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lunedì 10 novembre 2014

Pinot Nero 2007, Le due Terre

di Niccolò Desenzani


Procedendo negli anni di enomania, attraversati da relativamente squattrinato e senza agganci con le istituzioni del vino, si arriva a concepire uno strano rapporto coi vitigni chic come il pinot nero. Di fatto ci è precluso quasi l’universo mondo borgognone e dobbiamo trovare canali alternativi di accesso al signor Pinot Noir. Una via è passare per le espressioni italiane, un’altra è quella delle Appellation e delle zone meno note della Borgogna e limitrofe regioni. Poi c’è la via dell’Alsazia, che forse è la vera Mecca misconosciuta del vitigno. Anche se qualcosa di curioso forse si annida in altre regioni meno caratteristiche per monsieur Pinot Noir, come nello Jura.
Si potrebbe cercare in America, o nell’altro emisfero, ma dalla periferia italica quelle zone del vino sono veramente lontanissime per disponibilità e conoscenza.
Insomma il titolo di questo prologo forse potrebbe suonare “Sono un ignorante e non conosco il pinot nero”.
Tuttavia qualche idea del vitigno me la sono pure fatta, per somma di tutte queste rappresentazioni alternative e ne ho trovate anche di buone, a volte molto buone.
Nell’ultimo periodo mi sono anche concesso qualche lusso di Borgogna, ma con scarsa soddisfazione.
Invece c’è un Pinot Nero italiano, che va ad aggiungersi a quei due o tre che mi sono piaciuti in questi anni, e che è proprio un bel vino. Parere, ovvio, di incompetente, ma tant’è.
Sto parlando di Le due terre, azienda di Prepotto che riesce con pochi vini prodotti e poche bottiglie a rappresentare tre stili di vino (parlo degli stili che in qualche modo la dicotomia Borgogna-Bordeaux ha formato come categorie interpretative): per l’appunto il bordolese, con un Merlot di razza, il borgognone con un Pinot Nero strabiliante e l’autoctono con un uvaggio di schioppettino e refosco, il Sacrisassi, anch’esso espressione fuori categoria. E ci fermiamo alle bacche rosse. Però se ci pensate, dove trovare questa concentrazione e fusione di terroir glocali in aziende piccole? Mica facile. E poi a questi livelli direi che son davvero pochi in Italia.
Comunque il fatto sta che a primavera, in occasione della degustazione organizzata da Caves de Pyrène, ancora una volta mi son trovato al banchetto di queste persone dolci e belle, e ho assaggiato. Quando il Pinot Nero 2011 mi è entrato in bocca ho sussultato. Perché aveva il registro “sopra” dei grandi vini. Un assaggio e poi ciao.
Assaggio che ha scavato nella mia rete neuronale e mi ha spinto a cercare quest’etichetta.
Grazie a un amico, ho preso la 2007.
E una sera in compagnia l’abbiamo aperto e bevuto, in men che non si dica.
Mi è piaciuto tanto perché fortemente varietale, ma nello stesso tempo davvero cazzuto. Fresco e vivo, e in ottima salute. Oltre ai soliti fruttini (sto diventando allergico a questi riconoscimenti) poi in bocca ha un energia seria. Qualcosa che qualcuno riporterebbe al terroir (ma sto diventando intollerante anche a questo tipo di osservazione).
Tuttavia, procedendo negli anni di enomania, non voglio diventare uno che rinuncia a spiegare cosa gli è piaciuto di un vino limitandosi a dire buono o non buono.
Ci tengo che si capisca che in questo vino c’è vocazione. Il che vuol dire che ogni anno sarà diversissimo dall’altro, ma i vini saranno sempre buoni e riconoscibili come “il Pinot Nero di Le due terre”. E poi ci saranno le 2011 che, BUM!, fanno il botto.
O forse ho solo sognato?

*Per un confronto con la 2008 vedi anche questo post di Luigi.