…“... il capitale è il potere di trasformare le foreste
pluviali in legno per mobili e i mari in acque morte; di brevettare il genoma
di esseri viventi evolutisi nel corso di miliardi di anni e dichiarato
proprietà privata; di decidere quali debbano essere i mezzi di trasporto usati
dalla grande maggioranza della popolazione e con essi quale debba essere la
forma della città, l’uso del territorio, la qualità dell’aria.”…1
Rileggo
Luciano Gallino in quei momenti in cui, sbagliando, mi sento bene e guardo con
indulgenza al mondo, alle persone; lo faccio per autolesionismo e per
svegliarmi dal torpore.
Il
risveglio brusco mi permettere di vedere che piano piano ma inesorabilmente il
finanzcapitalismo ha abbracciato le parole: biologico, sostenibile, naturale,
libero, insomma tutto il repertorio di terminologie del movimento Bio (che mai
è stato movimento, mai ha cercato coesione, mai ha fatto massa critica).
Quindi
un “non movimento”, quello bio, sconnesso e senza identità, un po’ naif,
trasversale che è ormai accerchiato legalmente (vedi Bulzoni, le ispezioni in
cantina e al ViVit e tutta la assurda querelle sul vino naturale coronata
dall’intervento del vice presidente Massimo Fiorio della commissione
Agricoltura a Montecitorio) e mediaticamente da potenti lobby (non saprei
definirle meglio) che hanno affrontato la montante onda di richiesta del
consumatore di prodotti “puliti” con i mezzi loro consueti.
1)normativi
(si sono dati norme interne e hanno spinto a legiferare i governi a riguardo);
2)politici
(di pressione sulle politiche Comunitarie e globali);
3)economici;
4)scientifici;
5)mediatici.
L’operazione
è complessa e articolata e mi pare siano già molto avanti con le operazioni di
colonizzazione dei “territori verdi”.
Come
sempre si tratta principalmente di mettere in atto e rendere “verità” delle
retoriche strumentali ai loro bisogni (che sono sempre e solo il fatturato, i dividendi).
Hanno
fondato dei “Think Tank” dedicati all’alimentazione spesso con un allure “bio”
o quantomeno mirati, dicono nelle presentazioni, al benessere alimentare e
sanitario delle persone; con queste casse di risonanza (infarcite e
imbellettate di ricercatori scientifici e dirigenti di multinazionali
alimentari e chimiche) hanno cominciato a veicolare le loro verità (retoriche)
appoggiati dalla ricerca e avvalorate dall’ufficialità politica, un processo di
indottrinamento che mira a rendere “umane”, “pulite”, “sostenibili” pratiche
tecnologiche/agronomiche poco apprezzate o del tutto invise dal pubblico e
talora dagli stessi addetti ai lavori. Un processo di convergenza del capitale,
della scienza, dell’industria, della politica, della distribuzione che si vede
raramente e che è foriero di grandi cambiamenti.
Contemporaneamente
c’è stato un attacco ai peones del naturale con mezzi legali, chiudendo Corsi
di Laurea Universitari in Scienze Agrarie ad indirizzo biologico, isolando i
pochi ricercatori che hanno teorie contrarie a quelle agro/chimiche, gettando
una aura di discredito su chi affronta l’agricoltura con tecniche e modelli non
conformi ai quelli massificati.
La
genialità di tutto ciò è che spesso, tradendo la storia e le metodiche
produttive originali, essi cavalcano con sicurezza la produzione delle
eccellenze alimentari Italiane, distruggendo le basi ma preservandone il vacuo
valore formale, mediatico, riducendo tutto a Brand a inconsistente e vuota
parola da spendere per spiccare prezzi più elevati, esempi eclatanti sono i
mangimi Ogm permessi nell’alimentazione delle vacche sia da carne sia da latte
e derivati, la riduzione delle Dop territoriali al mero confezionamento del
prodotto sganciandole dall’allevamento degli animali necessari alla produzione
che è delocalizzata e demandata a terzi.
Un
esempio di “normalizzazione produttiva” di “protocollarizzazione” del processo
che da artigianale e locale diventa industriale (travestito da artigianale) e
delocalizzato.
Il
fine ultimo è l’estrazione di valore, il massimo possibile con il minimo costo possibile e nell’estrazione di
valore sono coinvolti i territori, i prodotti storici che vengono sfruttati per
la loro immagine e non per il know how, perché tanto la produzione è
“migliorata”, rinnovata, resa più efficiente dal pool di agrotecnici al soldo
delle società.
Si
assiste al solito balletto di persone dedite alle revolving door che scambiano
posti di dirigente di società agro/chimiche con quello di direttore di agenzie
per il benessere alimentare, politici, banchieri, ricercatori che li seguono in
questo giro di danza.
Non
cambiano nulla ma tutto cambia e diventa più popolare, amicale, condiviso,
accettato, buono, giusto, libero e i peones del bio sempre più antistorici,
luddisti, retrogradi, reazionari.
C’è
da rimarcare che si parla di un mercato, quello bio, molto piccolo del comparto
agroalimentare intorno al 5% o giù di lì, ecco! Il fatto è proprio questo, la
ridotta dimensione è una occasione ghiotta perché è un comparto che non può
che crescere e quindi piccole crescite
daranno incrementi percentuali alti e ricavi molto significativi in regimi di
quasi monopolio e senza affollamento di prodotti equipollenti.
E’
un comparto che fa sicuramente gola ma che ha troppe complessità intrinseche,
opacità ed è troppo invischiato con cultura ed etica per essere agevolmente
sfruttato dall’industria.
Le
operazioni che ho accennato sopra mirano a ripulire il campo dagli aspetti
ritenuti “inutili” e la tecnoscienza in questo è una manna perché negli ultimi
decenni si è opposta (spesso in maniera strumentale e cieca) alle visioni
olistiche con molta forza e con grande trasporto emozionale.
Il
processo è in atto ed è riduzionistico e semplificatorio e altamente astratto e
delocalizzante, questo serve a sradicare un prodotto dal suo territorio
originale per renderlo processo industriale e ripulirlo dalle viscosità
antropologiche e empiriche.
Attendo
l’invasione di vini bio(tecno)logici senza solfiti nei discount.
Luigi
1) Luciano Gallino, “Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in
crisi” Torino, 2011 pg5 e sgg.








