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mercoledì 2 aprile 2014

Daniele Ricci l'anarchico del timorasso

uomini dietro i terroir


Tortona (AL) era una uscita dell’autostrada per il mare, le colline intorno mi incuriosivano ma ero distratto dall’idea di tuffarmi in acqua e rosolarmi al sole.
Crescendo mi dicevo che sembravano posti bellissimi e che avrei voluto fermarmici, un giorno, con calma.
Molti anni dopo nel 2010 all’Alessandria Top Wine incontrai Daniele Ricci e mi innamorai dei suoi vini tortonesi.
Ma il destino è strano e non era tempo che approfondissi la mia conoscenza col vigneron e il suo territorio.
Sono passati altri tre anni e i vini di Ricci erano ben custoditi nella memoria ma non facevano scattare alcuna volontà di muovermi verso di loro.



Poi qualche relè cerebrale ha dato l’imput e con Rosario Levatino a bordo della sua Arca di Noè a metano (siamo o no etici?) siamo andati a Tortona e poi su sino a Costa Vescovato.
E il paesaggio è bello e struggente come si intuisce dall’autostrada, colline dolci di marne bianche calcaree lottano con gli appennini che spingono e si innalzano con pendenze vertiginose e cime innevate.
Un paesaggio con tendenze “cosmiche”.
Una terra di confine, poco antropizzata, con cenni arcaici, molto più vicina alla Lombardia, alla Liguria, all’Emilia che non al resto del Piemonte.
Lontana, vicina, montana, collinare, protomarina.
Il silenzio che c’è, la marginalità che si percepisce colloca queste terre un po’ fuori dal mondo enoico.
I geografi e gli antropologhi ci segnalano che le terre di confine, ibridate e invase da genti diverse nel corso dei secoli sono le più ricche, le più vive, le più complesse.


E’ terra di dolcetto ma questo vitigno ha perso appeal persino in terre più mediatiche.
E’ terra di barbera ma di barbera è pieno il Piemonte viticolo.
E il dolcetto che fanno è elegante ma lo stanno togliendo (non si vende più).
E la barbera che fanno è elegante, saranno le marne, ma deve lottare, sconfitta in partenza, con quelle dei vicini (lontani) più blasonati.

Le premesse per questo territorio non erano esaltanti sino a che un vignaiolo caleidoscopico come Walter Massa ha riscoperto e “inventato” il Timorasso.
Dopo di che bisognava inventare i Timorasso-boys.
Perché non è uva facile e non c’era una tradizione locale che avesse generato dei protocolli di vinificazione, non c’era affinità, sensibilità  acquisite negli anni da cantinieri scafati, abituati a maneggiare questo vino.
Walter tuonò, tuonò finchè piovve e molti vigneron e molti enoappassionati lo seguirono nella fuga che stava tirando, un Coppi in salsa al Timorasso.
Bevvi i vini di Walter, sinchè il direttore di banca me lo sconsigliò. Walter ora è un mito e lui cura con pervicacia la sua permanenza nell’olimpo con una sorta di “ubiquità da fiera”, puntellata da una mediaticità autopromozionale senza uguali.
Devo dire che i suoi vini mi piacquero ma raramente sognai. Evidentemente ci va del tempo per prendere le misure alle novità e se c’è fretta di inventare una eno-icona forse si corrono dei rischi.
Il rischio è stato quello di trattare con tecnicismi le uve per evitare di perdersi in lunghe sperimentazioni che potevano portare in bui cul de sac.

Premesso tutto ciò non voglio dire che i timorasso di Daniele siano i migliori ma di sicuro si legge nei suoi vini una ricerca intima e complessa senza scorciatoie commerciali.
E i suoi vini sono un po’ l’opposto di ciò che si fa in zona con il timorasso: leggere macerazioni, zero solfiti, vinificazione con lieviti di cantina, zero filtrazioni, zero chiarifiche, temperature di fermentazione piuttosto incontrollate, legni grandi di acacia e il suo vino non ci stordisce con l’idrocarburo monocorde che rimane lì come fosse di cristallo, immobile e alla fine stancante, le dolcezze sono meno glicerinose e l’alcol meno bruciante.



Scrissi qualche settimana fa che Daniele è un anarchico del timorasso e devo dire che non ho parole migliori per descrivere il suo distacco e il suo understatement intriso di dubbi e di eticità e di amore per il suo territorio e per il suo lavoro. Un alchimista schivo con i piedi per terra e la testa nel cosmo.

Terre del Timorasso 2011
Passa tutta la vita la in acciaio poi finisce in bottiglia
Forse, vista l’annata calda, ha un attacco più caldo di caramello e agrumi canditi anche se mantiene freschezza e bevibilità rispetto agli altri assaggi.
Una delicata traccia di mineralità fumè lo pervade.









San Leto etichetta verde 2009
Da uve vendemmiate a perfetta maturazione.
Dopo una breve macerazione sulle bucce, fermenta in acciaio e poi migra nella botte di acacia (il legno di acacia, più neutro del rovere lo ha selezionato Daniele dopo un viaggio in Friuli) per 12 mesi.
Giallo squillante e vivace si apre con intensità e con continui mutamenti che portano i profumi dall’idrocarburo delicato e minerale all’affumicato e resinoso, agli agrumi confit, una leggera amaritudine e sapidità lo pervade e lo vivifica, si allarga in toni maturi ma pizzicati dalla freschezza, molto ricco e cangiante, di mutevolezza nel bicchiere.

San Leto etichetta blu 2010
Dal vigneto più vecchio, da uve vendemmiate surmature.
Dopo una breve macerazione sulle bucce, fermenta in acciaio e poi migra nella botte di acacia per 12 mesi.
Il giallo vira verso toni più caldi e aranciati e l’impatto si amplifica leggermente di più sui toni maturi e ricorda certi vini alsaziani sebbene non così opulento, mineralità salata e di idrocarburi in sottotraccia, alterna pompelmo e arancia a sentori di rosmarino, officinali.
Rimane fresco e pizzicante e nel bicchiere muta in continuo senza perdere colpi, per molto tempo.

Giallo di Costa 2009
Il timorasso anomalo figlio di una macerazione trimestrale a cappello sommerso in botte di acacia, seguito con attenzione affinchè l’acetica non spari a livelli fotonici.
È giallo arancio, velato e sbuffante di pompelmo amaro, di resina ma si sente il vitigno (a mio parere) che spinge sotto con refoli di idrocarburi, rosmarino, citron confit, caramello salato.
Leggermente urticante, con un velo tannico che stimola la salivazione e induce alla beva.
Come gli altri due non smette nel tempo di complessificarsi e cambiare nel bicchiere.




La sensazione è di avere a che fare con rossi travestiti da bianchi tanta è la materia che galleggia nel bicchiere.

Rispetto 2012
Sauvignon che affina per 4 mesi in botti di acacia.
C’è tanta materia e si sente che scalpita, nessun eccesso vegetale, molta potenza fresco/salata l’unico problema era la riduzione, Daniele sostiene che è stato un problema tecnico che nell’annata 2013 ha risolto, un eccesso di confidenza con un vitigno che non è il timorasso e che ha bisogno di cure diverse.
Attendo con impazienza il 2013 ma qualche bottiglia di 2012 per monitorare l’evoluzione la prenderei.



Castellania 2005 (barbera)
Affinata 24 mesi in barrique usate.
Ho trovato molta eleganza e anche molte differenze dalle barbera che ho degustato sin qui, quasi una via di mezzo tra l’acidità fruttosa di quelle astigiane e la setosa decadenza di quelle di Alba.
Terrosa e minerale e tannica, con cenni residuali di frutta acidulata.
Toccherà fare un #barbera4.

El Matt (il matto) 2010 (bonarda)
Solo acciaio
Da bere a litri, terrosa e vivificata da un tannino “ignorante” a sua volta addolcito da fruttosità mature, consumo compulsivo.





giovedì 8 agosto 2013

Walter Massa e le pesche di Volpedo di Vittorio Rusinà



Walter Massa è uno dei più bravi comunicatori che io conosca, non usa il web ma usa la sua persona e le sue intuizioni per comunicare non solo i suoi vini ma tutto un territorio, quello in cui sorgono le sue vigne.
Per quanto sia abituato a vederlo a svolgere questa sua missione in ogni dove, grande è stata la mia sorpresa quando recentemente a Tigliole d'Asti, al  Summer Party organizzato dal Ristorante Vittoria per l'Osteria Francescana, Walter è comparso con alcune cassette di pesche di Volpedo, pesche famose fra i sommi bevitori perché base della buonissima birra Quarta Runa di Montegioco.
Nonostante il caldo, nonostante tutto è riuscito a distribuire pesche a tutti, un infaticabile uomo di marketing, che ha capito che essere presente e rimarcare questa presenza dando voce ai prodotti del suo territorio alla lunga paga.

giovedì 27 giugno 2013

La rivincita del signor Martinotti. Bollicine, caprini e sottoli

























Ho quasi pudore nello scoprire che una tecnologia ultimamente un po’ bistrattata come quella delle autoclavi (perché è energivora e poi perché il must è la rifermentazione in bottiglia), possa, se ben gestita, dar vita a vini decisamente interessanti.
In alcuni testi di enologia (un po’ agè) avevo letto del metodo Martinotti lungo ma non avevo mai assaggiato niente che avesse subito una lavorazione del genere (permanenza in autoclave per più mesi al fine di rendere la presa di spuma più fine e far maturare il vino sulle fecce).
Il metodo Martinotti lungo è una follia economico gestionale perché tiene occupate per mesi delle autoclavi costose che possono essere utilizzate a forte rotazione (venti/trenta giorni) per produrre vini frizzanti.
Ebbene in un sol colpo a Vinissage ne ho assaggiati due, questa è fortuna non pensate?
In verità conoscevo entrambe i vini e entrambe i produttori ma mi era sfuggita la tecnica di produzione e il rapporto che essa ha con i risultati organolettici.
Il primo è un Durello l’”Omomorto” (non toccatevi mentre leggete) di Stefano Menti in quel di Gambellara (VI) che sta dodici mesi  in autoclave con batonage.
Il secondo è un frizzante di uve Timorasso il “Chiaror sul masso” di Cascina Carpini alias Paolo Carlo Ghislandi. In quel di Pozzol Groppo (AL) che passa dieci mesi in autoclave.
I vini sono esattamente come chi li produce verticale, fresco, sapidissimo, timido direi, il Durello.
Aperto, cremoso e leggermente opulento il Timorasso che ricorda certi Cremant du Jura.
Per entrambe è encomiabile la finezza delle bollicine e l’equilibrio generale della presa di spuma che esalta questi vini tutto sommato semplici ma non banali.


Entrambe sono ciò che io intendo per vini gastronomici, si esaltano con i cibi, prova ne è stata la colazione annaffiata dal Durello a base di pane, sottoli, olive e pollo organizzata da Marco de La Baita e l’aperitivo a casa con il “primo amore” formaggio caprino fresco di Patrizia Vannelli*
Kampai

Luigi

*una porzione residua di quel caprino, dopo due settimane di affinamento in frigorifero ha sviluppato sotto la crosta una proteolisi da manuale ed io ho aperto un altro Omomorto!

Ps
Vini da berne a secchi! Dite loro che li imbottiglino almeno in Magnum.

mercoledì 19 settembre 2012

Rugiada del mattino, Colli Tortonesi Doc bianco, 2009, Cascina i Carpini, Pozzol Groppo (AL)


Cortese più Favorita più un pochetto di Timorasso.
Del Cortese e del Timorasso sappiamo tutto.
La Favorita invece naviga di conserva, presente in sordina nel vigneto e nel bicchiere piemontese.
Un vin de soif semplice, il più delle volte troppo semplice, banale.
Invece sembrerebbe avere natali importanti e grandi parti di acido desossiribonucleico in comune col blasonato Vermentino, di cui potete leggere un’ode di Niccolò.
Nella Rugiada del Mattino di Cascina i Carpini alias Paolo Carlo Ghislandi, mi sembrerebbe invece prendere il comando dei giochi.
O quantomeno scende in campo con piglio ed eleganza.
E a mio avviso infonde alla miscela una delicata aromaticità fruttata e floreale, acidità (di concerto col Cortese), un ammandorlato suadente e amarostico e una mineralità sapida, pietrosa prima che idrocarburica (l’idrocarburo monocorde, potente come un marchio di fabbrica è ciò che, di solito, mi allontana dal Timorasso).
Si sentono le pesche e i fiori bianchi mielosi, sferzati da acidità e salino e residuali scorzette agrumate.
Colore intenso e corpo agile, saporito.
E tutto questo da vigneti (a quanto leggo sul sito aziendale) giovani se non giovanissimi.
Ottima e coraggiosa scelta questa miscela di 45% Cortese e 45% Favorita e 10% Timorasso.
Considerando che in zona estirpano il Cortese, della Favorita non credo ci sia traccia, per piantare la gallina dalle uova d’oro il Timorasso.
Bonne degustation

Luigi

Poscritto
Paolo Carlo non avertene a male ma le etichette proprio non mi piacciono per niente!
Campione omaggio.

sabato 14 maggio 2011

timorasso doc collit ortonesi 07 il montino la colombera elisa semino

Settimana difficile e intensa sabato #barbera2 e domenica Salone del Libro.
Leggo e rileggo le linee guida di Stefano Cavallito sulla tavola rotonda del Salone e mi convinco di essere la persona sbagliata nel posto sbagliato ma ormai il mio macroego mi ha fatto accettare l’invito.
Insomma fibrillo e tracheggio, ignoro il lavoro vero e quando sono costretto a farlo, faccio solo danni.
Come se non bastasse mi chiamano per progetti nuovi! Fiducia del tutto immeritata.
Comunque segnatevi questa, ormai ho dato l’adesione a un bel progetto e


Lunedì 23 corrente mese uscirà un sondaggio che vi coinvolgerà e vi voglio belli pimpanti con il mouse scalpitante!
Insomma un delirio, ho una tempesta neurale, milioni di idee strampalate che si affastellano nel mio cervello.
Panico!
Però mi sono imposto di uscire con un post prima del blackout sino a Martedì 17.
Ho deciso di dedicarlo ad un vino bianco (strano direte voi, quello lì beve solo bianchi!).
Ad un altro bianco Piemontese, che stia diventando sciovinista?.
Un Timorasso.
I miei amici del web mi dicono che sono vini chimere tanto “parlati” e poco “bevuti”.
Di Timorasso ci sono 50 ha vitati e 250.000 bottiglie prodotte pochissime!
Non vi stò a dire che è vitigno antico riscoperto da Walter Massa (gran divulgatore e promotore di questo vitigno-vino).
Ha precursori aromatici da vendere quasi quanti quelli del riesling con cui ha una certa affinità acido-minerale.
Vitigno che ben si adatta alle bollenti esposizioni sud e alle asfissianti argille tortoniane.
Però i produttori che ne riescono a domare il vigore e gestire la vinificazione non sono tantissimi, qui vi ho già parlato di Carlo Daniele Ricci.
Oggi vi parlo di una Timorasso-girl.
Mani gentili ma decise.



Paziente, sopporta con rassegnazione Fabrizio Iuli e lo sostituisce durante le sue fughe dallo stand  e curiosa, Vittorio Rusinà ed io l’abbiamo incontrata in visita ad Agazzano (dove non era presente come espositrice) assaggiare ed interessarsi al lavoro dei suoi colleghi-amici.
In quella occasione ci ha subito riconosciuto tra la folla e salutato con calore ma noi per colpa del suo nuovo taglio di capelli e una nostra leggera “frollatura” non l’abbiamo riconosciuta, figuraccia tremenda!, con Vittorio che allontanandosi mi chiedeva concitato “ma chi era quella?”.
Io per voi ho aperto e bevuto, dopo massacranti lavori orticoli, una bottiglia di Montino 2007,  Colli Tortonesi doc Timorasso, 14%vol, az agr. La Colombera, Tortona (AL).
Subito minerale e idrocarburico come da protocollo.
Poi entrano anche quei sentori di resine termoindurenti (j’adore) e un fondo di lavanda, anice, balsamicità di aromatiche secche, miele amaro, mandarino.
Complesso, in perpetua mutazione, sfuggente e profondo.


Bocca alla tedesca dura e minerale e acida, verticale senza compromessi sostenuta da alcool e glicerina ma che si attestano un passo indietro, sgrassante e balsamico, comunque polposo.
Ottimo.
Giovanissimo.
4.000 bottiglie prodotte con pochissima solforosa e affinamento in vasca sur lie con batonage e due anni di bottiglia prima della vendita.
Una cuvée confidentiel.
Bonne degustation


Luigi

PS
Il Timorasso è un vino simbolo a cui l’intero Tortonese fa grande affidamento per risollevare la viticoltura di un area schiacciata fra il Gavese e il Basso Monferrato.
Il suo essere terra di confine fra Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Liguria la relega ad una certa marginalità.
Questo sabato a Nizza a #barbera2 sarà presente la barbera Bigolla di Walter Massa altro grandissimo vino di questa area.




sabato 1 gennaio 2011

timorassocollitortonesivdt2007riccicostavescovato

Timorasso Colli Tortonesi doc San Leto 2007 vendemmia tardiva di Carlo Daniele Ricci.



Certe volte le parole hanno un peso che trascende il significato e assumono un valore in sé.
La   parola Timorasso, l’onomatopea che ne sottende l’esistenza in vita, mi ha sempre incuriosito e attirato.
Forse perché era il primo bianco piemontese autoctono che studiava da fuori classe (almeno così i giornalisti ci facevano intendere) e non era cortese o arneis o favorita (rispettabilissimi ma li bevano gli altri, la vita è troppo breve).
Dopo anni di amore a distanza con casuali e fugaci incontri  (gravidi di passione e di altrettante delusioni) un mese fa su indicazione del poeta dell’agronomia (o agronomo poeta, ancora non ho capito) Maurizio Gily mi reco a Novi Ligure (AL) per l’Alessandria top wine.
In verità dovevo andare per assaggiare del (o della?) Barbera perché ho una piccola vigna vecchia a Casorzo che vorrei mettere a frutto.
Ebbene la mia indole di bianchista mi ha portato ad ignorare i (le?) barbera e ad assaggiare i Timorasso.
La scusa era che il Timorasso alligna bene sulle argille pesanti tipiche del tortonese così come quelle di Casorzo e poi ama l’esposizione en plein sud.
Sciocchezze, è che io amo i vini pallidi.
E’ che venderei l’anima al diavolo per potere fare un Grande Vino Bianco a Casorzo ma non posso dirlo ad un popolo di bevitori d’inchiostro.
Avevo un elenco di Timorasso boys e girls.
Ho assaggiato più volte ad ondate, dopo ognuna delle quali uscivo alla pioggia per rinfrescarmi le idee e a mangiare della farinata che un losco figuro sfornava da un oggetto a metà fra un tubo metallico e una cuccia per alani.
Ogni volta le idee erano più offuscate, il passo sempre più malfermo e l’idea dell’autostrada, dei camion e dell’acquaplanning mi angosciavano.
Mi trascinavo con il bicchiere appeso al collo come un  cane San Bernardo con la fiaschetta.
Il mio interloquire e la mia petulanza ha messo a dura prova la sopportazione dei produttori, gente pratica poco incline al dibattito inutile e vacuo.
Gentilissimi tutti ma penso che alla seconda ora mi vedessero come fumo negli occhi.


Io in fin dei conti mi sono divertito, non ricordo neanche un (una?) barbera (di due ne ho una vaga
memoria) ho perso una giornata intera, però in cantina adesso ho una dozzina di bottiglie di Timorasso che avrei trovato con difficoltà nella Capitale Sabauda (ex).
Ricordo ai miei due lettori che Torino è capoluogo lontano, distratto e disattento nei confronti delle sue province satelliti, per cui non è sempre agevole procurarsi vini anche se fatti a pochi chilometri di distanza.
Quindi ero e sono a tutt’oggi felice per lo shopping enoico di quella giornata e “a culo tutto il resto” (come diceva F.Guccini).
Il caso mi ha portato a bere per primo il Timorasso Colli Tortonesi doc San Leto 2007 vendemmia tardiva di Carlo Daniele Ricci (anche se una affinità elettiva già si percepiva quel 15 novembre scorso).


La famiglia Ricci vive  a Costa Vescovato (AL) in via M.Celli 9 e coltiva otto ha di vigneti alcuni di più di quaranta anni.
Il colore era ed è oro intenso, i profumi con un solo mese di riposo in cantina sono molto cambiati e in meglio.
Tante parole si fanno e si faranno sugli orange wine, questo è un vino figlio di vendemmia tardiva di uve Timorasso vinificate in rosso con una macerazione sulle bucce, fermentazione con lieviti indigeni  e un affinamento sulle fecce in botti di acacia di medie dimensione con batonnage.
Per rafforzare il mio ego direi che mi ero subito accorto delle potenzialità di un vino che in rapporto agli altri vicini pagava lo scotto di una minore atleticità olfattiva (le macerazioni mortificano i profumi frutto floreali).
Ma  come dice W.De Battè il mosto è il vitigno, la buccia è il territorio, forse ne è lo specchio e come tale è fragile non  bisogna maltrattarla e Ricci ha avuto mano decisa ma gentile.
E adesso piano piano le fotografie del terroir impresse sulla buccia cominciano a ritornare a galla, per ora sono pallidi daguerrotipi ma nei prossimi anni diverranno nitide foto colorate.
Colore oro pallido.
Profumi minerali e di idrocarburi con sfumature agrumate di comquat e chinotto in salamoia, di zenzero candito; intensi.
Memorie di zucchero a velo su lontani profumi di resine.
Un chè di lana bagnata e zafferano.
Bocca calda, larga e sferzata da acidità e salinità, una dolcezza che è solo la pausa prima dello schiaffo secco e corroborante con leggero amaricante finale.
A me è piaciuto molto.
E pensare che un produttore di Timorasso mi ha detto, in quella occasione, che lui i vini come quelli di suo padre (macerati e difettati) non li vuole più fare, quindi bando ai lieviti spontanei e archeo enologia.
Io dissento perchè ormai sempre più chiaramente viene fuori che ci sono vini perfetti stilisticamente e tecnicamente e vini con l’anima, io preferisco i secondi.
Io ci ho mangiato sopra mazzancolle con broccoli, riso e riduzione di carapaci, curry e succo di cocco.
Le mazzancolle le ho comprate io, il resto lo ha fatto mia moglie, il cane guardava (già in ansia per i primi attentati dinamitardi pre capodanno), mia figlia sabotava.
Buona degustazione. e buon anno


luigi