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giovedì 26 marzo 2015

In una notte di temporale e di mare mosso, Rucantù, Selvadolce.

di Vittorio Rusinà

Ruca Antù in lingua mapuche significa "Casa del Sole", era il nome che nonna Martita aveva dato alla casa di Selvadolce, è il nome scelto da Aris Blancardi per il suo Pigato.
Il vino giusto in una sera dove il buio incombe sul mare mosso, piove e fa vento, cerco calore, cibo e vino vero su a Bordighera Vecchia, all'Osteria Magiargè.
Cappon magro, grigliatina di funghi, carciofi e gamberetti di Sanremo, pesce selvatico (sarago), grande cucina, grande cortesia.
Verso il vino, ascolto i profumi e scrivo: rosa tea, mimosa, fieno, pesce affumicato, tabacco, olive, salamoia, pelargono, pepe, salmastro, erba secca, alloro.
Un vino con una vita impressionante, si muove e danza all'aria, mi abbraccia, mi lascia e torna a stringermi, mi stupisce l'equilibrio della materia alcolica, la digeribilità.
Grandissimo vino, vino raro, sicuramente fra i migliori vini bianchi che abbia mai bevuto.
In carta al Magiargè a 33 euro, il 2010. 




Tenuta Selvadolce, via Selvadolce 14, Bordighera (IM)
Osteria Magiargè, piazza Giacomo Viale 1, Bordighera (IM)

giovedì 30 ottobre 2014

GHOST-WINES (BOOTLEG SERIES, VOL. 1)

Caro diario,
è autunno.
Per la precisione è autunno da circa 5 mesi. Diciamo che Madre Natura ha deciso per il bipolarismo secco. Freddo/Caldo. Brrrrrr. Madre Natura assomiglia ad una Ragazza Cin Cin. Se non sai cosa significhi, meglio. Ignorare è potere e sanità. A volte.
Comunque. Con la stagione delle piogge 24/24 e 7/7 mi è sorta una domanda spontanea? Che cazzo combino tutto il giorno (nota 1)? Sono andato in giro. Ho visitato cantine e città. Qualche cantina e qualche città. Ho molestato viticoltori e osti, baristi ed enotecari, amici e fidanzata. Ho iniziato a sentire una certa attrazione verso la sexy-robotica voce del navigatore satellitare. Ho rotto le palle a Google digitando a manetta Vino+CittàX+Biodinamico+Naturale (opzionale). Caro diario, persino lo spam di Gmail ha smesso di propormi Cialis e ora mi ammorba di macchinari per l’imbottigliamento e/o 12 bottiglie di Chateau Stikatsi al prezzo di 11.
Sono stato a La Spezia. Che è una città strana. Lo so, strana si usa quando non sai bene che cosa dire. E’ che La Spezia sembra due città attaccate in una. Meglio, dirai. 2 is meil che uan. Comunque. C’è una La Spezia 1 ed è la parte vicina al porto con condomini imponenti e squadrati e, tutto intorno, ciminiere e cantieri navali. Al primo impatto sembra una periferia soviet, solo un po’ più degradata. Al secondo impatto uguale. Ma poi scavalli un centro discretamente bombardato dai vari Zara, Intimissimi etc e che pur mantiene un fascino austero in un mix tra viali e palazzoni e vicoli e viuzze; scavalli il centro e inizi a salire verso quella manica di colline ed esplodono le villette liberty, i giardini esplosi di verde, le palme e i fiori, i mattoni rossastri e i freghi bianchi, le cancellate decorate e le boscaglie a pochi metri. La Spezia 2 che sa di Belle Epoque e ricca borghesia.
Poi sono stato a Sarzana. Che c’ha un bellissimo Festival Della Mente e un mercato dell’antiquariato non-cheap e abbastanza chic. E c’ha pure Stefano Legnani col suo ettarino di vermentino e i suoi Ponte Di Toi e Le Loup Garou. E autore anche di quel ghost-wine che è il Tafon. Che era autore. Ora la vigna non c’è più. Venduta, espiantata, kaputt. Se ci fosse un ciccinino di mitologia nella vita, parleremo di un’Araba fenice. Risorgerai, O Tafon, altrove in altre vesti. Ma inutile dire com'è la vita. E, pragmaticamente, fanculo, è stato bello finché è stato.
Legnani tagliava il prato del suo cortile. E’ così che l’ho trovato. E abbiamo iniziato a chiacchierare. E gli ho rotto le palle peggio di inviato di Report. Ma il Legnani è gentile, tanto, e non me l’ha fatto notare. E così abbiamo parlato di:


agricoltura, associazioni, solforosa, imprenditoria agricola, banche, mutui, vermentino & trebbiano, agevolazioni fiscali, disagevolazioni in generale, Maule, vinificazione, meteo, crisi, compratori italiani vs compratori esteri, micro e macroclimi, Romagna, Emilia, terra sole vento, tosaerba, ancora imprenditoria agricola però giovanile, gastronomia, ristorazione,...


Alla voce “Ristorazione” ci siamo bloccati un attimo. “Dove vado a mangiare-per-lo-più-bere stasera?”, ho chiesto. Il Legnani ha accennato un paio di posti. Tutti invitanti. Ma il più invitante di tutti era questo. Il Botteghino. La descrizione suonava una cosa del tipo “molto informale, una specie di pub con robe semplici ma davvero gustose, chessò, affettati e formaggi, schiacciata da urlo, torte salate che se squagliano in bocca. E una carta di vini da urlo. A prezzi imbattibili”.
Il Botteghino è sull’Aurelia a qualche chilometro da Sarzana al numero 312. Da fuori sembra davvero un pub. Anche da dentro. Scuro e semplice. Solo che al posto di vaghe insegne sull’Irish Pride e posteroni della Guinness, ha una parete da wunderkammer dei vini. E da lì in poi ho iniziato a rompere le palle a Gabriele, il titolare. Ho rotto le palle a troppa gente questa estate. Che ci posso fare, il mio karma rimedierà.
Caro diaro, ci sono tornato altre volte, poi, al Botteghino. Per uno spuntino, per bere. per parlare.  Mi sentivo come un cercatore che trovava pepite ad ogni manata. Certo, se l’emozione fosse oro, quest’estate sarei diventato milionario. Ma ti voglio raccontare di un vino. Forse non il più buono. Ma è stato come un raggio di sole che ha colpito una massa di pensieri  facendoli rotolare giù. Una valanga emotiva e concettuale.
Ascolta.



IMG-20140819-WA0002~2.jpgArbois Trousseau Cuvée Des Geologues 2008 di Lucien Aviet.
Per un po’ lo ha avuto Caves De Pyrene. E lo assaggiai qualche anno fa ad una degustazione. Non era questa cuvée. Ma lo stile era quello e pensai. "Ehi, mi piace il tuo stile." Poi l'oblio. La scomparsa dai (miei) radar. 
Gabriele se lo va a prendere direttamente alla fonte. Gabriele, odio et amo per quello che fai. E rezpect, yo.  
Da che parte si inizia a pigliare questo vino? Io la piglio alla larga. Dal momento generale. Da quello che percepisco del momento generale. Si discute tanto abbastanza di una tendenza contemporanea che-in-realtà-è-più-un-ritorno-all’antico. I vini leggeri. Sottili. Delicati. Vini che indurrebbero alla beva. Vini che si contrappongono ai super-estratti grevi e pesanti. Che ballano (quando va bene) come cigni contro gli altri che pogano forsennati. E da queste parti la Francia ci sguazza. La Loira delle meraviglie. E la Jura. 1850 ha vitati a Savagnin, a Poulsard. E un 5% a Trousseau. Che è più difficile da far maturare. Richiede esposizioni soleggiate. E che, pensa, in Portogallo si chiama Bastardo ed entra nel blend del Porto. E che qui, in Jura, si coltiva quasi solo attorno ad Arbois.  
La Cuvée Des Geologues è un vero Ghost-Wine. Nel senso di introvabile e di spettrale. Talmente delicato ed etereo che potrebbe scomparire in un attimo. Nel percorso densità acqua → latte qui siamo più dalle parti della prima. Una non-densità spugnosa che potrebbe scivolarti dalla mano bocca quasi impalpabilmente. Sembrerebbe una specie di parte degli angeli, una bolla alcolica che l’aria trangugia & divora spedendola nel paradiso dei vini sottili. Il naso porta a larghezze olfattive pinoneggianti. Frutti rossi, fragola e mirtillo. Pepatura e spezie. In un profilo disteso, senza strappi, in progressione. E la bocca dove riempie, si allarga, il frutto dolce si mischia a tannini polverosi e poi una vena acidula sembra far sparire tutto. Sembra. Perché un sapore rimane. Un sapore che sembra essersi impresso nella mente. Come carta fotografica in sviluppo. Appare piano piano un’immagine. Un’immagine sfuocata di un paesaggio. Che la sfuocatura rende affascinante. Dove le figure appaiono fantasmi. Fantasmi che vengono da te solo per parlare. Sapori che restano con te senza disturbare, senza alzare la voce. Un vino che si definisce per indefinizioni.  Ma che punta tutto diretto alla beva, ad un equilibrio sottrattivo che vuole essere ascoltato. Io questa cartolina/fotografia la porto ancora con me. Non vedo l’ora di tornarci.


Caro diario, per il momento basta così. Ho come l’impressione di avere rotto le palle anche a te. Ma ci sentiamo presto. Devo ancora dirti di quella volta…

Nota 1: diario mio, io so che tu sai che io so, in effetti, di non essere tipo da spiaggiarsi e impanarsi e abbrustolirsi al sole-e-mare per cui (sempre più in effetti) quella roba delle temperature miti e della pioggia non è che abbia cambiato di molto le mie abitudini estive. In poche parole, le cose che ho fatto le avrei fatte comunque.
E questa immagine è come una webcam piazzatami in faccia 24 ore al giorno.
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lunedì 1 settembre 2014

#cartoline Valleponci - Pigato 2013

di Mauro Cecchi


Erbe aromatiche, sassoso, di buona acidità e la tipica durezza del vitigno.
Un pigato interessante anche per merito di una (breve?) macerazione. Sul finale fanno capolino note caldoalcoliche che inibiscono un poco lo slancio, il guizzo definitivo.
Sarei curioso di seguire evoluzione e riprovare con un paio di anni affinamento in bottiglia.

giovedì 24 aprile 2014

ZANG TUMB TAFON

In girum imus nocte et consumimur igni vino


di Eugenio Bucci


non so se Stefano Legnani sia un neo avanguardista mosso da uno spiritello anarcoide e sospinto dallo spirito del tempo (o Zeitgeist), 
Zeitgeist che fa sembrare questo inizio 2014 ad un inizio '900 ma un po' più cupo e, facendo i dovuti scongiuri, cazzone e
fatto sta che Tafon 2012 è un vino dada con un pizzico di futurismo e una spolverata situazionista, nel senso che spiazza e crea cortocircuiti come un orinatoio capovolto e firmato, spiazza e crea un momento di vita concreto e deliberato e amplia la parte non-mediocre della vita, spiazza e distrugge e crea un nuovo/antico trebbiano (così come spiazzano, distruggono e creano nuove suggestioni su quest'uva nelle sue 100 diramazioni genetiche persone come Maule, Bragagni, Mattioli, etc), trebbiano che viene dalla bassa mantovana e (di)viene una deriva psicogeografica dove noi e la nostra psiche vaghiamo senza meta in un ambiente di architetture mentali che ghettizzano, inscatolano, catalogano vini e vitigni e aree e persone in terroir e scale di merito (o "qui non si può fare", "questa uva non va bene") e veniamo liberati, emendati, straniati perché 

TAFON/Schiaffo decostruisce la nostra Città Del Vino e ricostruisce e porta con sé la mutazione continua, la libertà della mobilità del pensiero e del sapore, 
Tafon 2012 ti strania e costringe a guardare in basso, in fondo al bicchiere, ad affogare in un bicchiere e (intra)vedere la terra e l'architettura naturale delle sue piante, ad annusare una nota sulfurea Diavolina e poi il verde linfatico e poi un frutto dolce/asprigno alkekengi e/o prugna verde e/o uva spina e antani e cippalippa e tutto il corredo rugoso della buccia che dà un nerbo, uno scheletro su cui costruire il suo divenire altro, miseria e nobiltà shakerate insieme coi suoi rimandi terrigni alle erbe povere di campo, alle spezie d'oriente e vagare in un suq 
e ad assaporare un liquido che confonde nella sua consistenza bassa, umile, e nel suo vertiginoso equilibrio dolce/amaro-acido e nella integrità (che vorrà dire ormai?) di frutto stile mordo-un-acino-e-chiudo-gli-occhi, a prendere la bottiglia e inclinarla e leggere la firma

Legnani Stefano, Sarzana 2012

e, chiaramente, Ceci N'est Pas Une Bouteille 


mercoledì 25 settembre 2013

Pigato 2010, Riviera Ligure di Ponente DOC, Le Rocche del Gatto. Di Daniele


A volte mi chiedo perché ci sono vini eccellenti che non hanno ancora trovato la fama che meriterebbero.
Questo è uno di quelli.
E pensare che i vini di Fausto de Andreis hanno spesso dei problemi durante le assegnazioni delle DOC per caratteristiche non conformi al disciplinare.
Per me sono stronzate.
E’ la riprova che, spesso, ci sono interessi nascosti sotto alle commissioni di degustazione, altrimenti non si spiegherebbe.
Questo Pigato ha una stoffa e uno spessore tali da sbaragliare qualsiasi concorrente.
Ma va ascoltato.
Appena aperto è ritroso e si nasconde ad un orecchio (naso) non attento.
Come mi è già capitato di verificare, molti grandi vini hanno variazioni di colore dopo l’apertura.
Lui è inizialmente paglierino, bello luminoso, ma poi si fa più profondo, arrivando a sfiorare una tonalità oro-verde brillante.
Il naso, subito riottoso di balsamicità di erbe aromatiche e mineralità di roccia, si apre su pesca gialla, cedro e soffi floreali di ginestra, con salmastricità marine sullo sfondo.
In bocca è meno cangiante, mantenendo una bella stabilità, fatta di glicerina e sale.
Ingresso rotondo, morbido, ma riprende tensione e trova equilibrio sugli spigoli salati.
Una struttura tutta sostanza, dove l’alcool resta in secondo piano, rendendo la beva molto invitante.
Bello lungo, con ritorni di macchia mediterranea spruzzata dal mare.
Il giorno dopo, rieslingheggia, con gli idrocarburi appena accennati e il cedro.
Doveroso e spettacolare l’abbinamento con le trenette al pesto tradizionali, cioè con fagiolini e patate.
Ma vogliamo parlare del polpo al pesto con patate?

lunedì 22 aprile 2013

Bordighera, Pesci e Vini al Magiargè di Vittorio Rusinà



Che si chiamasse Magiargè e non Mangiargè l'ho scoperto solo sabato sera, che fosse uno delle migliori osterie di pesce in terra ligure lo sapevo da tempo, che fra i vini presenti in carta ci fosse una bella scelta di naturali è solo da un anno che ne ho coscienza.
Entro e creo subito scompiglio in sala: avevo visto che in carta c'era una bottiglia di vino di cui avevo letto gran lodi da parte dell'amico Jacopo Cossater, la Vitvoska 2009 di Zidarich, e allora vai, ordino la Vitovska e subito accorre il patron a chiedere rassicurazione "Conosce la tipologia di questo vino e come vinifica il produttore?", "Sì sì..." dico io, "Magari glielo scaraffo...o... ecco le cambio il bicchiere, più ampio così ossigena", incomincio a preoccuparmi anch'io e intanto tocco gli euro messi in tasca da parte per l'acquisto della buta, 35 per l'esattezza, "ok ci sono, si può iniziare a danzare!"
Naso nel calice e boom ci sono tutti i profumi del mondo, piano piano cangiano, si trasmutano, mi inebriano, mi stordiscono e mi esaltano...c'è la pietra, c'è l'acidità, la dolcezza, i fiori, il tabacco, le erbe, l'incenso, i frutti, i sali...ci sono tutti i baci del mondo.
Vitovska piccolo grande vitigno di terre di confine orientale, ai più, compreso me, quasi sconosciuto eppure in modo grandioso l'alchimista Zidarich ne trae uno dei migliori vini assaggiati nella mia ormai lunga vita.
La Vitovska è perfetta con i piatti di pesce della cucina di Magiargè, qui usano solo pesci di mare senza cedimenti ai pesci di allevamento e nel piatto si sente, eccome se si sente: perfette le sarde ripiene alla nizzarda in una tempura da lode, da lacrime i due gamberetti e le cozze del cappon magro alla genovese, da inchini profondi la mormora  "selvaggia" passata prima sulla piastra con la pelle e poi cotta al forno con rametti di mirto.
Il Magiargè è sicuramente uno dei posti in Italia dove ho mangiato il pesce migliore, cucinato a regola d'arte.
Lode per la presenza in carta di una Oude Gueuze e di una nutrita serie di champagne e di vini naturali, assai intrigante.
D'estate mettono qualche tavolo nella piazzetta antistante e a volte, dopo aver cenato, mentre si scendono le scale che dal centro storico portano al lungomare, circondati da piante grasse e fiori, sotto le stelle si ferma il tempo.




Osteria Magiargè
Piazza Giacomo Viale 1, Bordighera (IM)

domenica 2 settembre 2012

Granaccia 1986, Scarrone. Di N. Desenzani


Naso perfetto di tabacchi e cuoio. E poi di arancia candita, antica pasticceria, drogheria di una volta (cit.).
Il tempo nel naso è tradotto in cappero.
Goudron da definizione.

In bocca portentoso. Caldo e fresco.
Grenache!
Tannini ancor belli affilati insieme ad acidità poderosa e un afflato alcolico che ti esplode in tutti i cavi, ma con eleganza. Come aria attraverso le canne di un monumentale organo di chiesa.

Deglutire tabacchi e essere invasi nel retronasale da una spinta violenta.
Certo chi beve solo sopra certe latitudini questa roba se la scorda.

Il legno in cui sostò questo bel liquido era vecchio e io amo questi sentori.
Infine l'uva, in mezzo alla polverosità, esce prepotente a sancire il capolavoro.
Rustico, ma nemmeno tanto. 






lunedì 30 luglio 2012

Ode al Vermentino, di N. Desenzani

Quasi tutti i Vermentino vermentineggiano.
Però intorno a un risultato tipico del vitigno, si giocano le differenze, le scelte stilistiche.
E diversi i gusti di chi si affilia a questo mediterraneo, ormai tirrenico, vitigno. Luoghi di elezione appunto le sponde tirreniche financo ai lati occidentali delle due grandi isole che fanno i confini fra Italia e Francia in mare.
A chi piace affilato e acido a chi sontuoso al limite del dolce decadente, a chi ligure di ponente a chi di levante, a chi tosco. A chi gallurese a chi sudcorso, a chi di Patrimonio e su su fino alla punta del dito dove domina il Capo.
Bello questo suo esser aromatico senza troppa convinzione.
Io per mia parte lo amo bilanciato beverino e marino di base giustamente acido, ma senza sferzate, con una certa grassezza, ma che non ecceda, profumato, ma non troppo fruttato, semplice e dissetante. Ma che se ti concentri c'è sempre qualcosa che sfugge.
È il profumo dei limoni quando è morbido e va fondersi con la crema in uno degli sposalizi più azzardati e più azzeccati dell'umana scienza culinaria. È banale, è scontato, e va giù più in fretta di quanto ci metti a capirlo e interpretarlo. È versatile infine, vivo e mutevole.
Così amo il Vermentino.
E vi prego non filtrate che poi un filo di nobile gas carbonico farebbe comodo anche a voi, produttori, ché beva sale alle stelle, impicci di conservazione via vanno e un afflato vitale spinge il vostro succo in una danza di piacere.
Ecco poi ce n'è col legno piccolo, e con quello più grande, con l'acciaio e col cemento.
Poi c'è chi lo macera sulle bucce, ma questa è un'altra storia.  
Ma se gioca sul filo di tutti i possibili equilibri instabili sarà per me un grande vino.
Di beva così piacevole che pochi gli staranno dietro.
Rispettatelo, non violentatelo, non filtratelo, non mettete i lieviti banali.
Vi ripagherà bene. Io ne sono certo!

Una postilla
Io che scrivo di Vermentino non sono credibile e pecco di superbia. La mia assoluzione si può ricercare soltanto nella spensieratezza dalla quale è scaturito questo claudicante gioco di parole.
Se cercate qualcuno che il Vermentino lo conosce per vocazione è facile indirizzarvi verso Fabio “Duff” D’Uffizi. E troverete anche penna di altro (decisamente superiore) stampo. Anche la foto è rubata a lui.

martedì 27 dicembre 2011

mataòssu_chi_era_costui?

Vigneto Reinè, Mataossu Colline Savonesi IGT 2010, Punta Crena vitivinicoltori in Varigotti (SV).







Varigotti per me che sto in fondo alla campagna e ho il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che mi bagna, Varigotti, dicevo, fino a ieri, era solo un paesino ligure méta estiva à la page dei fighetti torinesi.

Per questo motivo me ne tenevo a debita distanza.
Ora scopro che in questo luogo a dirupo sul mare ci allignano le vigne e soprattutto un vignaiolo (Paolo Ruffino) che con mano ferma accompagna le uve sino a trasfomarsi in vino.
Mataossu parrebbe potersi tradurre ampelograficamente parlando in Lumassina.
Lumassina chi era costei?
Nessuna memoria neanche lontana di Mataossu e/o Lumassina.
Dicono che sia vitigno tipico seppur raro del Savonese.
Coltivato su cengie strappate alla montagna.
Ne viene fuori un bianco intenso nei profumi.
Mandarino e timo e salvia.
Lieve rusticità.
Incredibilmente fresco per essere un vino di mare.
Con refoli amaricanti di chinotto caramellato.
Sembrerebbe avere in nuce degli idrocarburi renani.
Leggermente maleducato sulle mucose.
Cercatelo e assaggiatelo.
Favoloso nello sgrassare le untuosità del culatello.
Questa era una bottiglia offertaci da Antoine Sollami, sbevazzata in pieno disimpegno nel retro dell’enoteca di Rosario Levatino.
Il quale quando c’è un vino nuovo di difficile catalogazione mi chiama.
Io in cambio di un piattino di salumi degusto e dico un sacco di fregnacce.
Costo poco vero?
Bonne degustation

Luigi

Sempre alla ricerca del ki.
E voi?

venerdì 25 novembre 2011

vinicolki colli di luni Santa Caterina vermentino albarola

Vini col Ki
Azienda Agricola Santa Caterina, Sarzana (SP).
Colli di Luni.

Foto di Vittorio Rusinà

Un territorio con licenza da terroir di rango.
Vigneti collinari con vista sul golfo dei poeti.
Il fantasma di Shelley e Byron che aleggiano sospinti dal grecale.
Il brusio sottotraccia dei bagnanti estivi.
La finta neve sulle alpi apuane incipriate dai fronti di cava.
Il rumore sordo dei marmisti e dei cantieri navali.
Per anni hanno dissetato con bianchi comuni i villeggianti alle prese con scottature e fritti di mare.
Il Vermentino la fa da padrone con residui di Albarola delle cinque terre e le prime anticipazioni di Sangiovese, Canaiolo e Ciliegiolo.
La Liguria comincia a cedere alla Toscana e le asperità montane alle piane alluvionali e più nell’entroterra ai rilievi preappenninici.
Andrea Kihlgren a Sarzana (SP) ha risistemato i vigneti di famiglia e vinifica con mano ferma ma gentile.
Tra ghiaie alluvionali del fiume Magra e argille rosse.
Un Vermentino dei Colli di Luni di classe limpida e di estrema nobiltà.
In queste condizioni climatiche le uve si deacidificano naturalmente per effetto del caldo e della mancanza di escursioni termiche.
Ebbene i suoi vini, profumati di erbe, sembrano invece verticali e affilati grazie ad una salinità e un amaricante impetuose.
Poi si allargano verso sapori caldi e maturi, sempre pizzicati da una leggera causticità.
Di Vermentino ne fa, da sempre dice, una versione il Poggi Alti, macerata sulle bucce, con un tannino vivido e ancestrale.
Vinifica anche un’Albarola in purezza da cui ne trae un vino antico, morbido, seducente, alcolico con memorie salmastre e allusioni ossidative da Catarratto, da Palomino.
Indolente come un pomeriggio di scirocco.
Produce anche un blend di Tocai e Sauvignon, il Giuncaro  potente, inebriante nei profumi, stordente come una giornata sotto il sole.
Montano lenti come onde e frangono rumorosi nei nostri palati.
Vini saporiti, scorrevoli, vini di mare.
Vini da bere mangiando sotto una topia inondati dalla morbida luce dell’occaso.
La cifra che li unisce è la nitida gestione della vinificazione e la nobiltà, sebbene vagamente languida, dei vini e, forse, del vignaiolo.
Bonne degustation



Luigi

lunedì 5 settembre 2011

colli di luni 09 vermentinoDOC sarticola ottaviano lambruschi

Colli di Luni doc, Vermentino, Sarticola 2009.



Un territorio incuneato fra Toscana e Liguria, fra memorie di antiche civiltà e più recenti frequentazioni ottocentesche di languidi poeti inglesi (Shelley e Byron).
Ammorbato dallo sfruttamento industriale delle cave di marmo bianco di carrara.
Che rendono perennemente innevate le Alpi apuane.
E perennemente impolverate di talco bianco le direttrici verso il mare e i paesi montani.
Diviso fra i lavori all’arsenale di Spezia, alle cave o alla Oto Melara (a far cannoni).
Con il costume da bagnino d’estate a intrattenere torme distratte di turisti e bagnanti.
Dalle colline che hanno visto il naufragio di Shelley.
Ottaviano Lambruschi e suo figlio.
Si accaniscono a produrre vermentino.
Uva bianca con quarti di nobiltà avvezza all’ambiente marino.
Al caldo e alle scarse escursioni termiche.
Per confortare questa tesi (o perché io la voglio corroborare con le papille!).
Nascono in casa Lambruschi vini salini se non salmastri ingentiliti da toni dolci di frutta e agrumi e erbe officinali.
Caldo e moderatamente morbido, percorso dal salino e dall’acidità vivifica e agrumata.
Buonissimo in abbinamento con un dolcissimo Comtè férmiere del 2009.
La dolcezza burrosa e i profumi di fieno del formaggio si integravano perfettamente nel liquido che sgrassava con sale e acido.
Piccolo appunto il tappo siliconico sintetico di polietilene  usato con disinvoltura su una selezione che a mio parere merita di essere aspettata per alcuni anni ancora.
Forse, meglio il tappo a vite.
Bonne degustation

Luigi