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giovedì 11 giugno 2015

Il Galantuomo 2010, Collecapretta, barbera Igt Umbria


Come un tuffo nelle ciliegie, quelle scure, quasi nere, dolcissime, profumate che macchiano la bocca e le mani.
E poi seta e accenni di lievi spezie.
Intensa, quasi untuosa, succosa spremuta di uva.
Potente di alcoli e zuccheri complessi, si gioca la sua beva (comunque piacevole) sull’immediatezza e croccantezza del frutto, forse non è un vino a la page (ora che se non ci sono acidità siderali non si beve più nulla).
Di certo è un’esperienza che traghetta verso i vini “edibili”, appaganti come una bibita piacevolmente edulcorata, un vino forse antico (ricorda certe Barbera contadine, quasi dolci, dense, da suggere con pazienza e avidità).
Delle Barbera nordiche non ha la vena acida ma qualche sua strana alchimia interna la rende equilibrata nel suo squilibrio.
Qualche nota di distillato si insinua nel finale.
Ora scendo in cantina a vedere se ne rimane ancora una!
E non sapete quanto mi pento di non averla inserita a #barbera3!
Kempè

Luigi 

sabato 22 giugno 2013

Ho riassaggiato il Mounbè 2006 di Cascina degli Ulivi


E tutte le impressioni positive che avevo avuto non solo sono state confermate ma ho trovato che a distanza di circa quattro mesi ci sia stata una evoluzione positiva.
Eleganza e passo da campione.
Acido dolce tannino
In perfetta armonia, annegati in profumi di nobili terziarizzazioni
E grande piacevolezza gustativa
Kampai

Luigi


sabato 16 febbraio 2013

La Barbera ovvero dei territori del cuore




La barbera, sia il semplice suono della parola sia la sua fisicità bluastra e dolce di grappolo è, per me, come la madeleine proustiana.
Ricordo esperienze così radicate che fatico a non commuovermi.
La vedevo in agosto maturare nel vigneto dietro casa, gonfiare, scurire, sempre più blu,  sempre più lucida, serica, pesante ma tornavo a Torino senza mangiarla, troppo aspra.

Poi ricominciava la scuola e, lontano, dimenticavo lo sforzo della natura per compiere il suo ciclo vitale.
Poi dopo lunghe telefonate di mio padre con il fattore, con gli amici vignaioli, si decideva il giorno e si partiva per la vendemmia, una truppa di ventura mal assortita e riottosa si tuffava scomposta tra i filari disperdendo energie.
Mio padre o il fattore ci radunavano come i cani con le pecore, ci spiegavano brevemente come fare.
E poi era fatica, fango che toglieva le scarpe e bloccava le gambe, sciroppo colloso blu sulle mani gonfie e tagliuzzate (non erano ancora tempi di guanti in lattice e il colore sarebbe andato via almeno una settimana dopo), risate, caldo, profumi di mosto, erba e terra.

Poi si mangiava in vigna, sotto un portico, e il pane, rigorosamente di pasta dura (non so chi andasse a comprarlo ma compariva sempre tiepido sul tavolo) e il salame crudo della “Sandrina” e quello cotto e l’antipasto piemontese e i formaggi avevano sapori che oggi stento a ritrovare o che ormai ho perso.
Vendemmiando mangiavo quei chicchi, piccoli dolcissimi, coloratissimi  per ingordigia e per quella compulsione che prende noi di città di fronte allo spettacolo del cibo che è lì in natura a darsi, abbondante, vivo, gratuito, integro e non smembrato e mummificato sui tavoli di dissezione dei supermercati.

Queste operazioni duravano un paio di giorni al massimo (già così facevamo tanto di quel vino che sarebbe bastato per tre quattro anni di consumi domestici e regalie varie).
Spesso il marito della “Sandrina” traghettava le uve in cantina con il cavallo ed era una ulteriore esperienza per me.
I cavalli che ha avuto nel tempo erano enormi, bellissimi, gonfiavano muscoli possenti e trascinavano il carro bigoncia in legno azzurro su e giù per le strade di servizio ai vigneti senza sforzo apparente (esperienza preindustriale che già allora era demodè e una certa soddisfazione ci coglieva quando attraversavamo tronfi il paese).

Poi il profumo dei legni umidi e della cantina. Ricordo vagamente la pigiatura a piedi perché con l’assottigliarsi dei volontari è stata introdotta la pigiatrice meccanica che spruzzava mosto a metri di distanza e il pavimento diventava un patinoire, glassato e profumatissimo.
I cani fuori abbaiavano senza sosta ai trattori che facevano la spola ai vigneti.

Tutte le persone e tutti i vigneti in cui abbiamo vendemmiato non ci sono più e rimane di quelle esperienze, di quelle voci, labile traccia come bava di lumaca nella mia farraginosa memoria.

Loro, allora.


Stefano Bellotti, Gianluigi Bera, Nicoletta Bocca, Francesco Brezza, Giuseppe Ratti, Enrico Togni, Ezio Trinchero, oggi, sono eroi involontari di un vitigno che è un territorio del cuore.

Per questo io amo la Barbera.
Perchè la Barbera è dolce come i ricordi, acida come i rimpianti e le perdite, scura come l’oblio.

Luigi 



In degustazione domani ci saranno:



Barbera d’Asti Superiore Doc Vigna del Noce 2006, Azienda agricola Ezio Trinchero, Agliano (AT)

Langhe Barbera Austri Doc 2006, Azienda agricola San Fereolo, Dogliani (CN)

Etoile du Raisin, Vino Rosso (2007), Cascina degli Ulivi, Novi Ligure (AL)

Barbera d’Asti Vino Rosso, Ronco Malo 2010, cuvèe senza solfiti, Az.Agr. Bera Vittorio e Figli, Canelli (AT), loc Serramasio

“vino rosso” per autoconsumo 2010, Giuseppe Ratti, Variglie (AT)

Barbera del Monferrato Casalese Doc 2011, Tenuta Migliavacca, San Giorgio Monferrato (AL)

Barbera Vidur (2011), campione da botte Azienda  agricola Togni Rebaioli, Darfo Boario (BS)

Respiro di Vigna (2006/2007),campione da botte, Azienda agricola Carussin, San Marzano Oliveto (AT)

venerdì 15 febbraio 2013

Della Barbera, di N.Desenzani



O Barbera, Barbera perché ti amiamo così tanto?
E’ una domanda che mi pongo da circa vent’anni.
Da quando col mio miglior amico ai tempi del liceo depredavamo la cantina di suo padre alla ricerca del Nizza di Brema, emblema di quegli anni di Barbera importanti e marcate dal legno; è il riferimento che cercavo sempre tra gli scaffali, insieme al Dolcetto; è il vino su cui ritorno immancabilmente, anche dopo aver girato lontano lontano ed essermi accompagnato a vitigni e vini stupendi.
Eppur c’è sempre un momento in cui ho bisogno di una Barbera. Una come si deve, una come quella di Giuseppe Ratti di Variglie.
Perché, e non sarà un caso, dalla manìa per questo vitigno poliversutus nasce anche la scoperta di quello che potrei dire è il vino di una vita. Che quando lo scopri ti ci vedi riflesso (in meglio, ovviamente). Nel suo essere eccezionale eppur anche imperfetto, talvolta persino riesci a criticarlo, ma poi lo cerchi ancora e ancora.
La Barbera di Ratti, che non esiste più è indubbiamente il mio vino della vita. Quindi forse presto smetterò anch’io di esistere, ma rimarrà solo l’infinita ricerca per rimpiazzare la lacuna…
Ma non ho risposto al perché la Barbera sia un vino così ispirante.
Io credo per il suo essere democratica. Nel senso più ampio e migliore.
Perché ci sono barbera schiette e semplici, e complesse e da meditare. Centometriste e capaci di sfidare i decenni. Ferme, mosse, vivaci, frizzanti. Costose e a buon mercato. E poi ogni vigna, ogni territorio, scrivono sul vino la loro storia come fosse gesso su una lavagna.
Insomma è vino, come dissi una volta a proposito del vigna Maestra di Andrea Scovero, che nell’amarlo dà un senso di appartenenza a una tipologia di bevitore.
Dall’acidità spesso quasi indomabile, quando la mano del vitivinicultore è esperta, possono sortire tra i vini più freschi e beverini del globo.
E se il terreno lo permette, la Barbera può anche essere morbida e sensuale, mostrando solo di rado un leggerissimo tannino che sicuramente appartiene al genere femminile.
Ma anche sul suo genere, maschile o femminile o androgino si potrebbe discutere e ognuno potrebbe portare esempi a favore dell’una o dell’altra teoria.
In definitiva, se stappi una buona Barbera, apri un mondo.
E il mondo della Barbera è accessibile per tutti.
A ognuno la propria Barbera.

martedì 12 febbraio 2013

#barbera3 prove di trasmissione 2°



Ci siamo: domenica 17 febbraio a Torino confluiranno da molte parti d’Italia amici e produttori per partecipare a #barbera3, eroi del barbera, 27 persone per 6+1 bottiglie di barbera, il tutto in uno dei locali più piccoli di Torino ma dotato di grande fascino enogastronomico: il Contesto Alimentare.
creatività e parlantina: Luigi Fracchia
fisica della degustazione e della critica: Niccolò Desenzani
anticipo della caparra e rapporti con la stampa: Vittorio Rusinà
follow on twitter #barbera3 #barberatre

lunedì 21 gennaio 2013

Op Barbera Doc, Antica Vigna, 2003, az agr Collina del Sole di Vittorio Rusinà



“Pronto Azienda Agricola Collina del Sole?”… “Sì”  risponde con voce soffusa una persona molto anziana…”Telefono da Torino, ho bevuto una vostra barbera, la Antica Vigna”…”Ah sì”…”Ecco volevo sapere se fate ancora la barbera?”…”Ma certo che sì”…”Ma io ho visto sul vostro sito web che non c’è più”…”Per quelle cose lì deve parlare con Paolo che torna alle 14”.

Qualche giorno fa trovo in cantina una bottiglia “dimenticata”, è la Op Barbera Doc, 2003 Antica Vigna di Collina del Sole, piccola realtà artigianale dell’Oltrepo’ Pavese, resto di un ordine che avevo fatto qualche anno spinto da alcuni video-appelli del vignaiolo “garibaldino” Paolo Caorsi, primissimo ad usare i video e YouTube (fine 2008) per promuovere il vino, un uomo semplice “senza tanti fronzoli”, diretto e, fatemelo dire, geniale nell’aver intuito la forza dei video sul web, cosa che rimane ancora oggi oscura a molti vignaioli più famosi e “sofisticati”.

Non mi aspettavo grandi cose da questo vino e invece ecco che sorpresa si rivela grande, oserei grandissimo, un campione fra le barbera ultimamente degustate per l’ormai prossimo #barbera3, un perfetto equilibrio fra acidità e dolcezza che conquista il mio cuore, un vino con ancora vita davanti a sè, barbera what else?

“Pronto è il signor Paolo Caorsi?”…”Sì”…“Io sono un suo vecchio cliente da Torino, la fate ancora la barbera, la Antica Vigna ”…”Mmmm sì ne abbiamo ancora, pochina, ma l’abbiamo”…”Ah ecco, avevo dei dubbi perchè sul sito non viene più citata fra i vini prodotti”…”Eh lì abbiamo quelli che vanno di più”…”Ma la barbera c’è ancora lei mi assicura?”…”Sì c’è ancora, l’abbiamo pure in negozio a Pavia, in viale Matteotti, abbiamo anche quella barricata”…”No a me basta quella lì senza legni”

Vittorio




mercoledì 16 gennaio 2013

Giovanni Canonica, Barbera d’Alba Doc 2010


Sul percorso lastricato di insidie e di scoperte che sta portando Vittorio, Niccolò e lo scrivente verso #barbera3 e una successiva degustazione, ancora rigorosamente segreta, ci siamo imbattuti in un vino mito.
Mito perché prodotto in un numero limitatissimo di bottiglie, mille o giù di lì da un barolista anarchico come Giovanni Canonica.
Sentito al telefono mi conferma che di Barbera 2010 non c’è ne più e che le uve facevano sui 10,50 gr/l di acidità totale e dopo la fermentazione alcolica e la malolattica è rimasta sui 6,5 gr/l o giù di lì.
Ti sgrigna le papille e ricorda i lamponi (stesso profumo che ho sentito nella Barbera  2012 di Cascina Roccalini, mosto/vino con acidità siderali) e poi va giù caustica, chiede a gran voce salumi o agnolotti burro e salvia.
Un vino gastronomico, impensabile senza cibo e senza calore delle chiacchiere.
Una barbera per gente di Piemonte che non si spaventa di fronte all’acido quasi verdeggiante della barbera giovane.
Poi amarene e dolcezza appena accennata.
Beva iperuranica (cit).
Glu glu
Peccato sia finita e peccato non ci siano vecchie annate.
Anche se Giovanni Canonica mi ha detto che vendemmie così ricche di acidità era un po’ che non faceva, comunque sia mi piacerebbe sentire cosa fanno gli anni su questa trama scalpitante.
Vinificata in anarchia in vetroresina o in cemento, in base alla disponibilità dei vasi e alla quantità delle uve.
Molto lontana dallo stereotipo della Barbera d’Alba morbida e nebbioleggiante.
Kampai

Luigi

Ps
Paolo Veglio di Cascina Roccalini, Barbaresco (CN)  mi ha detto che la Doc Barbera d’Alba vuole rivedere al ribasso l’acidità totale, se fosse vero sarebbe una sciocchezza immensa, il connubio dolcezza/acidità sono l’anima della Barbera.

venerdì 11 gennaio 2013

Barbera d’Asti Doc, Vigna del Noce, 2004, Trinchero



Sul percorso lastricato di insidie e di scoperte che sta portando Vittorio, Niccolò e lo scrivente verso #barbera3 e una successiva degustazione, ancora rigorosamente segreta, ci siamo imbattuti in una versione complessa e terrosa e nobile della Barbera della rive droite del Tanaro.
Come plastilina il vitigno si piega alle intenzioni del vinificatore che estrae dai succhi dell’uva una visione, delle migliaia possibili, dei luoghi in cui le piante affondano le radici.
Meglio se queste radici hanno più di  ottanta anni.
Più complesso sarà il loro racconto.
Come quello della Vigna del Noce, un crù o forse una vieille vigne o entrambe?
Perché certe volte la differenza fra le due cose non è ben chiara e non si capisce se il vino è buono per questioni pedoclimatiche o perché in questo pedoclima si sono coevolute le piante che, ormai vecchie, sono in simbiosi con l’ambiente e il consorzio microbico e ne estraggono il genius loci.
Barbera sontuosa questa che fa sussultare sulla sedia.
Densa ma vibrante, terrosa e affumicata, mentolata e ciliegiosa con venature di arancia rossa.
Nobile direi.
Kampai

Luigi

Ps
Nel caso di Trinchero “estrarre dai succhi dell’uva una visione” è quanto mai letterale, questo vino è stato macerato per trentatre giorni sulle bucce, non proprio uno scherzetto per la barbera.