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lunedì 24 novembre 2014

Un vino da ascoltare: omaggio a Pino Ratto e al suo dolcetto

Quando ho saputo della morte di Pino Ratto mi sono chiesto se scriverne o no.
Ebbene, al decimo post dei miei “colleghi” blogger i quali, più o meno, scrivevano così “non ho mai conosciuto Pino però…”
Mi sono vergognato di loro e di questo mondo che costringe ad “esserci”, ad esprimere il proprio giudizio (che nessuno ha richiesto, per altro) ed ho deciso di non scrivere nulla di Ratto.
Il silenzio rispettoso mi pareva la cosa migliore da opporre alle agiografie decerebrate e presenzialiste dei conoscitori di Pino Ratto “per procura”.
Poi per caso, Mauro ha ricevuto un testo e due foto di un nostro lettore, Gianvittorio Randaccio, che non conosciamo di persona malgrado frequentazioni comuni, il quale ha veramente conosciuto anche se per poco Pino Ratto, ne ha sentito la voce, ne ha stretto la mano.
Ho/abbiamo deciso di pubblicare perchè è la testimonianza di un un incontro reale e anche perchè così do/diamo la facoltà di parola a chi sta dall’altro lato del bancone e l’idea che lo spazio che ci divide sia scarso e facilmente superabile mi riempie di speranza e di gioia.

Nella presentazione del suo pezzo Gianvittorio ha scritto:
“(lo scritto)…Riguardava una visita in cantina a Pino Ratto, scomparso qualche giorno fa e del quale forse qualche volta avete parlato sul blog.
Ecco, io sono un bevitore naif, appassionato ma poco tecnico, in grande sintonia
 con i "succhi" di vinoir e con quello che passa dagli amici del bar: per questo
 ho pensato al vostro spazio, perché mi sembra di sentire aria di casa, anche se
 nemmeno ci conosciamo.”…
Noi, come i bravi baristi, vogliamo che voi vi sentiate a casa, per questo non chiudiamo mai e vi stiamo ad ascoltare, adesso silenzio tutti e ascoltiamo insieme la storia che  Gianvittorio ci racconta.
Luigi


 Un vino da ascoltare: omaggio a Pino Ratto e al suo dolcetto


di Gianvittorio Randaccio

Qualche dubbio, mentre telefoni a Pino Ratto, ti viene. 
Hai già provato cinque volte e non ha risposto nessuno, se non un fax che, dopo una decina di squilli a vuoto, ti ha trapanato ogni volta l’orecchio e il cervello. 
Hai pensato anche di mandargli un fax per preannunciargli la tua visita, ma non te la sei sentita, forse sei meno moderno di quello che vuoi dare a intendere, o forse il fax ti è sempre sembrato una macchina diabolica. 
A un certo punto, però, Pino risponde e, con la sua erre arrotata, ti dice che a lui farebbe piacere incontrarti, puoi venire quando vuoi in mattinata, tanto lui dalle sette è in piedi: ah, e poi se vuoi del vino devi portarti i recipienti, perché lui di bottiglie e di tappi non ne ha più, è qualche anno che non vinifica, l’unico vino che gli è rimasto è ancora nelle barrique, giù in cantina.
Pino Ratto vive a Rocca Grimalda, sopra Ovada, in frazione San Lorenzo, alla fine di una via che sembra portarti in un’altra nazione, tra prati, vigne, curve e pendii improvvisi. 
La sua casa è l’ultima, dopo non c’è più niente, solo bosco, rovi e serpenti. Quando arrivi, in compagnia di due amici ad alta gradazione alcolica, non c’è nessuno, ma non ti stupisci, anzi, ti sembra impossibile che in quest’eremo scalcinato viva qualcuno: la casa è in stato di abbandono avanzato, sul prato ci sono gli avanzi di molte vite: sedie, tavoli, bottiglie vuote, gomme, un gatto acciambellato vicino a una damigiana. 
Non prende nemmeno il telefonino, solo quello del tuo amico ha una disperata tacchettina, che permette di sentire che il telefono all’interno della casa suona, ma nessuno risponde, solo il solito fax. 
Un vicino di casa ci dice che Pino sarà in giro con il suo doblò bianco, e magari tra poco lo troviamo.

Bisogna rivedere i programmi, allora. È un attimo, si va a Rocca Grimalda, beviamo qualcosa in un bar e aspettiamo che Pino torni, più che altro speriamo che Pino torni, chissà dov’è finito. 
Al Bar Genova facciamo un paio di giri di Barbera e Cortese, vini di queste parti, tra Piemonte e Liguria, poi, inaspettatamente, Pino risponde al telefono: sono tornato, dice, ero uscito, e dalla voce capisci che è stupito del tuo stupore, come uno che pensa che potrà pure uscire una mezz’oretta anche se qualche giorno fa ti ha detto di venire quando vuoi, che tanto lui si alza alle sette del mattino.
E allora, velocissimi, eccoci di nuovo davanti a casa. 
Lui ci sente arrivare, apre la porta e ci accoglie, stanco e con la faccia triste. Dice che non sta tanto bene, che è arrivato, qualunque cosa questo voglia dire. Io rimango spiazzato. 
Però siamo venuti fin qua per lui, e allora cerchiamo di conoscerci, per quel poco che si può fare in un’occasione come questa. 
Pino ci indica le sue vigne, che a guardarle adesso bisogna un po’ immaginarsele, visto che sembrano più dei boschi invece che quei luoghi dell’anima chiamati Gli Scarsi e Le Olive, da cui nascevano quei vini così incredibili: ormai lui lì non ci va più e tutto sta andando in malora, un po’ come la casa. Anche i calici che ci vengono offerti sembrano aver vissuto giorni migliori, così come la porta della cantina in cui, a fatica, veniamo accompagnati per assaggiare l’ultima annata prodotta. Fin da subito la cantina ci sembra appartenere a un altro mondo: è grande, spaziosa, fresca, e anche se è in stato di abbandono, sembra fare ancora benissimo il suo lavoro. 
Sul retro una parete è costituita da pannelli di plastica, probabilmente l’unica soluzione trovata per far finta che anche lì ci sia un muro e che, pensa un po’, questo possa proteggere adeguatamente il vino che riposa qui da anni.

Pino sposta una botte, prende un siringone, a me sembra uno sciamano, e ci riempie i calici di quello che dice essere il Dolcetto degli Scarsi, annata 2006, o giù di lì, non si ricorda bene. 
È il suo vino più forte, più maschio, quello de Le Olive è più gentile, e ci dice che possiamo anche non dirgli niente, perché quelli che si dicono veri esperti di vino non si sbilanciano mai, lasciano sempre parlare gli altri, per paura di fare brutte figure. 
Ma noi non siamo degli esperti e non abbiamo paura di dire la nostra: questo dolcetto sembra tutto tranne un dolcetto. 

È di una potenza spaventosa, e ti fa rendere conto subito che è vero che i vini di Pino Ratto non si possono bere da giovani, a meno che non si sia in cerca di esperienze forti. 
Nel calice ho un vino di cinque anni che è di un rosso quasi granato, che fa sedici gradi, che sa di frutta e legno e di mille altre cose, che sprigiona un’energia che quasi ti manda al tappeto. 
E mentre cerco di capire cosa sto bevendo finalmente Pino si apre un po’: ci parla di quando giocava a calcio (anni Cinquanta, serie A, nel Genoa), del fatto che qualcuno prima di una partita gli abbia detto la cosa sbagliata nel momento sbagliato e lui gli ha tirato addosso uno scarpino, dicendo addio ai sogni di gloria; di quando suonava il jazz in Francia, il clarinetto, e del fatto che a lui sembra impossibile che ci sia gente che suona sempre la stessa nota per tutta la vita, come si fa ad annoiarsi così? 

Poi, come per sbaglio, parliamo anche di vino: del fatto che lui ha cominciato per colpa di suo padre, che le barrique vanno benissimo per far invecchiare il vino, basta che non siano giovani, che siano state tostate bene, e che si sappiano usare. Suo padre usava le botti grandi, è per questo che lui è passato alle barrique: forse l’unico vero obiettivo della sua vita è stato fare il vino meglio di suo padre, e farlo facendo esattamente il contrario di quello che faceva lui.
Ogni tanto Pino si ferma e sembra che si commuova un po’, soprattutto quando gli dico che mi fa una certa emozione stare nella stessa cantina in cui più di trent’anni fa anche Mario Soldati assaggiava il suo vino e si aggirava tra bottiglie e barrique. Non gli chiedo niente di Veronelli, chissà cosa succederebbe, qui di emozione ce n’è a fiumi.

Il vino che ho nel calice intanto si ingentilisce, basta qualche minuto perché sprigioni nuovi profumi e aromi e ti accarezzi il palato con più morbidezza: forse non è il vino più buono che io abbia mai bevuto, ma pensare che questo prodigio sia fatto con uve dolcetto mi affascina e stupisce. 
Pino mi dice che il vino basta saperlo fare, e a lui viene sempre su un gran nervoso quando pensa a tutte le porcherie che si fanno per commercializzare liquidi che del vino hanno solo il nome stampato sull’etichetta. Il dolcetto ne avrebbe di potenziale, eccome, ma se la gente vuole solo fare soldi in fretta, ci si ritroverà sempre con quelle schifezze che ti propinano, è matematico. Il suo vino, invece, è fatto con amore, con passione, e si sente: è un vino bizzarro, imponente, si dice che ogni bottiglia sia diversa dall’altra e che non sia difficile trovare annate storte, con puzze e difetti evidenti. 
Per Pino Ratto, però, è una cosa normale: il vino ha centinaia di componenti, come fai a pensare di controllarle tutte, come puoi sostituirti alla natura e produrre qualcosa di diverso da quello che l’uva di ogni singolo ceppo è pronta a fare? Lui non ne vuole sapere di chimica, di tagli, di porcherie: non sa bene neanche lui come gli viene fuori questo dolcetto, ma è giusto così, e lo è sempre stato.

Io, ma non avevo dubbi, sono d’accordo con lui, e penso di avere una fortuna incredibile, mentre lo vedo riempirmi le bottiglie che ho portato da casa: tra un po’ il vino di Pino Ratto non si troverà più, e io conserverò questi pochi litri come un tesoro prezioso, da centellinare piano piano, nel corso degli anni.
Passa ancora poco, ormai, ed è ora di pranzo. 
Pino va in un angolo e prende una bottiglia da uno scatolone: dice che è di una decina di anni fa, che possiamo berla a casa, con calma. 
Sul tappo c’è un ragno, anche un filo di muffa. Io e i miei amici non sappiamo cosa troveremo lì dentro, ma se anche solo sarà una cosa bevibile, la gusteremo come un pezzo di storia, assaporandone ogni sorso.
Poi, senza voler nemmeno discutere, Pino salta sul suo doblò e decide di accompagnarci a Silvano d’Orba, per un pranzo veloce: lui non si ferma con noi, ha già mangiato due panini, e poi nel pomeriggio viene ancora gente, ma ci scorta volentieri. 
Quando arriviamo al ristorante scoppia un temporale, forse è un segno del destino, e quando lo salutiamo nella mia testa rimbomba la cosa che Pino mi ha detto quando gli ho chiesto come sia possibile riuscire a fare un vino come il suo: è semplice, mi ha detto, il vino parla, basta solo saperlo ascoltare.
Facile, no?

Gianvittorio Randaccio


martedì 4 novembre 2014

A proposito di vini estinti

di Niccolò Desenzani



Mi ritrovo spesso, ma sempre meno, a bere vini estinti.
I vini in questa categoria sono caratterizzati dall’essere riconoscibili per tratto e stile, ma soprattutto perché sembra che scompaiano con i loro creatori, o talvolta per vicende che vedono comunque la fine di una produzione eccellente e ben connotata.
Alcuni esempi sono celebri: pensiamo ai Dolcetto di Pino Ratto, alle Barbera di Nino Bronda e al suo  “8 filari California”, alla barberapiùbuonadelmondo di Giuseppe Ratti di Variglie…
Nella zona del Bramaterra, vino longevo al punto da sopravvivere ai suoi interpreti per tanti anni, è pieno di vini estinti, che ancora oggi (con)tengono, vivo, il ricordo di sapori anni 80, ma forse anche 50, 60 e 70. Sapori che sono andati perduti. Pare ovvio che i sapori siano difficili da salvare o rendere in musei dedicati. Seppur ricordo da piccolo in viaggio con mio padre nel sud dell’Inghilterra di aver visitato un museo in cui si ricostruiva un’abitazione come doveva essere nell’800 (mi pare) ed entrando in cucina avevano avuto l’idea di diffondere un odore di zuppa, fatta alla maniera di allora.
In un gioco di specchi di memoria e parole io ricordo ancora quel museo, e quell’odore. E quindi forse ho un ricordo di qualcosa che ha preceduto la mia esistenza di generazioni!
Il vino in questo ci aiuta. Perché spesso i vini straordinari durano tanto ed ecco allora che possono diventare dei veicoli per viaggiare nel tempo oltre che nei luoghi.
Ieri per esempio ho bevuto l’ultimo sorso dell’ultima bottiglia di “vigna Ronchetto” 1996 di Lino Maga. Vigna che il Cavaliere di Broni non vinifica da più di dieci anni e di cui ricordo ancora delle 1997 strepitose: un Barbacarlo light che tirava fuori la carbonica dopo qualche minuto dall’apertura e si faceva bere a sifone, con dei parametri analitici da far paura 12,58%, acidità tot 6,46 %, volatile (acet. %) 0,31, SO2 tot 21,2 e pH 3,37, scritti in retroetichetta.
L’altra sera ho bevuto un Bramaterra ris. 2004 di Roberto Diana, che ora non produce più. Una bottiglia non del tutto a posto, con una sorta di deriva leggermente lattica su cui si aggrappava una pungente esile carbonica. Aggiungete che i Bramaterra spesso hanno dei sentori ematico ferrosi molto forti.. Volevo lavandinarlo, ma poi ho lasciato lì la bottiglia. La sera dopo si era curato le ferite e ne veniva fuori una bella arancia. La sbavatura un po’ lattica si era ricomposta e per fortuna l’ossido di ferro integrato nella succosità agrumata.
Nella zona di Finale Ligure ho conosciuto in questi anni un vecchio contadino che ancora produce vermentino, lumassina e rossese che per fermentare usa delle botti che sembrano arrivare da un’altro tempo. Non è uno accurato e i vini sono pieni di difetti. Ma cavolo qualche volta esce qualcosa di indimenticabile da quelle bottiglie!
Quasi ogni giorno penso ai vini di Giuseppe Ratti, purtroppo estinto l’anno scorso, e non di rado rimembro il Dolcetto stupendo di Pino Ratto… vini che non ci sono più e che nessuno oggi è in grado nemmeno lontanamente di imitare.
Perché?
Perché?
Perché?

lunedì 3 dicembre 2012

Pino Ratto, Le Olive (forse 2005 o giù di lì) vino da tavola


foto N.Desenzani
Profumi caldi e eterei di ceralacca
Cupo e terroso
Di fumo e ceneri bagnate
Di radici
Di crosta di formaggio
Austero
Largo e untuoso e rotondo
Sferzate di china calissaia
Rabarbaro?
E pensare che è solo un dolcetto di Ovada
Ma non è dolcetto è Ovada!*


Poscritto
Giuseppe (Pino) Ratto ormai non produce più vino e il mio rammarico è di averlo assaggiato così tanto in ritardo.
Sarà un segno del destino, mi dico, prima non avrei avuto persone amiche con cui condividerlo e non sarei stato capace di apprezzarlo, quindi lo avrei sprecato.

*Certi vini, come questo e pochi altri, sembrano evocare i luoghi più che la varietà che li ha generati,  forse, però, avevo solo bevuto troppo.

mercoledì 7 novembre 2012

Il libro degli spiriti di Vittorio Rusinà



In una nicchia di mattoni
il libro degli spiriti 
sopravvive fra i grattacieli
intorno si spande il profumo del risotto e delle polpette di baccalà
cinque amici, un tavolo di bottiglie aperte, mille bicchieri
scorre il vino, è tutta natura, senza additivi
senti il rosmarino di Figari,
la terra del vigneto Le Olive,
l'eleganza di un Abruzzo che parla francese,
il calore delle botti del Piemonte più a nord, 
l'estrema sfida delle colline di  Castiglion Fiorentino 
e il profumo del mare lontano di Romangia
fuori è notte ma dentro di noi è luce
scorre la linfa e si sente il rumore di un trattore lontano
di passi fra i filari, di forbici che tagliano,
di mani che raccolgono, di acini che rotolano nei tini
scorre il ki 
scorre nucleare 
fra le bollicine del sakè 
con un inchino saluta
la bellezza
la luna grande
lassù nel cielo di Milano

I vini
Tarra D’Orasi VdF 2008 Clos Canarelli, Trebbiano d’Abruzzo Doc 2007 Valentini, Le Olive VdT Giuseppe Ratto, Anatraso Toscana Igt 2007 Carlo Tanganelli, Dettori Bianco Romangia Igt 2010 Dettori, Lessona Doc 2005 Proprietà Sperino, Sake Ninki-Ichi Rice Magic Sparkling Junmai Daiginjo
Gli attori
Jacopo Cossater, Niccolò Desenzani, Fabio D’Uffizi, Luigi Fracchia, Vittorio Rusinà
Il luogo
Ristorante Ex Mauri, via Confalonieri 5, Milano
Quando
Ventinove ottobre duemiladodici