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giovedì 31 luglio 2014

Terza Via, metodo classico, brut nature, 2011, grillo in purezza


Grillo in purezza in metodo classico.
Buono, che dire.
“Si fa bere bene e porta nel bicchiere la decadenza del grillo di Marsala.
La risacca salmastra del mare.
La ricchezza dell’uva.
Il pizzicore fresco del maestrale e l’alito caldo del libeccio”
Ma, forse, non è indimenticabile.
Kempè


luigi


venerdì 26 luglio 2013

Alla domanda: cos'è un vino del territorio? Da oggi risponderò: beviti il "Vignammare" di Nino Barraco... di Riccardo Avenia


Era destino: sarei passato da Nino Barraco non appena arrivato a Marsala. Lo capii poche sere prima di partire per la Sicilia, al ristorante Marconi. Se siete in zona, è tappa obbligatoria: la cucina di Aurora è una ricercatissima e coinvolgente esperienza, mentre il fratello Massimo, dirige con grande maestria sala e cantina. Quest'ultima è ricchissima di perle "naturali", tra le quali lo Zibibbo 2005 di Nino. Che poi è stata la mia scelta.

Un vino che difficilmente dimenticherò, dal naso sopraffino, ampio nella sua idrocarburica aromaticità, con quella nota ossidativa che adoro e che, davvero, può ricordare il vino Marsala. Un vino nel quale i profumi hanno i colori del giallo, del verde e del rame che virano all'evoluzione. Quel liquido oro denso, dalla beva ricca, che vive e sgomita di sapidità, allo stesso tempo glicerica, avvolgente ed ancora ossidativa, che ti conquista e non ti lascia più. Una bottiglia da cui difficilmente ci si separa.

Così, pochi giorni dopo essere arrivati in Sicilia, incontriamo Nino Barraco nel centro di Marsala, davanti alla storica Porta Garibaldi. Un saluto e ci dice: «Salite ragazzi, vi porto a fare un giro, devo controllare la "Vignammare" dopo la pioggia di alcuni giorni fa».

Vignammare


Infatti, usciti da Marsala con direzione Petrosino, dopo aver superato una distesa di vigne, eccoci arrivati. Non ci volevo credere: è davvero ad una ventina di passi dal mare. Stupendo, davanti a me il verde vivo delle piante, un piccolo lembo di terra e poi l'azzurro, sempre più profondo, dell'acqua. C'è una luce incredibile da quelle parti, il sole è alto e picchia forte. Il vento soffia caldo e costante. Il respirare ti riempie i polmoni di iodio, di sale, di alghe e della rada vegetazione marittima. Per il resto, solo il rumore delle onde ed il muoversi delle foglie. E che foglie, che vita in questo vigneto di Grillo. Camminare al suo interno può divenire arduo. Bisogna spostare dei rami, scavalcarli, schivarli, sembra quasi che la natura si voglia riappropriare dei propri spazi. È chiaro: le piante, se lasciate in autonomia, cercano di proteggere sé stesse ed i piccoli grappoli dalla luce abbacinante e dall'eccessivo calore. È meraviglioso.

Nino Barraco


Lo seguiamo nel vigneto, Nino controlla le foglie, le gira, ne strappa una, avanza sicuro, sistema un ramo, tocca un giovane grappolo, ed intanto ci spiega che in primavera il vento spira talmente forte da bruciare le foglie delle viti più esposte, tanto da dover mettere una barriera a protezione (che comunque, ci spiega, non basta). Sorride: «Non hanno provocato nessun danno le piogge dei giorni passati, sono contento, non dovrò ripassare». Strappa qualcosa dal terreno e dice: «Chi vuole sentire il sapore della rucola selvatica?» Mai assaggiata così piccante e saporita.

Vignammare - con il mare alle spalle
Picoli grappoli di Grillo.
Ci racconta poi che in quella zona quasi tutti ricercano la quantità, che in molti conferiscono alle cantine e che i vigneti vecchi vengono espiantati perché poco produttivi (e li incentivano pure). Ed io spalanco gli occhi incredulo. Sono pochi i viticoltori che, come lui, vinificano ed imbottigliano il vino. Un territorio (salvo rari casi) dedito e piegato all'industria del Marsala.

Bastano pochi passi e si arriva al mare.
Ci spiega il suo approccio in vigna - sensibile e limitatissimo - e le vinificazioni. Semplici, consapevoli, attente: brevi macerazioni sulle bucce, lieviti indigeni, fermentazioni in acciaio a temperatura controllata, zero filtrazioni (solo per precipitazione naturale), zero solfiti aggiunti ed affinamento in acciaio per otto mesi circa.

Le ore volano e purtroppo gli impegni ci costringono a salutare Nino, che ci lascia comunque una bottiglia di Vignammare«Così ve la assaggiate con più calma», dice.
Grazie di tutto Nino.


Alcuni giorni dopo, stappo la bottiglia, ed eccomi catapultato nuovamente in vigna, in quella vigna. Dentro questo liquido risiede l'essenza del luogo, si respirano e si assaporano le medesime sensazioni. Quindi sì: esiste davvero la territorialità di un vino. Magari non è legata direttamente al vitigno, ma ad un insieme di fattori che, uniti, lo raccontano. Fattori spontanei, intrinsechi, che l'uomo deve solo accompagnare, non gestire o influenzare con i propri interventi.

Il Vignammare 2012 è giallo tenue, mai pulito, di corpo e struttura certamente inferiore al fratello "maggiore". Ha giovani profumi di fiori e di frutta. E poi c'è l'incredibile ricordo marittimo, di quel vento, di quello iodio e di quell'inconfondibile odore che emanavano le alghe, in quel tratto di mare. Un vino che si beve alla grande, anche merito dei soli 11,5°. Il sorso è un tuffo tutto sapido e rinfrescante di acidità, che invoglia perennemente al sorso. Snello, beverino, persistente e marino.
Da vigne di soli cinque anni, ed alla sua prima uscita, il Vignammare, è un vino da seguire, perché farà sicuramente parlare di sé.


domenica 21 aprile 2013

vini integrali a Villa Favorita



Ho vagato solo e in compagnia a Villa Favorita (con Riccardo e Sara e Andrea e il Caf), splendido luogo, molto rilassante, anche se alcuni produttori naturali lamentano la frammentazione e auspicano una riunione della “categoria” sotto lo stesso tetto.
Io me la sono scialata da turista, ho assaggiato, ho parlato, ho incontrato gente, ho ascoltato musica.
Oggi a giorni dall’evento mi tornano in mente con insistenza due vini e un modo di interpretarli che mi piace, mi intriga.
Due vini “integrali” non purificati.
Grillo e Zibibbo Integer di Marco De Bartoli (i millesimi non li ricordo).
Mi sono piaciuti molto nella loro sincerità e ricchezza.
Li conoscevo già ma mi avevano detto che la famiglia De Bartoli aveva smesso di produrli.
Invece sono ancora in produzione, principalmente per il mercato estero perché in Italia il “genere” non alletta palato dei miei conterranei.
Peccato e peccato non averne acquistato qualche bottiglia.
Kampai

Luigi

Poscritto
Sono vini che hanno raggiunto la stabilità in maniera naturale senza forzatura: fermentazione in barrique usate con lieviti indigeni, no filtrazioni, refrigerazione indiretta, affinamento sulle fecce fini di 12 mesi, so2 sotto 50mg/l e solo all’imbottigliamento.

lunedì 15 aprile 2013

Cantine Barbera a Menfi, ahi cuanta pasion!


Le parole, la gestualità di Marilena Barbera mi fanno tornare in mente la canzone di Paolo Conte “Cuanta Pasion” e “per noi che viviamo in fondo alla campagna e abbiamo il sole rare volte e il resto è pioggia che ci bagna” è una iniezione di solarità mediterranea, non completamente spensierata perché i Siciliani hanno sempre un po’ di testa al nord e una inclinazione alla malinconia.
La passione, appunto, è il primo motore che spinge Marilena a fare il vino e imbottigliarlo e promuoverlo.
Cuanta pasion per superare i problemi che come chicchi di grandine picchiettano dolorosi sulle spalle e sulla testa.
Passione visionaria che le ha permesso di superare gli stereotipi della sicilianità e del conformismo enologico per intraprendere una strada più incerta, lastricata di dubbi.
E i vini, che sono specchio della terra e del vigneron, fanno trasparire come schermi diafani il concetto produttivo di Marilena.
Freschezza, pulizia, eleganza, vini in levare, forse persino timidi.

Vorrei dire che ha decisamente imboccato il bio nella condotta agronomica; che fermenta con lieviti di cantina; che sperimenta la macerazione fermentativa sulle bucce del Grillo; che ha un po’ abbandonato il Nero d’Avola ormai mediaticamente e economicamente “bruciato”; che ha creduto nel Perricone cultivar ormai marginale; che accudisce un vecchio vigneto di Catarratto dal quale ottiene un passito che non “esiste” (il disciplinare produttivo non contempla l’appassimento per questa varietà).
Ma non è la mera somma di queste pratiche a rendere interessanti i suoi vini, la sua intuizione è che ha capito di avere in mano cultivar di grande personalità e un territorio nel quale convivono con grande naturalezza.
Ogni vino è di un vigneto, alla francese e altrettanto francese è l’ossessione all’eleganza, alla purezza, alla verticalità.
Infatti appaiono un po’ anomali all’assaggio distratto, così magri, così poco alcolici, così poco siciliani.


Il Grillo ”Coste al Vento 2010” proveniente da un vigneto posto a 400 m slm a Santa Margherita di Belìce (vi scongiuro non dite Bèlice) ha trama delicata su corpo sferzato da mineralità e freschezza in soli 12,5 % vol di alcol!
Profumato e nordicamente agrumato e minerale, il campione assaggiato aveva subito per il venti percento una macerazione fermentativa sulle bucce di alcuni giorni (non esagererei con le macerazioni, se posso dare un consiglio non richiesto, perché di vini eleganti se ne sente il bisogno e si torna sempre a loro dopo gli eccessi carnascialeschi).


Che dire del Perricone “Microcosmo” 2010 vino ottenuto da un vitigno storico molto diffuso un tempo e ormai retrocesso a comparsa nel vigneto siciliano.
Storicamente allevato con il Greco e vinificato con l’aggiunta delle sue uve ha trovato un posto al “sole” da Marilena in abbinamento con il Nerello Mascalese coimpiantato per circa il 30% nello stesso vigneto.
Il vino ottenuto da quel microsmo (è molto interessante sentire Marilena raccontare che le due cultivar molto diverse fra loro si accordano e vanno in produzione quasi all’unisono) è molto goloso di frutti e speziature e freschezze, tannini lievemente urticanti (così per dire potrebbe ricordare un Pineau d’Aunis, un Grignolino…).


Molto buono il Catarratto passito “Albamarina” 2011 ottenuto da un vecchio vigneto di famiglia senza irrigazione in cui si produce uva “bona ma picca” (buona ma poca) con acidità siderali mantenute vive dalla tecnica di appassitura (torsione del peduncolo) e dalla vecchiezza dei ceppi.
Le albicocche in composta aggrediscono golose il naso con anticipazioni di acidulazioni fresche e sgrassanti.

Mi è piaciuta parecchio anche l’Insolia “Dietro le case” una selezione proveniente da un vecchio vigneto vicino alla cantina, molto “insolia”, onesta, buona anche complessa ma senza le aspettative da “vinone” che le avevano appioppato negli anni novanta, un bianco più grasso, che sostituisce alla freschezza la salinità e lievissimi accenni di ossidazioni benevole, glu glu come ha detto Paolo, cuoco di Scannabue, al secondo calice.

Marilena ha iniziato in solitudine, e questo non aiuta nei momenti in cui la tensione cala e le scelte pesano come macigni, un viaggio che si intuisce lungo e ricco di soddisfazioni ma come in ogni novità c’è sempre un po’ di paura, di timidezza e malgrado abbia già azzeccato molte scelte, sento nei suoi vini una leggera mancanza dettata forse dal timore di esagerare o di ricadere negli stereotipi, per cui certe volte mi sono parsi un po’ poco ricchi in bocca, poco masticabili ma questa non è una critica, anzi è la certezza che Marilena potrà fare ancora meglio e noi bere vini sempre più buoni!
Kampai

Luigi

lunedì 2 luglio 2012

grillo 10 vs grillo 09 di Barraco. desenzani vs fracchia


Grillo 2010, Barraco di Niccolò Desenzani.
Ricordo che nel 2010 conobbi NinoBarraco a LaTerraTrema. Credo avesse i bianchi 2008.
Il grillo fu per me una parziale delusione, perché era inesorabilmente dolce.
Per il mio palato.
Altri lo amavano tanto.
Poi, devo ammettere i vini di Nino li ho frequentati solo occasionalmente.
A parte un memorabile catarratto di quel 2008, con cui festeggiai l’inizio della cena dell’ultimo dell’anno 2010,e di cui riuscii solo a dire che mi riportava la mente a un molo di un porticciolo con odori di nafta e salsedine.

Scrivo sotto l’effetto di questo grillo 2010 e quasi mi scordavo quello che volevo dire. E cioè che ai tempi, nel 2010, quando incontrai Nino, gli dissi della mia delusione dolce con il grillo.
E lui sapete come reagì? Disse con aria contenta, sì è vero,ma ho capito come gestire la cosa. Non usò queste parole, ma l’espressione era di chi ricerca e ha trovato qualcosa. Eureka!
Bene; a distanza di due anni apro questa bottiglia e il primo bicchiere è in parte una delusione in parte una promessa: Perché inizialmente prevalgono le note varietali e leggermente aromatiche che spingono verso gli zuccheri inesorabilmente. E invece poi avviene l’insperato. L’ossigeno si combina con il vino e gli toglie la patina più dolce per portarlo in movimento. Balsamico, pieno di rimandi a alle note essenziali degli zuccheri naturali, come il miele e il fruttosio. La nota idrocarburica non è statica, ma fa da base per un bel balletto acido e agile.
Mi dicono i cinguettii di twitter che anche la 2008 ha assorbito lo zucchero e vira verso terziari di vaniglia.
Comunque è anche la comprensione di questa uva che viene dal sorso di questo vino. Realizzare quanto lo zuccherino sia una delle caratteristiche che ossidano bene, più o meno lentamente e naturalmente.
Ma queste uve solo appena ossidate viceversa scalpitano alla ricerca di una stabilità e questa specie di lotta si gode nel bicchiere. 
Per dirla tutta, avendo ripetuto l’assaggio nei due giorni successivi, la beva forse non è alle stelle a causa dell’alcool piuttosto alto e di una certa calura in bocca.
C’è poi un’acidità un po’ troppo penetrante che si percepisce non appena il vino si scalda leggermente.
Tenete conto che non amo molto questa varietà; ma non ho dubbi che sia una bottiglia all’inizio di una lunghissima vita in ascesa qualitativa.

Versus


Grillo 2009, Barraco, di Luigi Fracchia.
Niccolò mi ha tweettato le sue impressioni positive sul Grillo di Barraco, anche se indicandomi come millesimo il 2009.
Sono sceso in cantina e ho rispolverato anch’io il vino in questione che al primo assaggio dieci mesi fa mi era sembrato dolce e forse un po’ statico nel suo corpaccione.
Raffreddo, stappo, verso.
Un ‘altro vino rispetto ai primi assaggi.
Lo zucchero è scomparso e le sensazioni di maturazioni spinte sono trasmutate completamente.
La mineralità e gli idrocarburi che mi pareva di intuire non ci sono più se non in tracce.
L’acidità esce fuori, l’alcool e il suo sbuffo sono regrediti e sembra di avere nel bicchiere un Jerez Fino.
Molto fresco e quasi rasposo al palato con salmastro e gigli di mare.
Trascinante nel sorso, devo dire, goloso nelle mie adorate ossidazioni.
Ossidazioni fresche e vitali e vegetali e saline supportate da una materia imponente.
Me lo aspettavo diverso da come presagivano i primi assaggi.
Per cui sono rimasto prima interdetto e poi affascinato.
A differenza di Niccolò a me per il giorno dopo è rimasta solo la bottiglia vuota.
Penso (con beneficio d’inventario) possa crescere ancora e spumare salsedine e sole.

Visto che avevamo bevuto due millesimi diversi ho deciso di pubblicare entrambe le recensioni insieme, per apprezzare in un unico colpo d’occhio due annate, degustate da due persone diverse, un po’ come in uno slalom parallelo.


giovedì 3 febbraio 2011

grilloigtsicila2008ninobarracofontanellemarsala

Era un  po’ che ronzavo intorno alle bottiglie di Nino Barraco ma volevo che si ambientassero bene e che si distendessero nei profili olfatto-gustativi.
Ammetto che di Nino non avevo mai sentito parlare prima dell’agosto scorso.



Ad agosto appunto, con la macchina carica come un emigrante, sono tornato dopo otto anni di assenza in Sicilia.

Stabilizzatomi e dopo aver riallacciato i rapporti con i vicini, ho cominciato a cercare del vino (che non fosse il Corvo bianco) con il quale allietare le cene che, vista la rinnovata pescosità del mare di fronte, si preannunciavano succulente.
Nino è comparso durante le navigazioni sul web nei link di Ciccio Sultano.
Memorizzata l’etichetta, una delle più belle in circolazione, l’ho ritrovata che mi osservava dagli scaffali di una enoteca di Modica i “Vini d’Autore”.
Poche bottiglie in timida attesa.
Non ricordo cosa ho preso la prima volta, credo il Catarratto.
Non ero pronto.
Non mi è piaciuto molto.
In compenso Peppe lo zingaro, Enzo la siccia (seppia) e i Catanesi tornavano con pesci spada, merluzzi, sogliole, gamberi e altre specie ittiche per me del tutto sconosciute.
A Modica compravo quintali di pasta fresca e ripiena da un giovane cuoco gastronomo.
A Modica compravo  tonnellate di scacce.
Ovviamente mangiavo, ma bevevo così così.
Non male il brut di Scamacca del Murgo a base di Nerello Mascalese.
Finchè verso fine vacanza ho comprato lo Zibibbo secco di Nino.
Il Grillo l’avevano finito.
Ho cominciato ad apprezzare Ninuzzo.
Arrivato a Torino ne ho comprati un po’.
Un po’ li ho regalati (il solito incauto generoso).
Durante il Salone del Gusto Nino è stato artefice con Arianna Occhipinti e con le ragazze del Bordò di una bellisima serata con i suoi vini.
Nino è persona simpaticamente “siciliana” un misto di candida socievolezza, ironia, generosità e derive intimistiche in salsa Pirandelliana.
Il suo Grillo è un po’ come la sua isola: dolce amaro.
Grillo 2008 igt sicilia di Antonino Barraco, 14,5% Vol. prodotto in quel di contrada Fontanelle a Marsala (TP).
Arancio nel colore, denso nel calice, idrocarburo e note dolci di agrumi e melone maturi, intenso; di colpo poi mi è sembrato di sentire dei profumi di grano, di farina, forse un alito di Ionio, vino intenso e lunghissimo.
Importante , glicerico e corposo stemperato da sapidità e acidità residuali.
Un vinone che deve ancora evolvere per integrare gli zuccheri residui (da qualche parte ho letto 8gr/l).
Non riesco a togliermi dalla mente certi vini alsaziani grassi, idrocarburico/minerali, con un velo zuccherino.
Giovane direi, forse giovanissimo.

Se fossi davanti al mare al pisciotto a Sampieri (RG) gli abbinerei del pesce spada “pulcinella” su brace di carrubo e cipolle di Giarratana stufate.
A Torino proverei con uno Roquefort artisànale ma con struggente malinconia.
Aridità dalla cantina:
vigneto su terre rosse miste a sabbia affiorante.
Vinificazione  in rosso con macerazione di 4/5 giorni, torchiatura, fermentazione spontanea con lieviti indigeni di cantina in cuvée di inox senza controllo delle temperature.
Temperatura di servizio 14°C.
Affinamento in inox sino a giugno e bottiglia sino a novembre.

Nino sarà a sorgente del vino live.

A Torino all'Enoteca Bordò a 16,00 euro circa.
 
Bonne degustation.

Luigi



Nino Barraco chez Bordò


mercoledì 10 novembre 2010

c'è post per te

C’è post per te
Se viene a cena una/o che beve solo bianchi d’annata leggeri e secchissimi?
Il giorno prima postatele/gli questo testo, forse non cambierà idea ma probabilmente non lo/a dovrete più invitare, gli “esperti” si seccano ad essere contraddetti.

Carissime,
la mia predilezione è per i vini bianchi, per cui ogni volta che gli amici enotecari mi dicono che fanno fatica a venderli non di annata e che la vendita di splendide e tonificanti bollicine si interrompe a gennaio, rimango perplesso e vagamente contrariato.
Il giusto atteggiamento sarebbe “non bere vini d’annata” (ad esclusione dei novelli e dei frizzanti naturali dolci, anche se certi moscati evolvono positivamente nei due anni successivi) perché:

1) possono essere organoletticamente sbilanciati per non avere ancora smaltito a livello bio-chimico i traumi della produzione e del trasporto.
2) anche chi usa poca solforosa la adopera proprio in fase di imbottigliamento per stabilizzare il  prodotto durante lo stoccaggio, il trasporto e la vendita. La solforosa dà forti emicranie che la permanenza in bottiglia mitiga (attenti ai Sauternès hanno quantità mirabolanti di solforosa).
3) anche vini apparentemente semplici, con un minimo di affinamento in bottiglia accrescono lo spettro aromatico e lo complessificano unendo ai profumi e ai sapori frutto-floreali, degli inizi di terziarizzazione con accenni minerali e/o speziati.
4) negarsi la sorpresa e la gioia di aprire un cotes de Bourdeaux bianco (Sauvignon e Sèmillon) vieilles vigne del 1999 perfettamente integro con acidi e profumi nel posto giusto, fresco e complesso e minerale e dannatamente giovane al punto di credere di aver perpetrato un infanticidio.

Natale sta arrivando e vi consiglio di regalarvi e regalare delle bottiglie o meglio dei Magnum (l’affinamento è migliore se la dimensione del contenitore è grande) di vino bianco che aprirete come minimo il prossimo anno, meglio ancora se le dimenticherete in cantina per un paio di anni o più.
Come scegliere le bottiglie migliori per goderne in futuro? un rapido vademecum.

1) Selezionare vitigni con propensione all’invecchiamento e non sono pochi: Chardonnay, Sauvignon (Loira e Bordolese), Pinot nero e meunier (vinificati in bianco negli Champagne e nei metodi classici), Pinot bianco, Chenin Blanc (Loira), Riesling, Sylvaner, Timorasso, Ribolla, Friulano (Tocai), Garganega (Soave e Gambellara), Lugana, Verdicchio, Pecorino, Trebbiano d’Abruzzo (Bombino), Vernaccia, Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Carricante, Grillo, Moscato d’Alessandria (zibibbo), Moscato Bianco di Canelli.
Sappiate che ne ho dimenticati tanti e che gli stessi sopra elencati concorrono non solo singolarmente ma anche in blend di grande interesse.
2) Se il produttore fa una versione base e una selezione o una riserva… prendetene una per, non è detto che minor costo minor soddisfazione. Le riserve dovrebbero invecchiare meglio anzi quelle di alcuni produttori, spesso sono tanto deludenti nei primi anni, quanto inebrianti durante la maturità.
Alcuni fanno un solo vino e ci liberano dal dubbio.
3) Comprate sempre due o tre bottiglie per seguire l’evoluzione del vino nel tempo e non abbiate paura ad eliminare dalla cantina produttori anche di blasone se non vi piacessero i loro prodotti, beviamo vino non etichette.
4) Non fatevi illudere dai bianchi con passaggi in Barrique spesso sono tutti uguali: miele, vaniglia, dolcezze e glicerina, il retro di una pasticceria. Forse invecchiano ma non evolvono.
5)  Puntate su vitigni, regioni, nazioni emergenti se siete accorti potrete costituirvi una cantina di tutto rispetto con poca spesa, il bello dei vini bianchi è che hanno un rapporto qualità prezzo decisamente sbilanciato a favore della qualità.

Non fatevi mancare uno Jerez Manzanilla Fino.
Non fatevi mancare uno Champagne Blanc de Noir.
Non fatevi mancare un Marsala superiore.
Non fatevi mancare i bianchi Friulani della novelle vague, sembrano immortali.
Non fatevi mancare  un Riesling Alsaziano, uno Tedesco (Rheingau o Nahe) sono immortali.

L’unica certezza è che raramente rimpiangerete di aver aperto una bottiglia troppo tardi, sarà sempre il contrario.

L’unico avvertimento che mi sento di dare è che in questi ultimissimi anni alcuni produttori sono ritornati ad una vinificazione dei bianchi con macerazioni a temperatura ambiente, anche prolungate, fermentazioni con lieviti indigeni, sosta sulle fecce; tecniche da vini rossi ma mentre in questi gli effetti di eventuali esasperazioni sono compensati da una naturale robustezza dei mosti-vini, molto ricchi di antiossidanti naturali e tannini. I vini bianchi (direi gialli quelli che nascono da queste tecniche) più fragili hanno capacità intriseche minori di resistenza, per cui la sensibilità del produttore è fondamentale, bisogna interrompere le macerazioni al tempo giusto, valutare e seguire le temperature di fermentazione (molti volutamente non le controllano), travasare nei tempi giusti.
Altrimenti il rischio (in realtà duplice perché in questa fase i produttori lavorano per affinare le tecniche, noi consumatori per affinare il gusto e adattarlo ai nuovi vini) è di avere nel bicchiere liquidi con colori forti dal giallo paglierino carico all’ambra, con profumi intensi ma scontrosi, marcati dalla volatile (acido acetico) e dai profumi ossidativi, rudi anche in bocca, tannici (con tannini amari e persistenti mutuati dalle botti).
Quindi anche nell’ipotesi che siate voi quelli sbagliati (quantomeno in ritardo di preparazione), assaggiate e valutate ogni vino, in particolare quelli più “naturali” soprattutto se ne volete comprarne una cassetta.
Vi dovete sicuramente abituare a profumi e sapori un po’ diversi, meno freschi e più “cimiteriali”, fiori appassiti e secchi, frutta molto matura in particolare scorza di agrumi amari, erbe officinali, macchia e pineta mediterranea con sentori di resine e spezie, fieno ed erba secca. Vini che possono reggere l’abbinamento con carni bianche e formaggi non troppo stagionati.

Produttori di bianchi della nouvelle vague di cui ho assaggiato i vini:
Nino Barraco grande il Grillo e lo Zibibbo, Marsala (TP);
Salvo Foti  con il vinu Jancu, Randazzo (CT);
Frank Cornelissen con il Munjebel, la Solicchiata (CT);
Skerk con la Malvasia Istriana e il Sauvignon buonissimi, Duino Aurisina (TS);
Ronco Severo con il Ronco Severo bianco, Prepotto (UD);
Camillo Donati con il suo Sauvignon frizzante, Arola (PR).

Produttori di bianchi tradizionali che mi hanno dissetato in questi anni:
Piero Cane con il Marcalberto, S. Stefano Belbo (CN);
Enrico Gatti con i suoi Franciacorta, Erbusco (BS);
Collestefano con il Verdicchio di Matelica, Castelraimondo (MC);
Fattoria San Lorenzo con il Verdicchio dei Castelli di Jesi Vigna delle Oche, Montecarotto (AN);
Monte Tondo con i suoi Soave, Soave(VR);
Torricino con i suoi Fiano di Avellino e Greco di Tufo, Tufo (AV);
Pietracupa con i Fiano di Avellino e Greco di Tufo, Montefredane (AV).


Abbinamenti consigliati: Tonno di coniglio con crostini caldi e un metodo classico Marcalberto di P.Cane.
Un classico sotto Natale il bloc de Foie gras e un passito tipo il Sauternes, il Caluso, il Grillo di Barraco.
Per gli amanti delle ostriche provate l’abbinamento con un Jerez Manzanilla Fino.
Un Sauvignon di Skerk e caprini semistagionati.





Per oggi può bastare.
buona bevuta e buona lettura
luigi                                                                                                                   


mercoledì 3 novembre 2010

c'è post per te

Treundiciduemiladieciripensamentisulblogsottounapioggiapetulante
orto di un dilettante allo sbaraglio
Dedicato alle donne e ai neoappassionati
Le insalate (sono un ortolano bio-dilettante) malgrado siano a 1360 m slm e le temperature siano state tutt’altro che miti, sono in ottime condizioni, il freddo le ha tinte di rosso, verde e marrone squillanti, le foglie sono croccanti, il sapore ottimo. Ho sparso dei microbi starter (rigorosamente bio qualcosa) sul terreno che ho poi preparato con il grufolatore a piede di cinghiale, un attrezzo che abbiamo fatto su misura in un pomeriggio uggioso, con la forgia e l’incudine, il fabbro del paese ed io.
Mentre tiravo, sbuffando come un cinghiale (da cui il nome), l’asta dell’attrezzo infernale, pensieri, come flash si accendevano nel mio cervello. Chi voglio che legga il blog? Che informazioni voglio trasmettere? Come voglio parlare di vino? Come vuole sentir parlare di vino la gente? Ma la gente vuole veramente sentir parlare di vino? In due settimane mi sono già preso troppo sul serio?
Intanto inizia a piovere, guardo sconsolato i broccoli che non c’è l’hanno fatta (trapiantati troppo tardi), allineo gli atrezzi, chiudo il cancelletto e ritorno a casa pensando al blog e ai temi proposti da Stefania che per sua sfortuna ma mia immensa fortuna è mia moglie e mia Musa ispiratrice.
Il mio blog non può essere un luogo solo per addetti ai lavori, deve invece allargare la base della fruizione e portarlo più vicino alle donne (principalmente e in sub-ordine agli appassionati di cucina), che come in uno strano gioco di contrappasso sono ottime cuoche (sia per tradizione sia per il ritorno alle tradizioni, inpreziosite da tecniche moderne) ma rifuggono il mondo del vino per, credo, un eccesso di tecnicismo e una interpretazione militar-confessionale del fenomeno (se non ci credete venite alle lezioni AIS, si fa l’alzabandiera prima di iniziare). Con tutto ciò non è che non bevano (sicuramente spendono meno degli uomini) e che non regalino vino anche tra di loro, solo che pochi hanno cercato di parlare a quel mondo con parole adeguate.
Non disperate ci sono io che fugherò ogni dubbio su cantina, abbinamenti e servizio.
Se  vi parlano di profumi di zagare sfido io quel sommelier o giornalista a riconoscere anche solo l’arancio (inteso come pianta) e comunque se lo dicono di un bianco non si può contestare.
Non fatevi fregare, i profumi che si sentono nitidi (magari voi ne sentirete qualcuno in più di me) sono il fico, la vaniglia, il caffè (ricordo una sensazione netta e prolungata di caffè appena macinato nell’HARYS annata non ricordo di Giacolino Gillardi produttore in quel di Farigliano (CN), sempre un bel bere), la salvia, e la pipì di gatto nei peggiori Sauvignon, gli altri sono forzature. Ai corsi AIS eravamo in tre a sentire talvolta profumi di trementina di gemme di pino in certi rossi molto evoluti, il “sergente istruttore” non ha mai accettato questa nostra definizione perché la riteneva inesatta e lesiva nei confronti del vino, noi tre uscendo ci scambiavamo un cenno di solidale complicità e continuavamo a sentire odore di trementina, ad una degustazione di Sangiovese, un Brunello di Montalcino di gran blasone (giuro non ricordo il produttore se no l'avrei scritto, si che l'avrei fatto) al naso profumava di cipolla anzi di “minestra di cipolle in guardiola di portineria”, pessimo per quasi tutti i presenti, per i conduttori della degustazione era la mirabile e inarrivabile polvere di Montalcino!
Il vino profuma e i suoi profumi piacciono e si abbinano sia ai cibi sia ai nostri stati d’animo e i nostri stati d’animo fanno in modo che un profumo che ci piace stia bene con tutto, perché ci piace, amen.
Un gioco continuo di forzature e accostamenti il più delle volte mutuati dalla soggettività e dalla voglia di sperimentare o confermare i propri gusti.
Però ci sono due cose che non bisogna fare se no mi incazzo (forse anche tre o quattro).
La prima (se fosse per me mi fermerei a questa che però punirei con l’ergastolo) è: non abbinate dei vini Frizzanti secchi (<33 g/l di zuccheri residui, perdonate il tecnicismo) con i dolci! Non si può fare è una mostruosità e un gesto offensivo nei confronti del vino e del dolce. Per dolci delicati si può godere di uno Champagne o un Metodo Classico Demi Sec (33-50 gl di zucchero), chi ama l’aromaticità ci sono i Moscati, le Malvasie anche rosse, il Brachetto (che è stupendo sulle fragole) sempre frizzanti o in vendemmia tardiva. In caso di dolci impegnativi come i millefoglie, le cassate, le meringate, con crema pasticcera, panna e anche con presenza di cioccolato ci sono decine di passiti dall’Erbaluce, Riesling, Sauvignon (che mantengono una netta acidità e freschezza) ai Moscati di Strevi, Loazzolo in Piemonte a quello di Scanzo docg a Bergamo ai Moscati rosa in Trentino e A. Adige a quelli Calabresi a quelli Siciliani: i famosissimi Passiti di Pantelleria, il Moscato di Noto e l’ormai raro Moscato di Siracusa ai Sardi Moscato di Sorso Sennori e il Moscato di Cagliari.
Senza dimenticare il COF Picolit docg e il Ramandolo docg in Friuli, lo Sciacchetrà in Liguria, i Vin Santi docg della Toscana, il vino Santo del Trentino, il Recioto do Soave docg, l’Albana di Romagna docg.
Perché allora assasinare un dolce, un vino, un palato con abbinamenti impossibili e pessimi dal punto di vista organolettico.
Si avvicina Natale quindi, Ragazze, stupite gli invitati offrendo un sontuoso panettone artigianale (se lo comprate senza canditi cancellate il mio indirizzo dalla barra dei preferiti! È un ordine) abbinato ad un Marsala Superiore Oro “Vigna la Miccia” di Marco De Bartoli, i canditi vanno a nozze con profumi agrumati del vino che smorza con il suo vento salmastro la dolcezza del burro e delle uova.

Se non lo trovate (la produzione non è confidenziale ma è un po’ di nicchia) potete acquistare senza tema d’errore il  Marsala Superiore Ambra Semi secco “Targa Riserva 1840” della Florio o il dolcissimo Marsala Superiore Riserva Oro Dolce di Buffa.

La prossima volta vi dico cos’altro non bisogna fare.
Buona degustazione
luigi

martedì 26 ottobre 2010

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Antonino Barraco
Il 24 sera un sms del mio amico Francesco, mentre ordinavo le pizze al padellino da Nicola Onorato (un buon posto dove morire, diceva un mio prof) in via Stradella 42, mi ha avvertito che ci sarebbe stato all’enoteca Bordò di Torino in via Palazzo di Città 19/A una cena degustazione con i vini dei due jeunes vigneron siciliani più interessanti del momento Arianna Occhipinti e Antonino Barraco.
Arianna Occhipinti

Il dubbio e l’incertezza aleggiavano nella mente.
Questi eventi, loro malgrado, si trasformano in sagre della castagna in val Filzetta, con partecipanti che meno ne capiscono e più si comportano in maniera antipatica o arrogante, il tutto ambientato in mense aziendali con produttori stanchi, annichiliti che cercano di infilarti le bottiglie in sacchetta per ammortare le spese della trasferta.
Il passo da farsa a tragedia di solito è breve.
La decisione di andare l’ho presa all’ora di pranzo del 25, molto gentilmente mi hanno trovato due posti e ci sono andato.
Il destino talvolta agglutina senso intorno a degli eventi apparentemente casuali: il mio viaggio in Sicilia di questa estate dopo otto anni di assenza, la mia passione per il vino e in sub ordine quella per i vini dei due enfant prodige, la decisione di creare un blog, la voglia di uscire in una serata piovosa, l’incredibile comunione di intenti con mia moglie (d’altronde nel suo sangue c’è molta Sicilia), la simpatia dei presenti.
Le ragazze del Bordò (che mi dicono sia aperto da soli sei mesi) sono squisite, di una gentilezza che ti mette a tuo agio, l’ambiente è bello, informale, caldo poco torinese; la gente presente era una commistione di amanti della Sicilia e del vino, avventori casuali molto simpatici ma sciroccati, produttori di vino gioviali e allegri insomma le condizioni ottimali per bere (bene) e mangiare (bene) e soprattutto divertirsi.
Alla fine del pranzo tutti si scambiavano indirizzi internet, bigliettini, consigli, indirizzi di locali, sarà stato l’alcool ma i livelli sonori e di partecipazione emotiva erano alti.
Grazie Bordò, grazie Arianna, grazie Nino, la serata mi è parsa il naturale compimento di una serie slegata ma inarrestabile di eventi  che ci hanno trascinato tutti lì mentre fuori pioveva.
Le coincidenze non si fermano, le ragazze del ristorante hanno lavorato a Modica (RG) al ristorante Gazza Ladra dell’Hotel Failla e lì hanno conosciuto Arianna che ha i vigneti a Vittoria (RG) e Nino  che i vigneti li ha a Marsala (TP) ma che rifornisce sia la Gazza Ladra sia l’enoteca Vini d’autore.
In breve mia moglie ed io ci siamo divertiti, Arianna e Nino sono di persona ancora meglio di quello che anticipano su You Tube, niente di più che persone serie che trasudano sicilianità, buon senso e un chè di Pirandelliano.
Io ho bevuto troppo, non volevo disperdere il nettare, quasi fosse un peccato mortale.
I vini di Nino erano il Catarratto 2008 (con tonno di coniglio al profumo di arancia, eccellente), lo Zibibbo del 2009 (con gratin di alici pecorino di Pienza e pesto, eccellente) e il Milocca del 2006 (con bavarese al pistacchio di Bronte).
Vini difficili bisogna ammettere, potenti, caldi, densi ma setosi nel bicchiere, il Catarratto ha profumi complessi salmastri/iodati e di frutta (pera?melone tardivo di Alcamo?) sottospirito e scorza d’arancia surmatura, sapido/salino molto intrigante. Lo Zibibbo la vera scommessa di Nino, vinificato secco, è a mio avviso il Traminer del Mediterraneo, aromatico (ovviamente), potente di struttura, glicerico, alcolico, colorato, un vino quasi pastoso con residui di acidità esaltata dalla sapidità e un profilo aromatico che dallo stereotipo del moscato si allontana evolvendo nel bicchiere e in bottiglia dal fico/dattero al melange di resina/scorze d’agrumi/miele/salvia/finocchietto, pietroso. Da abbinare con un sontuoso Bloc de Foie Gras.
Il Milocca una vendemmia tardiva di Nero D’Avola che gli fatto ottenere un vino con così tanto zucchero che i lieviti a 16°alcool hanno tirato la ghirba e hanno lasciato ancora dello zucchero  da svolgere ma con 8 g/l di acidità fissa ne è venuto fuori un piccolo alieno dolce, acido, amaro (passaggio in barrique di castagno) con un profilo aromatico complesso, con volatile ben percepibile che veicola i profumi terragni di un vino che è seta e carta vetro allo stesso tempo, il nostro tavolo consigliava l’abbinamento con Marron Glaces.
I vini rossi di Arianna erano l’ S.P. 68 2009 (cotto e crudo di fassone) e il Frappato 2008 (bocconcini di brasato di fassone con cipolle e pomodoro).
Splendidi, il Frappato è uno dei migliori vini Italiani  è di un bel rubino abbastanza intenso, brillante, vivo ha una freschezza supportata da una acidità benevola quasi dolce (per chi ama gli ossimori). Al naso stupisce per l’intensità con sentori anche vegetali di geranio e spezie come il chiodo di garofano, ritorni di frutta rossa appena matura, un po’ di viola/liquerizia forse humus, tannico il giusto da berne a secchiate. Ottimo il blend Nero d’Avola e Frappato a cui ha dato il nome della S.P. 68 che passa vicino ai vigneti, un vino che sta studiando per diventare grande, fragrante e bevibile, fresco e luminoso come il frappato da cui mutua un po’ di corredo aromatico. Incredibile pensare che tutta questa leggerezza dei vini di Arianna scaturisca da un terreno povero, terre rosse su sottofondo calcareo con precipitazioni da Sahara, una insolazione impietosa e il mare che limita l’escursione termica, l’unico aiuto arriva dall’alto piano Ibleo che innesca una rinfrescante brezza di mare durante il giorno e di terra la sera.
Provate anche i suoi oli: masticabile e intenso il Pantarei a base di Tonda Iblea, più dolce e discreto il Gheta a base di Nocellara del Belice.
Comunque sia i vini di Arianna sia quelli di Nino sono da bere mangiando e assaporando l’alito dello Ionio e di spezie d’Africa che ci mandano.

luigi