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mercoledì 18 maggio 2011

i_blogger_rivoluzionano_il_mondo_del_#vino 15maggio2011


Video di Giulia Graglia.
15 maggio 2011

Le parole per parlare di vino.
Oltre il gergo iniziatico dei sommelier, i blogger rivoluzionano il modo di descrivere il vino:
pratica e grammatica, degustazione e parole.

Organizzato da Stefano Cavallito e Alessandro Lamacchia, hanno partecipato:
moderatore Giancarlo Gariglio di Slow Food, Giovanni Arcari aka TerraUomoCielo, Giulia Graglia aka Senza Trucco, Vittorio Rusinà aka Tirebouchon ed io.  
Abbiamo parlato di vino e web, di parole del vino e web, blog e carta stampata, blog e terminologie tecniche, abbiamo anche degustato il grignolino di Spertino e il ruchè di Cascina Tavijn, per non farci mancare nulla e anche perchè questo sporco lavoro qualcuno lo deve fare.

Luigi

sabato 14 maggio 2011

timorasso doc collit ortonesi 07 il montino la colombera elisa semino

Settimana difficile e intensa sabato #barbera2 e domenica Salone del Libro.
Leggo e rileggo le linee guida di Stefano Cavallito sulla tavola rotonda del Salone e mi convinco di essere la persona sbagliata nel posto sbagliato ma ormai il mio macroego mi ha fatto accettare l’invito.
Insomma fibrillo e tracheggio, ignoro il lavoro vero e quando sono costretto a farlo, faccio solo danni.
Come se non bastasse mi chiamano per progetti nuovi! Fiducia del tutto immeritata.
Comunque segnatevi questa, ormai ho dato l’adesione a un bel progetto e


Lunedì 23 corrente mese uscirà un sondaggio che vi coinvolgerà e vi voglio belli pimpanti con il mouse scalpitante!
Insomma un delirio, ho una tempesta neurale, milioni di idee strampalate che si affastellano nel mio cervello.
Panico!
Però mi sono imposto di uscire con un post prima del blackout sino a Martedì 17.
Ho deciso di dedicarlo ad un vino bianco (strano direte voi, quello lì beve solo bianchi!).
Ad un altro bianco Piemontese, che stia diventando sciovinista?.
Un Timorasso.
I miei amici del web mi dicono che sono vini chimere tanto “parlati” e poco “bevuti”.
Di Timorasso ci sono 50 ha vitati e 250.000 bottiglie prodotte pochissime!
Non vi stò a dire che è vitigno antico riscoperto da Walter Massa (gran divulgatore e promotore di questo vitigno-vino).
Ha precursori aromatici da vendere quasi quanti quelli del riesling con cui ha una certa affinità acido-minerale.
Vitigno che ben si adatta alle bollenti esposizioni sud e alle asfissianti argille tortoniane.
Però i produttori che ne riescono a domare il vigore e gestire la vinificazione non sono tantissimi, qui vi ho già parlato di Carlo Daniele Ricci.
Oggi vi parlo di una Timorasso-girl.
Mani gentili ma decise.



Paziente, sopporta con rassegnazione Fabrizio Iuli e lo sostituisce durante le sue fughe dallo stand  e curiosa, Vittorio Rusinà ed io l’abbiamo incontrata in visita ad Agazzano (dove non era presente come espositrice) assaggiare ed interessarsi al lavoro dei suoi colleghi-amici.
In quella occasione ci ha subito riconosciuto tra la folla e salutato con calore ma noi per colpa del suo nuovo taglio di capelli e una nostra leggera “frollatura” non l’abbiamo riconosciuta, figuraccia tremenda!, con Vittorio che allontanandosi mi chiedeva concitato “ma chi era quella?”.
Io per voi ho aperto e bevuto, dopo massacranti lavori orticoli, una bottiglia di Montino 2007,  Colli Tortonesi doc Timorasso, 14%vol, az agr. La Colombera, Tortona (AL).
Subito minerale e idrocarburico come da protocollo.
Poi entrano anche quei sentori di resine termoindurenti (j’adore) e un fondo di lavanda, anice, balsamicità di aromatiche secche, miele amaro, mandarino.
Complesso, in perpetua mutazione, sfuggente e profondo.


Bocca alla tedesca dura e minerale e acida, verticale senza compromessi sostenuta da alcool e glicerina ma che si attestano un passo indietro, sgrassante e balsamico, comunque polposo.
Ottimo.
Giovanissimo.
4.000 bottiglie prodotte con pochissima solforosa e affinamento in vasca sur lie con batonage e due anni di bottiglia prima della vendita.
Una cuvée confidentiel.
Bonne degustation


Luigi

PS
Il Timorasso è un vino simbolo a cui l’intero Tortonese fa grande affidamento per risollevare la viticoltura di un area schiacciata fra il Gavese e il Basso Monferrato.
Il suo essere terra di confine fra Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Liguria la relega ad una certa marginalità.
Questo sabato a Nizza a #barbera2 sarà presente la barbera Bigolla di Walter Massa altro grandissimo vino di questa area.




mercoledì 11 maggio 2011

c'è_fermento_nel_mondo_del_vino_a_torino_a_nizza

C’è fermento nel mondo del vino
a Torino e a Nizza (AT).
L’orgoglio di essere presente in entrambe gli eventi mi ha gonfiato il petto e mi ha distratto dal fatto che questo sabato 14 e domenica 15 maggio avverranno nel mondo del vino Piemontese due eventi, slegati fra loro, ma simbolicamente molto rilevanti.

Il primo è #barbera2 a Nizza (AT) evento internazionale nato su twitter e alla sua seconda edizione.
Il secondo è la tavola rotonda organizzata da Stefano Cavallito e Alessandro Lamacchia, nel salotto colto di Torino (in cui siederò immeritatamente e non nego con qualche imbarazzo), al Salone Internazionale del Libro, il cui titolo è “Le parole per parlare di vino.” Oltre il gergo iniziatico dei sommeliere, i blogger rivoluzionano il mondo di descrivere il vino: pratica e grammatica, degustazione e parole.

Non riesco a spiegarmi bene neanch’io, però la sensazione derivata dalla frequentazione dei blog e dei suoi autori, sempre embricata con l’esperienza sensibile dell’incontro fisico con i viticultori (autori materiali degli oggetti del nostro vacuo blaterare), è che ci sia un gran fermento, una grande spinta di energie nuove, fresche, di giovani (o sedicenti tali) che emergono con la forza delle idee e dei nuovi media.
Il web, i blog, le mail sono ormai prossime all’obsolescenza, il confine, le porte di orione sono i social network e il loro ossessionante e ipnotico streaming.
Sono ipnotizzato e sconvolto anch’io dal flusso, dallo stream of consciousness che trapela dalle piattaforme del web.
Ciò che vedo con chiarezza (relativa e sempre prossima al dubbio) è un movimento di forte emancipazione dai veicoli tradizionali dell’informazione.
La carta stampata è morta.
No sò se ciò sia positivo, non sò se sia una tendenza stabile ma ciò che percepisco è la dirompente forza iconoclasta del movimento, sia pure tutt’altro che unitario.
Il web, i blog stanno setacciando il sottobosco (fabio_duff mi comprende) dei vini minori e stà stimolando i produttori di denominazioni più marginali, convincendoli che la strada del rinnovamento e dell’affrancamento dai grandi vini simbolo è iniziata e c’è una piccola folla che li segue e li sprona.
Infatti i più attivi sul web sono i produttori anagraficamente più giovani e quelli meno fortunati dal punto di vista della visibilità territoriale.
In un post Jacopo Cossater  si chiedeva quando i blogger avrebbero cominciato ad occuparsi dei vinoni tipo Barolo, Barbaresco, Brunello, Vino Nobile di Montepulciano, Amarone etc.
Oggi a mesi di distanza gli rispondo dicendo che se parlassimo di quei vini non ci seguirebbe nessuno perché il nostro publlico è altro e non dice:
“buono, senti quanto costa”.

Luigi


I produttori di vinoni e certe associazioni di somellerie, si guardano ben donde dal cercare di capire cosa succede sul web, la loro presenza è del tutto marginale e quando si calano sul web lo fanno con concezioni di market management.

#barbera2 è una idea nata un anno fa su twitter grazie a Vittorio Rusinà oggi affiancato da Gianluca Morino, Monica Pisciella e Sandra Salerno. E’ una degustazione orizzontal-internazional-carbonara, pressochè riservata a blogger e twitternauti appassionati di vino, di dieci barbere, cinque piemontesi e cinque degli USA.
Potenza e democrazia del web che annulla le distanze e dà voce alle minoranze.

Cavallito & Lamacchia hanno capito, pur partendo da piattaforme editoriali tradizionali che c’è fermento nell’informazione sul vino sul web e quindi a loro rischio e pericolo hanno invitato a parlarne al salone del libro di Torino Barbara Brandoli (Divino Scrivere), Franco Ziliani (Vino al vino), Vittorio Rusinà (Tirebouchon), Giovanni Arcari (TerraUomoCielo) ed io.

lunedì 9 maggio 2011

nel_vigneto_del_diavolo


Chi è l’amico della Fillossera?


Cosa immaginiamo quando parliamo di vigneto?
Quanti anni pensiamo che viva?
Come pensiamo che le piante che lo compongono siano state scelte, selezionate, propagate?

Cosa pensiamo quando parliamo di vini di territorio, quindi sintesi della coevoluzione e simbiosi fra pedoclima, vitigno e uomo?

Piccolo antefatto: i nuovi vigneti sono costituiti piante composte da una parte radicale che è americana su cui si innesta la parte aerea europea che dà i frutti da vendemmiare.
Questa tecnica agronomica serve a rendere la pianta resistente ad un afide, la fillossera che attacca l’apparato radicale portando alla morte le viti europee.
Ma anche su questo ci sarebbe da discutere.

Se sostenessi con forza che il vigneto è un Frankenstein?
Se non credessi che questi due corpi innestati fra loro siano il meglio che si possa avere dal punto di vista organolettico e di espressione territoriale?


Se facessi notare che ormai gli impianti dei vigneti sono una scelta a tavolino di cloni per i portainnesto da abbinare a cloni (pochi e tutti identici a sé stessi) di cultivar?
Se facessi notare che questi cloni sono stati propagati da vivaisti a chilometri di distanza dal luogo degli impianti?
Se facessi notare che alla fine il vigneto produttivo sarà composta da migliaia di piante ma solo da poche decine di cloni e magari nessuna pianta originaria del luogo?
Se facessi notare che i cloni prodotti da marze sono tutti uguali alla pianta madre (stesso dna)?
Se facessi notare che questa identità è foriera di squilibri e fragilità dell’ecosistema vigneto?
Se facessi notare che i portainnesto americani patiscono molto i terreni calcarei?
Se facessi notare che il 95% dei terreni europei vocati alla viticoltura sono calcarei?
Se facessi notare che la produzione ettaro con i portainnesto è praticamente raddoppiata a fronte di una diminuizione drastica della fittezza d’impianto?
Se facessi notare che un tempo i contadini propagavano le loro piante in perfetta solitudine ed autonomia?
Se facessi notare che di fatto perpetuavano un processo continuo e naturale di coevoluzione fra terreno e la sua microbiologia con le piante ed il loro genoma, dando luogo a decine se non centinaia di geno-tipi e feno-tipi?
Se facessi notare che l’età media dei vigneti si è meno che dimezzata?


Dov’è andata a finire la biodiversità?
Dov’è andata a finire la autodeterminazione e indipendenza del contadino dai vivaisti?
Perché le Università e gli studiosi hanno preso per buona una soluzione transitoria del problema adottandola come definitiva e interrompendo ogni approfondimento ulteriore?

Quante varietà sono state sacrificate nella corsa verso il progresso?
Lasciamo all’andamento pedoclimatico l’onere dell’espressione del terroir in quanto i vegetali sono prodotti paraindustriali o parascientifici?
E noi beviamo o no dei vini Frankenstein?
E voi cosa pensate di queste cose?

Luigi