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venerdì 7 settembre 2012

Λαϊκός (laikòs), Laico.




Ci provo ad esserlo e non sapete quanti sforzi faccia.
Qualcuno di voi sorriderà, ma è la verità.
L’altro giorno ho persino comprato due (purtroppo ben più di due) vini bianchi vinificati in estrema tecnica e pulizia enologica.
Mi sono detto che non posso accanirmi con soli lieviti indigeni e moderati interventi in cantina (se non addirittura assenti, in qual caso raggiungo livelli di godimento cerebrale quasi scabrosi) meglio se supportati da cornoletame e preparato 501, 504.
Quindi laicamente ho acquistato (bottiglie di costo moderato, invero, ma caldamente consigliate dall’enotecario) due vini.
C’era nelle due bottiglie del catarratto, carricante, insolia, grecanico e una tanticchia di sciardonnè.
Provenienti da Pachino e dall’Etna.
Fino ad oggi, dei dubbi sulla mia ostilità verso i lieviti secchi industriali (non essendo un tecnico) li avevo.
Bene!
Questi due vini li hanno fugati prontamente.
Ho ingurgitato bevande idroalcoliche al profumo di fiori e frutta (si sentiva persino del vegetale stile sauvignon nell’insolia,  grecanico, sciardonnè), il vino è un’altra cosa, credo.
E poi aveste visto che limpidezza, che colore evanescente, con riflessi verdi, un inno alla filtrazione sterile, alla chiarifica.
E poi nel catarratto carricante sembrava palese (a dire di un produttore presente al mio desco che lo ha assaggiato, io non mi azzardavo) un aiutino acido citro/tartarico per ravvivarne le durezze.
E poi l’assoluta e irritante a-territorialità di questi vini fatti con lo stampino.

Questo post è il mio urlo di disappunto e di risentimento verso chi me la mena ogni santo giorno sulla inevitabilità e bontà e giustezza e eticità delle enotecniche.
Mi dicono:
“Possiamo mica stigmatizzare i produttori che per esigenze tecnico/commerciali/economiche usano vinificazioni tecnologicamente assistite?”
Si possiamo.
Perché il prodotto che vendono con il nome commerciale di vino.
Vino non è.


Poscritto
Il contenuto del post è sconsigliato ai conformisti e agli adoratori del metodo scientifico perché il contenuto è altamente provocatorio, irrazionale, soggettivo, al più intersoggettivo e condiviso solamente da una frangia di enoanarchici con derive enodissidenti.
Dei vini in questione ho bevuto solo due bicchieri e poi ci ho innaffiato il plumbaco.
Costano tra gli 8,00 e 10,00 euro, comunque troppo per usarli come irrigatori da giardino.
Non pubblico le etichette perché di questi vini ne è pieno il “mondo del vino”, anzi ne costituiscono l’ossatura, quindi la mia è una lotta impari e persa in partenza.

Non credo che mi definirò mai più in vita mia “Laico”.
Almeno da sobrio.

Post poscritto
Prima di pubblicare questo post mi è capitato fra le mani l’ennesimo Catarratto (di montagna, scritto in etichetta) che profumava di Muller Thurgau.
Solo la mia residuale educazione (invero già molto scarsa) e la presenza di ospiti ignari mi ha fermato dall’innaffiare il plumbaco con il contenuto idroalcolico della bottiglia (pure una renana!) da qualcuno definito vino.
Neanche a farlo apposta dopo il Catarratto e sempre prima di pubblicare il post, ho fatto l’errore di ordinare una bottiglia di Grillo, ottimo! Fosse stato un riesling prodotto a Bolzano, anche lui è finito nell’aiola del ristorante (non c’era il plumbaco, peccato! Costo della bottiglia 20,00 euro!).
E poi ieri un Soave che pareva una confezione di caramelle, quelle con il chewing gum all’interno.
Parrebbe non esserci fine al peggio.
Ho incominciato, malgrado sia estate, come faceva Pepe Carvalho*, ad accendere il camino con i testi di enologia.

*investigatore privato nato dalla penna trascinante e caustica di Manuel Vazquez Montalban, grandissimo scrittore e gastronomo e bon vivant Spagnolo il quale, con la sua morte, ci ha lasciato orfani in un mondo che ha perso l’ironia, l’intelligenza, la tolleranza e la capacità di “sbagliare da professionisti”.


mercoledì 5 settembre 2012

Petit Arvine, Vallèe d’Aoste Dop, 2010, Ottin



Insisto con il Petit Arvine.
Intanto perché sono affetto da sindromi ossessivo compulsive.
E poi perchè mi è parso di aver messo mano ad un vino ad alto potenziale e grande personalità.
E poi perché mi diverte berli nel sud est della Sicilia, piu o meno alla massima distanza possibile dal luogo di origine rimanendo in Italia.
Così, in un gioco di isotropismi spaziali e ricorsività mentali.
FabrizioGallino mi dice che li sto assaggiando troppo giovani, eppure già così hanno molte frecce nel loro arco.
Intanto, malgrado siano vini di montagna, hanno spalle larghe e non rifilano solo taglienze di roccia e di acido malico.
Ci sono, annidate in una trama complessa, delle fruttosità di platicarpa e di mieli di montagna, tenute su da una mineralità fungina e idrocarburosa e sapida (non ancora pienamente espressa in questa giovin bottiglia).
Questa bottiglia, malgrado una freschezza e mineralità superiore rispetto a questa, mi ha confermato che il Petit Arvine ha una naturale tendenza ad essere opulento e foriero di maturazioni dolci e materiche e lascia intravvedere lunghi e positivi tempi di evoluzione.
Armiamoci di pazienza per aspettare che il bruco diventi farfalla.
Bonne degustation.

Luigi

lunedì 3 settembre 2012

La critica enologica tra valutazione tecnica e giudizio di merito, di N. Desenzani

Nei commenti al post “Mulini a vento”, è emerso che per qualcuno è molto chiara la separazione fra giudizio tecnico di un vino e giudizio critico. Aldilà che in questa visione forse sarebbe più corretto usare il termine “valutazione” tecnica, credo che si intendesse sottolineare la differenza fra un’analisi delle proprietà di un vino in rapporto a un sistema di valutazione convenzionale da una parte, e un giudizio altamente soggettivo, in linguaggio anche non tecnico, con riferimento all’esperienza e alle emozioni, dall’altra.
Forse ingenuamente non ho mai colto così nettamente questa separazione. Infatti i sistemi di valutazione convenzionali tentano dichiaratamente di rispondere alla domanda se il vino sia buono e quanto, mentre un giudizio critico, per quanto soggettivo, acquisisce autorevolezza nel momento in cui sia ben argomentato e i ragionamenti e le osservazioni siano di una certa profondità e non di rado difficilmente contestabili, se non proprio dati di fatto.
  
Comunque visto che esiste questa visione dicotomica, ho deciso di cercare un po’ di definizioni. Perché spesso le cose che si danno per assodate, in realtà assodate non sono e ciascuno dà significati diversi dagli altri.
A un certo punto mi si è accesa una lampadina e ho capito come la penso e vi propongo quello che secondo me è un criterio per distinguere valutazione tecnica e, diciamo, giudizio di merito.
Soprattutto mi premeva rendere onore a chi del vino fa un oggetto di studio serio e approfondito e non a chi applica un “canovaccio tecnico” ripetutamente (potremmo dire acriticamente).

La valutazione tecnica dovrebbe avere come scopo quello di correlare le caratteristiche organolettiche e sensoriali del vino (variabili di fruizione), con le variabili di produzione, includendone quante più possibile.



Vuol dire che la geografia, la geologia, il sistema agricolo, il tipo di coltura, il varietale, la microbiologia, il clima, i processi di vinificazione, il vignaiolo, il periodo storico… tutto ciò che concorre in qualche misura al risultato, è utile a spiegare il liquido potabile nel bicchiere. Ma anche la percettologia, la psicologia, la biofisica e la biochimica dell’apparato sensoriale sono elementi da tenere in considerazione per descriverne l’interazione con il degustante.
Le correlazioni spesso non sono certe e precise, ma piuttosto ogni informazione è da leggere come indizio e le corrispondenze come verosimili e plausibili. E però il tentativo è di rendere le correlazioni sempre più pertinenti e stringenti. Ricco di spunti questo articolo.



In questo modo si dà un senso e si alimenta la ricerca sul vino e la critica ritrova un ruolo protagonista in quanto anello di congiunzione fra l’esperienza sensoriale e la complessità dell’oggetto percepito.  
Soprattutto un’analisi critica di questo tipo può non includere alcun giudizio di valore e purtuttavia essere altamente informativa e interessante.

Chi fa per mestiere critica enologica non dovrebbe preoccuparsi del fatto che i nuovi media diano possibilità di esprimere giudizi sul vino a chiunque*. Il loro mestiere di ricercatori seri li dota di conoscenze approfondite e spesso soltanto con la loro esperienza potranno spiegare come alcune caratteristiche di un vino siano correlate alle caratteristiche di produzione e magari anche attraverso testimonianze di tipo quasi filologico.


Così succede che si possa mappare l’espressione dei nebbiolo del nord Piemonte delle sette denominazioni in provincia di Vercelli e Novara in funzione dei terreni e delle caratteristiche di esposizione fino a distinguere nel bicchiere vigne che distano fra loro pochi metri.  E scoprire dai documenti dell'epoca che una grandinata epocale all'inizio del '900 è probabilmente la principale causa del fatto che “I quarantaduemila ettari vitati dell’Alto Piemonte della fine dell’Ottocento erano diventati meno di 700 ottant’anni dopo” (da una comunicazione personale con Luca De Marchi). 



Questo è un esempio di come io intenda la valutazione tecnica. Informazioni che spieghino un po’ il perché di un vino. Poi ben venga un giudizio che mi spieghi anche perché piace.

Credo altresì che il ruolo principale del critico enologico professionale non possa più essere quello di dare un giudizio di merito ai vini. A dar giudizi siamo in tanti qui sul web e una guida, con ambizioni enciclopediche come quelle a cui siamo abituati, non può più competere in modo autorevole alla definizione di ciò che è buono. Persino Fabio Rizzari, dall’Accademia degli Alterati, lancia il suo grido di fiero dolore sul costo, in termini di impegno fisico e mentale, che deve metter in campo un guidarolo professionale: “Ottanta vini al giorno, sei ore seduti davanti al computer per sei mesi” (che forse va scontato dell’iperbole umoristica, ma il senso è chiaro).
Pensate che ottanta blogger (scontato parimenti) possono fare gli stessi numeri concentrando la propria attenzione su un solo vino alla volta.
Chi ritenete possa esprimere un parere più lucido? 
La prima immagine è tratta da gureckislab.org/blog/?p=165 

domenica 2 settembre 2012

Granaccia 1986, Scarrone. Di N. Desenzani


Naso perfetto di tabacchi e cuoio. E poi di arancia candita, antica pasticceria, drogheria di una volta (cit.).
Il tempo nel naso è tradotto in cappero.
Goudron da definizione.

In bocca portentoso. Caldo e fresco.
Grenache!
Tannini ancor belli affilati insieme ad acidità poderosa e un afflato alcolico che ti esplode in tutti i cavi, ma con eleganza. Come aria attraverso le canne di un monumentale organo di chiesa.

Deglutire tabacchi e essere invasi nel retronasale da una spinta violenta.
Certo chi beve solo sopra certe latitudini questa roba se la scorda.

Il legno in cui sostò questo bel liquido era vecchio e io amo questi sentori.
Infine l'uva, in mezzo alla polverosità, esce prepotente a sancire il capolavoro.
Rustico, ma nemmeno tanto.