Ci provo ad esserlo e non sapete quanti sforzi
faccia.
Qualcuno di voi sorriderà, ma è la verità.
L’altro giorno ho persino comprato due (purtroppo
ben più di due) vini bianchi vinificati in estrema tecnica e pulizia enologica.
Mi sono detto che non posso accanirmi con soli
lieviti indigeni e moderati interventi in cantina (se non addirittura assenti, in qual caso
raggiungo livelli di godimento cerebrale quasi scabrosi) meglio se supportati
da cornoletame e preparato 501, 504.
Quindi laicamente ho acquistato (bottiglie di
costo moderato, invero, ma caldamente consigliate dall’enotecario) due vini.
C’era nelle due bottiglie del catarratto,
carricante, insolia, grecanico e una tanticchia di sciardonnè.
Provenienti da Pachino e dall’Etna.
Fino ad oggi, dei dubbi sulla mia ostilità verso
i lieviti secchi industriali (non essendo un tecnico) li avevo.
Bene!
Questi due vini li hanno fugati prontamente.
Ho ingurgitato bevande idroalcoliche al profumo
di fiori e frutta (si sentiva persino del vegetale stile sauvignon
nell’insolia, grecanico, sciardonnè), il
vino è un’altra cosa, credo.
E poi aveste visto che limpidezza, che colore
evanescente, con riflessi verdi, un inno alla filtrazione sterile, alla
chiarifica.
E poi nel catarratto carricante sembrava palese
(a dire di un produttore presente al mio desco che lo ha assaggiato, io non mi
azzardavo) un aiutino acido citro/tartarico per ravvivarne le durezze.
E poi l’assoluta e irritante a-territorialità di
questi vini fatti con lo stampino.
Questo post è il mio urlo di disappunto e di risentimento
verso chi me la mena ogni santo giorno sulla inevitabilità e bontà e giustezza
e eticità delle enotecniche.
Mi dicono:
“Possiamo mica stigmatizzare i produttori che per
esigenze tecnico/commerciali/economiche usano vinificazioni tecnologicamente
assistite?”
Si possiamo.
Perché il prodotto che vendono con il nome
commerciale di vino.
Vino non è.
Poscritto
Il
contenuto del post è sconsigliato ai conformisti e agli adoratori del metodo
scientifico perché il contenuto è altamente provocatorio, irrazionale, soggettivo,
al più intersoggettivo e condiviso solamente da una frangia di enoanarchici con
derive enodissidenti.
Dei
vini in questione ho bevuto solo due bicchieri e poi ci ho innaffiato il
plumbaco.
Costano
tra gli 8,00 e 10,00 euro, comunque troppo per usarli come irrigatori da
giardino.
Non
pubblico le etichette perché di questi vini ne è pieno il “mondo del vino”,
anzi ne costituiscono l’ossatura, quindi la mia è una lotta impari e persa in
partenza.
Non
credo che mi definirò mai più in vita mia “Laico”.
Almeno
da sobrio.
Post
poscritto
Prima
di pubblicare questo post mi è capitato fra le mani l’ennesimo Catarratto (di
montagna, scritto in etichetta) che profumava di Muller Thurgau.
Solo
la mia residuale educazione (invero già molto scarsa) e la presenza di ospiti
ignari mi ha fermato dall’innaffiare il plumbaco con il contenuto idroalcolico
della bottiglia (pure una renana!) da qualcuno definito vino.
Neanche
a farlo apposta dopo il Catarratto e sempre prima di pubblicare il post, ho
fatto l’errore di ordinare una bottiglia di Grillo, ottimo! Fosse stato un
riesling prodotto a Bolzano, anche lui è finito nell’aiola del ristorante (non
c’era il plumbaco, peccato! Costo della bottiglia 20,00 euro!).
E
poi ieri un Soave che pareva una confezione di caramelle, quelle con il chewing
gum all’interno.
Parrebbe
non esserci fine al peggio.
Ho
incominciato, malgrado sia estate, come faceva Pepe Carvalho*, ad accendere il
camino con i testi di enologia.
*investigatore
privato nato dalla penna trascinante e caustica di Manuel Vazquez Montalban,
grandissimo scrittore e gastronomo e bon vivant Spagnolo il quale, con la sua
morte, ci ha lasciato orfani in un mondo che ha perso l’ironia, l’intelligenza,
la tolleranza e la capacità di “sbagliare da professionisti”.



