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martedì 16 dicembre 2014

Focaccia, Bottarga, Dettori Bianco… e fuori nevica!

Di Cristian Quarantelli

Ponte dell’Immacolata, il tempo non è nemmeno tanto male, si decide giovedi sera e venerdi pomeriggio si parte… sempre lì, sempre a Ceresole Reale, dove il cielo si accarezza col palmo di una mano, dove la frenesia dei giorni nostri lì non è ancora arrivata.

Come sempre porto con me un cartone di vino, come dire qb., giusto il minimo indispensabile… tra le bottiglie porto un Dettori Bianco ’11 questo perché mi è rimasta in frigo ancora una Baffa “di un certo spessore” di bottarga acquistata questa primavera in centro a Sassari nella Gastronomia Alberti sotto consiglio dell’Amico Fabio.
 

Quindi oggi si pranza cosi, andiamo al forno “Bio” del paese, persone squisite di cui prima o poi parlerò, e si prende della focaccia, anche quella integrale… fantastica, una delle focacce più buone mai mangiate in vita mia,  e sul banco oggi hanno dei cartocci già pronti, una zuppa tipo Valpellinentze e un tortino di pasta sfoglia con bietole, ricotta, formaggio e uova. Prendiamo quest’ultimo.
 

Si arriva a casa, si scalda il tortino e nel frattempo pelo la Bottarga… il profumo del tortino riempie la cucina e quello della bottarga riempie il mio animo, taglio la focaccia e la scaldo giusto un attimo. Nel frattempo apro il Dettori Bianco, subito è un po’ troppo freddo ma poi quando si scalda un attimo il vino esplode… al naso è balsamico all’ennesima potenza, la macchia la fa da padrona, ginepro, elicriso, resina di pino… l’ulivo e l’oliva o l’oliva e l’ulivo, come meglio preferite e poi una pesca sciroppata che rende il tutto più morbido. In bocca il vino ti invade ogni papilla gustativa, le prende e le strapazza, le scaravolta e le stende ad una ad una… l’acidità di quando mordi una nespola, quelle olive verdi grasse in salamoia, il sale del mare e del maestrale che arriva dal golfo dell’Asinara!
 

Posso definitivamente dire che il Dettori Bianco è uno dei miei vini del cuore e della vita! Un vino emotivo, un vino emozionale, un vino che fa emozionare, un vino che mi ha fatto emozionare! Un vino vivo, un vino col Ki! Un vino prodotto come piace a loro e come piace a me!



A presto!
Cristian


giovedì 9 ottobre 2014

Pastoreccie 2011 "Vieillissement prolongé", Mariotti Bindi

di Niccolò Desenzani




Chi legge questo blog ormai sa che amo i vini di Mariotti Bindi. Dal primo assaggio del vermentinu Pastoreccie 2009, che mi colpì per la nitida e naturista bellezza, lo considero fra i migliori interpreti del vitigno. Ho parlato delle scelte di minimo intervento, della ricerca di integralità e di purezza che portano Mariotti Bindi a non usare il legno e a lavorare accuratamente con le fecce fini, fino all’imbottigliar una materia ancora velata, ricca, spessa e vitale, pur mantenendo il vino in una cornice di correttezza enologica impeccabile.
Per un po’ di anni ho “studiato” e cercato i vini fatti in cemento, affascinato dalle caratteristiche di questo materiale nel quale prendono corpo vini molto interessanti per struttura e nuance aromatiche.
Evidentemente il fascino del cemento colpisce anche alcuni vignaioli, che negli ultimi anni possono scegliere fra prodotti laterizi e ceramici (vedi commenti) per l’enologia di grande qualità nei materiali e nella costruzione.
Fra questi spiccano i vasi vinari creati da Nomblot e di indubbio interesse la neonata attività di Luca Risso col suo Clayver.
Così succede che Mariotti Bindi abbia deciso di sperimentare quello che lui chiama “vieillissement prolongé” (affinamento/invecchiamento prolungato) su una selezione del suo vermentino dalla vigna Pastoreccie (che purtroppo credo abbia dovuto restituire al proprietario Orenga de Gafferoy, da cui l’aveva avuta in prestito), mettendo una parte del vino 2011 a riposare in un uovo di cemento.
È una scelta che mi ha lasciato perplesso, dapprima. Perché il ricordo del vermentinu di Nicholas è legato a una freschezza che trova la sua ratio più nell’equilibrio salino e gourmand che nell’acidità. Che non è mai fiacca, ma di certo non sostiene il sorso. Quindi sapendo che il cemento, come la terracotta, tendono a tamponare ulteriormente l’acidità, si rischiava la deriva verso una grassezza senza speranza di redenzione.
Invece è stata una sorpresa scoprire come anche in cemento il vino abbia trovato un proprio equilibrio, fatto di purezza e di lisciezza, di salmastro e fruttato, e comunque ancora un sostegno acido non trascurabile. L’impressione è di bere un nettare (esiste la categoria dei vini-nettare), che lascia la bocca fresca e i denti lisci.
E nonostante questo carattere souple e quasi 14 gradi alcolici, tale è l’equilibrio che il vino va giù glu glu e la bottiglia dura purtroppo poco.

mercoledì 3 settembre 2014

#cartoline Clos Nicrosi 2008

da Niccolò Desenzani



Eccoci agli sgoccioli. La vacanza marina ripiega negli annali. C’è una bella sorpresa però che voglio raccontare.
Trovo una bottiglia di Clos Nicrosi nel frigo. Annata 2008. Questo significa con ogni probabilità che sta in quel frigo da almeno 4 anni!
Io penso che sarà andata. Tutte le teorie dicono: no frigo a lungo. Vibrazioni e grado di umidità sbagliato distruggono il vino.
Invece apro e saggio… bella grassezza sul filo tagliente tipico di questa etichetta. Uno sbuffo più di chiusura che di ossidazione. Il vino comincia ad aggiustarsi con l’ossigeno, si stiracchia, si alza, si riprende. Esce tutta la sua salinità sempre rimanendo con una base sontuosa. Queste due componenti con la netta acidità ancora viva spiegano il successo di questo vino, che ha sempre mantenuto una aura di mito nel panorama dei vermentinu corsi. Si capisce che c’è tanta vocazione e anche qui i valori sono ristabiliti nel bicchiere.
Un gran vino è sempre un gran vino.

Au revoir amata isola. A presto.

giovedì 19 settembre 2013

Dettori Bianco 2009, Romangia, Tenute Dettori. Di Niccolò


L’annata 2009 del Dettori Bianco è segnata dalla guarigione dalla peronospora.
Le piante non ancora in regime di produzione normale hanno dato il meglio che potevano.
Una ricchezza estrattiva forse senza precedenti in un vino già tradizionalmente ricchissimo.
Un vino che si è portato in bottiglia una straripante vitalità che nel trasporto ha preso spuma, quando l’anidride carbonica disciolta al momento dell’imbottigliamento si è liberata prepotentemente.

Ingredienti:
Badde Nigolosu
Alessandro Dettori
Vermentino
Zolfo

Il naso è ricco, compatto, appena iodato e con un abbozzo di ossidazione.
In bocca, in primo piano, quasi a strutturare la scena: dolce residuo e amarezza. In equilibrio.
Dinamizza un’elegante carbonica, sottile, fine e persistente. L'acidità non si nota, ma c'è.
Poi una serie di suggerimenti che vanno dall’uovo allo zucchero di canna, dal candito alla freschezza balsamica di eucalipto.

La consistenza e alcune impressioni sia al naso che in bocca, suggeriscono un’idea di passito; refoli quasi da Moscadeddu. Invece il vino tiene il quasi secco ed esprime elevata bevibilità, proprio grazie a un insieme di elementi che si giustappongono armonicamente.

lunedì 14 gennaio 2013

La Corsica è un'isola di N.Desenzani

La Corsica è un'isola. Ma va?
Per me rappresenta l’esempio che mi ha spiegato il concetto per la prima volta.
Infatti le mie vacanze da neonato, fino ai primi anni ’80, sono sempre state corse.
Se è vero che il senso dell’isola te lo dà l’imbarco sul traghetto, è ancor più vero che una volta che sei di là, il tuo universo si ricostituisce a misura di figura chiusa, delimitata dal mare.
Il pensiero è unificante.
L’isola ha le montagne, l’isola ha il mare. L’isola ha la sua storia, spesso identitaria e tendente all’indipendentismo. Essere isolano è più forte di una nazionalità. Potrei andare avanti, ma credo che chiunque sia sbarcato su una terra circondata dall’acqua, possa intuire o aver ben presente o ancor meglio di me interpretare ciò che sto dicendo.






Le mie vacanze corse, da subito furono vacanze naturiste. Perché quella era la tradizione fondata dalla mia famiglia. Un’anomalia nel panorama delle famiglie italiane, dove il nudo spesso è peccaminoso, il sexy bikini invece santificato… ma questa è altra faccenda.
Invece come pratica il naturismo è concepito come “un modo di vivere in armonia con la natura, caratterizzato dalla pratica della nudità in comune, allo scopo di favorire il rispetto di se stessi, degli altri e dell'ambiente”.
Al di là di false ideologie o gusti personali, una delle categorie che io credo di aver recepito da quest’esperienza è una spontanea capacità di apprezzare la bellezza dei corpi senza vestiti, indipendentemente dal fatto che siano corpi maschili o femminili, giovani o anziani. Così come si apprezzano le geometrie delle piante o i disegni delle pietre. L’estetica della natura per l’appunto.
La Corsica è anche un posto molto vocato per la viticoltura. Molto vario, con terreni e climi differenziati, e non di rado uve rese autoctone da una tradizione millenaria.
Fra i principali vitigni sicuramente il vermentino fa la parte del leone per i bianchi, niellucciu e sciaccarello per i rossi.
Il niellucciu dicono che sia parente strettissimo del sangiovese e i risultati in bottiglia paiono confermare quest’ipotesi.
Ciò che non è per nulla facile è trovare vini naturali in Corsica.
Ma forse le cose stanno cambiando.
Fra i vini scoperti l’estate scorsa, meritano un posto particolare le produzioni di Nicolas Mariotti Bindi. Figlio di notabili di Bastia e destinato a un futuro della stessa specie, Nicolas è stato folgorato dal vino sul suo cammino, e dopo un apprendistato nella zona del Moulin à Vent sul continente, e un periodo dal grande saggio del vino naturale corso, Antoine Arena, è diventato chef de culture al Domaine Leccia, storico marchio della zona di Patrimonio e infine, aiutato da Orenga de Gaffory, discendente di una casata di nobili produttori storici, che gli ha dato in gestione delle vigne di vermentino e di niellucciu semi incontaminate,  ha cominciato a produrre i suoi, personalissimi, vini. Due le etichette: un Vermentino dal nome Le Pastoreccie, e un Niellucciu anch’esso in purezza dal nome evocativo di Porcellese Vieilles Vignes.
La scelta di Nicolas è stata senza scorciatoie, naturale. Ma con un gioco di prossimità lessicale o paronimia, l’impressione che ho avuto dei suoi vini è stata quella di vini naturisti.
Artefice della coltura biologica in vigna e del minimo intervento in cantina, Nicolas sceglie di vinificare in acciaio, di non chiarificare, di non filtrare.
I risultati sorprendono. Nel caso del Vermentino ho trovato un vino di acidità moderata, ma che esibisce una consistenza e una vitalità che lo rendono al contempo digeribile e rinfrescante, semplice e raffinato. Un vino che mi ha emozionato. Il Nielluccio è scalpitante, fra il rustico e un inizio di affinamento da bottiglia, che punta invece drittto all’eleganza fra note vegetali e animali, fruttate ed evolute al contempo.
E dunque, per giochi dell’immaginazione e delle nostre sensibilità inascoltate bere questi vini mi fa immaginare l’Isola, quando sono lontano, e, in particolare il Le Pastorecce mi ha vivificato il ricordo corporeo di un tuffo nel mare di Corsica.
Nudo.
Ovviamente.

venerdì 5 ottobre 2012

Cuvèe Prestige, Corse Figari, appelation Corse Figari controlèe, Cuvèe Alexandra, 1999, domaine de Tanella



E’ un vino che potrebbe entrare, forse, nella rubrica #vinivecchi.
Di sicuro può essere una continuazione ideale della “ode al vermentino” di Niccolò Desenzani.
Questo è Vermentino del sud della Corsica dove un pochino la terra si spiana e al granito si aggiunge il biancore del calcare e il maestrale si distende leggermente.
E’ fuori di dubbio che il Vermentino ami queste terre rocciose e ventose a due passi dal mare col cielo limpido e una insolazione impietosa.
Sopravvivenza vegetale.
Io nel duemila ero giovane  ed inesperto e avevo selezionato il prodotto armato della Guide Hachette des Vins.
Il Domaine Tanella aveva a quel tempo un punto vendita, come se ne trovavano molti allora e forse anche adesso, ai lati polverosi delle statali Corse.
Poco più che delle capanne in legno e canniccio al centro di spiazzi pietrosi e vagamente desolati.
Prodotti Corsi in vendita tra cui un Lonzu (filetto di maiale speziato) e una Coppa da lacrime.
Ne presi alcune bottiglie e alcuni Lonzu.
Di quelle bevute prima non ho memoria e mi piace pensare che ciò sia dovuto al fatto che nella prima fase della loro vita non abbiano espresso il carattere che è venuto fuori dopo tredici anni dalla vendemmia (n realtà ho anche altre ipotesi ma le taccio per non rinfocolare polemiche).
Dopo tredici anni il colore da chiaro con del verdino è diventato giallo leggermente dorato e si capisce dal brillio dei riflessi che l’acidità è ancora impetuosa.
Nessun cedimento a dolci derive ossidative.
Nessuna surmaturazione alla vendemmia.
Il limone che cita Niccolò nel suo post è diventato cedro e foglia d’arancio, zenzero.
I profumi sono di pietre e lana bagnata e un piccolo accenno di caramello (traccia, forse, dell’amaro tipico del vitigno).
Impetuosi.
Freschezza incredibile per nulla mediata da eccessi di grassezze.
Sensazioni salate.
Non speravo che fosse ancora così buono, l’avevo tenuto perché il 1999 era un anno particolare della mia vita e ne era diventato simbolo.
Oggi sono pentito di averlo aperto, potevo aspettare alcuni anni, senza dubbio.
Bonne degustation

Luigi

Poscritto
Volevo scrivere che assomigliava ad un ottimo riesling, poi mi sono detto che è un ottimo Vermentino.


lunedì 30 luglio 2012

Ode al Vermentino, di N. Desenzani

Quasi tutti i Vermentino vermentineggiano.
Però intorno a un risultato tipico del vitigno, si giocano le differenze, le scelte stilistiche.
E diversi i gusti di chi si affilia a questo mediterraneo, ormai tirrenico, vitigno. Luoghi di elezione appunto le sponde tirreniche financo ai lati occidentali delle due grandi isole che fanno i confini fra Italia e Francia in mare.
A chi piace affilato e acido a chi sontuoso al limite del dolce decadente, a chi ligure di ponente a chi di levante, a chi tosco. A chi gallurese a chi sudcorso, a chi di Patrimonio e su su fino alla punta del dito dove domina il Capo.
Bello questo suo esser aromatico senza troppa convinzione.
Io per mia parte lo amo bilanciato beverino e marino di base giustamente acido, ma senza sferzate, con una certa grassezza, ma che non ecceda, profumato, ma non troppo fruttato, semplice e dissetante. Ma che se ti concentri c'è sempre qualcosa che sfugge.
È il profumo dei limoni quando è morbido e va fondersi con la crema in uno degli sposalizi più azzardati e più azzeccati dell'umana scienza culinaria. È banale, è scontato, e va giù più in fretta di quanto ci metti a capirlo e interpretarlo. È versatile infine, vivo e mutevole.
Così amo il Vermentino.
E vi prego non filtrate che poi un filo di nobile gas carbonico farebbe comodo anche a voi, produttori, ché beva sale alle stelle, impicci di conservazione via vanno e un afflato vitale spinge il vostro succo in una danza di piacere.
Ecco poi ce n'è col legno piccolo, e con quello più grande, con l'acciaio e col cemento.
Poi c'è chi lo macera sulle bucce, ma questa è un'altra storia.  
Ma se gioca sul filo di tutti i possibili equilibri instabili sarà per me un grande vino.
Di beva così piacevole che pochi gli staranno dietro.
Rispettatelo, non violentatelo, non filtratelo, non mettete i lieviti banali.
Vi ripagherà bene. Io ne sono certo!

Una postilla
Io che scrivo di Vermentino non sono credibile e pecco di superbia. La mia assoluzione si può ricercare soltanto nella spensieratezza dalla quale è scaturito questo claudicante gioco di parole.
Se cercate qualcuno che il Vermentino lo conosce per vocazione è facile indirizzarvi verso Fabio “Duff” D’Uffizi. E troverete anche penna di altro (decisamente superiore) stampo. Anche la foto è rubata a lui.

giovedì 5 gennaio 2012

e sarò pane e sarò vino gianfranco Manca nurri

Ho inaugurato.



Con il precedente, una serie di post dedicati alla memoria.
Anzi all’oblio.
Di vini che mi sono piaciuti.
Ma che non ho schematizzato.
Perché non ho avuto tempo, voglia, per naturale repulsione alla tassonomia.
Perché credo molto poco allo sciorinare esausto dei profumi.
Tantomeno alla pornografia delle classifiche e dei voti di merito.
Una sera a cena.
Due vini in sequenza.
Un bianco e un rosso.
Buonissimi, caldi e ruvidi.
Esagerati e intimi.
Hanno accompagnato anguilla, cardi e fonduta.
Agnello e rolatine di coniglio con ripieno di trippa di agnello.
Formaggi.
Hanno accompagnato il chiacchierare convulso e ingordo di amici lontani.
Con tante cose da dirsi e troppo poco tempo.
Bevuti prima in sequenza, poi alternati.
Poi altri vini sono comparsi, altre regioni d’Italia.
Però dei primi voglio parlare oggi, così per caso, per sfizio, per sanare un debito di riconoscenza.
Un debito recente e uno della mia infanzia.
Verso la Sardegna che per me è l’isola che non c’è.
Utopia.
Luogo mitico, sede dei miei sogni infantili.
Poi adolescenziali.
Panevino, “ Alvas” bianco isola dei nuraghi igt 2008.
Panevino, “Però. vigne vecchie”  rosso 2008.
Scaldano il cuore.
Come le madeleine portano in superfice memorie.
E intravedo rocce calcaree cotte dal sole e il profumo caldo e ruvido della macchia e della polvere.
Profumo di Pabassinas e Pistoccheddus
e di persone ormai lontane
e di persone vicine.


Luigi

ps
Se qualche oste illuminato li ha in carta, non perdeteveli.
Grafica molto bella a mio avviso.
Bisognerà organizzare un concorso sull'etichetta più cool.
Al più presto.


venerdì 25 novembre 2011

vinicolki colli di luni Santa Caterina vermentino albarola

Vini col Ki
Azienda Agricola Santa Caterina, Sarzana (SP).
Colli di Luni.

Foto di Vittorio Rusinà

Un territorio con licenza da terroir di rango.
Vigneti collinari con vista sul golfo dei poeti.
Il fantasma di Shelley e Byron che aleggiano sospinti dal grecale.
Il brusio sottotraccia dei bagnanti estivi.
La finta neve sulle alpi apuane incipriate dai fronti di cava.
Il rumore sordo dei marmisti e dei cantieri navali.
Per anni hanno dissetato con bianchi comuni i villeggianti alle prese con scottature e fritti di mare.
Il Vermentino la fa da padrone con residui di Albarola delle cinque terre e le prime anticipazioni di Sangiovese, Canaiolo e Ciliegiolo.
La Liguria comincia a cedere alla Toscana e le asperità montane alle piane alluvionali e più nell’entroterra ai rilievi preappenninici.
Andrea Kihlgren a Sarzana (SP) ha risistemato i vigneti di famiglia e vinifica con mano ferma ma gentile.
Tra ghiaie alluvionali del fiume Magra e argille rosse.
Un Vermentino dei Colli di Luni di classe limpida e di estrema nobiltà.
In queste condizioni climatiche le uve si deacidificano naturalmente per effetto del caldo e della mancanza di escursioni termiche.
Ebbene i suoi vini, profumati di erbe, sembrano invece verticali e affilati grazie ad una salinità e un amaricante impetuose.
Poi si allargano verso sapori caldi e maturi, sempre pizzicati da una leggera causticità.
Di Vermentino ne fa, da sempre dice, una versione il Poggi Alti, macerata sulle bucce, con un tannino vivido e ancestrale.
Vinifica anche un’Albarola in purezza da cui ne trae un vino antico, morbido, seducente, alcolico con memorie salmastre e allusioni ossidative da Catarratto, da Palomino.
Indolente come un pomeriggio di scirocco.
Produce anche un blend di Tocai e Sauvignon, il Giuncaro  potente, inebriante nei profumi, stordente come una giornata sotto il sole.
Montano lenti come onde e frangono rumorosi nei nostri palati.
Vini saporiti, scorrevoli, vini di mare.
Vini da bere mangiando sotto una topia inondati dalla morbida luce dell’occaso.
La cifra che li unisce è la nitida gestione della vinificazione e la nobiltà, sebbene vagamente languida, dei vini e, forse, del vignaiolo.
Bonne degustation



Luigi

lunedì 21 novembre 2011

tuvaoes_vermentinodisardegna2009_cherchi

Giovanni Cherchi, Tuvaoes Vermentino di Sardegna doc 2009.

Foto Stefania Giardina

Il vermentino si radica sulle coste del mare ligure e tirrenico.
Dalla Liguria di ponente alle coste maremmane della Toscana.
Corsica e Sardegna.
Il Tuvaoes.
E’ vino del mare.
E’ vino che sa di mare.
Abituato al calore e al salmastro con le radici tra le pietre calcaree e le sabbie.
Nell’arido e nel vento.
E’ vino nobile e fascinoso.
Mineralità di salgemma incrostato sugli scogli.
Dolcezze di maturazioni spinte.
Amaritudini benevole di macchia odorosa.
Decadente e languido come torride sere ventose in riva al mare.
Potente.
Quelli continentali lo sono un po’ meno.
Penetrante come risacca il suo sapore.
Bonne degustation


luigi

Campione omaggiatomi da Fabio D’Uffizi grande conoscitore dei vini sardi, innamorato della sua isola.
Attualmente in prestito alle nebbie padane.
Il quale consegnadomelo mi ha detto:”E’ l'archetipo del vermentino sardo”
E io gli ho risposto:”Arche…arche…chè?”

Scorrendo i sacri testi di ampelografia ho visto che il vermentino è segnalato anche in Campania e in Sicilia, della Campania non ho memorie, in Sicilia segnalo un bianco de “La Moresca” a base di Vermentino e Roussane.



lunedì 5 settembre 2011

colli di luni 09 vermentinoDOC sarticola ottaviano lambruschi

Colli di Luni doc, Vermentino, Sarticola 2009.



Un territorio incuneato fra Toscana e Liguria, fra memorie di antiche civiltà e più recenti frequentazioni ottocentesche di languidi poeti inglesi (Shelley e Byron).
Ammorbato dallo sfruttamento industriale delle cave di marmo bianco di carrara.
Che rendono perennemente innevate le Alpi apuane.
E perennemente impolverate di talco bianco le direttrici verso il mare e i paesi montani.
Diviso fra i lavori all’arsenale di Spezia, alle cave o alla Oto Melara (a far cannoni).
Con il costume da bagnino d’estate a intrattenere torme distratte di turisti e bagnanti.
Dalle colline che hanno visto il naufragio di Shelley.
Ottaviano Lambruschi e suo figlio.
Si accaniscono a produrre vermentino.
Uva bianca con quarti di nobiltà avvezza all’ambiente marino.
Al caldo e alle scarse escursioni termiche.
Per confortare questa tesi (o perché io la voglio corroborare con le papille!).
Nascono in casa Lambruschi vini salini se non salmastri ingentiliti da toni dolci di frutta e agrumi e erbe officinali.
Caldo e moderatamente morbido, percorso dal salino e dall’acidità vivifica e agrumata.
Buonissimo in abbinamento con un dolcissimo Comtè férmiere del 2009.
La dolcezza burrosa e i profumi di fieno del formaggio si integravano perfettamente nel liquido che sgrassava con sale e acido.
Piccolo appunto il tappo siliconico sintetico di polietilene  usato con disinvoltura su una selezione che a mio parere merita di essere aspettata per alcuni anni ancora.
Forse, meglio il tappo a vite.
Bonne degustation

Luigi

mercoledì 27 luglio 2011

la moresca 09 igt sicilia Filippo rizzo vermentino roussane

Saranno famosi.
La Moresca bianco 2009.
Igt Sicilia.

Amico di Cornelissen, ristoratore in Belgio, ha subìto alcuni anni fà la fascinazione e il richiamo della viticoltura in ambienti limite.
Della sua vicenda ha scritto prima e molto meglio di me Mauro Mattei.
Io ho assaggiato il bianco da vitigni forestieri ma anomali, Vermentino Corso e Roussane.
Ha piantato anche Grenache per il suo rosso.
Uno sperimentatore.
Mi dicono sia Mauro Mattei sia Sandro Dibella di Solicchiata che ogni annata è migliore della precedente.
Io nel dubbio, mangiando “cavateddi” con ragù di spada e datterini, mi sono marinato le trippe nel 2009.
In attesa del 2010 e del rosso.


Praticamente introvabile anche in Sicilia.
E’ vino di macerazione spinta ma benevola e graffiante.
Colore delle terre e delle sterpaglie siciliane.
Da cui ne mutua anche i profumi.
Dal versante grasso e opulento del bicchiere ci sono profumi di tuberosa e gelsomino, dolci ed invadenti come solo in Sicila sanno essere con ritorni speziati e agrumati.
Bevuta inarrestabile e tonificante.
Già buono.
Da seguire.
Bonne degustation.

Luigi

venerdì 15 aprile 2011

carlaz 2008 walter de battè prima terra vermentino luni la spezia

Carlaz VdT bianco 2008, az. agr. Prima Terra, località Campiglia La Spezia.
Walter De Battè è un mito dell’enologia contemporanea (per lo meno uno dei miei) principalmente per la sua collocazione geografica, Rio Maggiore (SP) le Cinque Terre, ambiente eroico per la viticoltura e per le sue scelte



di vita, l’abbandono del lavoro come operaio ai cantieri navali di La Spezia e per aver abbracciato tecniche agronomiche e di vinificazioni arcaico-olistiche e per il suo isolamento dal rutilante mondo del vino.
Un concentrato di eccezionalità per un uomo della nostra epoca così afflitta dall’espansione, dalla sovraesposizione mediatica.

Poi leggo, che alcuni vigneti delle Cinque Terre li ha dovuti abbandonare perché i vicini invidiosi non gli permettevano più l’accesso all’acqua per irrigare.
Non nego che una furtiva lacrima di indignazione e rabbia mi ha rigato la faccia.
Poi leggo che ha acquisito dei vigneti nella lunigiana, in condizioni geografiche più semplici e si è messo a sperimentare con i vini rossi e il vermentino.
Walter de Battè è un alfiere della viticoltura eroica, scevra da chimica e da esasperazioni enotecniche  uno dei primi a cercare pervicacemente il territorio nelle buccie dei bianchi.
Con macerazioni brevi a temperatura ambiente e rimontaggi frequenti.
Insomma un mito.
A cena una sera da Pietro Vergano al ristò Consorzio di Torino mi viene proposta come novità il Carlaz 2008 (solo sei bottiglie comprate da non so che spacciatore).
Az! non posso non assaggiare, propongo a mia moglie un bel menuino tutto pesce.
Naturalmente senza secondi fini!
Casualmente ordino il Carlaz!
Il fido Pietro Vergano ce lo porta con gran enfasi e con movimenti da Maestro del Tè lo scaraffa in una specie di “pitale” che dovrebbe, secondo l’inventore, dinamizzare e attivare il vino, un diabolico strumento para-biodinamico.
Ovarius si chiama il pitale di cui sopra ed è talmente brutto che diverrà nel giro di breve tempo un must.
Pronti a riceverlo e a regalarlo al prossimo Natale.
Vi ho avvertiti!
Il vino è giallo oro intenso e vivo, nella bottiglia una graniglietta di tartrati depositati.

Nessuna filtrazione dice in controetichetta.
Sono emozionato è il secondo vino di Walter de Battè che bevo in vita mia.
Naso.
Ridotto, molto sulfureo, plastica, gomma.
Aspetto.
Roteo il bicchiere per arieggiare.
Niente non si libera di quei sentori, sembra di intuire dell’idrocarburo e miele, forse, dei fiori (ma mi sà che sono io che li voglio sentire).
In bocca è meglio, spesso è così.
Morbido ma con velo tannico sgrassante, floreale di gigli, caldo e avvolgente, acidità appena residuale.
Descrittori (orrenda parola giuro che è l’ultima volta che la uso) per i profumi-sapori praticamente introvabili.
La cena è finita e il vino nel pitale non si è aperto.
Delusione anche se in bocca si sentiva la stoffa.
E' un vino che si abbina bene col cibo, sgrassa, pulisce la bocca, non copre i sapori, stimola con le componenti acido-volatili.
E’ che non si vive di promesse.
Bisogna anche mantenerle.
Grazie comunque a Walter de Battè e a Pietro Vergano ci proverò di nuovo.
Anche se stò maturando la convinzione che i vini non devono essere inarrivabili, ostici, para puzzoni per essere etici e naturali.
E’ un discorso difficile che non mi sento di affrontare qui.
Nel frattempo continuo imperterrito l’allenamento.
Perché come diceva il compianto Martin Vasquez Montalban dalla morte voglio farmi trovare ben marinato.

Bonne degustation

luigi




lunedì 29 novembre 2010

enotecabordoparadisodeibevitorimassavecchiaorangewine

E’ domenica, abbiamo lasciato il somellier di due anni e mezzo dai nonni (che verrano ricompensati con salatini e Zibibbo secco di Barraco e che volevano essere citati nel post).




Nevica, sembra destino che le nostre venute al Bordò siano segnate dal freddo e dal maltempo.
La prenotazione è stata persa.
Meglio! Ci mettono in vetrina in un salottino con poltroncine molto New York e vista sulla piazzetta Corpus Domini.
Il Bordò d’altronde è un Bistrot New Yorkese alla bagna cauda.
Carta dei vini eccellente, c’è molta ricerca e voglia di mettersi in gioco.
C’è tutto quello che avrei voluto bere in questi giorni.
Mi consulto con mia moglie poi con Chiara Bordonaro, cogito, mi dispero per le esclusioni e poi scelgo:

Massa Vecchia bianco 2005. Massa Marittima (GR)
Vermentino, malvasia di candia 13% vol.
Oro di colore, profumi di salmastro iodato su una struttura di erbe officinali in bocca è un vino fresco, con ritorni retronasali di Jerez, distillati e macchia mediterranea, con un velo tannico leggermente asciugante.
Non imponente nella struttura ma snello, sicuramente rinfrescato da una volatile alta e da poca glicerina (spesso i vini macerati e vinificati senza controllo delle temperature tendono a “smagrire” di glicerina che ci ricordano i microbiologi è un sottoprodotto della fermentazione indice di una sofferenza dei lieviti).
Vino complesso e complicato, vinificato in rosso con lieviti di cantina e macerazioni in fermentino tronco conico di legno e successisa maturazione in legni usati di varie capacità, rigorosamente non filtrato.
Discettavamo con Chiara Bordonaro dell’enoteca Bordò che è vino gastronomico, da abbinare al cibo, magari una trippa in bianco.
Con paccheri ai frutti di mare ci riporta a sensazioni di battigia e profumi di reti appena alate e sciabordio del bagnasciuga.
Un dubbio resta dopo aver bevuto tanti bianchi e aver parlato ultimamente con Luigi Boveri e Alvaro Pecorari che sono contrari alle macerazioni e ai lieviti di cantina.
Cosa si vuole dai vini bianchi?
Profumi?
Allora, forse, le macerazioni spinte e i lieviti di cantina (autoctoni) li mortificano.
Sapori?
Ma con cibo in bocca o da mera degustazione?
Se da degustazione solo, meglio i tradizionali più densi e glicerici.
Capacità di abbinamento?
Allora le lunghe macerazioni irruvidiscono la trama del vino, la struttura con meno glicerina lo rende più affine al cibo, lo sgrassano, lo contrastano con efficacia e lo integrano nella percezione organolettica.
Nel dubbio io ne bevo uno tradizionale alternato a un “orange wine” (come li definisce A.Scanzi mutuando il termine dagli anglofoni).


Massa Vecchia bianco è ovviamente un vino giallo “orange Wine” e arriva dalla Toscana anzi dalla Alta Maremma a Massa Marittima (GR), l’azienda è fieramente biologica a ciclo chiuso.
Il vino è buono ma come tanti della nouvelle vague corre sul binario a fianco (convergenze parallele?) degli altri ed è difficile (per i bianchi sopratutto) dare un giudizio.
Bevetene poi mi fate sapere.


Luigi


P.S:
uscendo, mi porto via l’Ageno de La Stoppa e il Langhe Bianco di Nicoletta Bocca.
Vi farò sapere.
Volevo prendere anche il Sacrisassi bianco ma la vergogna e la pecunia mi hanno fermato.  


lunedì 18 ottobre 2010

il mattino ha l'oro in bocca

Sono un architetto torinese, ho 44 anni da 15 anni mi interesso di enogastonomia per puro diletto e ho cominciato a scriverne per gioco dopo aver proposto a un amico scrittore la stesura di un libro sulla falsa riga di “Vino al Vino” di M.Soldati. Il suo rifiuto mi ha stimolato a scrivere e un altro mio amico “bottegaio” mi ha permesso di fare una capatina nella sua mail list per ammorbare i suoi clienti con temi enologici alcuni dei quali saranno riversati nel blog .

Perché un blog? Perché un blog di vini e di cucina?
Ne mancavano forse?
Non credo ma certe volte mi pare che l’informazione non sia in sincrono con quello che la gente vuol sentire.
Oppure, soprattutto i blog, imperniano tutto sulle polemiche e sullo scontro.
Io ormai ne ho abbastanza delle contrapposizioni, sono convinto della complessità del vivere e delle contaminazioni della vita, peraltro inevitabili e forse positive.
Quindi bando ai massimalismi e alle contrapposizioni manichee, basta alle urla, vorrei scrivere sussurrando e rispettando gli ecosistemi emozionali dei lettori.
1) vorrei parlare di vini pensati e sognati e bevuti;
2) vorrei parlare di cultura gastronomica;
3) vorrei parlare di agricoltura e enologia;
4) vorrei parlare anche un po’ tecnico e mi riservo il diritto di essere palloso;
5) vorrei parlare di tutto ciò a neofiti del vino;
6) vorrei parlare di piccoli produttori;
7) vorrei riuscire a scriverne in maniera diversa;
8) voglio poter cambiare idea sui punti dall’uno al sette.

Luigi Fracchia


Sono diventato, mio malgrado, Sommeliere nel maggio del 2010, una esperienza che vi racconterò.
Un ulteriore ringraziamento a Ste e Francesco pazienti lettori delle mie bozze deliranti e Marco amico da tanto, uno dei pochi autorizzati a chiamarmi “Gino”.






BIO BIO
bio...bio cosa?
Questi interventi (sei) sono nati da una conversazione avuta con Rosario Levatino ai primi di settembre sulle produzioni di vino biologiche e biodinamiche e alcuni sono stati inviati tramite la mail list di Rosario ai suoi clienti. Per mia scelta ho deciso di non modificarle e presentarle cosi come sono nate.




1) Carissimi,
è tempo di rientri e forse, avendo un po' preso le distanze dalla città, di ripensamenti sulla natura e sulla terra (intesa come DEMETRA madre terra).
Così è stato per Rosario ed il sottoscritto che pur non sentendoci per 5 o più settimane, rivedendoci dopo le vacanze in Sicilia abbiamo all'unisono parlato di vini e vignaioli "bio".
Forse è tempo di parlare di approcci differenti all’agricoltura rispetto a quella chimica o industriale. Il tema è un po' complesso ma cercherò di riassumere e semplificare per non annoiarvi.
Prima però ecco alcuni suggerimenti per sane bevute:

Rosario consiglia i vini di la "Porta del Vento", produttore Biologico di Camporeale (PA) che ricade nelle DOC Alcamo e nella DOC Monreale (di più recente istituzione ha allargato le maglie delle varietà consentite includendo vitigni internazionali come cabernet, chardonnay etc,.), sia i bianchi a base Cataratto bianco sia i rossi a base Perricone e/o Calabrese (Nero d'Avola) in vendita presso il suo negozio.
Il Cataratto bianco 2008 che ho assaggiato era molto intrigante, giallo paglierino intenso, al naso frutta molto matura, agrumi, sbuffi mielati in bocca rotondo e ben bilanciato, giusta acidità grande serbevolezza ottimo su uno stoccafisso mantecato con olio extravergine di cultivar Nocellara del Belice con polentine tostate.

Io vi consiglio i vini di Antonino Barraco produttore “naturale” di Marsala (TP) nell'omonima DOC, sia i bianchi a base Grillo, Cataratto bianco o Zibibbo sia il rosso a base Perricone o Calabrese (Nero d'Avola). Lo Zibibbo 2006 è ottimo, fresco, quasi salmastro con intense sensazioni di erbe aromatiche come salvia, finocchietto, macchia mediterranea e frutta come il melone maturo, la scorza d’arancia una goduria sul pesce spada in umido con capperi e olive o su dei caprini. Purtroppo non è disponibile da Rosario, se lo trovate non fatevelo sfuggire.

Queste tre DOC della Sicilia occidentale si intrecciano e si sovrappongono e pescano da un patrimonio ampelografico comune come si intuisce dalle varietà coltivate dai i vignaioli in questione che hanno puntato proprio sui vitigni autoctoni tipici della zona (gli stessi che danno vita al Marsala sia in versione Oro sia Rubino) ma le assonanze territoriali finiscono qua perchè il terroir è molto differente, Barraco in contrada Fontanelle è al livello del mare su terreni misti sciolti anche sabbiosi con forte vento salmastro e scarsa escursione termica, la"Porta del Vento" invece è nell'entroterra a 600 m slm su terreni sabbiosi poco profondi con sottostante roccia calcarea, molto drenanti con forti escursioni termiche e un vento incessante.
Entrambe hanno ignorato le DOC e i loro disciplinari forse per derive anarcoidi forse perché le regole dovrebbero avere delle eccezioni  e stimolare le sperimentazioni piuttosto che irretire in lacci e lacciuoli.
Entrambe hanno lavorato duramente per ottenere vini moderni da varietà difficili, selezionate nei secoli con intenti molto lontani da quelli attuali ma che sicuramente vantano un adattamento alle condizioni pedoclimatiche imbattibili.
Entrambe poggiano su un terreno ostile, arido, infuocato dal sole e dai venti ma proprio nella lotta per la sopravvivenza e nell’intimo legame fra la pianta e l’ambiente che la vite esalta le sue qualità riducendo autonomamente la produzione, autolimitando la vigoria, concentrando in pochi grappoli gli zuccheri, i polifenoli e gli estratti.
Entrambe usano metodi di coltivazione "naturale" che privilegiano la salute della pianta e dell'ecosistema agricolo in cui cresce a dispetto di una concezione convenzionale dell'allevamento in cui la terra, il suolo è un supporto amorfo da arricchire (concimazioni inorganiche) e le patologie malattie da debellare con i trattamenti fitosanitari.
Entrambe vinificano in "rosso" (ossia con macerazioni sulle bucce) anche i bianchi intervenendo pochissimo sui mosti (non innescano le fermentazioni con lieviti selezionati), usano poca solforosa, stabilizzano i vini con la malolattica, non li filtrano affinchè le fecce nobili arricchiscano e proteggano naturalmente il prodotto.
Una concezione Olistica versus una concezione Riduzionista.

Per chi ama leggere consiglio:
Nicolas Joly (guru del biodinamico e produttore di vino a Savenniere) “La vigna, il vino e la biodinamica.”,       2008, Bra, Slow Food Editore.

Per oggi può bastare.
buona bevuta e buona lettura
luigi                                                                                                                  



2)Carissimi,
abbiamo iniziato il viaggio nel bio-logico, bio-dinamico un percorso che come un labirinto confonderà, esalterà, annoierà, di sicuro non risponderà ad alcuna delle vostre domande.
Si intende per agricoltura convenzionale o intensiva o industriale quella nata fine ottocento primi del novecento sia dalle scoperte delle scienze moderne (chimica, botanica, medicina) sia dalla industria  e dalla necessità di sfamare sempre nuova popolazione inurbata
Iniziale teorico fu J. von Liebig chimico tedesco il quale scoprì che i vegetali consumano per crescere azoto, fosforo e potassio. La sua teoria si basò sull’inutilità del suolo se non come contenitore di N, P, K necessari per le colture, quindi teorizzò l’uso sistematico dei concimi chimici per compensare le perdite e per poter così coltivare sempre le stesse colture sugli stessi terreni, liberandosi dalle pastoie delle rotazioni agricole. L’azoto però è stato sempre impossibile da sintetizzare artificialmente e solamente nel secondo dopoguerra grazie agli studi del chimico tedesco F. Haber e alla tecnologia sviluppata da Bosch, sulla produzione industriale (a scopo bellico) dell’azoto, l’agricoltura si è definitamente liberata dai cicli  naturali ed ha potuto accedere a quantità illimitate di azoto per concimare le coltivazioni, assorbendo le rimanenze di nitrato d’ammonio bellico, agganciandosi ai processi industriali ed ai suoi costi energetici. “Anziché attingere esclusivamente alla fonte solare, l’umanità ha iniziato a bere i primi sorsi di petrolio” M. Pollan.
La meccanizzazione delle lavorazioni che ha portato ad intervenire con forza e brutalità sui suoli rivoltandoli in profondità, l’industria chimica che ha sviluppato negli anni sempre nuovi diserbanti, pesticidi anche sistemici e pratiche come la bromurazione dei terreni hanno fatto il resto.

Biologico e Biodinamico sono nati per contrastare l’agricoltura convenzionale e per cercare di tornare verso concezioni meno utilitaristiche e più sostenibili delle produzioni agricole;  hanno, però, modi di affrontare le pratiche agricole molto lontane tra loro, la prima ”metodica” è più scientifica, esiste anche un corso di laurea specifico alla Facoltà di Agraria e affronta le problematiche in maniera più simile alla coltivazione convenzionale cioè con un approccio scientifico-riduzionistico volto a risolvere i singoli problemi nella sequenza in cui si presentano e con cure che sono simili a quelle tradizionali ma utilizzano prodotti non tossici di derivazione naturale: vegetale come il piretro o i macerati di aghi di pino, animale come il latte, gli estratti di bacillus  thuringiensis e i concimi organici al più minerale come il solfato rame e lo zolfo.
La Biodinamica è invece un approccio olistico, antroposofico teorizzato da Rudolf Steiner ai primi del novecento. Secondo Steiner e i suoi discepoli “l’antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo”. Postulano l’esistenza di un mondo spirituale obiettivo e comprensibile, investigabile con il metodo scientifico. Nella realtà hanno sviluppato una concezione dell’ecosistema agricolo come unicum in perenne tensione tra la terra, il sole e gli astri e le malattie sono degli squilibri di questo ordine dinamico del mondo e come tali vanno affrontati, per cui i trattamenti sono a base esclusivamente di componenti naturali (il corno silice, il corno letame, gli infusi di piante con doppie valenze sia interiori, spirituali sia materiali) meglio se auto prodotti (per questo sono invisi dalle industrie chimiche), da applicare, con metodi che ricordano l’omeopatia, seguendo il calendario lunare. Il compito del contadino biodinamico è bilanciare queste attrazioni fra la terra (radici) e il sole, gli astri (le foglie che paiono fondersi con la luce).
Le aziende che vogliono fregiarsi in etichetta dell’appellativo Biologico o Biodinamico devono seguire i protocolli produttivi consigliati e poi farsi certificare dagli enti preposti, i controlli sono annuali.
I viticoltori possono certificare Bio solo l’uva e non il vino per cui in etichetta si leggerà “vino prodotto con uve provenienti da coltivazioni biologiche/biodinamiche”.
Questo aspetto per quanto bizzarro in realtà segnala la complessità della produzione del vino che non si ferma agli aspetti agronomici ma continua e con grandi polemiche nel chiuso delle cantine.
Le dizioni biologico e biodinamico sono di fatto delle certificazioni di applicazione di protocolli produttivi unificati e riconosciuti a livello europeo, ciò secondo alcuni porterebbe ad un aumento di valore aggiunto del prodotto senza un significativo miglioramento della qualità, ai detrattori faccio notare che gli unici agricoltori che accettano i controlli sono quelli biologici, biodinamici e quelli sottoposti a protocolli sperimentali con uso di sostanze chimiche a basso impatto ambientale. Le azienda agricole convenzionali si guardano bene dal farsi sorvegliare o anche solo dal rendere note le sostanze di sintesi e quelle sistemiche utilizzate per le produzioni e i loro dosaggi, per cui ragionevolmente la pasta che avete appena mangiato sarà contaminata da pesticidi e diserbanti (largamente utilizzati nelle coltivazioni cerealicole) ma non sono tenuti a dirlo a nessuno, buona digestione!

Vini consigliati per ristorarsi dopo la lettura.

Rosario consiglia i vini dell’ Az.Agr. Biologica “Il Monticello” di Sarzana che ricade nella Doc Colli di Luni una doc interegionale tra la Liguria in provincia di La Spezia al sud e la Toscana in provincia di Massa Carrara, luogo di elezione del Vermentino e per i rossi inizia l’epopea del Sangiovese toscano che dicono avrà nuova linfa e si ricostruirà una credibilità a partire dalle doc della costiera da Luni (MS) a Capalbio (GR).
Il Vermentino 2009 ha un colore giallo paglierino con riflessi verdi, profumi di fiori e frutta quasi immatura, è  abbastanza intenso e persistente con una piacevole sensazione amaricante, fresco con una spina acida che sgrassa la bocca, io l’ho bevuto e apprezzato su una aringa dolce affumicata con patate “La Ratte” di montagna e olio di mono cultivar di olive Ascolana dell' az.agr.bio.Livia e Amurri Foglini a Petritoli (AP).

Io vi consiglio un vino di Frank Cornelissen prodotto in Sicilia a Solicchiata (CT) sulle pendici dell’Etna il Munjebel, le vigne ad alberello di carricante, grecanico dorato, coda di volpe, sono curate a mano in regime naturale senza prodotti di sintesi e le uve poi sono vinificate senza controllo delle temperature con macerazioni sulle bucce senza lieviti selezionati. Il risultato è un vino difficile a cui io non so dare giudizi, lievemente ossidato sia nel colore sia in bocca con sbuffi di profumi inebrianti di arancia amara o erbe aromatiche alternati a spunto acetico un po’ fuori misura e una bocca un po’ bruciante e un po’ appagante. Bevetelo e poi ditemi voi, forse non sono ancora pronto per prodotti così.

Per chi ama leggere consiglio:
Sir Albert Howard (agronomo inglese inviato in India per migliorare le tecniche colturali e antesignano del
biologico)  “I Diritti della Terra”, 2005, Bra, Slow Food Editore.

Michael Pollan, “il dilemma del’onnivoro”, 2008, Milano, Adelphi


Per oggi può bastare.
buona bevuta e buona lettura
luigi