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mercoledì 21 gennaio 2015

Il Rosato di Le Coste di Gradoli

Di Vittorio Rusinà


Una sera di queste da Banco, a Torino, con Luigi e Carlo.
“Cosa volete bere?” ci fa Pietro.
“Le Coste di Gradoli.” Diciamo noi.
“Allora iniziate dal Rosato.”
“E sia Rosato” “Ma non si inizia con un bianco? Ah ah ah aiuto!
Pietro ci butta una occhiataccia e intanto stappa, o forse stappa Irene, uffa non ricordo.
Bellissimo colore, glu glu glu, si sente l’acino dell’uva, sembra il vino che bevevano d’estate i nostri bisnonni magari giù al fresco in cantina, e allora pensiamo “ma il vino non poteva restare così senza tanti tecnicismi e chimike varie?!?”
Un filo di residuo zuccherino e un filo di carbonica appena percettibile.
Perfetto con le ostriche, le alici fritte, il salame, il pane di grano saraceno e il burro francese.
Mamma che bontà, e se non ci fosse stato Pietro, chissà quando lo avremmo mai ordinato, il Rosato.

I vini di Le Coste non sono facili da trovare in Italia, “vendono quasi tutto all’estero” dice Pietro, infatti me li immagino i giapponesi a sbicchierare, loro sono grandi cultori della bontà naturale, ecco nel mio cuore spero che questi vini si diffondano anche in Italia, presto.

Le Coste sono Clementine e Gian Marco Antonuzi, li potete trovare a Gradoli (VT) sulle colline sopra al lago di Bolsena.
Da Banco Vini e Alimenti a Torino trovate tutti i loro vini.

venerdì 24 ottobre 2014

La costa toscana che vorrei: quella di Massa Vecchia

di Riccardo Avenia

Produttore: Massa Vecchia
Denominazione: Rosato Maremma Toscana IGT
Vitigni: merlot 70% malvasia nera 30%
Annata: 2010
Tit. Alcolemico: 13 % vol.
Caratteristiche: vinificazione per alzata di cappello, nessuna filtrazione
Prezzo: 18/24 

Sarà l'etichetta curata e moderna, l'autorevole linea di questa Borgognotta scura o il ricordo dei precedenti millesimi assaggiati ma, ogni volta che trovo questo vino rosato, non posso fare altro che prenderne almeno una bottiglia.

Questa, in particolare, proviene all'edizione 2013 di Vini di Vignaioli. Ricordo che non era nemmeno in assaggio, eppure quando Francesca Sfondrini mi disse che aveva alcune bottiglie in vendita, non tentennai nemmeno un secondo e la comprai a scatola chiusa.

Undici mesi dopo, in una tiepida serata di ottobre, stappandola mi soffermo istintivamente sulla retro etichetta e vi leggo:

In vigna: esclusione totale di prodotti chimici.
Antiparassitari: zolfo e poltiglia bordolese. 
In cantina: vinificazione in legno in assenza di qualsiasi prodotto e tecnologia. Conservazione in legno con la sola eventuale aggiunta di solforosa in piccole dosi all'imbottigliamento. 
Produzione: circa 5300 bottiglie.

Nel calice, il colore ricorda più quello di un rosso scarico, che quello di un rosato. La spinta e l'intensità dei profumi è straordinaria, tra fiori e piccola frutta rossa tipo i lamponi. Si avvertono le spezie, una leggera affumicatura e un'imponente mentolata-balsamicità. Pulizia olfattiva e profumi in evoluzione, senza nessuna stonatura, solo tanta, tanta familiarità territoriale.

Il sorso è snello ma deciso, equilibrato e balsamico, con una marcata sapidità ed il gusto che riprende l'olfatto. lungo, saporito, intrigante, con un finire di capperi in salamoia. Se non fosse per il colore, avrebbe tutte le prerogative di un rosso di lieve struttura.

Un vino di assoluto carattere, che probabilmente si colloca tra i migliori rosati bevuti ultimamente. Che per assetto e dimensioni, pur rimanendo saldo ad una riconoscibile identità toscana, potrei paragonare al alcuni vini dell'Etna.

Un bell'esempio di vino della costa toscana che vorrei.

lunedì 14 aprile 2014

Jacob 2012, Vigneti delle Dolomiti IGT, Pranzegg

di Daniele Tincati


Ho assaggiato i vini di Matin Gojer grazie al mercato vini della FIVI a Piacenza un paio di anni fa.
Frequento da tempo l'Alto Adige, ma Pranzegg non lo conoscevo.
Stanno uscendo dall'anonimato alcune piccole e più o meno recenti realtà, animate da giovani viticoltori.
Una nouvelle vague sudtirolese che sta dando ossigeno ad una produzione stantia da anni.
Livello medio elevato, ma pur sempre di livello medio si tratta, a parte pochi casi.
Produzioni omologate di buona qualità, con qualche eccellenza, ma nessuno che si azzardi ad uscire dagli schemi.
Tutti che copiano tutti, sembra la parola d'ordine.
Ma qualcosa si muove.
Recentemente anche i vini di Patrick Uccelli di Tenuta Dornach mi hanno fatto un'ottima impressione.
Parlando del vino in questione, ci sarebbe qualcosa da dire sulla confezione.
Bottiglia pesante, fondo da Metodo Classico con la tacca (non ne comprendo il motivo), etichetta accattivante ed elegante tappo in vetro.
Confezione di un certo livello che alza sicuramente il prezzo del prodotto.
Il tappo in vetro però non mi convince fino in fondo.
Al contrario dello Stelvin, non mi sembra robusto come chiusura.
La paura è che, in caso di urto accidentale nella zona del tappo, ci possa essere una perdita di ermeticità.
Io ho comprato la bottiglia in un punto vendita di prodotti tipici a Merano.
Bottiglie in un cestone a portata di mano dei clienti.
Sarebbe bastato poco, come poco basta per aprire la bottiglia, una piccola leva con le dita.
Ma mi piacerebbe approfondire, se qualcuno ne sa di più....


Il vino sarebbe un rosato, ma si tratta di un rosso smascherato.
A prima vista si potrebbe scambiare per una Schiava.
Il colore è rosso rubino scarico, ma sono i riflessi violacei che tolgono i dubbi.
Si vede che comunque c'è una bella materia, il bicchiere è discretamente pesante.
Anche un bel numero di archetti veloci ma fitti segnano il vetro.
Naso rarefatto ma croccante di frutta rossa appena acerba.
Bella nota minerale di roccia, classica di alcuni vini altoatesini, che gli conferisce un fondo affumicato che mi piace parecchio.
C'è sempre anche qualcosa di vegetale, che arricchisce il profumo.
Proseguendo, fa capolino una leggera puntina acetica, appena percettibile al naso, ma non in bocca.
Non capisco se questa può essere riconducibile al tappo.
Purtroppo la bottiglia non arriva direttamente dal produttore, quindi non so nulla della conservazione nel mezzo tra Pranzegg e la mia cantina.
Assaggio caldo, come si diceva prima, più da rosso che rosato.
Avvolgente, con leggera percezione dolce dovuta probabilmente alla componente alcolo-glicerica.
Tannini leggerissimi, ma ci sono, finale soddisfacente, nel senso di soddisfazione generale.
Un bel vino, con la sua personalità, cosa ormai rara da quelle parti, che coniuga la bevibilità di una Schiava, con qualche sprazzo da Lagrein.
Pare più un rosato del centro Italia, stile Cerasuolo.
Bel jolly in tavola, uno di quei bicchieri che sta bene con tutto, forse anche col pesce.
Ma per stare sul tradizionale, con una bella merenda tipica tirolese.

venerdì 14 marzo 2014

Barrosu Rosato Lotto 05/07/2012, Giovanni Montisci

Di Niccolò Desenzani



Poi capita che una sera con amici a cena io decida di cucinare dei filetti di merluzzo con verdure in una preparazione delicata e molto bagnata, in modo da sposarsi con un basmati pilaf.
Siamo abituati a porci la domanda “rosso o bianco?” per prima e solo qualche volta arriva l’illuminazione di considerare il tertium non datur, il rosato.
Poi se c’è un pesce come questo, che comunque soupporta bene anche un vino di una certa struttura, ecco che il rosato sembra essere la scelta giusta. Così come un rosso leggero ma intenso (che so un Passetoutgrains (per fare il figo)) o un bianco-sicurezza tipo un Trebbiano di Pepe. Alla fine metto in frigo due bottiglie: il Trebbiano 2011 di Pepe e il Barrosu Rosato di Montisci. Come dire il classico e il freak.
E poi faccio scegliere all’ospite.
Il Barrosu devo dire che un po’ mi inqueta; è un vino tanto, a volte tendente al dolcino, insomma un grosso rischio. Epperò campeggia quel "N° 572 di 700 bottiglie" che mi attiva praticamente mezza corteccia cerebrale.
L’ospite sull’etichetta non ha dubbi, Pepe vince senza partita. Ma le mie due parole per metterlo in guardia dal freak e la sua conoscenza della parola sarda alla fine hanno la meglio.
È deciso e stappo.
Cardiopalma nel versare, shock: frizza, frizza il freak!
Per me è un’epifania, la soluzione totale. Il colore nel bicchiere è stupendo, rosso slavato fino al limite del rosa, il contorno di bolle ravviva ancor più e il profumo inebria. Il sorso è in perfetto disequilibrio, in movimento per aggiustarsi con l’aria e trovare la stabilità.
Cosa che farà nell’arco della sera, smagrendo il leggero abboccato e esplodendo in una quintessenza di cannonau, che ha quella caratteristica di nascondere un cuore leggiadro dietro a un corpo imponente.
Perfetto col cibo e ammaliante. Scrutavo i miei ospiti, non particolarmente appassionati di vino, e vedevo la ricerca del bicchiere. Il naso che tirava su.
Uno dei vini più emozionanti da tanto tempo.
E pensare che un paio di settimane fa ero rimasto molto perplesso dal Barrosu Riserva 2010.

Quando incontri un vino del genere ecco che i milioni di parole che si sprecano sul “naturale” vengono spazzate via da un sorso. Un vino così vitale da scegliere la propria strada in bottiglia, con un risultato così sorprendente, credo che non potrà mai provenire da una vinificazione “convenzionale”. 

giovedì 2 gennaio 2014

Vinudilice 2010, I Vigneri

di Niccolò Desenzani


Strutturalmente e spontaneamente metodo ancestrale. 
Messo in bottiglia ancora in gestazione, con residuo dolce, lo ritrovo dopo due anni asciugato e smagrito, con ancora un filo di carbonica, quasi autodosatosi.
Se è vero che l'analogia pinot-nerello etneo è un po' una bufala, in questa versione proto spumante da alicante, grecanico e minnella ritrovo di più quello che potrebbe essere uno champagne francese, seppur la carbonica sia ormai fievolissima. Integro nella totale cangianza, un esempio di quanto si possa comunicare messaggi gustativi forti per sottrazione, riduzione del contenuto. L'acidità gessosa fa il verso ai grandi champagne, con però un coté morbido e denso di profumi  che spinge eventualmente a pensare a un dosato, ma infine si trangugia su quasi ogni cibo con la velocità della bibita estiva, dandoti insieme pensiero e goduria. Peccato sia poco e costoso. Se no sarei già addicted.
Pare che la 2011 nasca ufficialmente Metodo Classico. Ogni tanto è il vino stesso che suggerisce all'enologo come trattarlo. La sensazione nel berlo è proprio che abbia deciso quasi autonomamente dove andare.
Rosato da una vigna a 1300 metri con alberelli antichi, fino a 200 anni, coltivati col mulo.

lunedì 18 novembre 2013

Rosato Amphora 2011, Puglia IGP, Guttarolo

di Niccolò Desenzani


Seconda bottiglia a distanza di poche settimane. La prima mi ha lasciato un po’ perplesso, quasi fosse ovattata e spenta e il potenziale rimasto tale.
Questa seconda è decisamente un’altra storia.
Memore della prima esperienza decido di girare la bottiglia e lasciare che le varie masse presenti si mischino. Con la prima avevo fatto il contrario e me ne ero pentito.

Il naso dentro, ho la percezione di un estratto della parte più sottile del primitivo. E che questo vino giochi un campionato OVNI, nella categoria rosati, torbidi.
Costruisce un senso attorno all'anfora, fatto di sentori calcarei, remoti richiami al frutto, pompelmo rosa, finezza eterea, speziature sottilissime. Un naso infine che potrebbe ricordare un vecchio nebbiolo. Per finezza soprattutto, ma è in divenire.

In bocca è pompelmo rosa e sale. Grande freschezza a tratti in perfetto equilibrio, con una vitale carbonica che arriva a notevole distanza dall'apertura, complice la scelta di degustare in abbassamento di temperatura. Mi sono accorto che spesso partendo dal vino quasi fresco per arrivare a quasi freddo si verifica più facilmente questo fenomeno.
Questa seconda bottiglia, sballottata tragicamente, in un andirivieni fra lo scaffale di casa, il frigo al mare e di nuovo verso il frigo di casa, ma aperta prima che si fosse nuovamente raffreddata, si scompone e ricompone nel bicchiere con piglio autorevole.
A tratti un vino enorme, a tratti decomposto.
Infine la grazia prevale e si fa largo la morbidezza in mezzo alla struttura finissima ed esplode in bocca in freschezza.

Ancor meglio il giorno successivo. In perfetto equilibrio corpo e sottigliezza, freschezza e sapore. Fantastici sentori di legno (ovviamente endogeni); naso come di miele e agrumi e di finissimo brodo e iodio e calcare. In bocca è pienezza e acidità fresca, leggera polverosità e un cenno di butano, presagito già al naso.

Funambolico.

lunedì 27 maggio 2013

Rosa dei venti 2010, Podere Cipolla di Denny Bini. Di Niccolò



Conosco i vini di Denny Bini da un po’ di anni.
Perché non è mai mancato a Laterratrema a Milano, che è la manifestazione che frequento da più tempo. All’inizio, si può dire che i Lambrusco non avessero ancora conquistato le luci della ribalta, ma un vignaiolo come Denny si notava, soprattutto, per questa precisione sia nel bicchiere, come nelle etichette, ma ancor più nella parcellizzazione delle vigne, ognuna alla base di un vino, quasi una microvinificazione, con l’indicazione del numero di ceppi, dei filari, del peso dell’uva e del numero di bottiglie ottenuto.
Poi i nomi.
A partire da Denny, che i primi anni immancabilmente usciva con la “a”, al “Podere Cipolla” nome simpatico e poi i nomi dei vini presi dalla nomenclatura nautica.
Vini dritti a volte quasi troppo.
Di grande freschezza. Ma anche molto intensi, a causa di quelle uve e forse dei terreni che si sa colorano il vino come inchiostro e hanno spesso densità non da poco. Ricordo la prima bevuta del Malbo Gentile in purezza Maestrale 315, che di gentile non aveva poi tanto… E il nome proprio forse un indizio lo dà.

Cosa mi spinge verso i rifermentati in bottiglia, oltre che la ovvia freschezza, il disimpegno, la dissetanza, e il mio amore per il torbido?

La vitalità.
Sotto il turbine di carbonica, fra il torbido dei lieviti più o meno sospesi si annida il segreto della vita nella bottiglia. L’arte di lasciare che le fermentazioni si svolgano nel vetro che porterà il liquido sulla tavola è arte sublime. Che sia una vera rifermentazione come in questi casi, o soltanto una coda di trasformazioni come la malolattica, se il vino è fatto ad arte, rimarrà uno spunto, uno slancio nel vino, che farà percepire vivente la materia al momento di berlo. Vita in equilibrio con sé stessa, ma a giudicare dalla digeribilità che contraddistingue i rifermentati buoni, anche con la flora batterica nostra. Se poi ci mettete alcolicità spesso moderate, ecco che ci avviciniamo a un ottimo nel rapporto benefici/alcool della bevanda bacchica.

Ma c’è un altro aspetto ammirabile del vino fermentato in bottiglia.
Esso sembra conservarsi meglio.
Più vivo e più conservabile sembra quasi un ossimoro, parlando di alimentazione.
E invece no, il rifermentato sfida gli anni senza il trucco della morte in bottiglia.
Si agita, sente le lune e le stagioni. Scalcia,esplode, si calma e si ritrae. Finché un giorno lo apri. E come un gatto di Schrödinger solo allora saprai in che stato si trova.
Quel che accade spesso è che invecchiano bene. Migliorano costantemente nei primi anni. E peccato che spesso, quasi sempre, vengano bevuti da neonati.

Per fortuna ho ritrovato questo rosato da uve Grasparossa, dimenticato su uno scaffale, con già quei due anni e mezzo sulle spalle. Un breve affinamento. Non certo un invecchiamento.
Ma il liquido ritrovato all’apertura era vivo e in movimento. Più maturo di quasi tutti gli assaggi che ricordavo di questa tipologia. La frutta croccante si accompagnava già a qualche refolo più etereo e la spigolosità della giovinezza era smussata. Così gli strati appena più complessi dell’uva cominciavano a emergere con un piccolo indizio tipico dei rosati, un leggero sbuffo di torrefazione e un cenno fine di caramello.
Avrei dovuto aspettare ancora, dice il suo creatore, ma anche così la bevuta è stata appagante e ho conosciuto un’altra sfumatura del miracolo dei rifermentati.

PS Ho poi bevuto una Malvasia dello stesso anno, anch’essa in stato di grazia. E infine una riflessione ancor più personale (come se le precedenti non bastassero): la dedica in etichetta e il fatto che proprio il rosato di casa Bini prenda il nome che racchiude in qualche modo il resto della produzione mi pare un bell’onore reso alla tipologia.
Evviva i rosati!

(e che smetta di piovere) 

domenica 5 maggio 2013

rosa evasione...nel senso letterale


Un post di Niccolò e un intervento di Hazel e Nic Marsèl sui rosati mi hanno fatto ripensare agli assaggi selvaggi fatti nelle catacombe di Sorgente del Vino.
Tutti i vini di cui accenno erano lì nell’emiciclo del braccio di massima sicurezza della prigione piacentina.
E ne sono fuggiti come Frank Morris.
Più forti delle costrizioni tettoniche, leggeri come farfalle.





Comincio dalla cella di rigore in cui era ridotta La Porta di Vertine.
Rosato 2012
Giacomo Mastretta dice che ha chiaro come non vuole che sia un rosato e questo mi pare un buon inizio e il vino fustiga subito i sensi edulcorati con una vinosità ruvida e già accenni terziari e una sensazione acido sapida che appaga e ammalia.
Fatto con sangiovese proveniente dalla zona del Chianti Storico
Goloso e “ignorante”(cit).




Courtesy by Cucchiaio d'Argento
Carcere duro, solamente stemperato dal tacco dieci (anche se non erano Louboutin e niente smalto rosso lacca ahimè), per Sara Carbone di Carbone Vini.
Rosa Carbone 2012
un vino un pochino più educato del precedente ma la trama tannica e la potenza dell’Aglianico del Vulture (vinificato praticamente in bianco ma già molto colorato) scalpita e abrade ma blandisce con lievi rotondità fruttose.
Intrigante e femminile (magari mi hanno turbato i tacco dieci, chissà).

foto di Andrea Della Casa




Celletta da raccomandato per Marco Rizzardi di Crocizia.
Che proponeva il suo Balòss 2011 un Pinot Nero in rosato con frizzi e lazzi.
Un vino “amoroso” seppur austero come tutti i suoi vini, soprattutto coraggioso perché ce ne vuole parecchio per proporre sua maestà Pinot nella versione da sete.
Dissetante ma understatement, insomma non da “spanizzi” (cit).









Piano nobile dell’emiciclo reclusivo invece per Mirco Mariotti e i suoi vini delle sabbie.
Fortana Surliè rosato un metodo classico con dodici mesi sulle fecce, non sboccato di trama acida e sferzate saline siderali e un sapore intenso e avvolgente figlio della leggerezza, riempie la bocca che immediatamente si svuota.






Folgorato sulla via verso l’evasione.

Kampai

Luigi alias  Frank Morris


Ps 
il prossimo anno cambierei prigione come luogo per la manifestazione!
E non mi dilungo sulle condizioni di sicurezza e agibilità dei luoghi.





venerdì 26 ottobre 2012

Rosato frizzante 2010, IGT Toscana, Colombaia. Di N. Desenzani


È fine, elegante, gourmand. Pulito di fruttini e quel tocco di montano che definisce subito la freschezza. Risponde in bocca ordinato, preciso, delizioso, abbastanza intenso e il sangiovese esibisce tutto il suo carattere super goloso. Quel tratto che nei rossi fermi abbisogna del contatto con l'aria per sprigionarsi. Qui è già esploso.
Una bollicina ammaliatrice, irresistibile, seduttiva.
Bolla chiantigiana, idea geniale!
Bono, bono, bono.

Bocca agrumica, medio acida, con amaro di bianco di scorza.
Un day after molto curioso dove si aggiunge una speziatura selvatica (che io ascrivo all’assenza di SO2 aggiunta) che insieme alle bolle funziona e intriga.
Sangiovese, malvasia nera, canaiolo, colorino. Metodo ancestrale, sboccatura 2012.


venerdì 11 novembre 2011

rosa_che_rosa_non_sei_Rosachespinenontemi

Maquè rosato 2010, Porta del Vento e altri vini rosa che rosa non sono.
cliccate per avere l’accompagnamento musicale alla lettura.



Negli ultimi tempi, negli ultimi giorni il vino rosato mi attira.
Sarà il colore così delicato e nobile che ricorda velluti e ciprie.
Sarà che il vignaiolo tenta con espedienti di forzare i grappoli blu a stingere ma con parsimonia e si percepisce questa ricerca, difficile, del compromesso tecnico.
Profumi, acidità, pochissimo tannino,  tinte in technicolor.
Un leggiadro fantasma.
Alla ricerca di una sua collocazione e di un suo carattere.
Ultimamente mi sono imbattuto in quattro rosati così lontani così vicini.
Il primo è il Chiulin dell Az. Agr. Balbiano da uve Freisa il più tecnico, giovane, fresco, profumato e fruttoso.
Il secondo è il Violet dell’Az. Agr. Guttarolo da uve primitivo che è rimasto in vasca cinque anni prima di essere imbottigliato, non era pronto mi diceva il vigneron ed è uscito adesso il millesimo 2005.
Incredibile nel colore carico rosa antico e nei profumi polverosi, appassiti e nella beva asciutta, secca, imponente.
Vino difficile, da non aprire con leggerezza, su una pizza, senza pensarci sù.
Buono?
Ci devo ancora pensare per adesso lo trovo fuori dal mio campo percettivo.
Il terzo che meriterebbe un post a parte è il Rosè d’un jour vdt, de la Ferme de la Sansonnière, Anjou (Loira).
Da uve Grolleau, senza solfiti aggiunti, color salmone intenso, profumatissimo, con residuo zuccherino importante (dai 20 ai 30 g/l).
Come recita in etichetta: una spremuta di uva.
Splendido da abbinare ai formaggi.
Attenzione dà dipendenza!
Il quarto arriva dalla Sicilia, da un produttore che mette a dura prova le sue uve e le nostre papille.
Marco Sferlazzo di Porta del Vento, oltranzista del non intervento in cantina.
Perricone vinificato in bianco (?!)
Evidentemente basta il fugace scivolare del mosto che strusciandosi sulle bucce nel torchio si colora con intensità.
Di un colore decadente, rosa polveroso.
Vino contadino, robusto, dai sapori quasi dimenticati e dai profumi ormai ignoti.
Sentori melogranati e agrumati ed echi di karkadè.
Nel bicchiere aleggiano come in un dagherrotipo le memorie di una campagna preindustriale.
Trazzere bianche e ciuchini.
Beva accellerata da una volatile non proprio marginale.
Secco e robusto.
Lo abbinerei al coniglio alla stimpirata.
Bonne degustation


Luigi