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martedì 5 maggio 2015

L'Iris 2008 - J.P. Robinot

di Andrea Della Casa



L’unico precedente con i vini di Robinot fu per me qualche anno fa durante VinNatur a Villa Favorita. Assaggio che colpì e rimase impresso.
Ora, a qualche tempo di distanza, un nuovo incontro.
Nella fattispecie con uno Chenin Blanc dagli angoli smussati, meno tagliente rispetto a quanto questo vitigno mi ha spesso abituato. L’affinamento di 24 mesi in barriques usate ha probabilmente adempiuto alla sua missione.
Morbido e pieno, ben percepibile tanta materia in bottiglia che si sollazza sotto note agrumate, speziate e una sottilissima tostatura. Bella fresca acidità avvolta da una sensazione ammandorlata.
Le ultime mescite rivelano la mancata filtrazione che propone un lato ancora sconosciuto ed austero di questo vino. Il sorso riacquista “gli angoli” e propone una insolita tannicità che allerta il palato. Pur mantenendo la piacevolezza della beva.
Vino ottimo davvero, anche se il mio gusto predilige Chenin più affilati.

venerdì 25 maggio 2012

L’Echalier 2010 Nicolas e Genevieve Bertin-Delatte


L’Echalier 2010 VdF Chenin, Nicolas e Genevieve Bertin-Delatte, Rablay-sur-Layon.
Prodotto dall’unico vigneto aziendale di 1,5 ha in biò.
Fermentazioni con lieviti indigeni, separate in tre cuvèe (parte alta, mediana e bassa del vigneto) e affinamento in legno piccolo usato.
Scrivo di questo vino dopo aver assaggiato lo Chablis di de Moor e
mi pare di leggere, sul filo leggero e increspato della memoria gustativa, delle assonanze.
Concettuali, forse tecniche, più che organolettiche.
Anche in questo vino, sebbene potentemente fresco di un acidità vegetale, si innestano delle maturazioni e delle lievi ossidazioni quasi di caramello.
Questo Chenin è vino di maggiore leggerezza e corpo non imponente con sfumature agrumate (d’altronde lo Chablis è una selezione da un vigneto vecchio e d’altronde parliamo di due cultivar diverse).
Però la cifra stilistica è quella di morbide aspettative, fustigate da acidità, leggero vegetale e mineralità salina.
Grandissimo glu glu con questo vin de France.
Consigliatissimo e dissetante.
Bonne degustation


Luigi


venerdì 23 marzo 2012

le rouchefer 2010 appellation anjou controlée mosse

Le Rouchefer 2010, Appelation Anjou Controlée, Domaine Mosse, Saint Lambert-du-Lattay.


Voilà un altro vin de Loire.
Chenin naturalmente.
Giovane naturalmente.
D’altronde i vini vanno conservati…nella memoria (cit).
Ma già bevibilissimo.
Profumatissimo.
Asciutto e scattante.
Leggero raschio acidulo vegetale.
Pizzicante.
Salato.
Chiama un bicchiere dietro l’altro.
Per cercare nuove sensazioni.
Che lui diligente ti dà.
Glu glu
Va giù
E la bottiglia finisce.
Bonne degustation

Luigi

lunedì 12 marzo 2012

figli di una bolla minore



Crémant du Jura Brut, Domaine Labet, Rotalier.
Se volete bere uno spumante metodo classico in Francia e non disponete più di 13/14 euro (anche meno).
Allora lo Jura vi viene in aiuto (sui blog francesi parlano di 6 dico 6 euro in cantina).
E vi consegna dei Crémant du Jura di insospettabile qualità, saporiti e avvincenti.
Questo del Domaine Labet di Rotalier.
E’un taglio di Pinot noir e Chardonnay.
Agli Chardonnay dello Jura in genere sia in versione ouillès sia in versione vins de voile bisognerebbe dedicare tempo e calici e palato.
Ouillès sono i vini affinati in riduzione.
I vins de voile sono quelli ossidati sotto il velo di flor (non proprio di moda però...).
Tutti rigorosamente in pièce (barrique Borgognona) usatissime non meno di 4 sino a 12 anni e più.
Comunque, torniamo al nostro Crémant.
Buonissimo, bolle fini e sentori di frutta secca.
Come se l’ossidazione e i suoi profumi fossero impliciti e connaturati con il terroir dello Jura.
Il Pinot è più domestico di quelli della Champagne.
Rotondo e delicato.
Mineralità salmastra.
Lo Chardonnay è più antico, più figlio della vecchia borgogna che non disdegnava derive ossidative e morbide(al terroir non si comanda).
Ma l’acidità tiene alto il liquido e pizzica il palato insieme al leggero amarostico.
Bevuta entusiasmante che libera il cuore e non collassa la carta di credito.



Oppure, sempre se squattrinati, si può attingere alla Loira.
Montlouise-sur-Loire, Bubulle 2010, Domaine Lise et Betrand Jousset.
Questo è Chenin Blanc in purezza, metodo ancestrale, non dosato, senza solforosa aggiunta.
In tutta la sua virulenza espressiva.
Non sto a dirvi che anche lo Chenin Blanc di Loira è da tenere sotto stretta osservazione papillare.
Anche nelle immense versioni dolci.
Ma torniamo a noi.
Acidità e verticalità.
Accenni di vegetale e linfatico.
A tratti asciugante.
Minerale di quarzo.
Accattivante.
Un maestrale che si infrange sugli scogli.
Per palati rudi.
Buonissimo.
Bonne degustation



Luigi

lunedì 21 marzo 2011

ruevielledutempleglouglourestaurantparis03marais

Paris 3°arrondissement Marais.
Rue vielle du Temple e viuzze limitrofe.



Profumi e sguardi di una Parigi preottocentesca rimasta miracolosamente intonsa dagli interventi di “riqualificazione” urbana del Barone Haussmann a metà 1800 d.c.
Un pezzo di resistenza urbana.
Prima era l’orto di parigi.

Poi un’area di espansione seicentesca, Place de Vosges ne è uno splendido esempio.
Poi zona della moda.
Certe volte mi inquieta pensare che stò calpestando ex brani di campagna, quando non ex foreste secolari che ora sono sotto metri di terra, al centro di un’area urbana enorme, cementificata, puzzolente e pesantemente antropizzata.
Ho letto che in una delle prime spedizioni romane verso la gallia le legioni camminarono per 40 giorni senza uscire dalla foresta.

Comunque sia, cammino e le vie mi rimandano l’eco del ghetto ebraico di Parigi.
Comunque sia, cammino e le vie mi rimandano l’eco di una Francia non ancora affetta dalla sindrome della Grandeur.
E dalle architetture fuori scala.
La gente intorno cammina inconscia del fatto che prima fosse stata foresta, poi orti, poi città, poi ghetto, poi metropoli.


Qualche  turista scampato e disperso dalla girandola di Rue de Rivoli e del Beaubuorg, molte boutique, molti antiquari, molti negozi alimentari Kasher, molti locali, belli però, non acchiappa gonzi.
Nelle vie più interne continua il commercio all’ingrosso di gioielli e maroquinerie e la vita di tutti giorni.
Lusso ma moderatamente sottotraccia.
In uno di questi locali siamo entrati per mangiare qualcosa.


Il Glou di fronte al museo Picasso in rue Vielle du Temple 101, Paris 03.
Ragazzi giovani e disponibili e rapidi, in un ambiente grazioso, ben progettato e con una grafica accattivante.
Menù con slanci internazionali e puntate nella tradizione.
Vini al bicchiere decisamente a buon prezzo con vasta scelta e la possibilità di acquistare la bottiglia a emporter con grosso sconto.
A mia figlia il posto è piaciuto subito, molto cool, molto mood e ha cominciato a mangiare patate di Noirmoutier e salmone affumicato.



Noi abbiamo mangiato soba con cappesante, merluzzo su letto di patate la ratte, parmentier de boeuf e puree di patate, tartare di carne Aubrac con patate fritte e insalata, selezione di formaggi, torta al cioccolato fondente con panna, cheese cake alla vaniglia bourbon, caffè.
Menù a 15 euro alla carta circa 30/35 senza vini.
Ci siamo trovati bene, cullati dalle conversazioni anglo francesi dei vicini e dalla gentilezza dei camerieri.
Abbiamo bevuto un ottimo Vouvray di Sébastien Brunet metodo classico spumoso e fresco e citrino.
Poi  uno Saumur aoc” l’insolite” 2007, di Thierry Germain del domaine des Roches Neuves.
Con profumi di pompelmo e limone e salvia e zenzero, mineralità un po’ chiusa e una  bocca rotonda ma sgrassante con fruttato e leggero vegetale, buono ma  non un tipicissimo vino della Loira.
Andate al Beaubourg, il relitto colorato e pulsante di Rogers e Piano, al di là, dell’inevitabile tourbillon turistico offre sempre bellissime mostre.
Prendetevi un caffè o un croque monsieur al bar dell’ultimo piano, la vista vale il viaggio.
Bonne degustation

Luigi


lunedì 7 marzo 2011

parigi16arrondissementpalaisdetokyoeatsavenniéres2007

Parigi, 16° arrondissement, Palais de Tokyo.
E anche un po’ di 7° arrondissement, la tour Eiffel, il museo del Quai Branly.


Tanto stanno uno di fronte all’altro con in mezzo la Senna.
Come la città digerisce una scenografia.
E ne fà emblema.
Il Trocadero per l’esattezza il Palais de Chaillot, i suoi giardini, l’attuale Palais de Tokyo, la tour Eiffel e altri padiglioni qua e là erano effimere scenografie per le esposizioni universali dei primi novecento.

tokyo eat

E’ come se si sentisse il vacuo pompare della retorica nazionalista e l’assurdo sperpero di spazi e risorse.
E’ un luogo così non-luogo da diventare significante, è così brutto che trascende la stessa categoria e si erge al di sopra di ogni possibile considerazione estetica.
Esiste e basta.
E la gente, io stesso, ci và attratta dal fascino dell’orrido e del fasullo.
Amplificato dalle bandierine dei chioschi, dai venditori di reliquie-souvenir, dalla musica cacofonica e incessante.
Timidamente, come simbionte il museo del Quai Branly, camuffando la facciata di vegetali ha cercato un possibile inserimento in un contesto difficile.

curry de poulet fermier aux fruits en feuille de bananier, riz au épices

Al Palais de Tokyo progettisti e direttore museale hanno tentato, non capisco con che successo, di creare un museo di arte contemporanea, militante, vivente e produttivo.
Il Palais de Tokyo è brutto quanto il Trocadero.
 Sono intrisi di quell’estetica anni venti che ricorda Piacentini e Speer e faccio fatica a separala dai fascismi e i suoi disastri.
All’interno il Palais de Tokyo sembra un cantiere abbandonato poco prima della fine lavori (e per questo je l’adore).
I  progettisti, due bordolesi duri e puri e brutalisti, hanno portato alle estreme conseguenze la loro visione dell’architettura.

tortino vanille mascarpone

Io ci ho trascinato moglie e figlia a mangiare al “Tokyo eat” perché chissà quando, dove e come avevo letto che il ristò era degno di tal nome, malgrado la sua posizione in zona turistico venatoria.
Ambiente con spazi imponenti e hard, bei tavoli, bella gente, grande luminosità, cucina in vista come ad un self service ma non c’è nulla di precotto, camerieri veloci ed informali.
Iniziava la settimana della moda che coinvolge anche il Palais de Tokyo per cui si aggiravano creativi e stangone anoressiche niente male.
In sala caracollava qualche turista un po’ sconcertato che forse cercava solo scampo dal gelido vento atlantico che batte senza sosta i quai.
Mangiato benissimo un menù con derive orientaleggianti-creative, ma come fargliene una colpa, nomen omen, il tutto in un ambiente consono ai miei deliri architettonici.
Dolci memorabili e mise en place molto artistica.


Ottimo anche il caffè.
Vini ahimè lontanissimi dalla sufficienza.
Conto sui 20,00 euro senza vini.
Per cui vi e mi dedico un vino che ho poi bevuto la sera a casa, nel mezzo della festa di primavera cinese.
Il cambio di continente ogni sera al rientro mi tramortiva un po’.
Lo sapete sono provinciale.
Savenniéres 2007 Clos des Perrières 12,5%vol, di Chateau Soucherie a Beaulieu-sur-Layon.
Questi vini della Loira mi stupiscono ogni volta, sono al nord, al limite della sopravvivenza della vite.
Malgrado ciò lo Chenin ci spiega con forza cosa può dare un vitigno autoctono ben ambientato nel suo pedoclima.
Giallo paglierino intenso, vivace.

Profumi molto intensi di limone con mentuccia e anice quasi balsamico, una profonda mineralità con echi idrocarburici e fruttati.
Vino potente a dispetto dei gradi alcol, rotondo, saporito, fruttoso, acido, salino, lunghissimo e appagante.
Ottimo, sicuramente giovanissimo.
Aridità dalla cantina:
parcella di 1,8 ha, viticoltura a basso impatto ambientale, su suoli misti sabbiosi, pietre vulcaniche, scisti e graniti.
Vinificazioni e affinamento in legno per 9 mesi e poi 4 mesi di cuve (d’acciaio, I suppose) sulle fecce fini.
Comprato all’enoteca Bacchus et Ariane a 16,00 euro il caviste è disponibile e gentile.
Ne ho portato una bottiglia a casa avvolgendola nei pannolini di mia figlia e pregando Bacco/Dioniso che non si rompesse macchiando le Louboutin di mia moglie.
Gli dei mi hanno ascoltato.
Vi consiglio di passare pres de la tour Eiffel la sera dopo il tramonto, a ogni scadere dell’ora, per cinque minuti si accende una spettacolare illuminazione Swaroski (qualche anno fa era sempre in funzione, poi per contenere i consumi…) vale il viaggio a Parì.
Ah non fate gli snob, salite sulla tour Eiffel da sopra vedrete il bois de Boulogne che si insinua nella città, i tetti di zinco che rilucono al sole, le Tuilerie, i tetti in vetro del Grand Palais e sentirete il rumore infernale e pulsante di una metropoli.

Bonne degustation

Luigi

Grand palais, ca va sans dire