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martedì 7 agosto 2012

Occhio ai vini vecchi! di N. Desenzani

Una premessa è d’obbligo. Ammetto di avere un pusher di Barolo vecchi a prezzi abbordabili. Ne ha pochi rimasti e non è facile riuscire a comprarglieli. Ma non desisto e continuerò finché ce ne saranno. Perché quando scopri i vini vecchi sei fottuto. La mente fa cortocircuito. Si apre una straziante angoscia dettata dal bisogno e dall’eccezionalità di quelle bevute da un lato e la reperibilità e i prezzi dall’altra, che quasi sempre non si abbordano. Tenetevi lontani da “sta roba”: genera troppa ansia e rischia di rovinarvi. Cerco dunque di recuperare un po’ della serenità perduta scrivendone: il miglior placebo contro i mali della mente.



Barolo 1967, Giuseppe Mascarello
Il ‘67 in langa dev'esser stata annata calda. Il Barolo di G. Mascarello esibisce ancor oggi una dotazione muscolare impressionante. Lontani dai sussurri di essenze e quint'essenza fruttata del ‘61 ci troviamo di fronte a tanto alcool, terziari che riportano all'affumicatura, tannini coriacei che non si sono smossi di una virgola da ciò che probabilmente doveva essere il vino trenta o più anni fa. In compenso si è mantenuto un nucleo giovanilissimo e il tempo ha lavorato di cesello tutto intorno senza cambiare di molto il blocco originario.
Epperò la profondità e l'eleganza non mancano e si assiste attoniti a tanta entropia negativa messa
in bottiglia, e il tempo pare esser trattato come un ospite simpatico e brillante, ma non così influente. Oggi giudicheremmo tanta roba sicuramente oltre i 90. Forse pure di più. Ma non siamo di fronte a un ‘61 per il quale la scala non era sufficiente.
L'impressione è di bersi un quasi modernista che ha scoperto qualche segreto. Comunque al naso sono le note empireumatiche a dominare con la loro scurezza, con tracce si canfora. In bocca è potente, austero come una parata marziale, un po’ forse legnoso. Di grande acidità e tannini imponenti.  Retronasale super balsamica. Occhio a non bruciarsi!  Amarognolo. Lascia dietro di sè un paesaggio arso di uva antica sì, ma alcuna leggiadria. Impressionante!

 Giuseppe II "Gepin"

Da una ricerca sul web ho scoperto che il ’67 è la prima annata gestita interamente dall’allora giovane Mauro, figlio di Giuseppe II “Gepin”, figlio di Maurizio “Morissio”, figlio di Giuseppe che iniziò l’attività nel 1881. E dunque Mauro inaugura una serie di annate in cui sperimenta nuove modalità di vinificazione. Forse questo fatto spiega la mia sensazione di modernismo, avvertita in questo Barolo. Come in un classico caso di corsi e ricorsi, nelle infinite storie di vino e vinificazioni.
Spero presto di sacrificarmi ancora per voi, con ulteriori assaggi del passato.

Foto presa dal sito www.mascarello1881.com

mercoledì 4 maggio 2011

baroloravera2001briccoappiani_flavioroddolomonfortedalba

Barolo Ravera 2001, 14,5% vol, Flavio Roddolo, Bricco Appiani, Monforte d’Alba (CN).



Nel duemila e cinque ero andato da Flavio Roddolo incuriosito dal suo Bricco Appiani (cabernet sauvignon) e dalla sua fama di misantropo e dai prezzi, ragionevolissimi, dei suoi vini.
Telefonai, presi appuntamento.
Mi accolse in tuta da lavoro blu, barbone bianco e una lieve ritrosia.
Veloce giro in cantina.
Mi parlò con passione delle sue vigne e dei suoi vini, ascoltò con pazienza i miei deliri agro-enologici e i miei commenti fuori luogo.
Poi andammo in una saletta per gli assaggi e lì mi sommerse di vini diversi, di annate diverse.
Senza fretta.

Di sicuro vi posso dire che non è affetto da misantropia, a me è sembrato una persona normale.
Il fatto è che è molto lontano dalle logiche mediatiche e mercantili di molti suoi colleghi Barolisti.
E’ un contadino, moderno, ma contadino con tutte le responsabilità e i doveri che questa condizione impone.
Giustamente cauto, sospettoso e terribilmente pragmatico, semmai era seccato dal fatto che i punteggi in guida determinassero in maniera così consequenziale i volumi di vendita e le tipologie di vini richiesti.
A farsi influenzare erano/sono non tanto i privati quanto i ristoranti e i loro sommelier.
Allora comprai molto e maledetta la mia generosità ho regalato troppo.
I suoi dolcetto d’alba sono vini impressionanti per potenza e personalità, il suo Bricco Appiani è uno dei migliori vini d’italia (a mio parere), un cabernet sauvignon che baroleggia e parla piemontese, sublime e allora venduto ad un costo commovente.
Il mio amico Enrico Togni gran barberista in quel di Darfo Boario (BS) fa uno splendido merlot, da vecchie vigne e mi ha confessato che lui ogni anno lo vinifica cercando di raggiungere lo stile e la classe del Bricco Appiani.
Mentre lo diceva quasi piangevo, quel giorno, senza sapere della sua predilezione per Roddolo, gli avevo portato in dono, proprio una bottiglia di barbera d’alba di Bricco Appiani.
Da quando Andrea Scanzi ne ha tessuto le lodi con probabili ritorni d’immagine il buon Roddolo ha timidamente segnalato (altrimenti era pressochè introvabile) la cascina Bricco Appiani con un cartellino di legno.
Si  è reso un po’ più disponibile alle visite, ha leggermente ritoccato il listino (è ancora un ottimo indirizzo non disperate).
Grazie a Scanzi sono riuscito a convincere il mio amico Rosario (che evidentemente non ha fiducia in mè, scripta manent…) a inserirlo fra i produttori della sua enoteca.
Il barolo (e qui mi attiro il pubblico ludibrio) vino che non amo particolarmente, lo avevo lasciato ad affinare.
A Pasqua ho deciso di berlo.
Malgrado continui a pensare che i suoi vini migliori sono i dolcetto e il Bricco Appiani (se lo trovate in carta o in enoteca comprate, comprate, comprate non vi pentirete) anche il suo barolo è un vino che merita.
E’ concentrato, alcoolico e potente ancora un po’ chiuso come il suo autore.
Colore granato cupo, denso quasi anomalo.
Profumi intensi con impronta eterea e leggero bruciore alcolico.
In apertura leggero agrume stramaturo poi liquerizia e legno di liquerizia, resine macerate in zucchero, leggera lacca, dolcezze olfattive di frutta sotto spirito e fiori essicati.
In bocca il tannino è vivo e importante, ancora non domo, forse persino un po’ verdognolo e fa da contraltare alle morbidezze anche di frutta e alle succose dolcezze di caramella e bastoncino di legno di liquerizia.
Un gran bel bere e mentre lo assaporavo mi rivedevo sei anni fa con i miei cani nelle sue vigne tra la nebbiolina del mattino e la fugace apparizione di una lepre.
Bonne degustation

Luigi

mercoledì 23 febbraio 2011

barberadalbacascinafrancia07giacomoconternoserralunga

Come ho detto per il Vidur di Enrico Togni e il Marguitto di Martina il lancio twitterico dell’evento #barbera2 mi ha fatto venir voglia di assaggiarne qualcuna.



Volevo parlarvi di quella di Ferdinando Principiano la Romualda 2006 ma mi ha così sorpreso e affascinato che sono stato colto dalla sindrome di Stendhal per cui ci ho rinunciato.
Il lavoro, le settimane passate mi ha un po’ tritato e per scaricare la tensione la mia dolcissima ½ ha organizzato una cena a restaurant.


Alla Casa del Barolo (via Perugia 26/a), posto molto cool e molto New Yorkese con ragazzi simpatici, solerti e un cuoco tanto bravo quanto fine umorista.
La sera sono quasi sempre chiusi, telefonate prima.
Il posto in cui è ubicato poi, ricorda Tribeca o il Meat packing a New York una banlieu proche zeppa di relitti industriali.
Fico! non sembra neanche Torino.
E per un torinese ossessionato dal provincialismo è un bonus.
Il cibo era ottimo: tartare di fassone carciofi e grana, ravioli di carciofi con burrata, stinco di maialino con cavolo rosso e patate, bavarese all’arancio con scaglie di cioccolato, ma la cosa veramente cool era scegliere il vino tra gli scaffali dell’enoteca.
Mi trascinavo abbacinato tra i Baroli, i Barbaresco, i Chianti, i Montepulciano, i Super tuscans, le Barbere.
Barbere!
Uno sguardo e vedo la Barbera d’Alba Cascina Francia  di G.Conterno e non resisto.
Scelto.
O lei ha scelto me.
Anche lei rispetto ai fratelli Baroli è figlia di un bacco minore.


Sarà che non ho quarti di nobiltà ma io amo i minori.
Per la prima volta al mio desco una bottiglia targata Giacomo Conterno.
Un’emozione anche solo visiva.
Per il mio portafoglio comunque un bel sollievo che non fosse un Barolo di uguali natali.
Leggo che nasce da un vigneto a Serralunga d’Alba di 10 anni d’età.
Sarà precoce però perché non pareva avere difetti di gioventù.
Non fosse per una certa muscolarità e baldanza.
Nebbioleggiava come amano dire i langaroli o i loro esegeti.
Barbera d’Alba DOC Cascina Francia 2007 di G. Conterno.
Colore vivissimo  impenetrabile.
Naso di china, minerale con profumi di ciliegia e timo e menta imponente.
Concentratissima.
Balsamica.
A dire il vero non me la aspettavo così terrigna e orizzontale.
Corpo solido ma scattante di grafite e terra.
Calda e saporita.
Gran puledro di razza con muscoli e scatti nervosi.
Bonne degustation


Luigi