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giovedì 17 luglio 2014

all'una e trentacinque circa



Questo è il primo post ispiratomi dalla mia breve carriera di spacciatore di vini, forse non è neanche il primo che tenta una fenomenologia della clientela ma avevo voglia di esorcizzare i miei dubbi e le mie ansie.

Nota bene:
Se vi riconoscete in qualche categoria non abbiatevene a male, i miei sono pensieri liberi senza alcuna volontà di giudicare, il primo degli “psicotici” è lo scrivente.

Gli adoratori dell’inconsueto (che non sono necessariamente rubricabili in una sottocategoria degli “entusiasti”)

Coloro che aborrono l’inconsueto (e perseguono la normalizzazione)
Sottocategorie: ricercatori dei difetti

I sospettosi cronici (se non assaggiano non comprano e raramente sono entusiasti di più di un vino su dieci assaggiati)
Sottocategoria: neofiti che non si credono più tali

I depressi cronici (il lavoro non gira, il vino non si vende, un tempo invece etc etc, dopo questi incontri di solito mi faccio una “Vecchia” nel bar a fianco al locale, buttata giù come fosse acqua di fonte e prenoto una seduta dallo psicologo)

I sèri cronici (chi non sa ridere non è una persona seria, disse un po’ di anni fa Chopin)

Quelli che se un vino non lo scoprono loro (o glielo segnalano le persone facenti parte di una loro ristrettissima cerchia di “illuminati”) non merita neanche di essere assaggiato (e comunque l’assaggio sarà drammaticamente viziato dal “pregiudizio”)

I lettori del lato destro del listino (i prezzi)

Quelli che “non ne conosco nessuno, quindi se non li conosco io, perché devo prenderli!” (non ditegli che informarsi serve per crescere e migliorare la propria professionalità, essi credono di aver raggiunto le massime vette del loro lavoro)

Gli entusiasti
Sottocategorie: dei curiosi entusiasti consapevoli e informati, degli entusiasti tout court (esco da questi incontri con un ego ipertrofico e la mente serena, grazie!)

Gli umili fiduciosi
Sottocategorie: fiduciosi incondizionati, fiduciosi neofiti che sfruttano i consigli per imparare e crescere (di solito si cresce insieme ed è bello e da soddisfazioni)

Gli scaltri commercianti (Uè capo! Mi chiedono dei vini senza solfiti, io in ‘sta belinata non ci credo, così come alle menate sul bio però me li chiedono, tu li hai?)

I bio talebani (solo km0, solo bio certificato meglio se biodinamico, poi scopri che comprano il bio leggendo si la provenienza ma sopratutto il lato destro del listino)

Quelli che non hanno ancora capito che se il telefono suona è buona cosa rispondere (almeno una volta all’anno)

Gli sciorinatori di grancrueannateeproduttorieterritorielaborgognaèsempreilmeglio, e chiedono in continuazione: conosci? (di solito non ne conosco nemmeno uno e mi deprimo)

E poi l’ultima strofa mutuata da Vinicio Capossela, All’una e trentacinque circa

E per ultima la strofa piu' dolente
quella ahime' sull'esercente
dietro il banco o nell'ufficio
intellettuale o ben vestito
lui guadagna sempre poco
tasse Iva e forniture
mamma mia quante paure
con gli incassi son dolori
per pagare i suonatori (fornitori ndr)
per pagare i suonatori (fornitori ndr)

Ridiamoci su! che “risus abundat in ore stultorum” ed io mi sento sempre stolto ma almeno ne rido



2 commenti:

  1. Alla fine, è solo questione di ricerca dell'oblio. Di posporre attraverso piacevolezze il momento del distacco dalla vita terrena. Secondo qualità, miglior prezzo, consenso sociale. Magari, qualche volta, un buon vino - ma proprio buono, indiscutibilmente, e non per la capacità sofistiche dell'ermeneuta tanninico. La risposta debole alla precarietà, siamo tutti intenditori in assenza di maestri (nè fidi, nè sostituti), il palato, in fondo di chi è ?.

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  2. entusiasta umile fiducioso, sia come bevitore che come produttore :-)

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