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martedì 11 novembre 2014

Io sono caffè

di Vittorio Rusinà


Fuori piove, dentro da Banco è casa, c'è persino la cassetta di legno, molto freak, con la scritta dipinta Black Barrell, c'è il vassoio della vera insalata capricciosa, c'è il bicchiere vuoto dove prima c'era il dolcetto immenso di Nicoletta, Simona finito il servizio si prepara una sigaretta e Andrea si cimenta nel caffè, attenzione il Caffè.



Un infuso di caffè, arabica di Panama, perché il caffè si beve così, si lo so da tanto tempo, finalmente adesso inizia ad essere realtà grazie ad alcuni maestri del caffè anche nei ristoranti, nei bar, anche in Italia. Piccoli importanti passi. Dobbiamo imparare molto sul caffè, dobbiamo scendere dal fragile piedistallo "Ah il caffè buono come lo si fa in Italia nessuno lo sa fare", questo non è vero.
Tazza grande per un grande caffè, la caffeina è molto equilibrata in infusione (almeno questa è la sensazione che ho), mi viene da pensare alla teina dei grandi tè, i profumi si aprono, il gusto corre dalle sensazioni di nocciola al cacao, amaro e dolce in equilibrio, perfetto.
Per un attimo, fortissimamente, Io sono caffè.
Ancora due mesi poi potrò dire: I am coffee.

thanks to Andrea Gherra, Banco, Torino


lunedì 10 novembre 2014

Pinot Nero 2007, Le due Terre

di Niccolò Desenzani


Procedendo negli anni di enomania, attraversati da relativamente squattrinato e senza agganci con le istituzioni del vino, si arriva a concepire uno strano rapporto coi vitigni chic come il pinot nero. Di fatto ci è precluso quasi l’universo mondo borgognone e dobbiamo trovare canali alternativi di accesso al signor Pinot Noir. Una via è passare per le espressioni italiane, un’altra è quella delle Appellation e delle zone meno note della Borgogna e limitrofe regioni. Poi c’è la via dell’Alsazia, che forse è la vera Mecca misconosciuta del vitigno. Anche se qualcosa di curioso forse si annida in altre regioni meno caratteristiche per monsieur Pinot Noir, come nello Jura.
Si potrebbe cercare in America, o nell’altro emisfero, ma dalla periferia italica quelle zone del vino sono veramente lontanissime per disponibilità e conoscenza.
Insomma il titolo di questo prologo forse potrebbe suonare “Sono un ignorante e non conosco il pinot nero”.
Tuttavia qualche idea del vitigno me la sono pure fatta, per somma di tutte queste rappresentazioni alternative e ne ho trovate anche di buone, a volte molto buone.
Nell’ultimo periodo mi sono anche concesso qualche lusso di Borgogna, ma con scarsa soddisfazione.
Invece c’è un Pinot Nero italiano, che va ad aggiungersi a quei due o tre che mi sono piaciuti in questi anni, e che è proprio un bel vino. Parere, ovvio, di incompetente, ma tant’è.
Sto parlando di Le due terre, azienda di Prepotto che riesce con pochi vini prodotti e poche bottiglie a rappresentare tre stili di vino (parlo degli stili che in qualche modo la dicotomia Borgogna-Bordeaux ha formato come categorie interpretative): per l’appunto il bordolese, con un Merlot di razza, il borgognone con un Pinot Nero strabiliante e l’autoctono con un uvaggio di schioppettino e refosco, il Sacrisassi, anch’esso espressione fuori categoria. E ci fermiamo alle bacche rosse. Però se ci pensate, dove trovare questa concentrazione e fusione di terroir glocali in aziende piccole? Mica facile. E poi a questi livelli direi che son davvero pochi in Italia.
Comunque il fatto sta che a primavera, in occasione della degustazione organizzata da Caves de Pyrène, ancora una volta mi son trovato al banchetto di queste persone dolci e belle, e ho assaggiato. Quando il Pinot Nero 2011 mi è entrato in bocca ho sussultato. Perché aveva il registro “sopra” dei grandi vini. Un assaggio e poi ciao.
Assaggio che ha scavato nella mia rete neuronale e mi ha spinto a cercare quest’etichetta.
Grazie a un amico, ho preso la 2007.
E una sera in compagnia l’abbiamo aperto e bevuto, in men che non si dica.
Mi è piaciuto tanto perché fortemente varietale, ma nello stesso tempo davvero cazzuto. Fresco e vivo, e in ottima salute. Oltre ai soliti fruttini (sto diventando allergico a questi riconoscimenti) poi in bocca ha un energia seria. Qualcosa che qualcuno riporterebbe al terroir (ma sto diventando intollerante anche a questo tipo di osservazione).
Tuttavia, procedendo negli anni di enomania, non voglio diventare uno che rinuncia a spiegare cosa gli è piaciuto di un vino limitandosi a dire buono o non buono.
Ci tengo che si capisca che in questo vino c’è vocazione. Il che vuol dire che ogni anno sarà diversissimo dall’altro, ma i vini saranno sempre buoni e riconoscibili come “il Pinot Nero di Le due terre”. E poi ci saranno le 2011 che, BUM!, fanno il botto.
O forse ho solo sognato?

*Per un confronto con la 2008 vedi anche questo post di Luigi.

mercoledì 5 novembre 2014

Antimateria, Birre & Caffè

di Vittorio Rusinà



"La vera rivoluzione è far incontrare la gente." (Lorenzo Bottoni)

Venerdì 31 ottobre a Torino da Black Barrell c'era la serata "Antimateria. The Plot is the Revolution", ecco io ho fatto la pazzia di andarci e non sarò mai più quello che ero prima.
Premessa: io ero andato perché volevo convincere Elena Bellusci a scrivere per il Bar e poi perchè Diego, homebrewer del Bar, mi aveva fatto una testa così "devi venire, merita".
Era una sera fredda-fredda, meno male che sul tavolo c'erano pane casereccio (molto buono), salumi, formaggi e mele, ah le mele meritano una foto.



Renzo Losi (Black Barrell) scusate "il grande" Renzo Losi, mi si avvicina e mi dice: "Sono le mele che mi ha mandato la mia mamma da Parma". Lui poi le usa per farci la birra alla mela (2 versioni di cui una già in vendita). Sono umani questi birrai.



Elena Bellusci è quella carina in piedi, è lei che ha organizzato, ottimamente, la serata, quello seduto invece è invece Lorenzo Bottoni, mastro birraio, che gira in Multipla targata Svizzera cosa che lo costringe a guidare in modo ligio (ahahah), anarchico, folle, fuori dalle regole, certo non amato da un certo settore del mondo gastro-birro-enologico italiano, uno che parla chiaro quando si tratta di discutere di grande distribuzione, di qualità del caffè (l'ultima sua avventura), di organizzazioni a difesa del cibo, buono e pulito. D'improvviso mi sento meno solo, sento che ci sono altre persone con cui condividere il desiderio di andare oltre alle apparenze.






Birre in ordine sparso di degustazione: 
IPA di Birrificio Torino, dove Renzo Losi prepara alcune basi delle sue birre, dono del mastro birraio Lorenzo Mascarello (presente alla serata)
Barn, Prosecco Weiss, di Lorenzo Bottoni aka Laboratorio
Kriek dei Puffi, Black Barrell
Seson, Lorenzo Bottoni
Nut-The Irish Jinn, Black Barrell
Cogs, la  meravigliosa coffee porter di Lorenzo.
Bodega 2004, metodo solera, birra immensa, il capolavoro di Lorenzo.



Poi tutti giù in cantina a spillare birra direttamente dalle botti, grazie alla generosità di Renzo, tutti felici, un convivio perfetto di allegria e grande curiosità.



Ah dimenticavo i salami appesi, salami di categoria.
A chiudere la serata una chicca preziosa, dono dell'amica Evak Effervescente, un sidro di Bretagna, superlativo.




Una serata che non dimenticherò mai!

http://www.blackbarrelsbeer.com/
http://www.piccololab.it/

martedì 4 novembre 2014

A proposito di vini estinti

di Niccolò Desenzani



Mi ritrovo spesso, ma sempre meno, a bere vini estinti.
I vini in questa categoria sono caratterizzati dall’essere riconoscibili per tratto e stile, ma soprattutto perché sembra che scompaiano con i loro creatori, o talvolta per vicende che vedono comunque la fine di una produzione eccellente e ben connotata.
Alcuni esempi sono celebri: pensiamo ai Dolcetto di Pino Ratto, alle Barbera di Nino Bronda e al suo  “8 filari California”, alla barberapiùbuonadelmondo di Giuseppe Ratti di Variglie…
Nella zona del Bramaterra, vino longevo al punto da sopravvivere ai suoi interpreti per tanti anni, è pieno di vini estinti, che ancora oggi (con)tengono, vivo, il ricordo di sapori anni 80, ma forse anche 50, 60 e 70. Sapori che sono andati perduti. Pare ovvio che i sapori siano difficili da salvare o rendere in musei dedicati. Seppur ricordo da piccolo in viaggio con mio padre nel sud dell’Inghilterra di aver visitato un museo in cui si ricostruiva un’abitazione come doveva essere nell’800 (mi pare) ed entrando in cucina avevano avuto l’idea di diffondere un odore di zuppa, fatta alla maniera di allora.
In un gioco di specchi di memoria e parole io ricordo ancora quel museo, e quell’odore. E quindi forse ho un ricordo di qualcosa che ha preceduto la mia esistenza di generazioni!
Il vino in questo ci aiuta. Perché spesso i vini straordinari durano tanto ed ecco allora che possono diventare dei veicoli per viaggiare nel tempo oltre che nei luoghi.
Ieri per esempio ho bevuto l’ultimo sorso dell’ultima bottiglia di “vigna Ronchetto” 1996 di Lino Maga. Vigna che il Cavaliere di Broni non vinifica da più di dieci anni e di cui ricordo ancora delle 1997 strepitose: un Barbacarlo light che tirava fuori la carbonica dopo qualche minuto dall’apertura e si faceva bere a sifone, con dei parametri analitici da far paura 12,58%, acidità tot 6,46 %, volatile (acet. %) 0,31, SO2 tot 21,2 e pH 3,37, scritti in retroetichetta.
L’altra sera ho bevuto un Bramaterra ris. 2004 di Roberto Diana, che ora non produce più. Una bottiglia non del tutto a posto, con una sorta di deriva leggermente lattica su cui si aggrappava una pungente esile carbonica. Aggiungete che i Bramaterra spesso hanno dei sentori ematico ferrosi molto forti.. Volevo lavandinarlo, ma poi ho lasciato lì la bottiglia. La sera dopo si era curato le ferite e ne veniva fuori una bella arancia. La sbavatura un po’ lattica si era ricomposta e per fortuna l’ossido di ferro integrato nella succosità agrumata.
Nella zona di Finale Ligure ho conosciuto in questi anni un vecchio contadino che ancora produce vermentino, lumassina e rossese che per fermentare usa delle botti che sembrano arrivare da un’altro tempo. Non è uno accurato e i vini sono pieni di difetti. Ma cavolo qualche volta esce qualcosa di indimenticabile da quelle bottiglie!
Quasi ogni giorno penso ai vini di Giuseppe Ratti, purtroppo estinto l’anno scorso, e non di rado rimembro il Dolcetto stupendo di Pino Ratto… vini che non ci sono più e che nessuno oggi è in grado nemmeno lontanamente di imitare.
Perché?
Perché?
Perché?