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martedì 5 maggio 2015

L'Iris 2008 - J.P. Robinot

di Andrea Della Casa



L’unico precedente con i vini di Robinot fu per me qualche anno fa durante VinNatur a Villa Favorita. Assaggio che colpì e rimase impresso.
Ora, a qualche tempo di distanza, un nuovo incontro.
Nella fattispecie con uno Chenin Blanc dagli angoli smussati, meno tagliente rispetto a quanto questo vitigno mi ha spesso abituato. L’affinamento di 24 mesi in barriques usate ha probabilmente adempiuto alla sua missione.
Morbido e pieno, ben percepibile tanta materia in bottiglia che si sollazza sotto note agrumate, speziate e una sottilissima tostatura. Bella fresca acidità avvolta da una sensazione ammandorlata.
Le ultime mescite rivelano la mancata filtrazione che propone un lato ancora sconosciuto ed austero di questo vino. Il sorso riacquista “gli angoli” e propone una insolita tannicità che allerta il palato. Pur mantenendo la piacevolezza della beva.
Vino ottimo davvero, anche se il mio gusto predilige Chenin più affilati.

lunedì 4 maggio 2015

La Chellerina (Birrificio La Piazza), This Is Torino. Baby.


"Correva l’anno 1865  
Centoquarantuno anni fa a Torino c’erano 114 birrerie ovvero posti dove la birra veniva prodotta e spillata. Il luogo simbolo in città era la «Boringhieri» - che sorgeva più o meno dove c’è piazza Adriano - e nei locali abbattuti nel 1961 nacque la moda di far servire la birra da avvenenti ragazze torinesi ma tutte rigorosamente bionde e, secondo la leggenda metropolitana dell’epoca, molto disponibili. Alla Boringhieri fu un successo e in città le chellerine divennero un esercito. Arrivarono a essere 670, avvenenti e prorompenti, roba da capogiro per i torinesi dell’epoca. Si racconta che le giovani provenissero soprattutto dal Borg del Fum o da Porta Pila e che più di un marito si sia preso una sbandata per loro. Per ogni colpo di testa maschile da qualche parte in città c’era una donna arrabbiata e alla fine in perfetto stile «Bocca di rosa» le signore si coalizzarono.  
 La gelosia di madame e madamine trovò una potente sponda nei giornali conservatori dell’epoca e partì una campagna contro quell’«armata di rovina-famiglie». Un movimento d’opinione che convinse la Camera Subalpina a porre fine a tutto. Un decreto stabilì la chiusura immediata delle birrerie che avevano al loro servizio personale femminile. Così ben 109 delle 114 birrerie torinesi chiusero i battenti. La prima sera dopo l’approvazione ne rimasero solo cinque, tutte rigorosamente con personale maschile, ma soprattutto semivuote. Era finita un’epoca."1
Come forse  avrete saputo bazzicando in giro per il web, questa ricetta storica è stata ripresa in mano dai migliori birrai della città e reinterpretata da Riccardo Miscioscia (Birrificio La Piazza), Maurizio Griva e Graziano Migliasso (Birrificio San Paolo), Mauro Mascarello (Birrificio Torino) e Renzo Losi (Black Barrels). Quella di cui parliamo ora è la versione di Riccardo per La Piazza,  nel bicchiere il colore è ambrato, lievemente opalescente, la schiuma si presenta cremosa e persistente. Al naso colpisce subito una nota biscottata e di tofee, accompagnato da un elegante presenza agrumata che vira verso il mandarino, si aggiungono poi la pesca ed una nota floreale (verbena). Con il passare del tempo emerge anche una leggera quanto piacevole nota balsamica che vira verso il mentolato, i luppoli  utilizzati sono tutti continentali di nuova generazione e accompagnano con discrezione la base maltata , tocca sottolineare il bel lavoro di cesello operato dal birraio.
In bocca la Chellerina ha un corpo medio e media carbonazione, l'attacco è morbido e abboccato, al biscottato si accompagnano note di frutta a polpa gialla ed agrumi. 
Il finale è persistente, caratterizzato da un amaro contenuto che vira sulla radice ed armonizza il tutto ottimamente. Birra semplice, elegante e dalla grande bevibilità, se è vero che la birra rispecchia il carattere del luogo da cui proviene, questa Chellerina rispecchia appieno il carattere elegante e leggero che si trova in alcune piazze della città.
1.Copyright "La Stampa"

mercoledì 22 aprile 2015

Innamorato di Ognostro

di Vittorio Rusinà


Inseguendo a Torino l'Ognostro e Marco Tinessa fra un tavolo del Consorzio, il bancone di Vinolento e i tavolini all'aperto di Scannabue, può succedere di innamorarsi di un vino che ha un'anima di Aglianico che sa di Borgogna, della migliore Borgogna come dice Gianluigi Desana, uno che i vini di Francia li conosce davvero, mica come me che faccio confusione fra Cote de Beaune e Cotes du Rhone.
L'Ognostro è fatto da uve selezionate e raccolte a mano nel Sannio e vinificate in modo naturale con la collaborazione del grande Frank Cornelissen.
Tre annate degustate, seduti nel dehor di Scanna, 2009, 2010 e 2011, accompagnando la bevuta con grissini, acciughe al verde e pezzi enormi di cheddar inglese. Io sono riuscito anche nell'impresa di rubare a chef Paolo Fantini qualche forchettata di macco di fave.
Ognostro 2009: grande freschezza, speziato assai, beva immediata
Ognostro 2010: "tanta materia, inchiostro di china, terra, liquirizia, viole" dice Luigi Fracchia e io confermo.
Ognostro 2011: residuo zuccherino che conferisce al vino una aurea alla Dettori, a me piace assai, perfetto con il formaggio.
Fra ricordi di salsicce e friarielli, di partite al pallone, descrizioni di vigne e interruzioni a guardare bellissime donne che passano di fronte a noi, in mezzo a passanti di ogni nazionalità e credo, il tempo vola, la gente va via e io resto lì ad osservare le bottiglie vuote, innamorato.



lunedì 13 aprile 2015

Le Pergole Torte 1998, Toscana IGT, Montevertine

di Daniele Tincati


Queste sono bottiglie che non passano spesso sulla mia tavola.
Purtroppo.
Purtroppo.
E forse anche sulla maggior parte delle tavole degli appassionati.
Purtroppo.
Invece dovrebbero passarci, ogni tanto.
Anche solo per un assaggio, una volta almeno.
Perchè sono tra gli assaggi che ti cambiano la vita di assaggiatore appassionato.
Degustatore occasionale interessato.
Ti rendi conto che ci sono in giro un sacco di vini costosi che non ci portano nemmeno le scarpe.
Vini monumentali e mastodontici, che ti ci vuole un'era geologica per digerirli.
Questo invece è come la Pietà di Michelangelo nei confronti di Stonhenge.
Una finezza e precisione soffusa, quasi sottotono, ma che ti rimbomba in testa per ore.
Non scoppia, ma allunga e sorprende.
Anche nei profumi, non si potrebbe dire intenso, ma incredibilmente complesso.
Si potrebbe stare per ore col naso sul bicchiere senza stancarsi, e sentire sempre profumi diversi, tonalità soffuse in continua evoluzione.
Una pietra miliare.
Per me uno dei top in Italia.
E forse oltre.
Talmente buono che non si riesce neanche a descrivere e, forse, sarebbe solo tempo perso.
Impossibile, o comunque molto difficile, dargli un’età, ne dimostra sempre molto meno.
Non mi ricordo neppure con cosa l'ho abbinato.
Non importa...
D'ora in avanti, cercherò di farlo passare ancora, magari sperando in qualche occasione, perchè sarebbe un peccato non riassaggiarlo.
Salute.

P.S. non pensate di dover per forza aprire bottiglie datate, lui è già sempre pronto subito, anche se l'evoluzione gli dona più charme.