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lunedì 15 giugno 2015

Birra Montegioco, La Mummia 2011.


Ci sono birre a livello mondiale che sono ammantate da un'aura quasi mistica, birre perdute nel tempo, che hanno fatto la storia oppure che seguono dei percorsi produttivi particolari che le rendono uniche. La Mummia del birrificio Montegioco è una di queste. Nasce come esperimento di birra acida ad opera di Riccardo Franzosi, la base per il primo esperimento fu la Runa messa in botti che avevano ospitato la Creatina di Elisa Semino (Azienda Agricola La Colombera), ma sembrava che l'esperimento non riuscisse ad intraprendere la forma desiderata, così dopo ripetuti assaggi, la birra finì nel dimenticatoio. Fu proprio mastro Kuaska in una delle tante visite al birrificio a volerla tirare fuori dal limbo  in maniera quasi casuale dopo diverso tempo, finalmente la birra era pronta e il nome venne fuori spontaneamente, la Mummia era uscita da quella botte che era diventata un vero e proprio sepolcro , pronta a conquistare il mondo.
Da allora la ricetta è stata ritoccata e la birra  in bottiglia è diventata il prodotto dell' assemblaggio di diverse barrique (ex Barbera Bigolla di Walter Massa) contenenti Runa, Rat Weizen e Tibir. Nel bicchiere si presenta di un bel oro antico, la schiuma è bianca, fine e, sorprendentemente, persistente.
Al naso, si presenta molto fine ed elegante con fiori di campo, frutta a polpa bianca, agrumi e una nota speziata a cui fa eco il passaggio (prolungato) in botte che porta con sè aromi rustici, coperta di cavallo ed una nota lattica.
In bocca si presenta di corpo esile, l'attacco è caratterizzato dall'acidità lattica, limone a cui però si affiancano da subito sentori floreali, pepati e di fieno. Il finale è secco e leggermente astringente e ripropone la nota acida che regala al percorso gustativo un taglio molto rinfrescante e ne  facilita la beva. Il retrogusto è lungo e caratterizzato da una sensazione leggermente legnosa e fruttata.
Una birra eccezionale, di non semplicissima reperibilità, che proietta questo birrificio nell'olimpo delle birre di caratura mondiale, la cosa che colpisce immediatamente è la semplicità con cui si lascia bere nonostante una notevole complessità. Abbinamenti: pesce alla brace, pesce crudo, formaggi freschi oppure il vostro semplice godimento. (deLa)

lunedì 4 maggio 2015

La Chellerina (Birrificio La Piazza), This Is Torino. Baby.


"Correva l’anno 1865  
Centoquarantuno anni fa a Torino c’erano 114 birrerie ovvero posti dove la birra veniva prodotta e spillata. Il luogo simbolo in città era la «Boringhieri» - che sorgeva più o meno dove c’è piazza Adriano - e nei locali abbattuti nel 1961 nacque la moda di far servire la birra da avvenenti ragazze torinesi ma tutte rigorosamente bionde e, secondo la leggenda metropolitana dell’epoca, molto disponibili. Alla Boringhieri fu un successo e in città le chellerine divennero un esercito. Arrivarono a essere 670, avvenenti e prorompenti, roba da capogiro per i torinesi dell’epoca. Si racconta che le giovani provenissero soprattutto dal Borg del Fum o da Porta Pila e che più di un marito si sia preso una sbandata per loro. Per ogni colpo di testa maschile da qualche parte in città c’era una donna arrabbiata e alla fine in perfetto stile «Bocca di rosa» le signore si coalizzarono.  
 La gelosia di madame e madamine trovò una potente sponda nei giornali conservatori dell’epoca e partì una campagna contro quell’«armata di rovina-famiglie». Un movimento d’opinione che convinse la Camera Subalpina a porre fine a tutto. Un decreto stabilì la chiusura immediata delle birrerie che avevano al loro servizio personale femminile. Così ben 109 delle 114 birrerie torinesi chiusero i battenti. La prima sera dopo l’approvazione ne rimasero solo cinque, tutte rigorosamente con personale maschile, ma soprattutto semivuote. Era finita un’epoca."1
Come forse  avrete saputo bazzicando in giro per il web, questa ricetta storica è stata ripresa in mano dai migliori birrai della città e reinterpretata da Riccardo Miscioscia (Birrificio La Piazza), Maurizio Griva e Graziano Migliasso (Birrificio San Paolo), Mauro Mascarello (Birrificio Torino) e Renzo Losi (Black Barrels). Quella di cui parliamo ora è la versione di Riccardo per La Piazza,  nel bicchiere il colore è ambrato, lievemente opalescente, la schiuma si presenta cremosa e persistente. Al naso colpisce subito una nota biscottata e di tofee, accompagnato da un elegante presenza agrumata che vira verso il mandarino, si aggiungono poi la pesca ed una nota floreale (verbena). Con il passare del tempo emerge anche una leggera quanto piacevole nota balsamica che vira verso il mentolato, i luppoli  utilizzati sono tutti continentali di nuova generazione e accompagnano con discrezione la base maltata , tocca sottolineare il bel lavoro di cesello operato dal birraio.
In bocca la Chellerina ha un corpo medio e media carbonazione, l'attacco è morbido e abboccato, al biscottato si accompagnano note di frutta a polpa gialla ed agrumi. 
Il finale è persistente, caratterizzato da un amaro contenuto che vira sulla radice ed armonizza il tutto ottimamente. Birra semplice, elegante e dalla grande bevibilità, se è vero che la birra rispecchia il carattere del luogo da cui proviene, questa Chellerina rispecchia appieno il carattere elegante e leggero che si trova in alcune piazze della città.
1.Copyright "La Stampa"

lunedì 26 gennaio 2015

Lagunitas Imperial Red Ale. Rossa americana.

La Lagunitas Brewing Company è uno dei “micro” birrifici americani più esplosivi in termini di successo, aperto nel 1993, ha conosciuto una crescità ininterrotta sia in termini di fama che di capacità produttiva. Situata al sole della California (Petaluma) incarna in tutto e per tutto quelle che sono le peculiarità della craft beer americana con le sue interpretazioni iconoclaste delle tradizioni birraie mondiali.
Quella che ho in mano è un’edizione speciale in quanto trattasi della riedizione (limitata) della prima ricetta creata in birrificio ai tempi dell'apertura dello stesso. Trattasi di una Imperial Red Ale, quindi siamo su uno stile che “quasi” non è uno stile per di più portato nella dimensione "imperial" che rende tutto così squisitamente americano..
Nel bicchiere la birra si presenta di colore ambrato carico sovrastato da una bella schiuma bianca, fine e persistente. Il naso è da subito complesso ed esplosivo e  ci offre una base consistente di caramello e  tofee che va a costituire il palcoscenico per una sfilata di luppolo: aromi resinosi, balsamici, frutta rossa, mandarino e pompelmo, tutto molto ben dosato e pulitissimo.
In bocca il corpo è medio e media la carbonazione che alleggerisce la bevuta rendendo quasi impercettibili i 7.8% alc, anche in bocca il caramello è contrastato/accompagnato egregiamente dal fruttato esotico e dal resinoso che ci porta verso un finale persistente ed erbaceo.Una birra davvero ben costruita, facile da bere, nata per accompagnare i barbeque, va bevuta però freschissima (la mia arrivavava direttamente dallo spaccio del birrificio) altrimenti il rischio di trovarsi di fronte al luppolo evanescente sposterebbe l’equilibrio tutto sulla consistente base maltata, rendendo la bevuta pericolosamente stucchevole. [deLa]

martedì 23 dicembre 2014

West County Cider, mo' goodnes from the States


di Diego DeLa

Il sidro, questo sconosciuto.
Negli Stati Uniti la produzione e il consumo
massiccio di hard cider risale agli inizi dell'700, quando, sopratutto nel New England era considerato la bevanda del popolo e addirittura veniva servito ai bambini per colazione, poi accade qualcosa, attorno al 1840 la birra prese il suo posto nell'immaginario collettivo, probabilmente spinta dall'immigrazione di stampo germanico e dalla sete irlandese che portò con sè sia tecniche brassicole più raffinate che un "gusto differente".
 Il declino non si arrestò fino alla totale scomparsa   che ebbe il suo apice naturale con il proibizionismo e ancora oggi entrando in un bar americano le possibilità di trovare un sidro artigianale sono molto ridotte rispetto a quelle di trovarne uno industriale. Ad ogni modo, la grande rinascita della craft culture portata avanti dai birrai sta avendo delle ripercussioni positive anche in territori limitrofi infatti quest'anno al Salone del Gusto vi era un piccolo stand con tre produttori indipendenti e questo Cidermaker's Favorite è stato comprato proprio in quell'occasione.
Prodotto a Colrain, nel Massachusset dalla West County Winery, non ho trovato info utili sul web ( da buoni artigiani non hanno ancora dimestichezza col web, italiani docet) e dalla gradazione alcolica contenuta (4.5%) questo sidro si presenta nel bicchiere con un giallo paglierino brillante, evidentemente filtrato, non sono in grado di dirvi se sia stato anche pastorizzato e comunque non credo abbia rifermentato in bottiglia vista la totale assenza di tracce di lievito.
Al naso si presenta molto pulito e ben strutturato, spiccano gli aromi di mela, pera acerba, si sente l'aroma del picciolo e dei semi e sorpende per la presenza di fiori bianchi. In bocca la carbonazione  vivace accompagna un corpo di media consistenza, l'attacco è dolce e fruttato e  a cui da subito si aggiunge una lieve acidità ripulente che vira verso il citrico.

Il finale  secco,leggermente aspro e tendente al  rustico porta ad una bevibilità estrema davvero         appagante. Personalmente l'ho abbinato a un branzino al sale e devo dire che il sidro ha fatto il suo dovere ripulendo la grassezza del pesce e accompagnandone il gusto delicato senza sovrastarlo. Come si dice, avercene di sidro americano... [deLa]

mercoledì 17 dicembre 2014

Stille Nacht 2014. E' Natale.

di Diego DeLa


Tra i birrofili di tutto il mondo Natale arriva veramente quando, a inizio dicembre, viene messa in commercio la Stille Nacht. Stiamo parlando di una birra che in qualche modo fa stile a sé ed entra in concorrenza solo con le sue omonime di diverse annate.  Puntualmente, ogni anno, vengono organizzate degustazioni verticali di questo nettare supremo e in qualche modo noi tutti aspettiamo i primi resoconti degustativi di anno in anno, capita infatti che la Stille si presenti esplosiva sin da subito, altre volte sembra che il lavoro di Kris Herteleer non abbia portato i risultati sperati, salvo poi doversi ricredere diverso tempo dopo, con una birra che evolve incredibilmente in bottiglia.
Il tempo, ecco, il tempo è una questione fondamentale nell’approccio a questa birra. Innanzitutto si tratta di   un prodotto stagionale, legato indissolubilmente a questo periodo dell’anno e poi ci troviamo dinnanzi ad una delle birre  da invecchiamento per eccellenza per cui è doveroso accaparrarsene almeno qualche esemplare per vedere fin dove si espanderà la magia di questa fermentazione, cercando di coglierne i cambiamenti l’anno successivo e di indovinare il momento in cui ci sarà il picco qualitativo.
Per chi non conoscesse la casa dei birrai pazzi, la De Dolle brouwerji è situata ad Esen (Belgio), ed  il birraio viene considerato da molti esperti e guru del settore come una sorta di divinità dei processi fermentativi, effettivamente la qualità standard dei prodotti De Dolle è molto alta e l’alone di misticità legata al birrificio viene alimentata anche dal recupero del lievito Rodenbach originario, nel momento in cui la Palm smise di fornirlo ufficialmete a Kris e  la "leggenda" narra  di una coltivazione recuperata da qualche fusto non del tutto esaurito tornato in birrificio dai paesi del nord nel novembre 1999.
Tornando alla birra, nel bicchiere si presenta di un bel oro antico con riflessi aranciati, lievemente opalescente, spicca alla vista una schiuma fine, bianca e molto persistente.
Per quel che riguarda l’aroma ci si può davver sbizzarrire, in questa versione del 2014 pare che sia più facile elencare le cose che non si trovano rispetto a quelle che ci sono…una birra ricchissima, generosa nelle sue espressioni aromatiche. Si parte dalla frutta esotica per poi incorporare frutta candita, agrumi, big babol, mandorla,torrone, paglia,un tocco di banana, un lieve erbaceo, avvertibile anche una base biscottata a cui si aggiunge in maniera molto discreta un aroma etilico piacevolmente riscaldante. Con il tempo appaiono anche frutta rossa sotto spirito e uvetta, ma l'impressione è che davvero si possa andare avanti molto a lungo cercando continuamente elementi nuovi.
In bocca il corpo è medio alto e la carbonazione di media intensità, l’attacco è dolce e porta con sè tutte le sensazioni presenti al naso per cui miele, mandorla e frutta candita su tutto, il “miracolo” avviene quando si sovviene una discreta acidità portata dai lieviti che riesce a ripulire da tutta la dolcezza precedente ed invita inesorabilmente alla bevuta. Il finale è abbastanza secco, lunghissimo e ci dona sensazioni di mandorla, anice e una splendida buccia d’arancia. L’alcol (12%) è molto ben nascosto e rende la bevuta estremamente appagante e “pericolosa”.
Una grande  birra, da provare assolutamente, in accompagnamento col panettone oppure in solitaria lasciandosi rapire il cuore da momenti di pura magia.

giovedì 20 novembre 2014

Aecht Schlenkerla Rauchbier - Weizen

di Diego DeLa

Premessa: generalmente non apprezzo troppo le birre weizen o weiss che dir si voglia e ho la netta sensazione che tra i cosidetti “esperti” di birra la mia  sia una simil avversione condivisa da molti , ma trovandoci  dinnanzi ad una sorta di monumento della birra tedesca la voglia di provare è tanta.
Parlando della taverna Shlenkerla ci riferiamo ad un edificio la cui costruzione  risale al 1405 e che negli ultimi cento e più anni ha cementificato il rapporto tra la produzione brassicola e  la città arrivando ad identificare per molti appassionati  Bamberga con la Rauchbier ossia con birre caratteristiche di questa regione la cui base maltata è basata per la maggior parte su malto affumicato, in modo tradizionale, su legno di faggio. L’apporto dato da questa tecnica ha dato vita negli anni ad uno stile vero e proprio.
Quella di cui andremo a parlare oggi comunque, non è la classica rauch ma una particolare interpetazione fatta dal Brauerei Heller delle birre di frumento (weizen) tedesche, per cui oltre al malto di base vi è una buona percentuale di frumento (maltato e non affumicato) a far da base a queste birre.
Nel bicchiere la birra si presenta ambrata intensa, opalescente e sormontata da una schiuma ocra e persistente.
Al naso l’aroma esprime da subito la peculiare caratteristica delle rauchbier ossia sentori affumicati che ricordano moltissimo lo speck altoatesino, in questo caso però è meno ficcante rispetto ai classici esempi dello stile  e porta con sé anche una lieve nota di caramello che si amalgama bene con le sensazioni più tipiche delle birre di frumento, per cui ritroviamo  banana matura e chiodi di garofano, uniti in questo caso ad una lieve presenza legnosa.
In bocca il corpo è medio basso e caratterizzato da una carbonazione vivace.L'attacco è dolce, porta con sé note di miele e banana matura  che si sposa molto bene con una punta di fumo, il finale è abboccato e persistente virando molto sull’affumicato. Il luppolo in questo caso pare essere centellinato giusto per controbilanciare la dolcezza data dal malto.
Una birra schietta e sincera, come solo le birre tedesche sanno essere, certamente meno caratterizzata dall’affumicato rispetto alle classiche varianti  Urbock e Marzen e che fa dell’equilibrio il suo punto di forza. A tavola la porterei molto facilmente con cibi affumicati, ma potrebbe fare la sua parte anche su piatti di pesce azzurro e su fresche insalate.
Nota: Ringrazio i ragazzi  della pizzeria/focacceria  50 Teglie  di Torino per la disponibilità a condividere la bevuta con me e per l’ottimo lavoro divulgativo rispetto al cibo e alla birra che stanno conducendo. [deLa]

lunedì 20 ottobre 2014

Thornbridge Saint Petersburg, nera imperiale.

di Diego DeLa





Come spesso accade, con il volgere al termine della stagione estiva e i primi freddi che si presentano, rigorosamente accompagnati da nuvole e pioggia, l'occhio in cantina  cade sonnolento su qualcosa di meno brioso e più rassicurante. Ad un tratto mi trovo ad abbandonare i colori brillanti ed opalescenti delle birre che mi hanno accompagnato sotto il sole e, sempre più spesso, si affacciano dalla pinta  più tinte che vanno dall'ambrato al nero scuro, scurissimo. Probabilmente Caterina II di Russia, vivendo in lande non propriamente assolate la pensava come me, visto che ha finito per influenzare i birrifici anglosassoni da cui si faceva spedire la birra di cui era ghiotta. 

La Russian Imperial Stout nacque, infatti, come birra da esportazione  verso lassetata corte Russa, e fu precisamente il birrificio londinese Thrale, intorno al XVIII secolo a creare questa birria dal contenuto alcolico importante che sarebbe servito a mantenere l'integrità organolettica del prodotto fino al termine del lungo viaggio. Col tempo, il prefissio Russian venne progressivamente abbandonato, poi ripreso, poi abbandonato e così vìa, esattamente come lo stile fu approfondito e reinterpretato in maniera a volte estrema, celebri le colate di catrame liquido che ogni tanto arrivano dal nord Europa, ma quella che abbiamo quì è, invece, una sorta di personalizzazione ad opera di uno dei migliori birrifici della new wave inglese.
La ricetta originale fu stilata dai mastri birrai Stefano Cossi e Martin Dickie (quì trovate la ricetta, data direttamente dal birrificio ad un homebrewer che ne fece richiesta), nel bicchiere si presenta nera, impenetrabile, con la schiuma beige, fine e persistente, effetto cappucino.
Al naso colpisce per un ottimo aroma fruttato che vira verso il mandarino e  un leggero agrumato che si va a sposare benissimo con le note tostate di caffè e fave di cacao, mentre un leggero sentore minerale riporta il tutto in territorio inglese. L'aroma è finemente strutturato, pulito e molto elegante.
In bocca il  corpo è medio e la carbonazione vivace (anche troppo a dir il vero) e la birra si ripresenta un ottimo equilibrio tra un attacco leggermente agrumato ed un tostato, qui molto più presente, che ci porta dal caffè ad un finale, lungo e persistente caratterizzato dalla liquirizia. L'alcol è molto ben nascosto, sia al naso che in bocca.
Una birra dall'equilibrio e dalla pulizia impeccabile, senza troppi fronzoli, che riesce a mantenere viva la tradizione coniugandola con la modernità in maniera esemplare. L'abbinamento ce lo giochiamo semplice : torta Sacher e via.

venerdì 26 settembre 2014

A scuola di birre italiane con Diego DeLa Cuerva

di Vittorio Rusinà


Musica ad alto volume, cover di Ligabue, al Maglio, a Torino, a Birra Decc c'è il laboratorio sulle birre italiane tenuto da Diego DeLa Cuerva, amico del bar, home-brewer e divulgatore di conoscenze brassicole.
Io sto lì un'ora prima che apra, c'è già la fila davanti all'ingresso, fa caldo, ho sete.
Diego inizia a raffica:
Luppolo: imparo che è molto delicato, teme la luce e l'ossigeno
Malto: assaggio i chicchi di orzo maltati
Lievito: c'è anche il lievito liquido che però è più difficile da lavorare
Quando Diego parla delle birre a fermentazione spontanea mi sembra di sapere tutto e invece scopro che da Cantillon usano luppolo vecchio di 2/3 anni giusto per la conservazione non per il gusto anche se ci sono voci di uso di luppolo fresco negli ultimi tempi di grande produzione.



l'olfatto ah l'olfatto è importantissimo, poi c'è l'approccio visivo per cui imparo che il colore della birra non ha alcuna relazione con il grado alcolico (birra scura non è uguale a birra più alcolica).
La schiuma deve esserci, un bel cappello di schiuma protegge la birra.
La prima birra che degustiamo è una Blanche, una birra di frumento non maltato che dona una certa asprezza e acidità. E' la BiancaNeive di CitaBiunda, una birra rara da trovarsi al di fuori del birrificio con locale annesso di Neive (CN), combinazione è una birra che conosco e che amo. Una birra da bere a ettolitri (nel vino si usa il termine da bere a secchi). Il colore non è pallido come uno si aspetterebbe dal nome ma bello carico. Qui il lievito usato è quello dello champagne.
Il pubblico pari numero di donne e uomini (like) segue attento e intanto beve (viene concesso sempre il bis)


La seconda birra, ah la seconda meravigliosa birra, è una White Ipa di Bad Attitude, birrificio svizzero, creata in collaborazione con il mitico birrificio norvegese Nogne. Una birra non facile da fare, una vera chicca, da consumarsi in brevissimo tempo, una blanche declinata al luppolo della Nuova Zelanda. Profumi e sapori di mango, pompelmo, mandarino, qui il lievito rimane neutro, grande acidità e beva a mille. Strepitosa!




La terza birra è la Nut di Renzo Losi, una Apa American Pale Ale. Renzo dopo anni presso Panil, è venuto a Torino e ha creato Black Barrels continuando il lavoro con le botti.
Birra con un gran naso: miele, legno umido, buccia d'arancio amaro, frutta secca.
Avere a Torino un mastro birraio come Renzo è davvero una grande cosa.



Quarta birra la Nocturna di Kamun, una stout, birra scura, molto buona (adoro le birre nere). Profumi e sapori di legno di faggio bruciato, orzo tostato, caffè. Diego dice che è meglio spillarla a pompa ed è perfetta abbinata con i fichi d'India.
Alla fine il miglior commento alla serata è di una signora che dice: "Finalmente ho capito qualcosa della birra!".
Quello della birra artigianale in Italia è un mondo da esplorare, un mondo relativamente giovane e con grandi margini di miglioramento (penso ad esempio alla qualità delle materie prime, dove sul tema biologico siamo ancora ai primi passi).
Una mia personale nota dedicata ai ristoratori italiani: è ora di abbandonare la birra industriale in favore della birra artigianale! Vedere locali di tendenza eno-gastronomica con spine di birre industriali fa male al cuore.
Grazie Diego per aver condiviso la tua conoscenza.

mercoledì 17 settembre 2014

Bad Attitude/Nøgne Ø White IPA, l'ibrido che non ti aspetti.


di Diego DeLa



Di questa  birra avrei dovuto parlare almeno un mese fa, ma siccome l’estate 2014 è stata  molto blanda e pare sempre in procinto di iniziare a fare sul serio (attenti che arriva ottobre...) ci prendiamo una piccola libertà spazio-temporale e facciamo finta di essere pronti per andare in vacanza a gioire dei 40 gradi all’ombra, con un disperato bisogno di sollievo dalla calura.
Eccoci allora a parlare di una birra nata dalla collaborazione tra il birrificio ticinese Bad Attitude e i norvegesi della  Nøgne Ø, lo stile di riferimento è una delle ultimissime mode /evoluzioni/ sottogeneri della India Pale Ale ossia quel White IPA nato nel 2010 con l’intenzione di unire le peculiarità delle Wit/Blanche belghe (per cui utilizzo di una buona percentuale di frumento non maltato e spezie) alla potenza espressiva luppolata delle classiche IPA americane. Se poi questo sottogenere vada  quasi a sovrapporsi al ben meno noto mondo delle Wheat  Ales americane poco importa, nel vorticoso mondo birrario contemporaneo tutto viene macerato e digerito alla continua ricerca della next big thing e i discorsi da intraprendere sarebbero molteplici riguardo all'opportunità di queste continue proposte che sembrano albergare più nel terreno del marketing che in quello della ricerca brassicola vera e propria.
Comunque, al di là di queste elucubrazioni, andiamo spediti verso quello che più ci interessa: nel bicchiere  il colore è dorato, decisamente opalescente per l’utilizzo del frumento e la schiuma si mostra generosa, bianca e persistente.
Gli aromi al naso sono esplosivi  con un accento marcato deliberatamante sugli agrumi e la  frutta esotica, avocado e mandarino su tutti, dopodichè emerge anche una speziatura elegante a base di Curaçao e sali da bagno (coriandolo).
In bocca il corpo è esile e la carbonazione media, anche qui l’esplosione fruttata la fa da padrone  appena controbilanciata da una leggerà acidità che  rende la bevuta seriale; l’alcol (6.2%) non si percepisce affatto e  il finale conclude l’opera con un amaro agrumato, secco e  persistente davvero invitante.
Una birra semplicissima che fa leva su un naso straordinariamente fresco, da bere in quantità  e adattissima ad accompagnare carni bianche, insalate e frutti di mare, a condizione però di essere bevuta giovanissima, e qui mi associo alla richiesta di mettere in etichetta la data di imbottigliamento avanzata più volte sull'ottimo blog "Una birra al Giorno", in quanto la fragranza del luppolo tende a spegnersi velocemente in bottiglia e anche la presenza di una discreta percentuale di frumento rende questa birra non particolarmente stabile nel tempo.

venerdì 12 settembre 2014

Cantillon Rosè de Gambrinus, tutta l'eleganza del lampone.


di De La


Rieccoci nella nostro piccolo viaggio  nel mondo  delle fermentazioni spontanee a fare i conti con il birrificio per eccellenza, quel Cantillon che da qualche tempo sta raggiungendo un livello di notorietà notevole e che, ahinoi, sta spingendo i prezzi di questo particolare stile di birra sempre più in alto.
 La framboise, di cui ci occupiamo oggi è la “sorella minore” in termine di notorietà della kriek e mentre in quest’ultima  si usa macerare le ciliegie griotte nel lambic, la framboise viene fatta utilizzando  i lamponi, per la precisione 200 grammi per ogni litro.
  Il birrificio di Bruxelles è uno dei pochi produttori mondiali di questo tipo di birra la cui storia vede uno stop produttivo attorno dal 1930 per poi riprendere nel 1973, quando un amico del mitico Jean Van Roy si presenta in birrificio con 150 kg di lamponi e il birraio si lascia tentare, riprendendo la produzione di uno stile che a quel tempo era dominato per lo più da birre dolci a cui veniva aggiunto dello sciroppo alla frutta. Quindi vediamo, ancora una volta, il birrificio Cantillon ergersi orgogliosamente a paladino della difesa delle tradizioni e dei gusti originari.
 La birra verrà chiamata Rosè (per il colore) de Gambrinus ( in onore al patrono della birra) e nel 1986 verrà identificata con una delle etichette più iconiche della storia brassicola a firma di Raymond Coumans.
 Nel bicchiere il colore è di un meraviglioso rosso brillante, la schiuma ocra, fine e poco persistente.
 La birra è giovane, imbottigliata il 20 Novembre 2013, al naso l’aroma è elegantissimo , seducente e ,prevedibilmente, il fruttato dei lamponi  tende a coprire gli off flavours tipici del lambic, anche se un tocco di legno umido e un leggero mentolato fanno capolino,con il salire della temperatura si presentano anche deliziose note di fragola.
 Il bocca il corpo è medio/basso e la carbonazione media, il gusto vira sul lampone con una bella acidità citrica a fare da contrappeso, vi è anche  una certa astringenza che ci conduce verso un finale secco, fruttato e persistente, a tratti pare addirittura sapido. Anche qui, con l’inalzarsi della temperatura (sono partito attorno ai sei gradi) emergono note di rosa e leggermente agrumate.
 Una birra decisamente votata all’estate, ottima come aperitivo o pausa rinfrescante, caratterizzata dal basso contenuto alcolico (5%), è probabilmente la birra più accessibile in casa Cantillon e riesce a coniugare perfettamente eleganza al classico tocco ruspante per cui il birrifico è famoso. Se preferite, potete lasciarla in cantina ad invecchiare per qualche tempo, in tal modo la parte fruttata lascerà un pò di spazio alle sensazioni più rustiche, oppure potreste stapparne una bottiglia ogni tot, alla ricerca dell'equilibrio perfetto. [deLa]

lunedì 21 luglio 2014

Extraomnes/Stillwater Migdal Bavel, una saison italiana.


di Diego DeLa




Nasce dalla collaborazione tra l’italianissima Extraomnes, di cui abbiamo già parlato diverse volte su questo blog, e l’americana Stillwater. I due birrai si incontrarono sulla mitica crociera Un mare di Birra e scoprendosi entrambi grandi cultori delle saisons belghe, decisero di unire le forze in questa collaboration brew, chiamata poi Torre di Babele (probabilmente riferito alle difficoltà iniziali di interazione linguistica tra i due) e denominata in etichetta Italian Saison Ale.
 C’è da sottolineare quanto Brian Strumke, birraio di Stillwater sia ferrato nell’utilizzo delle spezie in sala di cottura ed in questo caso, suggerì a Schigi (EO) di cercare il giusto mix, identificato poi con  la mirra e pepe di Sichuan, e di utilizzarlo poco prima del raffreddamento del mosto, e non in bollitura come molti fanno. Il risultato è una birra in cui la caratterizzazione del lievito saison viaggia a braccetto con le spezie.
Nel bicchiere la birra si presenta di un bel dorato carico, appena opalescente, la schiuma è bianchissima, pannosa e persistente.
Il naso è tutto un caleidoscopio di aromi con un attacco molto delicato di miele e fiori bianchi, poi arrivano le spezie con  sentori di zenzero, mirra, una buona presenza di mandarino, lime e la ficcante presenza di note pepate e rustiche. L’aroma è molto pulito e accattivante.
In bocca il corpo è esile, cosa che ne favorisce enormente la beva e la carbonazione media, anche qui ritroviamo un attacco maltato e poi si vira verso il lime, pompelmo e lo speziato pungente.
Come da copione una leggera acidità ripulisce il tutto ed invita alla bevuta seriale preceannunciando  un finale è molto secco ed erbaceo. 
Una birra motlo equilibrata in tutte le sue componenti, rinfrescante ed appagante, da buona saison la porterei in tavola senza remore e, vista la particolare speziatura, la abbinerei con del pesce al cartoccio, con carni bianche e con formaggi erborinati. Se siete temerari, accostateci una pasta e fagioli.  [deLa]

lunedì 7 luglio 2014

Vin 'd Pum, il ritorno del tempo delle mele

di De La


Premessa, sono del tutto nuovo al mondo del sidro, prendete le seguenti note degustative con le pinze e perdonatemi gli eventuali errori.
Trovai questo sidro alla fiera delle mele di Cavour del 2013, trovo estremamente affascinante questo piccolo mondo dei produttori piemontesi che si rifanno a un' epoca in cui il “sidro partiva dal Piemonte per raggiungere il nord Europa” e qualche tempo fa scrissi anche sul mio blog di un altro sidro piemontese di qualità. Per quello che riguarda questo Vin ‘d Pum e la sua storia vengono ben descritti dal sito Appy Food: “Glanni ’50 nell’occidente piemontese era particolarmente diffusa la produzione di un fermentato di mele, tradizionalmente denominato “Vin ‘d Pum”. Il prodotto veniva ottenuto mediante frantumazione delle mele di scarto e successiva spremitura in torchio ; il mosto di mele così ottenuto veniva unito alle vinacce del vino appena spillato e compieva quindi la fermentazione alcolica. Il “vin ‘d Pum” otteneva pertanto la tipica colorazione rossa dovuta alla presenza di vinaccia nella fase di fermentazione. Si otteneva un prodotto di bassa gradazione alcolica, intorno ai 6-7 gradi, con lieve residuo zuccherino che, con i primi caldi della primavera, conferiva al prodotto il tipico carattere leggermente frizzante. Molto diffusi erano anche i trasformatori artigianali che si occupavano della frantumazione delle mele per conto di commercianti vinicoli torinesi, cuneesi e astigiani i quali poi provvedevano alla fermentazione ed al taglio con il vino. Dal dopoguerra la produzione del “Vin ‘d Pum” è stata progressivamente abbandonata, sia per il mutamento delle consuetudini alimentari, ma soprattutto per via di norme apparentemente mai abrogate, che vietavano la produzione di fermentati di frutta con grado alcolico sotto il limite minimo previsto per il vino" (1). Questo sidro è realizzato dalla Scuola Malva Arnaldi,di BIBIANA in via sperimentale.
Nel bicchiere colpisce subito per il colore aranciato brillante, la schiuma è ocra,molto grezza ed estremamente evanescente. Al naso il fruttato trionfa con la presenza di mela cotogna e di pera   in seconda battuta di avverte il picciolo e il seme del frutto a cui si aggiunge un tocco di legno umido e di terra. Col tempo e l’alzarsi della temperatura di servizio si avverte anche un lieve sentore di metano.
In bocca il corpo è medio-basso, la carbonazione quasi del tutto assente e il sidro punta quasi tutto  su gusto di mela con una punta di ribes e di frutta rossa che vanno ad accompagnare una piacevole e moderata acidità. Il finale è secco e persistente, ma presenta una certa astringenza che alla lunga diventa un po’ fastidiosa.La gradazione alcolica di 8 gradi è decisamente nascosta.
Un sidro da bere, come consigliato in etichetta, attorno ai 5 gradi centigradi, rinfrescante e che porta con sé tutto il fascino della tradizione, ottimo come aperitivo, per gli appassionati di vino, il suo utilizzo a tavola potrebbe riempire la nicchia dei Rosè. [dLc]

venerdì 27 giugno 2014

Brett is the Nu Hop(e)s # 2: Crooked Stave Hop Savant



Arriva da Denver, Colorado, la seconda birra dedicata ai ”brettamici del bar” di cui voglio parlare, trattasi di una Pale ale fermentata al 100% dai brettanomyces in enormi botti di quercia (foeders) dalla  Crooked Stave, birrificio conosciuto più che altro per la loro cantina ed il processo di invecchiamento delle birre, un breve sguardo al loro sito e capirete in un attimo di cosa sto parlando.
La Hop Savant si preannuncia, già dal nome in etichetta,  ricca di contributi dati dal luppolo, in questo caso Citra, Mosaic e Simcoe a cui si aggiunge un generoso contributo in dry hopping (luppolatura a freddo) diverso per ogni batch  che dà la sferzata finale all’aroma.
Nel bicchiere si presenta con un bel colore dorato, leggermente opalescente. La schiuma è bianca, fine e persistente.
 La componente aromatica è quantomai variegata  presentando dapprima  sentori di cereali e miele, dopodiché si vira sulla delicata presenza di fiori di campo.  Una nota agrumata e pepata prepara, poi,  il campo al contributo dato dal bretta che ha prodotto i tipici sentori leggermente stallatici, uniti ad una  consistente presenza citrica (lemony) e ad un tocco affumicato. La convivenza/lotta tra  dei luppoli così esplosivi e la presenza di lieviti selvaggi ha portato ad un caledoscopio di aromi molto ben delineati e decisamente accattivanti.
In bocca il corpo è abbastanza sfuggente, la carbonazione  media  e la birra si mostra decisamente meno complessa rispetto alle qualità aromatiche, ma ciò non è un male, anzi.
 Il gusto vira quasi totalmente  verso il fruttato esotico, il  pompelmo e il citrico, la nota acida data dal bretta è molto contenuta e rende la birra estremamente rinfrescante, il finale è molto secco, vegetale e persistente.
Una birra davvero ben costruita e dall’evoluzione interessante, se volete portarla a tavola consideratene la componente luppolata e la leggera acidità che comunque non si scontra con un amaro abbastanza importante, io la vedrei bene su delle verdure grigliate,  fritture e cibi speziati in genere. [deLa]



mercoledì 18 giugno 2014

Brett is the Nu Hop(e)s #1 : Prairie Artisan Ales Funky Galaxy

di Diego DeLa


Parlando di questa Funky Galaxy, andiamo a toccare almeno due punti caldi nel mondo della birra artigianale contemporaneo. In primis ci troviamo dinnanzi a due fratelli dell’ Oklahoma che si definiscono gypsy brewers, ossia di birrai che non possiedono direttamente l’impianto di produzione ma si affidano a birrifici esistenti per la realizzazione materiale della birra, mentre loro lavorano solo sulla sulla stesura  della ricetta e sull’affinamento della birra prodotta contoterzi. Questo è un tema abbastanza scottante da quando, nell'ultimo mese, diversi produttori belgi ( ma anche italiani) hanno preso le distanze in maniera abbastanza dura da questo modus operandi che sta prendendo piede sempre di più a livello globale .
In secondo luogo, parliamo di quello che sta diventando il nuovo trend nel mondo della craft beer americana ( e quindi presto lo diventerà anche da noi) ossia l’utilizzo di brettanomyces ed altri lieviti “non convenzionali” nella fermentazione delle birre prodotte  (da qui il titolo di questa mini-rubrica).

La Funky Galaxy viene definita  Dark Farmhouse Ale, ci troviamo, quindi, nel campo delle birre d’ispirazione belga appartenenti alla famiglia (allargata) delle Saisons e viene rifermentata in bottiglia con due ceppi di bretta ed uno di lievito da vino.
Nel bicchiere il colore è marrone molto intenso, la schiuma è beige, finissima e molto persistente. Da un punto di vista visivo il bicchiere si presenta davvero bene.
Al naso si fa sentire subito l’apporto dei lieviti selvaggi con una predominanza di coperta di cavallo, muffa e sentori stantii, in breve però, la birra prende aria e gli aromi si aprono maggiormente rivelando la presenza di fieno, frutta esotica (molto) matura, uva spina a cui si aggiunge un tocco pepato ed un bel accenno tostato.

In bocca il corpo è esile, la carbonazione medio bassa e vi è un interessante gioco tra un fruttato esotico molto maturo dato dal luppolo galaxy, una nota decisa tostata ed un’acidità che pare radicata più nell'utilizzo di malti tostati in ricetta che al lavoro dei lieviti. Il tutto è ben strutturato ma alla lunga risulta stancante pregiudicandone la facilità di beva che in questo stile dovrebbe essere fondamentale, inoltre la presenza degli  8 gradi alcolici non aiuta.
Il finale è abbastanza secco e la persistenza vira su una sensazione salmastra.
Personalmente  la reputo una birra interessante, da provare almeno una volta, ma  che mostra il fianco alle critiche nel voler essere a tutti i costi una birra roboante, ricca di frutta, ricca di off flavous e ricca di tostature, in alcuni casi il detto "Less is more" calza a pennello.
[dLc]

mercoledì 11 giugno 2014

Una birra per l’estate : Saison Dupont

di Diego deLa  



Con il caldo ormai arrivato, è giunto il momento di sbizzarrirsi in bevute all’insegna della leggerezza e della freschezza d’animo. Partiamo con una tipologia classica ossia le Saisons,  birretradizionali della Vallonia (Belgio), infatti è proprio nei dintorni di Heinaut dove i lavoratori stagionali erano soliti dissetarsi nelle lunghe giornate di lavoro nei campi con queste birre dal contenuto alcolico moderato. La loro razione giornaliera era, di diritto, di cinque litri, considerate però che l'acqua per dissetarsi era scarsa in estate e questa birre erano ampiamente sotto la gradazione media delle altre birre belghe.

La produzione di questa tipologia di birre rappresenta una tradizione molto radicata nella zona, si pensi solo che chi non aveva gli strumenti per birrificare si faceva ospitare o affittava l’attrezzatura dai vicini di fattoria e le Saisons venivamo preparate in inverno con il materiale disponibile in fattoria, la base di malto e cereali tendeva a variare con gli anni e gli andamenti dei raccolti.  Il lievito utilizzato era, ed è, un ceppo particolarmente caratterizzante e dalle capacità di attenuazione incredibili (l’attenuazione  riguarda la capacità del lievito di fermentare gli zuccheri presenti nel mosto e nel caso dei lieviti saison non di rado si supera il 90%).

Questa di cui stiamo parlando è l’interpetazione  di casa Dupont, ed  è diventata negli anni  il metro di paragone  per questo stile che nel frattempo è stato codificato, per rimanendo uno stile aperto alle più disparate interpretazioni, basti vedere l’invasioni di Saisons/Farmhouse Ales americane che vanno in botte e fanno uso di lieviti selvaggi oppure che utilizzano cereali e ingredienti inusuali.

Nel bicchiere il colore è dorato, tendente all’aranciato, la schiuma è bianca, fine e molto persistente.

Al naso è tutto un caleidoscopio di aromi, vi è un attacco di miele millefiori, polpa di pesca, un bel aggrumato, fiori bianchi e il tocco magico del lievito che riesce a donare sentori rustici, legnosi, di cantina e pepati.

In bocca, la musica non cambia, il corpo è esile, la carbonazione medio-alta; aggrumato, speziato e pepato accompagnati da  un leggero tocco acidulo rendono la bevuta deliziosa e rinfrescante. Il finale vira sull’erbaceo da luppolo ed è secchissimo invitando alla beva.

Un capolavoro di bevibilità ed equilibrio, birra che rifermenta ed evolve in bottiglia, semplice e nobile allo stesso tempo, un classico imbattibilie.
Molto volubile nell'abbinamento, la consiglierei in abbinamento con formaggi stagionati, caprini, carni bianche e, per chì ama sperimentare, legumi.

[deLa]

martedì 8 aprile 2014

Extraomnes Donker, il caffè nella birra

di Diego deLa.



Partendo dalla denominazione in etichetta, ci troviamo dinnanzi ad una

Imperial Cofee Stout.  Le Imperial (Russian) Stout sono birre che
storicamente vennero create nel mondo anglosassone per essere
esportate nella Russia di Caterina II che ne era particolarmente
ghiotta. Per sopportare i fasti del viaggio queste birre erano
caratterizzate da un grado alcolico particolarmente elevato per gli
standard delle stout e l'utilizzo dei malti torrefatti crebbe in
maniera esponenziale, l'aggiunta di caffè nella produzione, poi, fa
parte di una solida quanto efficace digressione abbastanza radicata
nella cultura anglosassone e non solo, altre variazioni comprendono
l'utilizzo di lattosio (milk stout), cioccolata (chocolate stout) e
ostriche (oyster stout).

Il fatto che il birrificio Extraomnes faccia parte del gruppo El Mundo
(importazione e torrefazione caffè dal  1967) fa si che la creazione
di questa Donker fosse quantomeno logica se non scontata.

Nel bicchiere la birra si presenta con un invitante color mogano dai
riflessi rubino, la schiuma, beige, è fine, compatta e persistente.

Al naso l'attacco è chiaramente dominato da sensazioni torrefatte con
caffè appena macinato e moka, a cui si aggiunge subito una particolare
nota terrosa/polverosa che col passare del tempo tende a virare verso
una sensazione "rustica" probabilmente donata dal lievito. Emergono
poi note di mirtillo e prugna, completa il bouquet olfattivo una
leggera sensazione alcolica.

In bocca il corpo è ben presente, sensazione avvalorata da una
carbonazione medio bassa ed il gusto vira su caffè, liquirizia e
cacao amaro contrappuntato da  una nota affumicata e terrosa. Il
finale è secco , molto persistente e porta con sé un'ottima sensazione
di warming.

Una birra al contempo elegante e rustica,  che vira molto verso il
Belgio in quanto ad interpretazione dello stile, fate attenzione però
: l'alcol è nascosto molto bene ed è facile "farsi coinvolgere" senza
rendersene conto.
Magie di Schigi.

[de:La]

domenica 30 marzo 2014

Open Baladin Torino

di Vittorio Rusinà


Per tutti è Dieghino, nessuno bravo come lui a spillare birre, e parliamo di 38 spine, 4 pompe e innumerevoli bottiglie, dietro il mega bancone di Open Baladin Torino, un paradiso da me lungamente sognato.
Aperto da pochi giorni, Open ha tutta l'allure di un locale internazionale, starebbe benissimo a New York, a Shangai, a Parigi e invece sta qui in piazza Valdo Fusi, dowtown di Torino.
Centinaia di persone ogni sera, dentro e fuori, tanti bicchieri e tanta convivialità. Il cibo c'è ma qui diventa accessorio, qui è il regno della birra, del bere. Ah come vorrei ci fosse un posto così per il vino.
Trovare alla spina la BeerBrugna di Loverbeer o la Perle ai Porci di Birra del Borgo non è cosa da tutti i giorni e riempe il cuore di gioia così come assaggiare le meravigliose Xyaugù nelle declinazioni Madeira, Barrel e Fumè. E il fascino indiscreto delle black? La Nigredo di Birrificio Italiano e la Bran di Montegioco, sorprendenti.
Una grazie a Teo Musso per questo "regalo" a Torino e una richiesta a gran voce "Lambic!"

Era quasi notte fonda, era giovedì 27 marzo, ero con Luigi Fracchia e Diego DeLa Cuerva il maestro delle birre di #gliamicidelbar che ci ha guidato in una folle e magica degustazione
Consigli: il bancone è la meta agognata, una volta raggiunto non mollatelo, resistete!
Open apre alle h.18.








martedì 21 gennaio 2014

TRAQUAIR House Ale, la reale di Scozia

di Diego deLa



Il birrificio che produce questa House Ale è situato all’interno di uno splendido castello scozzese, visitabile in estate, che è stato residenza estiva per i reali di Scozia ai tempi di Maria Stuarda e si dice che sia il più antico maniero abitato in modo continuativo di tutta la regione.  
L’attrezzatura originale e le vasche di fermentazione del birrificio annesso al castello vennero   utilizzate per la produzione brassicola volta al consumo domestico per tutto il diciottesimo secolo, caddero poi in disuso a metà ottocento, ma nel 1965  Peter Maxwell Stuart, ventesimo Laird of Traquair decise di riprendere l'attività, modernizzando il processo produttivo.  Attualmente la Traquair produce solo tre tipi di birra in modo stabile.
Questa House ale risulta piuttosto semplice da trovare anche dalle nostre parti, l’aspetto, invitante e sontuoso,  è ambrato carico, con riflessi rubino; la schiuma si presenta fine, ocra e persistente.
Al naso si percepiscono nettamente note di miele di castagno, caramello, frutta secca e  fave di cacao a cui fa capolino, col passare del tempo, una nota legnosa e di rabarbaro. L'aroma è ben strutturato ed  elegante ed invita a una degustazione puntuale e rilassata.
In bocca il corpo è medio e la carbonazione lieve, al gusto di distinguono nettamente note di cola, fave di cacao e frutta secca, contappuntata da una leggera acidità abbastanza tipica in queste birre dai sapori tostati.
Il finale è rotondo ed offre una bella sensazione di persistenza caratterizzata da cacao amaro e liquirizia  accompagnata da una piacevole sensazione di warming che rivela il grado alcolico (7.2%).
Questa "birra di casa" di decisa qualità  gioca molto sull’equilibrio tra la dolcezza maltata e l’amaro torrefatto, rotonda, rincuorante e consolatoria nelle fredde nottate invernali.
La consiglio in abbinamento con dolci al cacao, selvaggina oppure, per contrasto,la vedrei bene su sapori agrumati. [deLa]

giovedì 12 dicembre 2013

Il natale in casa Birra parte 1°

di Diego deLa





Il natale è particolarmente sentito nel mondo dedicato alla birra , questo è un periodo in cui  stagionalità e la tradizione tendono a prendere il sopravvento sulle mode dilaganti  e quindi colgo l’occasione delle feste imminenti per  una serie di descrizioni/consigli sulle birre natalizie a me più care.
Partiamo da uno dei capisaldi del settore  andando in Vallonia (Belgio)  dove troviamo  la Brasserie Dupont, che  oltre a produrre la Saison di casa, unanimamente considerata esemplare di riferimento per lo stile, produce anche  la “Avec les Bons Voeux” birra che negli anni settanta era riservata esclusivamente ai migliori clienti del birrificio con relative liste d’attesa.

 L’etichetta recita letteralmente “Con i migliori auguri della Brasserie Dupont” ma il successo e la richiesta per questa specialitè fù tale che al birrificio decisero di cominciare a produrla stabilmente, nel bicchiere si presenta di colore  dorato carico, leggermente opalescente e con un bel cappello di schiuma bianca, fine e persistente.
Il naso rivela tutta la storia e la  tradizione del birrificio con un attacco mielato, sentori di cereali, una nota dolce che richiama i canditi ed una speziatura davvero interessante che coinvolge il degustatore riportando alla mente cardamomo, anice, pepe. Si avverte poi un leggero tocco agrumato e, per terminare, lievi sentori terrosi.
In bocca  il corpo è medio e la carbonazione vivace, anche qui ritroviamo miele e poi la speziatura tipica in stile saison, il finare è secco e porta con sè una bella persistenza vegetale.

Una birra natalizia sui generis, distante mille miglia dalle produzioni scure, maltate e ricche di spezie che la tradizione prevede (e di cui parleremo), in questo caso ci troviamo di fronte ad una super saison molto caratteristica e complessa che riesce a offrire elegantemente una gradazione alcolica di tutto rispetto (9.5 %) senza appesantire la beva. 
Consiglio di metterne un paio da parte, questo tipo di birre solitamente mostrano un’evoluzione del gusto davvero interessante nel tempo.

venerdì 22 novembre 2013

XX Bitter De Ranke. L’amaro del Belgio

 di Diego deLa



































La storia della Brouwerij De Ranke inizia in un garage della Vallonia dove due appassionati e un po’ temerari homebrewers, al secolo Nino Bacelle e Guido Devos, creano (nel week end) la birra più amara del Belgio. In un certo senso i due amici sfidarono un po’ la sorte introducendo un elemento alquanto alieno alla grandissima tradizione brassicola che contraddistingue le produzioni belghe, ma a quanto sembra, imbroccarono la strada giusta visto che questa birra ha dato il via ad una sorta di filosofia produttiva nazionale caratterizzata dall’abbondante utilizzo del luppolo.
Nel bicchiere questa XX Bitter si presenta con un bel colore dorato lievemente velato, la schiuma è pannosa, bianca e molto persistente. 
Il naso rivela l’utilizzo di malto pils con un ottimo attacco caratterizzato dal mielato ed esprime una fragranza che ci riporta alla camomilla, si apre poi verso un floreale molto delicato che richiama la lavanda e i fiori di campo, in seguito accenni di  crosta di pane e la nota erbacea data da luppoli nobili (hallertau e brewers gold, rigorosamente in fiore, in questo caso), con l’alzarsi della temperatura di servizio si presenta anche una sensazione olfattiva agrumata.
In bocca il corpo è medio così come lo è la carbonazione; anche qui l’attacco è caratterizzato dal miele a cui fa capolino la "belgitudine" con la classica speziatura data dal lievito ed una nota tendente al rustico, arriva poi (finalmente) un’onda amara, intensa, profonda, che vira verso l’erbaceo e la radice ripulendo il palato, Il finale è caratterizzato da buona persistenza che  chiude con estrema eleganza un percorso degustativo di altissima qualità. 
Una birra volutamente sbilanciata verso l’amaro che riesce ad imporsi con autorevolezza e trova nel gioco delle parti tra luppolo e lievito il suo punto di forza. Provatela con delle albicocche secche.