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giovedì 11 giugno 2015

Il Galantuomo 2010, Collecapretta, barbera Igt Umbria


Come un tuffo nelle ciliegie, quelle scure, quasi nere, dolcissime, profumate che macchiano la bocca e le mani.
E poi seta e accenni di lievi spezie.
Intensa, quasi untuosa, succosa spremuta di uva.
Potente di alcoli e zuccheri complessi, si gioca la sua beva (comunque piacevole) sull’immediatezza e croccantezza del frutto, forse non è un vino a la page (ora che se non ci sono acidità siderali non si beve più nulla).
Di certo è un’esperienza che traghetta verso i vini “edibili”, appaganti come una bibita piacevolmente edulcorata, un vino forse antico (ricorda certe Barbera contadine, quasi dolci, dense, da suggere con pazienza e avidità).
Delle Barbera nordiche non ha la vena acida ma qualche sua strana alchimia interna la rende equilibrata nel suo squilibrio.
Qualche nota di distillato si insinua nel finale.
Ora scendo in cantina a vedere se ne rimane ancora una!
E non sapete quanto mi pento di non averla inserita a #barbera3!
Kempè

Luigi 

giovedì 28 maggio 2015

ancora sui vini di Tabarrini




di Niccolò Desenzani


Dopo un fugace assaggio dei vini di Tabarrini a dicembre, sufficiente a lasciarmi una certa sete insoddisfatta per non averne comprato, con il ritardo che mi contraddistingue, sono riuscito poi a procurarmene un paio di esemplari per tipo. Parliamo della batteria dei bianchi 2013:
Fiero fermo, da grechetto bianco
Regio fermo, da trebbiano
Fiero surlì, da verdello
Prima di tutto un plauso allo stile: c’è un filo conduttore fra i tre vini che il palato-cervello riconosce subito come mano del vinificatore. Non è facile avere uno stile con pochissime vendemmie alle spalle, e permette di valorizzare le varie etichette, perché vengono interpretati i vitigni secondo quello che Tabarrini ritiene la sua idea di vino.
E un’interpretazione forte chiarisce bene l’oggetto di partenza, in questo caso l’uva.
C’è una cristallina ricerca dell’acidità, forse per lo spauracchio di un terroir che su quel fronte non è sempre generoso. Essa è ricercata con mezzi tecnici agricoli e di vinificazione, ma nel rispetto del dictat zero correzioni chimiche. E per giunta credo anche poca elettricità!
Già avevo avuto modo di apprezzare, e qui trovo solenne la conferma, l’attenzione maniacale che Carlo riserva alle feccie. La feccia tampona l’acidità e crea un equilibrio nell’espressività incisiva del vino.
Poi ,e qui vado un bel po’ a mia personale interpretazione, c’è molta attenzione all’ossigeno. I vini godono di un sana leggera riduzione iniziale, accentuata da un’altra tecnica che Carlo sembra padroneggiare: il completamento dei processi malolattici in bottiglia. Quindi una certa compressione nei vini, con un residuo di carbonica quasi medicamentoso e poi lo sviluppo tutto in golosità quando il vino finalmente si arieggia dopo la prigionia del vetro.
Infine c’è un che di vino-del-contadino-vin-de-garage, che lascia un’impronta di verità rustica che a me piace molto (un po’ come nel Paski di Cantina Giardino).


Grechetto di freschezza, teso e appagante. Universale passepartout della dissetanza. Tutto in ordine (alfabetico): acidità, carbo, digeribilità, dissetanza, sostanza.

Trebbiano. Possiamo anche dire che non ha forse l’immediatezza spensierata del fratello (tanto che nella mia memoria si erano fissati a ruoli invertiti: e qui cade anche un bel pregiudizio sul grechetto). Ma lo stile è sempre verso la piacevolezza in questo caso con qualche ruvidità inedita per questo vitigno: tannini da sposalizio col cibo, generosità. Acidità rustiche che amoreggiano con la tartare e si beffano dell’acidità citrica del limone.

Il surlì, bottiglia spessa e tanta pressione (vado a percezione). Metodo interrotto qualcuno ha coniato. Si ribadisce la tenzone feccia/acidità, qui portata al parossismo. Ma poi all’aria l’ossigeno celebra l’unione indissolubile. Che la festa abbia inizio.

mercoledì 12 marzo 2014

BENITO E POLLOCK

di Eugenio Bucci

C'è questo cane e ci sono una gatta e dei gattini. 
Il cane è una di quelle robe piccole e tignose, un bastardino, sembra che gli antenati se la siano spassata alla grande, secoli di accoppiamenti e amore libero tra bassotti e pincher nani e jack russel e volpini e qualche infiltrato, insomma, capito, no?, quei frullati di dna che nel dna c'hanno l'incazzo puro. 
Il cane se ne va in giro per il cortile come se fosse il padrone, abbaia e marca il territorio ogni 2 secondi. 'Sto incontinente nano. Ha la faccia squadrata e una super mascella. Io un cane così lo chiamerei Benito
Fatto sta che ai lati della casa, un casolare rustico coi pietroni a vista che sembrano enormi zollette di zucchero incastrate, poi la vedrai, dico al mio amico, ti viene da leccarli quei pietroni, giuro; fatto sta che lì per terra, appoggiati su uno straccio o un telo o non lo so, sono 4 gattini che avranno si e no una settimana e la gatta che li lecca, si guarda in giro, ha gli occhi semichiusi, pure lei mica tanto razzapura, il pelo sembra una macchia di Rorschach esplosa. Io una gatta così la chiamerei Pollock
E Cristo, che carini i gattini, cioè, i gattini piacciono a tutti, avevo un amico che diceva che gli facevano schifo e gli ricordavano i topi, però, insomma, ne ho sentiti pochi dire così, diciamo che al 90% della gente piacciono. Allora mi avvicino, gironzolo e mi guardo in giro, mi sto, come si dice, acclimatando, e faccio in modo di non spaventare nessuno, dico al mio amico, ai gatti ci si avvicina con calma e rispetto, e si, cazzo, voglio toccare quei gattini che sembrano 4 polpette impiumate. 
Guardo la gatta e la gatta guarda me e ha un'aria del tipo "Fai pure ma fai in fretta". E' che una gatta protegge i suoi piccoli, li lecca e li allatta. Poi dà loro un calcio e li manda in giro per il mondo. Li vuole temprati e indipendenti. All'incirca fa così.
Amico mio, sarei stato veloce e indolore. Sfregatina sulla testa, grattatina sotto il mento e via. 
Così mi avvicino, mi muovo lento e rassicurante, sono a qualche centimetro dai gattini+gatta, ed ecco che il cane comincia a rompere, sembra abbia degli spasmi, l'Alzheimer, abbaia, mi gira attorno, fa dei salti verso la cucciolata, morde l'aria. Non ci capisco nulla. Che cazzo vuole. Mica sono i tuoi cuccioli, bello. Poi capisco. Cioè, mi fanno capire. E' geloso. Il cane è geloso dei gattini. Vuole giocarci ma vuole anche le attenzioni per sé. Qualcosa di istintivo lo porta a proteggere i gattini, lo vedo da qualche parte negli occhi di Benito. Però vuole che tu giochi con lui. Ti salta davanti e sembra dire, "Carini, vero? Ora guarda me, GUARDA ME!" Un misto fritto di emozioni canine. 
E allora ho empatizzato. Col topocane. Mi sono sentito come lui. Ho personalizzato e fatto il mio transfert quotidiano. Poi l'ho spinto via. Benito.
Senti qua, dico al mio amico.
I gattini sono (ovviamente) il vino. La gatta è il produttore. Benito sono io e chi scrive di queste cose (a volte).  
Come no, fa il mio amico, siamo arrivati?
Quasi.
Sono passati un paio d'anni da quella visita. Chissà come stanno i gattini adesso. Chissà dov'è Pollock. Chissà Benito. .
A Terzo La Pieve era primavera e il sole stava basso e splendeva e avevo quel friccico ner core, il primo incontro, non sapere cosa aspettarsi e prepararsi scenari mentali, uno buono uno medio uno cattivo. E sceso dalla macchina, nel cortile, Benito e Pollock.
Ora è il 2 Gennaio e c'è uno strano gelo soffice e so solo che sono felice Non è una cosa che si prova spesso. E il cortile è vuoto.


Da "The Wine Bottega"
Siamo arrivati, dico al mio amico, e lui dice che sa leggere.

Questo posto è Collecapretta e questo posto è ufficialmente una delle mie Fabbriche del Cioccolato e la famiglia Mattioli è il mio personale Willy Wonka (Nota 1). 
Olio d'Oliva: il lubrificante dell'anima
Due anni prima era maggio e io e G., piombati non dal cielo ma dalla provinciale con l'Umbria esplosa di verde e polline, fummo accolti e parlammo tanto, di chi fossero, di cosa facessero, di perché diavolo non li avessimo conosciuti prima e del loro atteggiamento understatement e sottoesposto rispetto a guide e associazioni etc, solo un pissipissibaobao tra blogger disgraziati che cercano di spargere il Verbo dei loro vini al mondo, e loro, i Mattioli, che si scherniscono, che dicono che forse qualcosa faranno (Nota 2) ma anche la produzione è quella che è e leggiamo sulle etichette cose del tipo "Bottiglie Prodotte 905", o Del Concetto Di Vino Artigianale, e poi incrociammo lo sguardo e trovammo l'orgoglio loro per quello che fanno e per come lo fanno e, di rimando, l'orgoglio nostro di averli incontrati. Poi ciondolammo tra le vigne e gli ulivi, entrammo in cantina e bevemmo di tutto, Greco e Malvasia e Trebbiano, e poi Sangiovese e Ciliegiolo e Barbera e Merlot e certi sapori ce li ho ancora in bocca (Una nota 3 con qualche nota), e poi fummo rimpinzati dai loro salumi e dal loro olio e pensammo (io e G.) che fosse un buon momento per morire. Poi abbiamo stretto mani e baciato guance, abbiamo salutato dalla macchina, siamo arrivati in paese e ci siamo fermati in un bar, abbiamo preso un caffè, abbiamo pagato i soliti 80 centesimi, abbiamo pensato 'Bella che sei, Umbria', e abbiamo preso un grattaevinci perché quello doveva essere il nostro giorno fortunato, e ho guardato dentro la macchina e guardato le anta-bottiglie comprate e la sensazione di aver scoperto qualcosa. 
In particolare questo.

il Terra Dei Preti 2010, folgorante e ubriacante succo di Trebbiano Spoletino, terroso e buccioso, tannino e acidità fusi assieme ad allungare una dolcezza naturale, un vino con lo Shining, la Luccicanza, e da prendere a colpi d'ascia una porta per averlo. L'impressione che, ogni tanto, le chiacchiere stanno a zero, che smontare il giocattolo sciorinando MacerazioneZeroSolfitiNaturale può, certo, essere utile per capire perché ti stai divertendo tanto, ma il succo è che ti stai davvero divertendo tanto. Un vino che innesca ogni tipo di processo virtuoso nelle sue componenti, una squadra che lavora tutta insieme per un solo obbiettivo: farti bere e godere. Un Bingo, una cinquina secca, un super-tombolone. 
E anche al mio amico era piaciuto tanto.

L'albero dei tappi di Collecapretta
E' gennaio, si diceva. Io e il mio amico siamo nella sala degustazione e intanto i Mattioli scompaiono a mani vuote e riappaiono con vassoi di salame e coppa e salsiccietta e pane e olio e io penso Déjà Vu ed educatamente ingolliamo tutto e Dio-Benedica-Il-Maiale, e intanto ci viene spiegato che, ovviamente, il periodo non è proprio il migliore per assaggiare del vino, principalmente perché i 2012 sono quasi tutti finiti e i 2013, of course, usciranno più avanti, ma, insomma, qualcosa si trova, e io faccio di si con la testa avendo difficoltà di comunicazione verbale con 30 gr circa di salame + pane ammollato nell'olio in bocca. 
Ed ecco quello che si è trovato:

Buscaia è la Malvasia. In versione Bianca e Di Candia. Macerazione di una decina di giorni. La 2012 è stata travasata solo una volta. Annata ricca e grassa. Dove il naso ti parla di aromaticità super spinta e ai bordi dell'ossidazione. Ossidazione che in bocca invece si palesa. Entrata glicerica forte poi una vena verde poi un'acidità media che non riesce a trascinare la beva. Il vino si ferma lì, con quel rimando finale allo zucchero bruciato. La sensazione che qualcosa sia scappato di mano. 

Il Burbero. L'uvaggio di sangiovese, merlot e ciliegiolo. Sempre 2012. Nomen omen. Una imponente surmaturazione al naso. E un accenno di volatile appena fuori registro. Frutta cotta col leggero amarognolo tannico di sottofondo. E una coltre imponente di alcool. Anche in bocca questi elementi massicci, ruvidi si presentano, viaggiano come separati, faticano a trovare coesione e rotondità. Così il risultato finale appare sfuocato, la materia (tanta) fatica a raggiungere un equilibrio dove la similare 2010 aveva una dote di freschezza che aiutava la messa a fuoco.

Io sono ormai un groupie del trebbiano spoletino. E, fun fact, ad un lato della stanza di degustazione c'è questo contenitore in acciaio che continuo a fissare e a cui, metaforicamente, scodinzolo. E allora ci buttiamo nell'assaggio degli Atto-A-Divenire Vigna Vecchia e Terra Dei Preti 2013. E torniamo a volare alti. Il Vigna Vecchia già composto e aromaticamente preciso, una vena citrica netta e qualcosa da idrocarburo, limpido e brillante al colore quanto tagliente alla bocca, acidità che invade la bocca e allunga, pizzica e innerva il sorso, praticamente già pronto alla bottiglia e lunga vita. Il Terra Dei Preti che il volo lo alza di quota, dalle parti della stratosfera, un morso ad un chicco d'uva, maturo, lievemente tannico, una dolce progressione tra gli elementi nobili del vino, la dimostrazione vivente di come la macerazione col giusto manico elevi le qualità e scardini i parametri. Un 2013 che promette, no, non promette niente, è già, qui, ora, semplicemente una delle migliori bevute che possiate fare.

Poi appare Benito. O qualcosa che assomiglia a Benito. Non chiedo. Stessa tipologia. Abbaia, scodinzola, si gratta. Morde (sempre l'aria o un suo nemico immaginario), sembra che nella mascella abbia una molla. E controlla. Dentro, fuori. Non ha pace. Sembra che dica, "Fatemi capire". Lo so, penso, io ti capisco. Rilassati. Goditela. Non c'è niente da capire.

Nota 1: E non smetterò mai di ringraziare chi mi ha fatto trovare il biglietto d'oro grazie ad un tambureggiare, sommesso quanto può esserlo l'informazione social ma comunque insistito, che suonava più o meno così, "Provate il Trebbiano, provate il Trebbiano..."
Tambureggiare particolarmente sostenuto da parte di Andrea Scanzi e Jacopo Cossater.
Nota 2: E l'anno scorso chi non ti vedo a Cerea?
Nota 3: Spendiamo qualche byte per stilare una rapida classifica degli assaggi di allora:
1°-Terra Dei Preti 2010, o, Del Trebbiano Spoletino Macerato, un vero testo sacro su questa uva. Poi capirete perché.
2°-Vigna Vecchia 2010, il fratello acido e dritto, l'espressione più nordica e minerale, rieslingeggiante e sapidissimo.
3°- Tra i rossi, ottimi il sangiovese Selezione Le Cese e il ciliegiolo Lautizio, terroso e sanguigno il primo, sul filo della decadenza nel sapore e di grande fascino; vinoso e fruttato il secondo, semplice ma non semplicistico, strutturalmente un vino quasi in sottrazione, con gli elementi bilanciati a favore della beva.


mercoledì 5 dicembre 2012

Cantina Margò di Carlo Tabarrini



Carlo Tabarrini con la sua Cantina Margò è una delle pochissime novità de La Terra Trema di quest’anno. Di lui ero venuto a conoscenza qualche mese fa un po’ per caso leggiucchiando in rete. Poi sapevo che Jacopo Cossater lo segue e gli è amico. Nulla più.
A posteriori vedo che già da almeno due anni alcuni palati del web lo conoscono, fra cui l’immancabile amato/odiato Scanzi, che seppur a tratti antipatico è uno che ci ‘chiappa coi vini e con gusti che trovo spesso affini ai miei.
Comunque, grazie anche a qualche scambio di tweet, Carlo mi aspettava con alcune sorprese sottobanco.
E di queste voglio parlare.
Si tratta di grechetto, vitigno a bacca bianca, tipico del territorio perugino, ampiamente usato nella zona di Orvieto per dare bianchi a diffusione tanto larga quanto modesta la loro qualità, ma questa è un’altra storia.
Scopro anche che è parente strettissimo dell’amato pignoletto, di cui ho scolpite nel cuore, nel palato e nella mente alcune interpretazioni di Alberto Tedeschi e ultimamente alla base di un bel “sur lie” dall’azienda San Vito di Federico Orsi.

Andiamo avanti.
Il primo assaggio che ci propone Carlo è l’annata 2010, “vendemmia magica del Centro Italia” citando Jacopo Cossater; posso dire che in quel primo sorso di quel liquido torbido e consistente ho visto una realizzazione di molti aspetti della beva che ho ricercato e decifrato in questi ultimi mesi.
Stiamo parlando di consistenze spesse, torbidità, aromi fermentativi, code carboniche, acidità sopra le righe. Dissetanza. Digeribilità.
Carlo finisce di aprirmi gli occhi che già Jacopo mi ha aperto riguardo la malolattica in bottiglia. Sì avete letto bene. Così come per me è stata una scoperta, che ha messo a posto parecchie tessere di un puzzle, quella che i vini di Valentini facciano la malolattica in bottiglia, allo stesso modo mi ha colpito la naturalezza con la quale Carlo mi ha rivelato che imbottigliare prima della fine di questa magica fermentazione non fermentazione sia una tecnica che dona al vino alcuni aromi fini e sapori particolari che non si avrebbero altrimenti.

Ma le sorprese non finiscono qui.
Mentre assaggiamo un 2011, annata un po’ meno magica, che ha fatto qualche giorno in più sulle bucce (vi ricorda qualcosa?) scopriamo (ero con gli amici del bar sabaudi) che Carlo lavora una vigna minuscola, senza sistemici, da cui ricava così poco vino che il vaso vinario giusto è la damigiana. Forse uno dei vasi più bistrattati in questi anni di legni, anfore, luccicanti acciai e bio cementi. E invece simbolo della vinificazione casalinga, della tradizione dell’autoconsumo, ancora una volta dei tempi andati. Carlo, che ha una capacità espressiva non comune, dice, e pare di vederlo, quanto il vino si faccia bene nella damigiana.
La fermentazione avviene in tini aperti all’aperto!
Ogni volta che Carlo verificava il suo vino faceva due assaggi uno a fecce decadute sul fondo e uno a fecce rimesse in sospensione. Ha scoperto che lo trovava immancabilmente migliore torbido e così ha fatto appena prima di imbottigliare (dunque non sono l’unico torbidofilo del pianeta, ora sono più tranquillo).

Prima che vi attizziate troppo devo darvi una triste notizia: i bianchi di Carlo sono finiti, già da quest’estate.
Per grazia di entusiasmo, che devo aver  ben mostrato, Carlo mi ha regalato una delle ultimissime 2011, che ho bevuto nell’arco di due sere, da solo, a casa.
Ci va un po’ di abitudine del palato alla morbidezza finale del grechetto, con la sua impressione di liquerizia, e di certo non l’acidità che tutti invocano. Ma bevendo e ribevendo, e mangiandoci insieme un bel polletto arrosto, ho finito per coronare il mio sogno d’amore col Grechetto di Carlo Tabarrini.
Grazie.




PS Assaggiato anche un 2008, da un'altra vigna, più minerale, e pare, si mormora, voci di corridoio dicono... che è in arrivo un Trebbiano. Alé!

venerdì 19 ottobre 2012

Pigro delle sorbe 2010, IGT Umbria, Collecapretta. Di N. Desenzani


Rientra a buon diritto nei bianchi di acidità medio bassa.
Questo per dire che le carte che deve giocarsi sono altre.
Non si tratta di vino ossidativo, ma credo che fra un po’ di anni rivelerà importanti sorprese su questo fronte. Sembra quasi che abbia la struttura per quello.
Per ora è un bianco piuttosto consistente (più della media) con una grassezza fresca e una zuccherosità non dolce molto coinvolgente.
Non è nemmeno sulla sapidità che può giocare.
E nemmeno sulla mineralità.
Eppur ha una beva trascinante.
E' esattamente la copia vinosa dell'acino, in tutto ciò che rende ben distinti questi due stati dell'uva.
E’ la traduzione definitiva.
Né più né meno.

Grado zero dell'essenza enoica.
In bianco.

Da uve greco. 

venerdì 18 maggio 2012

le cese e il sangio(vese) che non mi aspettavo. collecapretta.

Le cese, Sangiovese Igt Umbria 2009, Collecapretta. 



Mentre lo bevevo, mi sono riproposto di scriverne subito, non tanto per esaltare il mio ego di scribacchino enocaghetto (cit).
Quanto per urlare al mondo la gioia provata nell’annusare, bere questo Sangio(vese) Umbro.
Vero è che noi Sabaudi non siamo avvezzi al Sangio (molti miei coregionari lo vedono come fumo negli occhi).
Altrettanto vero è che questo vino al di là del vitigno di origine (o grazie, chi lo sa?) ha una espressività rara e mi ha veramente schiaffeggiato le papille.
E non solo a me.
Aperto a fine serata, dopo un gran Chianti Classico, un Cannonau di eleganza sopraffina poteva cadere mestamente nel dimenticatoio.
Invece l’impatto olfattivo è stato superlativo, correvano occhiate fra i commensali, stranite, stupite, interdette.
Io ho cambiato bicchiere, non credevo che il profumo intenso, inebriante che usciva dal calice fosse di acciuga.
Acciuga del cantabrico grassa, poco salata, con note dolci.
E voi non potete neanche immaginare quanto piacciano ai piemontesi le acciughe sott’olio con il bagnet vert (salsa di capperi e prezzemolo e aglio).
Ebbene dopo un po’ nel bicchiere si snasava acciughe, cappero e il vegetale del prezzemolo, peperone (la parte bianca interna ci teneva a precisare un commensale), spezie varie.
Poi emergevano dolcezze di mora, mirtillo,menta, liquerizia e una mineralità untuosa che mi ricordava le sabbie micacee.
Corpo vivificato dall’acidità e dal vegetale, intenso e lievemente untuoso (per capire, vedete sopra). Piacevolissimo e vivo.
Buono buono buono.
Vivo nel ricordo, era l’unica bottiglia in mio possesso.
Bonne degù

Luigi


PS
Avevo già parlato da poco del loro Trebbiano Spoletino se volete leggerne.
Devo ringraziare ancora una volta Jacopo Cossater per la segnalazione.




PPS
Io adoro e stimo il sig. Mattioli per quello che ha scritto in etichetta: ”Vittorio Mattioli agricoltore e poi vignaiolo in Terzo la Pieve”.
Agricoltore in primis e poi solo poi vignaiolo.

PPS
Dimenticanza imperdonabile: bevuto chez Tirebouchon
 

venerdì 27 aprile 2012

trebbiano spoletino Terra dei Preti, vino ancestrale

Collecapretta e il Trebbiano Spoletino Igt Umbria Terra dei Preti 2010.



Piante centenarie di un vitigno antico spesso maritato con alberate, espressione di un antichissimo paesaggio policolturale mediterraneo.
Apro la bottiglia con trepidazione, annuso…
Questione di cultivar o questione di mano, di metodo, di pensiero, di memoria, di tradizione.
Un bianco macerato sulle bucce, opaco, arancio, tannico, lievemente ossidato.
Caramelle di orzo e camomilla e the e lieve tostato e infusi.
Scombussola un poco la categorie organolettiche, perché la bevibilità salata è impetuosa e non esibisce muscoli glicerici e folate alcooliche, il frutto limpido non esiste, i profumi sono intensi ma initelleggibili e mutevoli, quasi nascosti nella nostra amigdala.
Va giù veloce mai denso, saporito e invitante.
Delicato, malgrado il lieve raschio dei tannini.
E mi costringe a pensare al parallelo coi bianchi fruttati, floreali, morbidi come caramelline Leone.
E mi costringe a pensare che qui si gioca una piccola battaglia di retroguardia fra l’orizzonte organolettico pre-enologico e quello tecno-enologico contemporaneo.
E mi costringe a pensare a come tutta questa materia che c’è nel bicchiere possa invecchiare ed evolvere.
E bevo mentre penso e il bere mi fa pensare.
Forse questo basta.
Bonne degustation


Luigi

Ps
Ringrazio Jacopo Cossater per la segnalazione della cantina.