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giovedì 7 luglio 2011

munjebel @5 Vino da tavola frank cornelissen etna

Munjebel 5.


Vino da Tavola Bianco.
Velato nel colore.
Terragno nei profumi di macchia.
E di gelsomino.
Sulfureo e agrumato.
Dolce e salato.
Vegetale come chiome di capperi smeraldo.
Ruvido come la pelle delle rondini di mare.
Un anno per capirlo.
Oggi ne faccio ammenda.
Bonne degustation


Luigi

mercoledì 29 giugno 2011

chi_è_l'amicodelle_ossidazioni?_II°parte

Chi è l’amico delle ossidazioni? (seconda parte)


Jura.
Savagnin.
Pierre Overnoy il poeta della botte scolma.
Basterebbe questo per chiudere il post.
E sognare spiagge oceaniche d’inverno.
Ossidazioni su corpo fresco, acidulo, naso da fino manzanilla.
Verticalità assoluta e intensità.
Soffi salini sugli scogli.
Mucose leggermente maltrattate.
Poi lungamente soddisfatte dopo i primi attimi di sconforto.
Chiama a gran voce ostriche e Comtè.
Non male con le acciughe del Cantabrico.
Ancora!
La bottiglia era da 50cl!
Maledizione!


Luigi

Arbois Pupillin, 2003,  12,5% vol, Appelation Arbois Controlée, Maison Pierre Overnoy mis en bouteille par G.a.e.c. Emmanuel, Adeline, Aurelien Houillon a Pupillin, Jura, France

lunedì 27 giugno 2011

pinotmeunier_loira_in_una_serata_da_dimenticare

Prova dirmi cos’è questo?


Alla fine di una cena in cui avevo drammaticamente sbagliato la scelta del vino (un bianco buonino ma un po’ triste come certi temini delle medie o certi articoli di cronaca o certi post).
Arriva l’oste con un Borgogna rosso e mi dice: “tè saggia questo”.
Mia moglie mi dice (ho creato un mostro e adesso devo pure dissetarlo): “te lo avevo detto che un Borgogna rosso fresco andava benissimo sui piatti che avevamo scelto, di sicuro meglio del bianco che hai ordinato” (umiliazione massima e caduta verticale dell’ego).
Non pago e con sottile ghigno satanico, ormai io ero in piena depressione, l’oste mi dice:
“tè che scrivi di vino (tanto tutti lo fanno) e dici di capirne, dimmi cos’è questo?”
Panico, volevo scappare (lasciando mia moglie all’oste, naturalmente).
Però signori si nasce e sono rimasto lì a farmi umiliare, aggrappato al tavolo che ondeggiava come un gozzo nel mar di sicilia, con un sorrisetto ebete tenuto su da un rictus.
Mi versa un liquido scuro e violaceo da una magnum.

l'oste impertinente


Roteo e penso, non potevo stare a casa, stasera c’era CSI New York!
Annuso e penso c’era anche Doctor House!
Pepe nero al naso maturo, frutti ma tanto, tanto pepe e sentori di legni di nobili e un chè di  verde, vegetale, linfatico.
In bocca è pepato e rotondo, caldo e fruttato, un chutney piccante di ciliegie e mirtilli.
Spezie e rudezze e dolci promesse.
Bevibilissimo.
Buonissimo.
Penso, ripenso, scarroccio, tracheggio e gigioneggio (speravo che mia moglie si sbilanciasse e dicesse lei prima di me una sciocchezza) poi, visto che sono afflitto da incontinenza verbale sentenzio:
Francia, borgogna, pinot noir.
Invece è:
Francia (giusto), Loira (sbagliato), pinot meunier (sbagliato).
Mi sa che l’esame non l’ho superato.

Bonne degustation

Luigi

Puzelat-Bonhomme, le rouge est mis, Vin de France, Pinot Meunier 2009 da vigneti dell’Orléanais condotti in biodinamica, 12,5%vol, barrique no filtrazioni.

mercoledì 22 giugno 2011

ezio cerruti sol moscato passito Castiglione tinella

Gli uomini dietro i terroir

Ezio Cerruti.
Il Moscato.
Il  sacrificio di un Terroir *.
Castiglione Tinella (CN), grand cru del moscato.
Un occhio invidioso ai nobili nebbioli dei vicini e le mani sul moscato bianco di Canelli.
Un mare di foglie verde smeraldo, ordinano ossessivamente in righe il territorio come in un disegno di un Le Notre delirante.
Vigneti ovunque anche in aree praticamente pianeggianti.
Paesaggio antropizzato a livelli altissimi.
Rari ciuffi di alberi e canneti.


Il Moscato (l’uva) è la gallina dalle uova d’oro.
Il Moscato (il vino spumante) è prodotto industriale figlio dei frigoriferi, della chimica/tecnica enologica, della metallurgia e dell’impiantistica.
La vocazione del territorio e l’intimo rapporto fra le piante e il clima e il suolo che determina le caratteristiche dei vini è inifluente.
Importano solo le quotazioni dell’uva e le quantità massime producibili.
Diserbanti e sistemici in vigna per ridurre le ore di lavoro per ettaro.
Chimica in cantina per standardizzare le masse di mosto e produrre uniformemente.
Polivinilpolipirrolidone PVPP per “candeggiare” i mosti ingialliti.
Una reazione a questa distanza fra agricoltura, territorio, uomo, vino ha portato Ezio Cerruti a dissociarsi e a cercare “… un modo di entrare nella realtà, anzichè dalla porta, dal tetto, dal camino, dalla finestra.” G.Rodari**.
Con l’incoscienza di un bambino ha cercato di rifondare la sua figura di agricoltore e vignaiolo guardando indietro ma anche lontano con fughe di senso e oniriche interpretazioni della tradizione.
Come sanno fare in pochi Ezio ha inventato una tradizione.

Colline ripide di argille chiare con sassolini di calcare bianco danno uve con profumi intensissimi.
Moscati potenti ma fini, aromatici fino all’eccesso.
Fino a diventari amarostici e abrasivi.
Il calcare stressa il portainnesto sino alla clorosi ferrica.
Molto pragmatismo e sensibilità e poca chimica in vigna, filari inerbiti, diserbo sottofila meccanico, zolfo, rame, leggera defogliatura per aerare i grappoli serrattissimi e compatti.
Ha inventato (in questo areale ovviamente) il moscato passito e fa solo questo vino con accanimento e applicazione e assoluto rifiuto della tecnologia.
Una catarsi.
Vigneti ripidissimi a est (per preservare freschezza), taglio del tralcio, appassimento in pianta, vendemmia in doposci a fine novembre, pressatura con Vaslin ad asse orizzontale, raccolta del poco mosto, niente solforosa, fermentazione spontanea in barrique esauste, controlli periodici, travasi, quando tutto si ferma (tre o quattro anni), riunisce la massa, aggiunge pochissimo bisolfito (40/50 mg/l), imbottiglia, spesso attacca a mano le etichette.
Dalle mani di questo sognatore nasce un vino anomalo e profondo, nervoso e generoso come l’autore, sfaccettato e sensibile, ricco ma non opulento, dannatamente bevibile, dannatamente mediterraneo, dannatamente Glocal.


A Castiglione Tinella, in casa Cerruti, il sabato della mia visita, sono state stappate molte bottiglie, dal Barolo di Giuseppe Rinaldi (senza etichetta, quello che si scambiano tra di loro, impagabile) al bianco di macerazione che Ezio fa, solo per suo consumo, con un blend di Riesling (suo amore e suo futuro passito), Semillon, Chardonnay che io ho trovato buonissimo e bevibilissimo sino a due annate di Sol 2007 e 2004 che Ezio ama definire didattiche.
Il 2007 è un Botritis da annata calda, il 2004 è una fortuna che esista, vista l’inclemenza dell’annata.


Sol 2007, tropicale è spremuta densa di albicocche essicate e in marmellata (quando è calda e si aspetta di invasarla) e fichi e datteri (qualche rara palma si scorge nei giardini dei notabili di Langa) e carruba, mediterraneo se non insulare dalla beva rinfrescata da un graffio vegetale (marchio di casa Cerrutti).

Sol 2004, nordico quasi secco, agile e fresco, toni erbacei di salvia e albicocche appena mature, mentuccia, sognavo climi continentali e fegati grassi del Périgord (ma non ditelo ad Ezio è vegetariano con derive vegane) oppure del Roquefort fermière.


Ezio Cerruti e Fabrizio Iuli

Con lo sguardo un po’ trasognato e distante sempre alla ricerca di insegnamenti dalla natura e dai vini sia suoi sia quelli degli altri,  mentre il vento (il marino?) spazzava con intensità il cortile della costruenda boutique winery, mi è sembrato il custode di un faro nella notte del moscato.

Ezio Cerruti ama citare questa frase di Claudio Magris in Microcosmi, che vorrebbe far scrivere su un muro della cantina:
“…in questa accademia non si insegna niente, ma si imparano la socievolezza e il disincanto. Si può' chiacchierare, raccontare, ma non è possibile predicare, tenere comizi, far lezione".

Io per non sembrare meno colto, da Microcosmi ho scelto:
“Viaggiare, come raccontare - come vivere - è tralasciare. Un mero caso porta a una riva e perde un’altra.”

Bonne degustation

Luigi

*questo titolo è mutuato da quello di S.Cogliati “Champagne. Il sacrificio di un terroir”, edizioni Porthos, Roma, fatte le dovute proporzioni la situazione è molto simile.

**citazione brutalmente prelevata dal blog del mio amico e mentore Vittorio Rusinà alias Tirebouchon alias cavaturaccioli sabaudo.