Eccoci
a svelare il primo dei due nuovi avventori del bar:
Andrea
Della Casa alias Primobicchiere.
L’ennesimo
incontro di una persona reale nel mondo irreale del web, un ottimo incontro.
Andrea
ha sempre affrontato nel suo blog temi molto interessanti quanto spinosi e lo
ha sempre fatto con forza e generosità e quella giusta dose di partigianeria
sconsiderata che lo mette fra quelli, pochi, che hanno delle idee e le
difendono ma sa anche ammettere i suoi errori (cosa che io sono più restio a
fare).
Questo
mix di preparazione, sensibilità, generosità, follia e voglia di imparare ci è
sempre piaciuta, conoscendolo di persona la buona impressione del web si è
acuita ulteriormente e mi ha impartito lezioni di umiltà (non arrendevolezza,
umiltà) e simpatia, il mix perfetto per essere avventore di questo bar composto
da un manipolo che sta diventando legione, di riottosi anarcoidi
enodissidenti.
E
che il vento soffi sempre al giardinetto!
Buona lettura
Luigi
Bottiglia rimanente da un ordine fatto qualche anno fa
direttamente alla cantina di Giampiero Bea, vignaiolo che non ha bisogno di
presentazioni.
L’etichetta, bellissima, racconta un po’ la storia di questo vino figlio di Trebbiano Spoletino maritato con acero (da qui il nome Arboreus). Leggendo di fermentazione sulle bucce piuttosto lunga per un bianco (28 gg.), mi ero immaginato una certa torbidità. Ma subito le trasparenze della bottiglia e successivamente il bicchiere, hanno disatteso le mie aspettative.
Scende dorato nel bicchiere diffondendo un intrigante mix di aromi che si miscelano e mi tengono incollato al bordo del calice celandosi al naso, come in un divertente nascondino. Ma il gioco termina presto e in poco tempo si rivelano uno ad uno: un fruscio di fiori di campo, fieno, miele d’acacia, albicocche secche.
E mineralità.
Snello e garbato, mi colpisce la sua salinità quasi marina con cui si presenta al primo approccio (non così penetrante però come la si può trovare nei vini del mare), che poi si chiude in un’acidità tesa e avvolgente.
Nel finale si distende e si allontana suadente e delicato.
Penso che questo vino possa avere ancora tanto da dire, anche tra qualche anno. Se ne avessi un’altra bottiglia la lascerei riposare ancora un po’.
L’etichetta, bellissima, racconta un po’ la storia di questo vino figlio di Trebbiano Spoletino maritato con acero (da qui il nome Arboreus). Leggendo di fermentazione sulle bucce piuttosto lunga per un bianco (28 gg.), mi ero immaginato una certa torbidità. Ma subito le trasparenze della bottiglia e successivamente il bicchiere, hanno disatteso le mie aspettative.
Scende dorato nel bicchiere diffondendo un intrigante mix di aromi che si miscelano e mi tengono incollato al bordo del calice celandosi al naso, come in un divertente nascondino. Ma il gioco termina presto e in poco tempo si rivelano uno ad uno: un fruscio di fiori di campo, fieno, miele d’acacia, albicocche secche.
E mineralità.
Snello e garbato, mi colpisce la sua salinità quasi marina con cui si presenta al primo approccio (non così penetrante però come la si può trovare nei vini del mare), che poi si chiude in un’acidità tesa e avvolgente.
Nel finale si distende e si allontana suadente e delicato.
Penso che questo vino possa avere ancora tanto da dire, anche tra qualche anno. Se ne avessi un’altra bottiglia la lascerei riposare ancora un po’.

