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domenica 16 settembre 2012

Gattinara 1974, Bastone. Di N. Desenzani


Ancora vivo e acido. Nell'ossigenarsi montano (bevuto a quota di oltre 900 metri), evolve. Su binari di grande austerità e grande beva. Un ricordo lontano di fruttini rossi, su una base che rimanda più alla radice e all'incenso. Terziari moderati e semplici su un tessuto ancora giovanile e carnoso. 
Sempre più opaco man mano che la bottiglia si svuota. Gran consistenza. Strano da un vino così vecchio e conservato in verticale. E che forse ha visto più di un principio di congelamento (cantina di montagna).
Si beve facile facile.
Il colore ancora abbastanza acceso e solo appena mattonato.
Dopo qualche ora forse è all'apice.
Fresco ed ecclesiastico lascia in bocca nitido il sapore dell'acino.
Pare quasi impossibile.
La bocca è pulita e lievemente balsamizzata.

Bella bevuta inattesa e ancora una volta il piccolo artigianato ha da raccontare qualcosa di importante.
E produce opere mirabili.



Non vi è molta traccia di questo produttore. Sul web quasi niente eccetto una citazione sul Catalogo Ufficiale 
dell’Esposizione Internazionale di Torino del1911 nelle cui appendici vengono nominati “Colombo e Bastone” di Gattinara in qualità di produttori di “Vino fino da bottiglia”.
Appendice
Etichetta scritta a mano.

venerdì 14 settembre 2012

Grignolino del Monferrato Casalese Doc 2011, Tenuta Migliavacca, S.Giorgio Monferrato (AL)


Della Tenuta Migliavacca ho già parlato una volta.                    
Ebbene una volta scoperti ho cominciato ad assaggiare i loro vini.
E la cosa incredibile è che questo splendido Grignolino 2011 sino a due mesi fa si trovava sfuso a Torino a 2,50 o 3,00 euro il litro!
Devo ammettere che l’assaggio del Grignolino 2010 non aveva dato la stessa soddisfazione, un poco di ridotto e profumi un po’ scomposti (magari la bottiglia chi lo sa?) su di un corpo che però si intuiva interessante.
Il 2011 invece esplode di frutta e a me ricorda il melograno con tutto il suo corredo di dolcezze, acidità, vegetalità e amarognolo tannico della pellicina.
Il pepe forse un po’ latita ma è la morbidezza del tannino affusolato che impressiona (dicono che i Grignolino del Monferrato Casalese siano meno tannici o quanto meno abbiano tannini più rotondi) e la beva travolgente sostenuta da acidità, dolcezze, tannini, amarognolo e succulenze sapide.
Sgrassava una enorme bistecca con estrema efficacia e professionalità.
Un vino (a dispetto del suo essere un liquido) asciutto ma gentile.
Neanche a metà della bistecca di brontosauro è finito per cui ordino una Barbera 2011 sempre di Tenuta Migliavacca.
Ordino con l’ansia di provare qualcosa di nuovo e la paura di cadere da un ottimo vino ad una sciacquetta!
Ebbene la Barbera 2011 è all’altezza.
Colore nero in confronto al petalo di rosa del Grignolino.
Frutta matura succosa, terra, acidità ma non troppo.
Masticabile e golosa.
Dovevo berne un calice.
Mi sono fermato con fatica al terzo.
E barcollando sono andato a pagare.
Bonne degustation

Luigi

La tenuta Migliavacca è stata inserita da Tirebouchon e me nell'elenco dei produttori da andare a trovare in azienda.
Penso che avremmo bisogno di due o tre vite per ottemperare ai nostri desiderata!

mercoledì 12 settembre 2012

Trebbiano 2002, Valentini. Di N. Desenzani


Mi ha colpito quello che risponde Josko Gravner in un’intervista alla domanda su quali vini gli piaccia bere a parte i suoi: confessa di non bere più i suoi vini vecchi filtrati e afferma che per lui il vino “oltre ad essere buono, deve contenere batteri, enzimi e lieviti”.
Ricordo che in un’altra intervista egli ammetteva di apprezzare i vini di Valentini.
Io credo proprio perché contengono batteri, enzimi e lieviti.
In una parola, perché sono vini vivi.

Per me questa vitalità è un chiodo fisso e aborro la filtratura come il Diavolo l’Acqua Santa. La mia avversione per questa pratica è tale che mi sono scaricato l’app “Torcia” dell’Iphone col preciso intento di poter guardare dentro alle bottiglie e farmi un’idea sulla consistenza della materia ivi racchiusa.
Ok potete farmi un TSO, a questo punto.


Fino a ora la mia esperienza con questo produttore leggendario  si limitava a due bottiglie di Cerasuolo 2003, un bicchiere di Trebbiano 2005, un sorso di 2008 e uno anche di Montepulciano d’Abruzzo.
Grazie a un amico che negli ultimi anni ha avuto occasione di comprarne un po’ di tutte le annate, ho potuto bere questo nettare e trovare conferma della peculiarità di questi splendidi vini vivi.
Il tappo è di ottima fattura, ma ho avuto l’impressione che fosse molto morbido e quasi friabile all’interno, come se volesse fondersi con la materia animata che teneva imprigionata.  
E il primo sbuffo al naso è nettamente solfidrico, in barba al modernismo tanto osannato. Ma basteranno pochi minuti perché questa puzzetta si dilegui completamente e lasci spazio al vino.
Goloso.
Perché io trovo che i vini di Valentini che ho assaggiato avessero proprio la golosità e la beva iperuranica come carattere primario.
Poi una miriade di suggerimenti sia al naso che in bocca: caramello e mou, erbe aromatiche (salvia e rosmarino), frutta esotica, miele, Vov… e sul palato un equilibrio sospeso fra le spezie e il burro, fra il metallo e la piuma d’oca, e imperante, fisso e incancellabile il gusto dell’uva matura e succosa.
Come ho avuto modo di dire a proposito di un Barbacarlo, il vino è così cangiante e così parlante che diventa esso stesso un commensale: così mentre si parlava ogni tanto uno di noi usciva con un commento estemporaneo su una qualità, un’emozione, una sfumatura del vino.
E un residuo carbonico si accendeva a intermittenza.
Ma non voglio star qui ad arricchire di fronzoli il racconto, perché in un certo senso tradirei lo spirito di questo vino. Che è infine franco e solo da bere.
A vasche.

lunedì 10 settembre 2012

Vin d’Alsace, Aoc Alsace, Riesling 2009, Domaine Ostertag



Il riesling è un vitigno che attira il bevitore seriale.
Perché è un nobile signore del Nord Europa aggrappato a terre difficili, spesso a piede franco, spesso allevato ad alberello arroccato al limite geografico della maturazione della vite.
Un abitante del limite.
E i suoi profumi sono espressione di questo essere di frontiera e della sua durezza rocciosa, della sua asprezza acida.
Però ultimamente ragionavo sul fatto che, forse, le attuali tecniche enologiche o proprio le caratteristiche del vitigno o la mano del cantiniere un po’ ruffiano, tendono a livellarne un po’ le differenze.
Gli idrocarburi, la mineralità, le sferzate limonine, l’acidità imponente in parallelo agli zuccheri residui (Germania) o a corpi alcolico/glicerici importanti (Alsazia) a mio avviso tendono a omologarlo un po’.
Con questi pensieri ho aperto questo riesling che ha confutato le mie tesi sbrigative.
E’ un vino base, “di frutto” dicono sul sito aziendale.
Io dico che è un vino travolgente sia al naso sia in bocca.
Profumi di pietre e di agrumi e di miele amaro e di pesche e di altre decimigliaia di cose.
Saporitissimo scende duro e salato in bocca senza alcun zucchero che blandisca la papille, un citron confit.
Una spremuta con una leggera piccantezza come di nasturzio.
L’idrocarburo sotto spinge con forza ed eleganza e si completa in bocca con frutto e sale.
Leggo sul sito (e se lo scrive io gli credo) che le fermentazioni sono spontanee con “levures indigènes”.
E rimango ancora più stranito da quella pulizia complessa e ricca e sfaccettata che emerge da questo riesling.
Nessuna imperfezione “tecnica” o deriva ossidativa o sbavature organolettiche.
E ripenso con ancora più mestizia ai vini caricatura che siamo costretti a bere, figli dei lieviti industriali e degli additivi enologici più che del territorio.

L’ho acquistato a Parigi chiunque lo trovasse sappia che è una spesa ampiamente giustificata.
Sono molto incuriosito anche dai “vini di pietra” ossia i cru di Ostertag.
Bonne degustation

Luigi