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lunedì 24 gennaio 2011

bianco trebez 2006 igt princic chardonnay sauvignon pinot grigio

Bianco Trebez 2006 IGT Venezia Giulia di Dario Princic, Gorizia fraz. Oslavia.
Colore arancio ruggine intenso, velato quasi opalescente.



Mia figlia non ha più detto niente, ormai è abituata agli orange wine.
Anzi una cosa l’ha detta: “goccio papà, io (as) saggio, subito!”.
Denso nel bicchiere.
Intenso al naso con profumi abbastanza freschi di frutta, un po’ di etereo.
Poi dolci profumi caramellati e di marmellate di fichi e albicocche in cottura come quando il paiolo sobbolle in cucina.



Thè e carcadè forse un po’ fumè (splendida rima olè).
Struttura importante in bocca, calda, avvolgente e un velo tannico.
Un vino di macerazione che mantiene però caratteristiche di opulenza e precisione maggiori della media.
Il varietale dei vitigni, Chardonnay, Sauvignon e  Pinot Grigio, si stempera completamente ne rimane forse un’eco nell’importanza degli alcoli (14%vol), nei profumi vanillo carammellosi e nella presenza materica della glicerina che qui c’è e si fa sentire.

Non ho trovato indicazioni su come è vinificato ma la sensazione è che le fermentazioni siano con lieviti di cantina ma a temperature controllate di 16/18°C e/o magari con passaggio in legno.
Dal colore del vino la macerazione sulle bucce deve essere durata parecchio però non si sono disciolti i tannini corti e amari tipici (bonus).
Insomma mi viene in mente la definizione di Design che dava un grande Architetto il “Disegno Industriale (il bianco Trebez) e un pipistrello mezzo topo e mezzo uccello”.
Vola in alto ma è terrignamente tirato in giù dal suo essere mammifero.
Lieve e pesante.
Ossimorico.
Complesso.
Senza età.
Il millesimo lo devi leggere in etichetta.
Buono.
Da servire a 15°C.
Comincio ad abituarmi.
Ho già messo il frigo in vendita su e-bay.
Bonne degustation.

luigi


venerdì 21 gennaio 2011

trebbianoabruzzodoc2007emidiopepetoranonuovoabruzzo

Trebbiano d’abruzzo DOC 2007 di Emidio Pepe, Torano Nuovo (TE).



Da sempre nel mio mirino già prima che impazzasse la bio-mania ma ci siamo sempre solo sfiorati.
Ultimamente occhieggiava dal frigo di servizio del Bordò.
Alla fine l’ho preso e portato in montagna.
E’ vino da uve bio fermentato con lieviti di cantina ma non macerato.
Ha un colore giallo paglierino che ormai colpisce un po’ per la delicatezza.
E’ pure limpido.
Per l’occasione c’è ancora della focaccia (ringrazio Andrea Perino per la consulenza e per la fornitura di farine del mulino Sobrino).


Per l’occasione e per non farsi sfuggire una occasione, mia moglie nel pomeriggio aveva saccheggiato una pescheria a Briancon e l’ho trovata che si aggirava per il paese abbracciata ad una baffa di salmone selvaggio di scozia da un kilo e mezzo, con il cane ormai sovraeccitato che ululava e mia figlia che ripeteva come un mantra: “mangio , io mangio, io mangio (a)desso”.
Un spettacolo poco edificante.

La sera ad animi chetati apro, verso, annuso.
Temperatura di servizio fortunosamente giusta (regge bene un 8/10°C).
Chiaro di colore, vivace di riflessi, profumi freschi e fruttati, bocca leggera ma avvolgente.
Ti inebria con timbri agrumati di pompelmo, fiori, erbe aromatiche e mineralità sapida con verticalità e leggerezza.
Stesso discorso in bocca dove scivola veloce ma intenso, sgrassante mai opulento, giustamente alcolico e un fondo amandorlato.
Una alcolicità moderata (come in quasi tutti i fermentati con lieviti di cantina) e una moderata rusticità ne fa bere a litri.
Vino splendido da cena con amici, libera la lingua e stimola i ricordi.
Mai meno di sei bottiglie.
Mi sentirei di dire di sevirlo fresco.
Aridità dalla cantina.
Coltivazione bio e biodinamica certificata.
Vendemmia manuale, pigiatura come un tempo a “piedi”.
Fermentazione e affinamento in vasche di cemento sulle fecce fini per sei mesi.
Imbottigliamento a mano per caduta senza filtrazione.
Bonne degustation

A Torino da enoteca Bordò a 17,00 euro

Luigi



mercoledì 19 gennaio 2011

baccabianca2006tenutagrillocortesesullebucciegamalero

Baccabianca 2006, Tenuta Grillo, Gamalero (AL).
I miei due lettori saranno orami stufi di sentirlo ma l’incontro con Guido Zampaglione è avvenuto a Novi in occasione dell’Alessandria Top Wine.


Anzi uno dei motivi per cui ero andato era proprio lui e il suo Baccabianca.
Non so se per volontà o per caso ma il suo stand era dal lato dei “maceratori/vinificatori un po’ matti”.
Carlo Daniele Ricci, Danilo Saccoletto gli tenevano compagnia con i loro vini hors categorie.
La degustazione iniziava con Ricci poi Saccoletto e finiva con lo schiaffo dei vini di Zampaglione.
Un girone Dantesco di profumi e sapori dimenticati o da dimenticare.
Nei miei ondivaghi tracheggiamenti alcolici sarò passato da Guido Zampaglione, che io ricordi, almeno quattro volte.


In realtà con i tre “matti” c’era una affinità elettiva, a fine giornata saremo andati dritti dritti nella finale dei più scassati e occhio-pallati e avremo vinto ex-aequo.
Guido come certi Campani soffre della sindrome da sdoppiamento linguistico.
Spiego: dalla parlata ti aspetti da un momento all’altro una battuta, dell’ironia anche facile e caciarona.
Invece al di sotto della sua campanità  linguistica alligna la serietà di uno svizzero.
Per cui lui rimane sempre serio e gentile e posato anche quando il Titanic sta affondando.
Io che sono un piemontese con derive meridionali e tendenza all’eccesso linguistico e un po’ buffone, con lui ero in leggera soggezione.
Guido Zampaglione è un estremista della naturalità e dopo esperienze con Elena Pantaleoni de La Stoppa, ha cercato un luogo dove mettere a fruttto i suoi pensieri sul vino.
Lo ha trovato a Gamalero (AL).
Lì alleva le sue viti e produce una serie di vini tra cui il Baccabianca.
Io non amo il Cortese ma avevo letto e sentito molte cose sul suo e le volevo verificare.
Maceratissimo, anche una sessantina di giorni e affinamento in acciaio, dal colore intenso, leggera velatura, profumi delicati e freschi di gigliacee con spunti vegetali, un po’ di mela matura, forse etereo, un chè di minerale(?), sfuggente.
Da freddo è leggermente tannico come lo sanno essere questi bianchi (senza l'extra delle botti) ma poi si ammorbidisce con il salire delle temperature.
Sgrassa la bocca appaga senza appesantire, sembra accompagnare il cibo senza alcuna lotta o prevaricazione organolettica.
Lieve e tutt’altro che muscolare, gentile come il suo creatore.
Da bere mangiando.
Da riprovare.
Provate anche la sua Barbera Igea.
Perdete del tempo a parlagli è veramente inbarazzante la sua gentilezza.
A me il suo Baccabianca 2006 è piaciuto.

Prezzo in enoteca sui 16,00 euro

Luigi


Ps
Tutti sapranno che in Campania nel vigneto di famiglia produce un fiano macerato che è un mito fra i wine blogger orange-dipendenti il Don Chisciotte dell’az agr Il Tufiello.
Io non lo sapevo, ma l’ho scoperto cercando info per questo post.
Mai fidarsi dei saputelli.
Comunque mi sono già mosso per cercarlo e assaggiarlo.
Parteciperà a Sorgente di Vino Live.
Io ci sarò e voi?

lunedì 17 gennaio 2011

terradilavoro2001sessaauruncacasertaaglianicopiedirosso

Terra di Lavoro 2001, Irpinia IGT, Galardi, Sessa Aurunca (CE).
Cena  a casa nostra.
Per una volta compare in menù della carne.
Rosso ho detto.


Rosso ho cercato in cantina.
La scelta era tra il  Barolo di Cappellano, il Vinu Petra di Foti, il Bric du Luv di Caviola, il Bricco  Appiani di Roddolo e Il Terra di Lavoro di Galardi.
La carne era un filettino di maiale

.
Insacchettato a mantecare tutta notte con spremuta di arance di Ribera, senape di Dijon, uvette, gin.
Poi brasato (effetto Maillard e chi è Hervé This?) poi cotto a bassa temperatura (cioè accendevo e spegnevo il gas per mantenere una temperatura al cuore di circa 55°C, una faticaccia, maledetto This!).
Nel frattempo non mi decidevo, mia figlia era anche lei indecisa e distratta dall’imminente arrivo della zia.
Nemmeno le etichette attiravano l’attenzione di Machi il nostro pastore delle Shetland che vagava infoiato dalla presenza della carne.

All’ultimo prendo il Terra di Lavoro.
Lo porto su un tavolino (al corso di sommelier lo chiamano gueridon) attrezzato vicino al tavolo.
Ho deciso.
Cavatappi, acc… tappo extra lungo praticamente saldato al collo.
Tiro, impreco a bassa voce, i commensali sono già al tavolo.
Quando sono ormai certo di avere rotto il tappo, esce riluttante.
Testa del tappo nera carbone.
Verso, annuso, assaggio.
“da dove viene stò vinello” chiede con disinvoltura un commensale.
Sobbalzo ma non do’ a vedere nulla (sto vinello l’ho comprato cinque anni fa a 50,00 euro!).
Colore profondo, impenetrabile, compatto e vivo.
Naso timido che mi lascia un po’ insoddisfatto, ciliegia e caffè e tostatura e tabacco e un po’ di minerale.
“allappa un po’ sto vinello” ( e daie con sto vinello) dice lo stesso di prima.
In bocca infatti il tannino morde un po’ con un chè di verde e l’acidità ancora viva gli dà una mano.
Buono è buono però dalla mia prima esperienza esco frastornato e un pelo deluso.
Rimane per tutta la sera con lo stesso profilo olfattivo, non evolve, non involve, tracheggia un po’ statico e monocorde.
La bocca non mi soddisfa un po’ asprigna e tannica.
La sensazione è che sia così sovraestratto e sovraconcentrato che abbia ancora bisogno di digerire tutta la materia che ha in corpo.

Che riesca a digerire tutto è il mio dubbio.
A qualcuno è piaciuto molto, a qualcuno meno, a me, per quel che può valere il mio parere, così così.
Il filetto di maiale servito con una insalata verde, mele, pinoli, noci e buccette di arancia in compenso era superlativo.
Aridità dalla cantina:
il Terra di Lavoro di Galardi a Sessa Aurunca (CE) così come il Montefredane sono due rossi mito della nouvelle vague Campana degli anni novanta.
Il Terra di Lavoro è a base di Aglianico 80 % e Piedirosso 20 % prodotti in un territorio estremamente vocato  a 400 m slm.
Terreni vulcanici, calcarei e scistosi ricchi di minerali e boschi di castagni.
Vigneti a cordone speronato a 4.500 ceppi/ha con resa di 50 q.li/ha.
Fermentazioni in acciaio.
Affinamento in barrique nuove per 12 mesi.
Bonne degustation.


luigi