerà a evolversi nei prossimi anni un po’ come il Trebbiano più famoso.
Ho cercato di capire qualcosa del terreno sul quale crescono le viti che danno questo nettare, ma non sono arrivato a capire causa e effetto di questo risultato sorprendente nel bicchiere. Ma la zona è peculiare e per quote altimetriche 450-600 m, e per caratteristiche dei terreni. Nella zona ci sono delle marne e mi piace immaginare,  da profano che vive nella città e non capisce una mazza di geologia, che il tipo di mineralità che ho trovato nel gusto del Veruzza abbia corrispondenza nella chimica del terreno. E che dunque vi sia una componente di magnesio bicarbonato di sodio che potrebbe spiegare il mio riferimento ai granulari digestivi.
Va be’ in un'altra vita spero di avere il tempo per queste interessanti seghe mentali.
Per ora mi accontento di bere Veruzza con grande soddisfazione!

mercoledì 5 dicembre 2012

Cantina Margò di Carlo Tabarrini



Carlo Tabarrini con la sua Cantina Margò è una delle pochissime novità de La Terra Trema di quest’anno. Di lui ero venuto a conoscenza qualche mese fa un po’ per caso leggiucchiando in rete. Poi sapevo che Jacopo Cossater lo segue e gli è amico. Nulla più.
A posteriori vedo che già da almeno due anni alcuni palati del web lo conoscono, fra cui l’immancabile amato/odiato Scanzi, che seppur a tratti antipatico è uno che ci ‘chiappa coi vini e con gusti che trovo spesso affini ai miei.
Comunque, grazie anche a qualche scambio di tweet, Carlo mi aspettava con alcune sorprese sottobanco.
E di queste voglio parlare.
Si tratta di grechetto, vitigno a bacca bianca, tipico del territorio perugino, ampiamente usato nella zona di Orvieto per dare bianchi a diffusione tanto larga quanto modesta la loro qualità, ma questa è un’altra storia.
Scopro anche che è parente strettissimo dell’amato pignoletto, di cui ho scolpite nel cuore, nel palato e nella mente alcune interpretazioni di Alberto Tedeschi e ultimamente alla base di un bel “sur lie” dall’azienda San Vito di Federico Orsi.

Andiamo avanti.
Il primo assaggio che ci propone Carlo è l’annata 2010, “vendemmia magica del Centro Italia” citando Jacopo Cossater; posso dire che in quel primo sorso di quel liquido torbido e consistente ho visto una realizzazione di molti aspetti della beva che ho ricercato e decifrato in questi ultimi mesi.
Stiamo parlando di consistenze spesse, torbidità, aromi fermentativi, code carboniche, acidità sopra le righe. Dissetanza. Digeribilità.
Carlo finisce di aprirmi gli occhi che già Jacopo mi ha aperto riguardo la malolattica in bottiglia. Sì avete letto bene. Così come per me è stata una scoperta, che ha messo a posto parecchie tessere di un puzzle, quella che i vini di Valentini facciano la malolattica in bottiglia, allo stesso modo mi ha colpito la naturalezza con la quale Carlo mi ha rivelato che imbottigliare prima della fine di questa magica fermentazione non fermentazione sia una tecnica che dona al vino alcuni aromi fini e sapori particolari che non si avrebbero altrimenti.

Ma le sorprese non finiscono qui.
Mentre assaggiamo un 2011, annata un po’ meno magica, che ha fatto qualche giorno in più sulle bucce (vi ricorda qualcosa?) scopriamo (ero con gli amici del bar sabaudi) che Carlo lavora una vigna minuscola, senza sistemici, da cui ricava così poco vino che il vaso vinario giusto è la damigiana. Forse uno dei vasi più bistrattati in questi anni di legni, anfore, luccicanti acciai e bio cementi. E invece simbolo della vinificazione casalinga, della tradizione dell’autoconsumo, ancora una volta dei tempi andati. Carlo, che ha una capacità espressiva non comune, dice, e pare di vederlo, quanto il vino si faccia bene nella damigiana.
La fermentazione avviene in tini aperti all’aperto!
Ogni volta che Carlo verificava il suo vino faceva due assaggi uno a fecce decadute sul fondo e uno a fecce rimesse in sospensione. Ha scoperto che lo trovava immancabilmente migliore torbido e così ha fatto appena prima di imbottigliare (dunque non sono l’unico torbidofilo del pianeta, ora sono più tranquillo).

Prima che vi attizziate troppo devo darvi una triste notizia: i bianchi di Carlo sono finiti, già da quest’estate.
Per grazia di entusiasmo, che devo aver  ben mostrato, Carlo mi ha regalato una delle ultimissime 2011, che ho bevuto nell’arco di due sere, da solo, a casa.
Ci va un po’ di abitudine del palato alla morbidezza finale del grechetto, con la sua impressione di liquerizia, e di certo non l’acidità che tutti invocano. Ma bevendo e ribevendo, e mangiandoci insieme un bel polletto arrosto, ho finito per coronare il mio sogno d’amore col Grechetto di Carlo Tabarrini.
Grazie.




PS Assaggiato anche un 2008, da un'altra vigna, più minerale, e pare, si mormora, voci di corridoio dicono... che è in arrivo un Trebbiano. Alé!

lunedì 30 maggio 2011

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Calvarino, Soave Classico doc, 2009, 12,5% vol, az.agr. Pieropan, Soave (VR).


Nella mia personalissima geografia dei vini bianchi italiani, il Soave ha sempre occupato un posto importante.
Quelli di Pieropan poi erano dei miti.
Credo di poter affermare che negli anni novanta, abbiano pungolato e trascinato i produttori di Garganega al di là del guado dei vinellini.
Attenzione ai vigneti, bevibilità, struttura senza eccessi, mineralità, una certa longevità, pochi e oculati legni malgrado le sbronze di rovere, vini di terrritorio nitidi, caldi e perentori.

Per le mie magre finanze di un tempo erano solamente un po’ cari.
L’altra settimana cercando una barbera per #sociaList, mentre ero alla cassa dell’enoteca (lo so che voi pensate che i blogger siano foraggiati dai produttori, ma non è vero!) vedo occhieggiare dallo scaffale l’affilata bottiglia renana del Calvarino, un cru aziendale, non ci penso neanche un po’ e la prendo.
La faccio riposare una settimana in cantina poi la apro.
Colore giallo paglierino intenso con riflessi oro e tutto mi sembra normale (però vado a memoria è parecchio che non ne bevo).
Profumi intensi, frutto maturo, floreale, certe sensazioni di dolcezze, pietra calda, tutto bene ma metto e tolgo il nasone dal bicchiere incredulo.
Tutto troppo perfetto, didascalico, intenso all’eccesso.
Cerco, annusando nel fondo del bicchiere, ma mi pare (ovviamente ciò che dico è parere soggettivo e confutabile) di non trovare più l’anima che un tempo scorgevo e ricercavo con fascinazione in questo vino.
Bocca giusta: alcool, glicerina, acidità, mineralità, frutto, tutto nella norma anzi tutto normato e unificato senza sorprese.
Come incontrare dopo anni la donna della vita e scoprire che si è intensamente ritoccata dal chirurgo plastico.


Sempre bella, sia mai, ma senza il fascino dell’imperfezione, della perfettibilità.
Non vorrei discettare di lieviti selezionati o di messa sul mercato troppo in anticipo (anche perché un produttore mi ha fatto notare con forza che non sono problemi all’altezza della preparazione dei blogger), volevo solo rendervi
partecipi di una piccola grande delusione.
Delusione che aumenta ora che leggo sulle specifiche aziendali che il vino in questione proviene da un vecchio vigneto ed è vinificato e affinato in cemento sulle fecce e poi in bottiglia.
Bonne degustation

Luigi