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lunedì 11 marzo 2013

Rosso "Le muraglie" VdT, Voyat. Di N.Desenzani

Conosco molto poco la viticoltura valdostana. Per un caso fortuito, mi son trovato davanti una bottiglia di Rosso Le Muraglie di Voyat, Azienda di Chambave. L’etichetta mi ha colpito molto e ho fatto qualche ricerca in rete.


Non ho capito tantissimo di questo produttore, se non che Ezio Voyat, morto nei primi 2000, è stato uno dei protagonisti della rinascita enologica della Val d’Aosta negli ultimi 20, 30 anni (credit to enofaber). Che è ben conosciuto un suo moscato passito detto “Ambrato Le Muraglie”. Che la composizione del suo rosso è peculiare, con dolcetto e altri vitigni tipici della zona come il petit rouge e il gros vien. Che questi vini sono conosciuti dagli appassionati americani, in particolare a New York. Che dunque c’è qualche informazione su Cellartracker e addirittura qualcuno premia il suo rosso con 100 punti. Che gli eredi Voyat hanno preso il testimone e continuano la produzione.

Che si tratta di viticoltura eroica.
Come dicevo ha un’etichetta che mi piace un casino.
Quindi mi sono attivato e oltre a trovare a Roma da Trimani il Rosso 2008, sono anche riuscito a trovare una bottiglia dello stesso vino del 1993, o almeno l’enotecario la datava in questo modo, perché essendo vino da tavola, per rifiuto della DOC da parte del produttore, non vi è traccia di datazione in alcuna parte della bottiglia, né in etichetta, né sul tappo.
Scoprire vini nuovi dà sempre una certa eccitazione. E se in più si parla di produttori tradizionali, magari estinti, io mi illumino e le mie aspettative vanno alle stelle.
Il bilancio dell’assaggio di queste due annate è quello di aver scoperto un vino molto interessante, con una personalità ben definita reperibile nelle due versioni nonostante 15 vendemmie di differenza e il passaggio dal padre agli eredi nella conduzione dell’azienda. Un vino da scoprire e tenere come riferimento.


Rosso "Le Muraglie" 2008
Leggermente chiuso all’inizio, ma già fresco ed equilibrato, si apre lentamente, fino a divenir molto beverino e sempre più armonico. Bella materia, dinamica e vitale, forse un po’ impostato e tecnico per i miei gusti e in leggerissimo difetto di sostanziosità, con la quale a mio parere avrebbe guadagnato in piacevolezza e digeribilità. Frutta rossa e sentori più caldi di foglia di pomodoro, un nucleo austero e composto. Soggettivamente la mia mente è andata al Dolcetto, ma anche al Rossese di Dolceacqua e appena al Pinot Nero, ma alla lontana. Non v’è dubbio che appaia come vino adatto a invecchiare bene. Col livello di verificabilità che hanno queste affermazioni.


Rosso "Le muraglie" 1993
Indubbiamente lo stesso vino! Ma qui c’è una marcia in più. Insieme a un fruttino ancora integro, si è sviluppato un sentore di cuoio molto elegante. Mantiene grande freschezza.
Il naso è spettacolare, coll’anticipo del cuoio e del mirtillo del palato, e di una piacevole acidità pungentina e forse in lontananza un che di torrefazione. E una impressione quasi materica di incipriatura che hanno spesso i Pinot noir. Ritornando in bocca segnalo un’alcolicità che riporta a vecchi alambicchi e legni altrettanto usati. Una salatura che viaggia insieme al fruttato fresco conditi da un tenue terziario.
Bel sorso di austerità sapida. Riferimento mnemonico a tratti i nebbiolo di Ar.Pe.Pe.

domenica 10 marzo 2013

Il post “ho consigliato un bistrot a mia moglie…”


Il post “ho consigliato un bistrot a mia moglie…” ha scatenato un piccolo putiferio fra il pubblico femminile, sono stato tacciato di maschilismo ed altre amenità assortite.
Non mi sono offeso ma ci ho pensato, ragionato, mi sono interrogato, nessun appunto fattomi è passato inosservato nella mia testa, mai! anche quando ho palesemente ragione (quasi mai c’è l’ho, però ogni tanto capita).
In verità non ci pensavo più tanto perché sono sempre più convinto che il vino e l’asfittico mondo che gli gira intorno non sappia, non dico comunicare, ma anche solo far giungere ai più, un flebile cenno di esistenza in vita.
A conferma della mia tesi c’è stato un incontro di lavoro con una Farmacista, appassionata fondatrice di un bel negozio di alimentari biologici in un quartiere fighetto di Torino.
Lei guardava, appassionata bevitrice, con interesse e curiosità i vini del mio listino, alcuni li conosceva altri no però con estrema sincerità mi ha detto “Sa sono bellissimi vini questi, importanti, costosi ma qui vengono le donne a fare la spesa, venissero gli uomini, i mariti sarebbe un’altra cosa.”
Ha comunque fatto un ordine ma guardando il prezzo e non altre logiche, perché le signore con 350,00 euro di Laboutin o 400,00 di Jimmy Choo  ai piedi, con 700,00 euro della borsa di Stella McCartney al braccio, cosparse di creme da 120,00 euro del Dott Perricone e asperse con 100,00 euro di Love in Black di Creed ebbene, queste donne pralinate di denari e con carte di credito di metallo prezioso, hanno paura anzi sgomento ad acquistare un vino che superi la barriera dei 10,00 euro, anche meno per i bianchi.
Allora io dico con forza e profonda tristezza che la comunicazione del vino non raggiunge affatto le donne perché se le raggiungesse il mercato del vino sarebbe altra cosa da quel mondo depresso e vagamente tristanzuolo che è oggi.
Un esempio, a coronamento del mio ragionamento: ieri guardavo l’immancabile inserto di cucina di Elle e i piatti erano stupendamente fotografati a tutta pagina, i vini consigliati si limitavano a poche e scarne righe praticamente invisibili (tutti voi che leggete sapete benissimo che il vino si sceglie spesso per le etichette che sono la cosa che rimane più impressa nel nostro cervello).
Piangiamo e disperiamoci per l’incapacità dei comunicatori che tanti dissesti sta procurando al mondo del vino.

venerdì 8 marzo 2013

Neuroni sparsi (Parte I). Di N.Desenzani



Quando ho iniziato a scrivere sui vini che bevevo, cercavo di trovare sempre la concentrazione necessaria per fissare le mie impressioni. Ogni bevuta non scritta era un po’ un rammarico. Poi col tempo e le centinaia di degustazioni trasformate in parole, si è affacciata un’attitudine più trasandata. Da un lato perché se uno vuol esser originale a un certo punto diventa sempre più arduo non ripetersi, dall’altro per materiale mancanza di tempo e infine perché si tende ad avere un approccio più sintetico del tipo “mi piace, non mi piace, magari ne scriverò”.
Poi ci sono dei giorni in cui ripassi col pensiero un po’ di bevute che non hai raccontato e scopri che fra queste alcune erano memorabili ed è un peccato non trasferirle e condividerle con gli altri.
Già ai tempi mi ero inventato l’espediente di scrivere post dal titolo “note sparse”, perché allora questi pezzi di memoria dimenticata spesso esistevano come parole su materia scrivibile.
I seguenti invece sono davvero trascrizioni di pezzi di memoria neuronica, di cui talvolta esiste una foto. IPhonechediolobenedica.
Ci tenevo a condividerli e avevo bisogno di un defrag del mio cervello vecchio modello, ché altrimenti si inceppa.
Per numero e per non disintegrare il lettore ne vado pubblicando un tot alla volta.

Rosato 2007 Massa Vecchia
Grazie! Potrei fermarmi qui con la descrizione di questo vino. Il grazie è a Jacopo Cossater che ha attraversato mezz’Italia con questo forse ultimo esemplare esistente dell’annata 2007 per condividerlo col sottoscritto. Grazie a Massa Vecchia, che con questo rosato, oltre a innalzare la categoria a livelli sublimi, ci arriva con uve aromatiche, Aleatico e Malvasia. Un miracolo di beva e complessità. Un vero viaggio. Dico solo che dopo questo vino, mi sono convertito al Massavecchiaismo.

Vigna Ronchetto 1997, Lino Maga
Ho scovato fra i bui scaffali di un’enoteca 4 bottiglie di questo piccolo capolavoro di Maga, in annata strepitosa. Questo cru era così difficile da coltivare e forse non ne venivano così apprezzati i risultati che Maga ha deciso di non produrlo più. Mi è venuto un nodo in gola bevendo questa bottiglia in solitudine perché è una specie di Barbacarlo di medio corpo e media intensità. Barbacarlo alato.

Montemarino 2008 e 2009, Stefano Bellotti
Il giorno del suo compleanno, Vittorio aka Tirebouchon ci ha regalato l’ottovolante di una verticalina di Montemarino dal 2007 al 2009. Uno dei cru di Gavi di Stefano Bellotti, ne avevo raccontato sulle pagine di questo blog l’annata 2007, che era vino difficile. Che si poteva apprezzare tanto solo usando il cervello, perché il bicchiere era pieno di strane cose non tutte  convincenti. Quale sorpresa nello scoprire le due annate successive. Finalmente un’interpretazione del Gavi che mi ha fatto godere. Fresco e beverino, ma spessissimo. Dritto fra i grandi bianchi del Piemonte e non solo.

Ansonaco 2011, Carfagna
Colpo di fulmine, “mi straccio le vesti”. Finalmente un vino per il quale usare l’espressione senza la negazione davanti. Un solo bicchiere ne ho bevuto, ma sono certo di non sbagliarmi dicendo che è uno dei bianchi più buoni di sempre.

Granaccia 2009, Noberasco
Avevo raccontato di questo vino quasi due anni fa quando ne ero rimasto rapito per i tratti rustici, anti ruffiani, ma di grande personalità. L’ho ritrovato, terz’ultima bottiglia rimasta, in fase molto più composta ed elegante. La granaccia è uno dei vitigni che ho notato cambia tantissimo nei primi mesi e anni di vita. Comunque dopo due anni di affinamento in bottiglia ho trovato echi di Rodano e morbidezze quasi decadenti, e una lacrimuccia è partita.

Montepulciano d’Abruzzo 2006, Valentini
Difficile dir due parole per questo vino. Forse vale un po’ quello che ho scritto a proposito del Boca di Kunzli: quello che lascia attoniti è la struttura, la freschezza, la compostezza, l’equilibrio. Non tanto i descrittori che suggerisce, ma proprio la qualità della sua sostanza.

Rouge 2009,  Patrimonio AOC, Domaine Giudicelli 
Ribevo il rosso (niellucciu) di Muriel Guidicelli a distanza di un paio d’anni dall’ultima bottiglia presa in Corsica, che puzzava parecchio. Invece con quest’annata esce un vino semplice, sangiovesesco, ma più etereo, che sebbene non abbia qualità eccezionali è stato una bevuta piacevole.

mercoledì 6 marzo 2013

Bianco Toscano igt 2011 - Podere Sanguineto di Riccardo Avenia

Eccoci a svelare il secondo dei due nuovi avventori del bar:
Riccardo Avenia da Bologna autore del blog Odori Terziari.
Una ventata di freschezza scanzonata nelle nostre fila di “Brasiliani con la nebbia in testa” (così definiva  I Piemontesi Bruno Lauzi).
Riccardo è un portatore sano di allegria e simpatia.
Ma non è uno “spanizzo”*  e non millanta mai, è preparato e serio e soprattutto curioso e umile.
Affronta ogni vino senza pregiudizi, aperto e disponibile così come lo è nella vita e nelle amicizie.
Il compagnone che mancava per mitigare le derive depressivo-intimiste di Niccolò e di Andrea e mie e per dare il cambio, come ciclisti in fuga, a Vittorio nella sua funzione di sprone e di motivatore.
E’ l’avventore giusto per questo bar composto da un manipolo, che sta diventando legione, di riottosi anarcoidi enodissidenti.
Buona lettura
E che il vento soffi sempre al giardinetto!
Luigi

 *chiedete a lui cosa vuol dire

Ps
Il web è un mezzo, in cui riponevo fiducia in maniera altalenante, senza il quale però non avrei mai conosciuto nessuno dei miei attuali compagni di viaggio e senza tema di cadere in sentimentalismi devo dire che le persone migliori che abbia mai conosciuto in vita mia provengono da questo mondo immateriale che si è fatto, parzialmente, a grumi, materiale.



Il primo assaggio di questo bianco toscano, lo ricordo come se fosse oggi. Eravamo in cantina al Podere Sanguineto. Mentre Dora Forsoni si raccontava magistralmente, stappava e ci faceva degustare una piccola verticale di tutti i suoi vini rossi, io - attento - seguivo, assaggiavo e condividevo il tutto via twitter. Un istante dopo, il buon @tirebouchon mi scrisse: "fatti aprire il loro bianco. Ne hanno poco, buttati in ginocchio se dovesse servire: devi sentirlo". Così è stato e da subito è nata una passione. Ma quante ne sa Vittorio.

Impossibile però averne una bottiglia, tutte vendute. Per quasi due anni ho "fatto il filo" a questo vino, sarò passato in cantina almeno 6/7 volte, niente. Poi, gli ultimi giorni del 2012 la sorpresa: passando al podere per un saluto e per una piccola scorta di vino, Dora e Patrizia appena mi vedono esclamano: "abbiamo il bianco!". E così, per farla breve, ne ho fatto incetta.

Un vero vino territoriale, semplicemente buono, beverino e gastronomico, nel quale ci si ritrova lo spirito ed il carattere del produttore. Ottenuto da Trebbiano, Malvasia bianca e verde, Biancame e Grechetto, vinificato in cemento e niente più. In tutto, meno di 6.000 bottiglie.

Paglierino, vitale, che vira all'oro. Al naso dapprima escono le spezie, la camomilla, il miele, ed una fresca nota vegetale. In secondo luogo, frutta esotica, fiori gialli, salvia, mentuccia e qualcosa di officinale. Sottile, col tempo, estroso. Il sorso è fresco, acido, minerale con retrogusto balsamico. Glicerico e caldo, l'impatto dell'alcool è presente: in questo e su alcuni profumi maturi, la calda vendemmia 2011, ha sicuramente influito. Resta comunque piacevole e di meravigliosa beva. Io lo preferisco a temperatura più elevata, ne guadagna in profumi e sapore.

Immagino un caldo pomeriggio primaverile, il sole calante sulle dolci colline di Acquaviva, pochi amici (del bar) seduti ed una tavolata ricca di prelibatezze locali e, nel calice, questo buonissimo Bianco Toscano. A volte, alcune tra le più belle esperienze cominciano proprio così e questa, inaugurata oggi, lo sarà senza dubbio.