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lunedì 17 settembre 2012

Cinsault 2011, La Sorga di Antony Tortul. Di N. Desenzani


Ribaltare il concetto di gusto. Vini che sono fatti di fondo. Torbidi. La consistenza è ricercata. Eppure non sono vini vinosi. Forse grazie a fermentazioni senza so2 essi guadagnano in tempi relativamente brevi una grande profondità di gusto, rotondità. E aiuta certo la sostanza spessa che è come di frutto carnoso fermentato, torbido succo di uva alcoolico.
E poi c'è un descrittore comune a questi vini: la polverosità. Diversa da un tannino essa gioca un ruolo complementare, più sul fronte della consistenza che dell’astringenza. Sono vini con una certa rugosità. Freschi ma al contempo sostanziosi, evoluti ma dissetanti.
Se vogliamo mettere la granita di limone e quella di mandorle a degl'ipotetici antipodi della dissetanza, ecco che questi vini se la giocano nel mezzo allargandosi verso il terzo polo della granita al caffè.
Ma di beva dunque si tratta. Di dissetare con sostanza. E di inebriare. Con gioia e digeribilità.



Fra le bevute memorabili degli ultimi mesi, alla ricerca di questa espressione estrema della beva, trova un posto d’onore il vino di La Sorga di Antony Tortul, uno splendido Cinsault da vigne vecchissime (86 anni), vinificato con uve non diraspate, commercializzato in Francia a poco più di 10 europei, che mi ha letteralmente fulminato per l’eleganza, la forza e la beva trascinante.
Rileggendo le mie note scarne, cerco di riempire gli spazi vuoti, i suggerimenti, che sono proprio l’arricchimento che ho avuto da questo assaggio.

Frutto-fiore rosso compatto su nucleo acido, equilibrato, è l’idea che ti dà subito il vino. Se pensi poi all’aspetto più tattile del sorso ecco che ti arriva un’impressione di polverosità, quasi di rugosità, che probabilmente dà come suggerimento aromatico il tabacco (io sono un ex fumatore di tabacco e so quale sia il piacere tattile che può dare una fumata).
Poi ecco che rifletto e di queste sensazioni viene da immaginarsi la causa: l’estrazione. Chiaro che siamo al sud, chiaro che le vigne son vecchie e il vitigno aromaticamente robusto, ma qui c’è la scelta di non perdere niente.
Si aggiunge la qualità del tannino, che invita alla beva. E forse qui ci sta lo zampino dei raspi.
Ma la ricchezza aromatico-tattile non si ferma e le spezie giocano a punzecchiar la lingua e infine il residuo carbonico suggella, entusiasma.


Ritornando al generale, ecco che l’uva è meridionale e la scelta è di imbottigliare un vino giovanissimo, ma da viti vecchie. Perché la vite vecchia ti può dar profondità al sorso e forse dà un vino già più pronto, più immediato. Possiamo avere freschezza senza perdere profondità. Una scelta che affascina e nel bicchiere funziona.
Il vino vuole essere integrale. Si vuol mettere tutto il possibile nella bottiglia, non perdere niente.
Con queste scelte messe in atto si arriva al miracolo di spessore e leggerezza di spensieratezza e profondità, di franchezza, pur rimandando a numerosi descrittori: le erbe aromatiche, come il timo selvatico, e la frutta, come la gelatina di fragola fino agli agrumi e le spezie, come il pepe.
Per onestà devo dire che mi è capitato abbastanza spesso con questi vini praticamente senza solforosa di notare un deterioramento nel giro delle prime ore/primo giorno che io percepisco al palato come un sapore un po’ selvatico di pelliccia umida (è la miglior traduzione in parole che son riuscito a dare per quel tipo di sentore, in inglese avrei detto funky). Tuttavia non tutte le persone con cui ho potuto confrontarmi percepiscono quel sentore, o magari non lo percepiscono come un difetto/deterioramento.
Io, che professo la soggettività dell’assaggio, ritengo che siano questi effetti indesiderati che un poco di solforosa probabilmente correggerebbe. Ma tale è la forza che trasmettono questi vini che li bevo volentieri così come sono e difficilmente arrivano al giorno dopo. Quindi forse non c’è bisogno che durino di più di qualche ora!






mercoledì 16 maggio 2012

parigi in tre mosse di Gastrofanatico


Ogni anno a Parigi decine di nuovi ristoranti aprono i battenti e altrettanti ne chiudono, così orientarsi - se non ci si vuole affidare allo standard delle guide - non è facile. In questo post vi propongo tre posticini, provati col mio amico Marco, che a Parigi ha deciso di viverci, a Belleville, uno dei quartieri più colorati e interessanti del momento, è proprio da qui che parte il nostro percorso.

A due passi dalla graziosa piazza di MenilMontant, la Boulangerie, è tra i ristoranti più dibattuti della jeunesse parigina. Non si discute tanto la qualità dei piatti, schietti e sinceri, quanto il prezzo, per alcuni considerato un po' troppo alto. L'ambiente, ricavato da un'antica panetteria da cui il nome, è  friendly - i francesi mi perdonino l'inglese -, direi da brasserie, sebbene la qualità dei piatti come quella della carta dei vini siano superiori. La casa propone un menu a 34 euro, con tre portate, da scegliere tra entrée, secondi e dolci. Principe della tavola un fantastico, quanto discusso, foie gras, delicato e gustoso appena scottato circondato da una riduzione di aceto balsamico. A seguire un bel pezzo di carne bovina al sangue cotta al forno e poi flambata, servita con delle patate novelle saltate al burro. Infine una vacherin al melone, con pezzetti di meringa che si frantumano docilmente in bocca donando insieme alla crema chantilly una sensazione di paradisiaca freschezza. Prodotti genuini preparati con cura, con un mix di simpatia e cura dei camerieri promuovono sicuramente la Boulangerie.



Poco lontano, dall'altra parte di Belleville, a due passi dall'ospedale Saint-Louis il giovane titolare di una rivendita di vino ha deciso di misurasi con la cucina. Le Verre Volé, letteralmente il bicchiere rubato, è un'enoteca aperta a pranzo e cena. Cucina a vista senza fronzoli. Pochi coperti, non più di una ventina in dieci tavolini con sedie di legno colorate, rosse verdi e blu, oggetti curiosi raccolti nel tempo insieme ai manifesti di concerti e iniziative più disparate incollate sul bancone, regalano al locale una straordinaria aria familiare. Le due pareti principali, a destra e sinistra, sono rivestite da scaffali con bottiglie di vino, dove insieme a prodotti conosciuti si trovano vere e proprie chicche. La carta propone una serie di piatti classici, preparazioni semplici da  materie prime fresche di facile reperibilità, mentre il menù del giorno cambia di stagione in stagione, di giornata in giornata. Qui si è orientato il mio occhio e poi il mio palato, scegliendo una composizione di calamari dei paesi Baschi, spadellati nel loro inchiostro e pomodoro con una leggera polentina accanto. A seguire formaggi caprini. Tutto accompagnato da un blanc Côtes du Rhône del 2007. Iniziativa interessante, da ritornarci.



Dalle parti di Bastille invece ecco il più elegante dei tre, vecchie fotografie, legno e specchi. Le Square Trousseau è un ristorante che propone addirittura una sala privata, fino a diciotto coperti, per occasioni particolari. Pur essendo una di queste, l'incontro con un vecchio e caro amico lo è sempre, abbiamo preferito cenare all'aperto, su uno dei tavolini allestiti sul marciapiede. Iniziamo con un piatto di escargot, succulente con un intincolo di prezzemolo, aglio e burro, e poi una signora tartare di manzo tenerisso tagliata al coltello, forse un po' troppo condita da una salsa tartare leggermente piccante e vinagrette, accompagnata ad un abbondante piatto di french fries sottili e tagliate a mano. Un Nicolas Bourgueil (Valle della Loira) rosso, troppo giovane, del 2009, accompagna le portate. Il servizio è molto cortese, ma assai formale, nulla a che vedere con i ristoranti precedenti e anche il conto è più salato. Quella era la sera decisa per la tartare, buona, ma a Parigi c'è sicuramente di meglio.



La Boulangerie
15 rue del Panoyaux
tel 01 43 58 45 45
Paris


Le Verre Volé
67 rue de Lancry
tel 01 48 03 17 34
Paris


Le Square Trousseau
1 rue Antoine Vollon
tel 01 43 43 06 00
Paris

venerdì 16 marzo 2012

parigi val bene una grenache... e una mourvedre


Languedoc.
Peyroulières 2009, Vin de Pays des Monts de la Grage.
Les Grèzes 2010, Vin de Pays des Monts de la Grage.
DomaineBordes, Saint Chinian.
A parte lo Syrah che conosciamo è ora di mandare a memoria questi vitigni (anche solo per fare i fighetti a restaurant):
Grenache, Cinsault, Mourvedre e Grenache gris.
Parto dall’ultima, la Grenache gris una bacca bianca.
Un po’ abbandonata in Spagna, in questi ultimi anni nel sud ovest della Francia sta facendo scintille.
Questa Les Grèzes 2010 era
Opalescente di giallo fosforo.
Profumata di garrigues assolata.
Salina.
Raspo vegetale e freschezza acida residuale.
Lavanda.
Rusticamente affascinante.
Glu glu è finita giù.

Poi la Mourvedre, di ostica pronuncia ma di facile bevuta.
Il Peyroulières 2009 è inchiostro nero di china.
Zaffate di mirtilli e un po’ di fragoline.
Un po' di erbe della garrigue.
Seziona il palato fra dolcezza e rugosità acide, vegetali, speziali, minerali.
Volatile alla francese che innalza profumi sino alle narici.
E sgrassa il palato impegnato a deglutire un agnello dei Pirenei.
Glu glu la Mourvedre ha seguito la Grenache nella peristalsi.
Cercateli ne vale la pena.
Bonne degustation.

Luigi


Vini bevuti su consiglio di Francesca Tradardi anima della sala e della cantina di Rino


giovedì 15 marzo 2012

il cielo sopra parigi



Uomini stanno fuggendo in una vegetazione urbana di semafori, canne piegate, binari, ferraglia, carrucole, pozzi. Schiacciano gli sterpi cresciuti fra le pietre, superano relitti di automobili bruciate, si lasciano dietro scheletri, teschi, riviste pornografiche. Qualcuno li insegue.
Hanno caschi da pugili, stivali fangosi, giubbotti dai ganci che svolazzano. Certi sono feriti, perdono sangue. Alcuni barcollano. Il ritmo della corsa è frenetico, ma lucido, controllato: non si fanno tradire dall’ansia, cercano piuttosto di governarla. Forse sperano di poterne uscire, per l’ennesima volta.

Uomini pericolosi
Eraldo Affinati
Mi 1998



martedì 13 marzo 2012

il cielo sopra parigi



Vorrei che esistessero luoghi stabili, immobili, intangibili, mai toccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati; luoghi che sarebbero punti di riferimento e di partenza, delle fonti:
Il mio paese natale, la culla della mia famiglia, la casa dove sarei nato, l’albero che avrei visto crescere (che mio padre avrebbe piantato il giorno della mia nascita), la soffitta della mia infanzia gremita di ricordi…
Tali luoghi non esistono, ed è perché non esistono che lo spazio diventa problematico, cessa di essere evidenza, cessa di essere incorporato, cessa di essere appropriato. Lo spazio è dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo.
I miei spazi sono fragili: il tempo li consumerà, li distruggerà…

Specie di spazi.
G.Perec
Torino, 1989

sabato 10 marzo 2012

il cielo sopra parigi



Si tramanda a Bersabea questa credenza: che sospesa in cielo esista un’altra Bersabea, dove si librano le virtù e i sentimenti più elevati della città, e che se la Bersabea terrena prenderà a modello quella celeste diventerà una cosa sola con essa. L’immagine che la tradizione ne divulga è quella d’una città d’oro massiccio, con chiavarde d’argento e porte di diamante, una città gioiello, tutta intarsi e incastonature, quale un massimo studio laborioso può produrre applicandosi a materie prime di massimo pregio. Fedeli a questa credenza, gli abitanti di Bersabea tengono in onore tutto ciò che evoca la loro città celeste: accumulano metalli nobili e pietre rare, rinunciano agli abbandoni effimeri, elaborano forme di composita compostezza.
Credono pure, questi abitanti, che un’altra Bersabea esista sottoterra, ricettacolo di tutto ciò che loro occorre di spregevole e d’indegno, ed è costante loro cura cancellare dalla Bersabea emersa ogni legame o somiglianza con la gemella bassa. Al posto dei tetti ci si immagina che la città infera abbia pattumiere rovesciate, da cui franano croste di formaggio, carte unte, resche, risciacquatura di piatti, resti di spaghetti, vecchie bende. O che addirittura la sua sostanza sia quella oscura e duttile e densa come pece che cala giù per le cloache prolungando il percorso delle viscere umane, di nero buco in nero buco, fino a spiaccicarsi sull’ultimo fondo sotterraneo, e che proprio dai pigri boli acciambellati laggiù si elevino giro sopra giro gli edifici d’una città fecale, dalle guglia tortili.
Le città invisibili
I.Calvino
Torino, 1972

giovedì 8 marzo 2012

il cielo sopra parigi




A Parigi c'è una strada;
in questa strada, c'è una casa;
in questa casa, c'è una scala;
in questa scala, c'è una stanza;
in questa stanza, c'è un tavolo;
su questo tavolo, c'è un tappeto;
su questo tappetto, c'è una gabbia;
in questa gabbia c'è un nido;
in questo nido, c'è un uovo;
in questo uovo, c'è un uccello.

L'uccello rovesciò l'uovo;
l'uovo rovesciò il nido;
il nido rovesciò la gabbia;
la gabbia rovesciò il tappeto;
il tappeto rovesciò il tavolo;
il tavolo rovesciò la stanza;
la stanza rovesciò la scala;
la scala rovesciò la casa;
la casa rovesciò la strada;
la strada rovesciò la città di Parigi.

Canzoncina infantile delle Deux-Sèvres
su Specie di Spazi
G.Perec
Torino 1989

mercoledì 7 marzo 2012

hediard paris e lo champagne tutto uguale

Champagne Vouettee Sorbée.
Fidèle.
O della inanità dei sommelier.



Place de la Madeleine.
Hediard.
Mi avvicino allo scaffale su cui poggiano decine di bottiglie della Cuvèe Fidèle di Vouette e Sorbée.
Con due etichette diverse.
Chiedo alla sommelier che cosa significhi.
“Nulla, hanno cambiato etichetta, tanto gli champagne sans année sono tutti uguali”
Uguali? Ma non c’è un minimo obbligatorio di vino del millesimo corrente?
Poi le piccole maison raramente hanno grandi quantità di vins de réserve per tagliare le basi n’est pas?
“No li fanno uguali (uguali ha detto!) tutti gli anni è solo questione di data di dégorgement”
Allora mi dia quello più recente.
Dico così, per dire e per darmi un tono e perché il mio francese non mi permette di innescare una polemica infinita.
25/11/08 non proprio recentissima, chissà l’altro (ma non appuro un po’ per pigrizia un po’ per fretta).
Chiedo se è un assemblage o un Blanc de Blanc o un Blanc de Noir (in etichetta non c’è nessuna indicazione).
“Assemblage” risponde perentoria.
Da quale area della Champagne arriva? (mi sembrava di ricordare fosse dell’Aube).
“La wi-fi non funziona, non posso vederlo.”
Ringrazio pure, pago ed esco.
Torno qualche giorno dopo, controllo che non si aggiri la sommelier e sbircio la data di dégorgement anche dell’altra etichetta.
20/12/09 più recente di quello che mi avevano spacciato come più recente.
Compare un altro sommelier.
Gli chiedo la composizione.
“Blanc de Noir”
Provenienza.
Wi fi sempre fuori uso.
Io sempre più confuso.
Così va la vita.
Anche a Parigi,anche da Hediard.

La cuvèe Fidéle è un Blanc de Noir, extra brut, praticamente e orgogliosamente un millesimato con pochissimo vins de réserve prodotto nell’Aube da Bertrand Gautherot.
Vino di classe cristallina, tagliente, cremoso, pinoteggiante e salmastro.
Sensazioni di lievi ossidazioni su.
Acidità impressionante e.
Raschio citrino.
Per palati selvaggi che amano la potenza del Pinot noir non addomesticata da morbidi zuccheraggi.
Non fatevelo mancare.
Bonne degustation


 
Luigi


martedì 6 marzo 2012

il cielo sopra parigi



Obliqua la luce del sole
nell'estate prolungata
nell'aria fresca le ombre lunghe
in pieno pomeriggio
sono blu
piene di cielo crudo
...


Le scimmie sono involontariamente uscite dalla gabbia
Dario Voltolini
Roma 2006

lunedì 28 marzo 2011

mielbetondeparisboisdevincennesabeillejardinsdesplanteszoo

Béton, le miel de Paris, tetti e giardini di arrondissement vari.



Una idea piccola e geniale.
Le arnie in città.
La città è un arnia?
E noi api?
Un apicultore qualche anno fa, stufo della moria di api ha trasferito le sue arnie in città.
In realtà ai Jardin de Luxembourg c’è un apiario dal 1872.
Alcune le ha messe sui tetti di edifici per uffici.


Alcune nei parchi cittadini.
Incredibilmente, anche le api hanno gradito l’inurbamento e si sono messe a produrre miele.
Con un senso della parola e dell’ossimoro che solo i transalpini hanno, l’hanno chiamato “miel-Béton” miele-cemento.


Dicono che le api finalmente libere dai diserbanti e dai pesticidi agricoli, si siano sbizzarite a suggere pollini delle piantine esotiche della nutrita comunità internazionale di Parigi, delle aiuole cittadine e degli orti botanici.
Dicono che la produzione stessa è maggiore di due o tre volte la media.
Dicono che le qualità organolettiche siano superiori a quelle ottenute dai mieli di campagna.
Questa inversione ci deve far riflettere.


Noi che siamo afflitti da nostalgie bucoliche.
Noi che tentenniamo nell’abbracciare le tematiche bio.
D’altronde le volpi in UK e i cinghiali a Torino preferisco vivere in città (ogni tanto fanno pure un giro ai murazzi).
Semplificando direi che l’agroindustria ha ucciso la campagna.
L’edilizia il paesaggio rurale.


Loro, le api hanno deciso:
meglio il traffico cittadino che i veleni della campagna.
La città sembra la nuova frontiera della agricoltura.
Il prossimo passo saranno gli orti urbani e quelli pensili.




Ho  letto che a Torino alcuni apiari sono stati collocati nell’orto botanico.
Tornando a Parigi vi consiglio di andare al Jardin des Plantes, Paris 05, stupendo lo zoo.
Lo so, anche a me intristisce l’idea che sottende agli zoo ma qui gli animali sono bellissimi e in ottimo stato di salute.




Inoltre lungo le aiuole di Le Notriana memoria potrete provare a riconoscere le infinite varietà di piante del giardino botanico.
Se avete fame dopo la scarpinata vi consiglio di mangiare all’Avant-Gout in Rue Bobillot 26, Paris 13.
Se avete sete dopo aver letto questo post vi consiglio:



lo Champagne brut nature s.a. di Christophe Mignon.
Un  Blanc de Noir, 100% Pinot meunier (j’adore le meunier) 12,5%vol.
Secchisimo, vinoso, con profumi di cioccolato amaro e fruttato e mineralità.
Sapido, cremoso, elegante, verticale, con leggeri profumi di pane caldo di segale.
Christophe è bio qualcosa e forse si sente.
Noi l’abbiamo finito prima di iniziare la cena.



Comprato all’enoteca Bacchus et Ariane a 38,00 euro.
Bonne degustation


Luigi


lunedì 21 marzo 2011

ruevielledutempleglouglourestaurantparis03marais

Paris 3°arrondissement Marais.
Rue vielle du Temple e viuzze limitrofe.



Profumi e sguardi di una Parigi preottocentesca rimasta miracolosamente intonsa dagli interventi di “riqualificazione” urbana del Barone Haussmann a metà 1800 d.c.
Un pezzo di resistenza urbana.
Prima era l’orto di parigi.

Poi un’area di espansione seicentesca, Place de Vosges ne è uno splendido esempio.
Poi zona della moda.
Certe volte mi inquieta pensare che stò calpestando ex brani di campagna, quando non ex foreste secolari che ora sono sotto metri di terra, al centro di un’area urbana enorme, cementificata, puzzolente e pesantemente antropizzata.
Ho letto che in una delle prime spedizioni romane verso la gallia le legioni camminarono per 40 giorni senza uscire dalla foresta.

Comunque sia, cammino e le vie mi rimandano l’eco del ghetto ebraico di Parigi.
Comunque sia, cammino e le vie mi rimandano l’eco di una Francia non ancora affetta dalla sindrome della Grandeur.
E dalle architetture fuori scala.
La gente intorno cammina inconscia del fatto che prima fosse stata foresta, poi orti, poi città, poi ghetto, poi metropoli.


Qualche  turista scampato e disperso dalla girandola di Rue de Rivoli e del Beaubuorg, molte boutique, molti antiquari, molti negozi alimentari Kasher, molti locali, belli però, non acchiappa gonzi.
Nelle vie più interne continua il commercio all’ingrosso di gioielli e maroquinerie e la vita di tutti giorni.
Lusso ma moderatamente sottotraccia.
In uno di questi locali siamo entrati per mangiare qualcosa.


Il Glou di fronte al museo Picasso in rue Vielle du Temple 101, Paris 03.
Ragazzi giovani e disponibili e rapidi, in un ambiente grazioso, ben progettato e con una grafica accattivante.
Menù con slanci internazionali e puntate nella tradizione.
Vini al bicchiere decisamente a buon prezzo con vasta scelta e la possibilità di acquistare la bottiglia a emporter con grosso sconto.
A mia figlia il posto è piaciuto subito, molto cool, molto mood e ha cominciato a mangiare patate di Noirmoutier e salmone affumicato.



Noi abbiamo mangiato soba con cappesante, merluzzo su letto di patate la ratte, parmentier de boeuf e puree di patate, tartare di carne Aubrac con patate fritte e insalata, selezione di formaggi, torta al cioccolato fondente con panna, cheese cake alla vaniglia bourbon, caffè.
Menù a 15 euro alla carta circa 30/35 senza vini.
Ci siamo trovati bene, cullati dalle conversazioni anglo francesi dei vicini e dalla gentilezza dei camerieri.
Abbiamo bevuto un ottimo Vouvray di Sébastien Brunet metodo classico spumoso e fresco e citrino.
Poi  uno Saumur aoc” l’insolite” 2007, di Thierry Germain del domaine des Roches Neuves.
Con profumi di pompelmo e limone e salvia e zenzero, mineralità un po’ chiusa e una  bocca rotonda ma sgrassante con fruttato e leggero vegetale, buono ma  non un tipicissimo vino della Loira.
Andate al Beaubourg, il relitto colorato e pulsante di Rogers e Piano, al di là, dell’inevitabile tourbillon turistico offre sempre bellissime mostre.
Prendetevi un caffè o un croque monsieur al bar dell’ultimo piano, la vista vale il viaggio.
Bonne degustation

Luigi


lunedì 7 marzo 2011

parigi16arrondissementpalaisdetokyoeatsavenniéres2007

Parigi, 16° arrondissement, Palais de Tokyo.
E anche un po’ di 7° arrondissement, la tour Eiffel, il museo del Quai Branly.


Tanto stanno uno di fronte all’altro con in mezzo la Senna.
Come la città digerisce una scenografia.
E ne fà emblema.
Il Trocadero per l’esattezza il Palais de Chaillot, i suoi giardini, l’attuale Palais de Tokyo, la tour Eiffel e altri padiglioni qua e là erano effimere scenografie per le esposizioni universali dei primi novecento.

tokyo eat

E’ come se si sentisse il vacuo pompare della retorica nazionalista e l’assurdo sperpero di spazi e risorse.
E’ un luogo così non-luogo da diventare significante, è così brutto che trascende la stessa categoria e si erge al di sopra di ogni possibile considerazione estetica.
Esiste e basta.
E la gente, io stesso, ci và attratta dal fascino dell’orrido e del fasullo.
Amplificato dalle bandierine dei chioschi, dai venditori di reliquie-souvenir, dalla musica cacofonica e incessante.
Timidamente, come simbionte il museo del Quai Branly, camuffando la facciata di vegetali ha cercato un possibile inserimento in un contesto difficile.

curry de poulet fermier aux fruits en feuille de bananier, riz au épices

Al Palais de Tokyo progettisti e direttore museale hanno tentato, non capisco con che successo, di creare un museo di arte contemporanea, militante, vivente e produttivo.
Il Palais de Tokyo è brutto quanto il Trocadero.
 Sono intrisi di quell’estetica anni venti che ricorda Piacentini e Speer e faccio fatica a separala dai fascismi e i suoi disastri.
All’interno il Palais de Tokyo sembra un cantiere abbandonato poco prima della fine lavori (e per questo je l’adore).
I  progettisti, due bordolesi duri e puri e brutalisti, hanno portato alle estreme conseguenze la loro visione dell’architettura.

tortino vanille mascarpone

Io ci ho trascinato moglie e figlia a mangiare al “Tokyo eat” perché chissà quando, dove e come avevo letto che il ristò era degno di tal nome, malgrado la sua posizione in zona turistico venatoria.
Ambiente con spazi imponenti e hard, bei tavoli, bella gente, grande luminosità, cucina in vista come ad un self service ma non c’è nulla di precotto, camerieri veloci ed informali.
Iniziava la settimana della moda che coinvolge anche il Palais de Tokyo per cui si aggiravano creativi e stangone anoressiche niente male.
In sala caracollava qualche turista un po’ sconcertato che forse cercava solo scampo dal gelido vento atlantico che batte senza sosta i quai.
Mangiato benissimo un menù con derive orientaleggianti-creative, ma come fargliene una colpa, nomen omen, il tutto in un ambiente consono ai miei deliri architettonici.
Dolci memorabili e mise en place molto artistica.


Ottimo anche il caffè.
Vini ahimè lontanissimi dalla sufficienza.
Conto sui 20,00 euro senza vini.
Per cui vi e mi dedico un vino che ho poi bevuto la sera a casa, nel mezzo della festa di primavera cinese.
Il cambio di continente ogni sera al rientro mi tramortiva un po’.
Lo sapete sono provinciale.
Savenniéres 2007 Clos des Perrières 12,5%vol, di Chateau Soucherie a Beaulieu-sur-Layon.
Questi vini della Loira mi stupiscono ogni volta, sono al nord, al limite della sopravvivenza della vite.
Malgrado ciò lo Chenin ci spiega con forza cosa può dare un vitigno autoctono ben ambientato nel suo pedoclima.
Giallo paglierino intenso, vivace.

Profumi molto intensi di limone con mentuccia e anice quasi balsamico, una profonda mineralità con echi idrocarburici e fruttati.
Vino potente a dispetto dei gradi alcol, rotondo, saporito, fruttoso, acido, salino, lunghissimo e appagante.
Ottimo, sicuramente giovanissimo.
Aridità dalla cantina:
parcella di 1,8 ha, viticoltura a basso impatto ambientale, su suoli misti sabbiosi, pietre vulcaniche, scisti e graniti.
Vinificazioni e affinamento in legno per 9 mesi e poi 4 mesi di cuve (d’acciaio, I suppose) sulle fecce fini.
Comprato all’enoteca Bacchus et Ariane a 16,00 euro il caviste è disponibile e gentile.
Ne ho portato una bottiglia a casa avvolgendola nei pannolini di mia figlia e pregando Bacco/Dioniso che non si rompesse macchiando le Louboutin di mia moglie.
Gli dei mi hanno ascoltato.
Vi consiglio di passare pres de la tour Eiffel la sera dopo il tramonto, a ogni scadere dell’ora, per cinque minuti si accende una spettacolare illuminazione Swaroski (qualche anno fa era sempre in funzione, poi per contenere i consumi…) vale il viaggio a Parì.
Ah non fate gli snob, salite sulla tour Eiffel da sopra vedrete il bois de Boulogne che si insinua nella città, i tetti di zinco che rilucono al sole, le Tuilerie, i tetti in vetro del Grand Palais e sentirete il rumore infernale e pulsante di una metropoli.

Bonne degustation

Luigi

Grand palais, ca va sans dire