Pagine

giovedì 5 febbraio 2015

Compleanno al Ristorante Consorzio in 3 mosse

di Vittorio Rusinà



Il 2 di febbraio è il mio compleanno, ma non l'ho messo su Facebook, così mi presento al Ristorante Consorzio in "incognito", non ci saranno torte di compleanno, ne candeline, ne auguri, ma il fato si diverte e mi dona uno dei migliori pranzi della mia vita.
Il merito è di tante persone, dagli amici del bar che mi danno le dritte giuste sul vino di Francia da scegliere, al gruppo di cucina e sala del ristorante che mi fa toccare il cielo con un dito e da chi ha condiviso il pranzo con me.

1a mossa: il vino è un vino mitico, Le Verre des Poetes di Emile Heredia, lotto 2011, 100% Pineau d'Aunis sans soufre, da vigne di cento anni a Naveil in Loira.
Sono emozionato, Daniele, Cristian e altri amici del bar mi hanno detto che è meraviglioso. E si rivela un vino "superb", vivo, profumi di pepe, cardamono, frutti rossi, di mare.

2a mossa: ah "il maestro" di sala, Gian Giacomo, gran sorpresa (ero abituato ad Andrea e Pietro, assenti giusticati), in pochi attimi riesce a creare la giusta atmosfera e dare una attenzione al tavolo che ho visto solo in certi stellati italiani (mi viene in mente il Rigoletto di Correggio), conosce bene il vino che ho scelto e sa condividere con il tavolo la sapienza della cucina.

3a mossa: plin di carrube con ripieno di porri di Cervere su crema di tobinambur e un filo di liquerizia, l'azzardo della carrube frutto siciliano, a torto trascurato, è geniale e si sposa perfettamente con i porri, la crema poi è oltre. Sono una delle cose più buone che abbia mai mangiato e mi commuovo, qui la maestria del team di cucina esalta la materia e colpisce al cuore, per sempre. Un capolavoro.




Con contorno di: gnocchi di patate al bettelmatt e pere, carni crude, cavoli e la fontina più buona del mondo.

Uscendo mi inchino a questo ristorante che fa grande Torino, e penso che non aspetterò il prossimo mio compleanno per tornarci, anzi domani sono di nuovo lì.


Ristorante Consorzio, via Monte di Pietà 23, Torino
www.ristoranteconsorzio.it

mercoledì 4 febbraio 2015

Lode al malbo brisighellese, quello che nasce dalle "Vigne dei Boschi"

di Riccardo Avenia





Produttore: Vigne dei Boschi
Denominazione: Rosso Ravenna I.G.T.
Vino: Settepievi
Vitigni: presunto clone di Malbo per il 80%, 15% merlot, 5% Cabernet Sauvignon
Annata: 2003
Tit. Alcolemico: 14,5 % vol.
Caratteristiche: Fermenta spontaneamente in vasche, viene successivamente affinato per 18 mesi in piccoli legni di rovere.
Prezzo: 15/18 €
Url: www.vignedeiboschi.it

Prima di conoscere quello di Paolo Babini, non avevo mai sentito un malbo gentile vinificato in questo modo. Nella mia memoria, il vitigno è quello a bacca rossa diffuso principalmente tra le colline modenesi e reggiane. Quello che solitamente veniva usato in taglio con altri, perché ricco di zuccheri e polifenoli, per incrementare struttura, alcool, pigmenti e tannini. Insomma, uno di quei vitigni cosiddetti migliorativi.

C'è anche una leggenda - non fondata - dove si narra sia originario della California e che arrivi in Italia verso la fine dell'Ottocento, tramite un emigrato dalle origini genovesi (infatti viene anche chiamato Amabile di Genova). A rincarare il tutto, c'è l'assonanza con il vitigno malbeck, anche se, tra le due varietà, ci sono sostanziali differenze genetiche.

Qui però siamo in Romagna, sulle colline sopra Brisighella, zona altamente vocata alla viticoltura. Il clone di questo presunto malbo, si trovava in questo territorio già da tempo e viene recuperato dai Babini, da una vecchia vigna di chissà quanti anni. Personalmente non ho idea di quanto ci sia in comune tra il malbo in questione e il suo omonimo modenese/reggiano. Probabilmente solo Paolo, se passasse a trovarci qui al "bar", potrebbe raccontarci qualcosa di più. Ti aspettiamo :-)

In ogni caso, il Settepievi 2003 nel calice è profondo e scuro, tra spezie dolci, confetti e Frutta del bosco in marmellata. Un "tuttotondo" odoroso tra cioccolato, caffè, qualche richiamo alla pasticceria (probabilmente ceduta dai piccoli legni),  rosmarino e inchiostro.

Il sorso è freschissimo, snello, tra acidità e tannino ancora in splendida forma: chi l'avrebbe detto. Dinamico, i 14,5 gradi vanno giù avidamente, quasi impercettibili. Balsamico e sostanzioso - vedi frutto - sicuramente tangibile. Dunque rotondo, con struttura decisa, ma freschezza ad equilibrare il tutto. Retrogusto di frutta, a ripetersi, cioccolato e caffè. Con l'evoluzione "kurnegia", sì sì, avete letto bene, con sentori concentrati, scuri e densi.

Che cosa volete di più da un malbo brisighellese?

♥♥♥♥


P.S. Se la memoria non mi inganna, l'annata 2003 per Vigne dei Boschi, non fu così calda come in molte altre parti d'Italia. Infatti questo vino, con la sua grande freschezza ed un frutto intenso, conferma i miei ricordi.

martedì 3 febbraio 2015

Lo champagne naturale Bulles de Comptoir

di Vittorio Rusinà

Raro è raro ma lo champagne naturale esiste.
Era tanto che non bevevo champagne, è un vino che conosco poco, è un vino a tratti sopravvalutato, è un vino che ha subito tanti danni dall'industrializzazione dei metodi di produzione, ma qualche sera fa mi è stato offerto dall'amico, con enoteca in Leinì, Cristiano Devià da Banco a Torino e non ho saputo "resistere".
Bellissima etichetta per questo champagne, distribuito in Italia da Stefano Sarfati e prodotto dal giovane Charles Dufour a Landreville, nella Cote des Bar.
Charles Dufour ha un approccio naturale sia in vigna che in cantina, le fermentazioni sono con lieviti indigeni e alla sboccatura non vengono aggiunti solfiti.
Questo champagne extra brut si chiama Nouveau Souffle ed è indentificato con #3, da uve pinot noir, chardonnay e pinot blanc.
Una gran bella bevuta.
Mai più così tanto tempo senza champagne!


www.bullesdecomptoir.fr


lunedì 2 febbraio 2015

Il tempo, il ricordo, il progresso (la retorica del),


Negli anni settanta-ottanta, ad agosto, mia mamma si dedicava alla raccolta della frutta e alla sua trasformazione in marmellata. Raccogliere la frutta matura direttamente dall’albero era una esperienza sensoriale incredibile sia per il sapore sia per la impagabile sensazione di autonomia alimentare che dava.
Era bello pianificare le nuove piantumazioni e salutare le vecchie piante ormai esauste (i peschi, ad esempio, piante generose e belle hanno purtroppo una vita breve a differenza di ciliegi, noci, meli, peri, fichi, cachi).
A dire il vero la raccolta era faticosa e, vista la mia pigrizia, non mi esaltava, però il risultato finale: la marmellata era una scheggia di sole fondamentale per attraversare gli inverni nebbiosi.

Poi,
un giorno, a casa di un amico, assaggiai una marmellata, sempre “di casa” ma completamente diversa!
Una sorta di gelatina quasi trasparente che teneva in sospensione dei pezzi di frutta, i quali avevano la consistenza e il sapore del frutto quasi crudo!
Rimasi colpito da questa innovazione tecnica*, mi feci spiegare come replicarla e convinsi mia madre l’estate seguente ad utilizzare la nuova metodologia produttiva.

Acquistai della pectina in buste e via verso un “nuovo e migliore” orizzonte organolettico! (in noi occidentali è radicato il concetto abnorme e irreale del progresso continuo, del futuro che sarà sempre meglio del passato per cui il “nuovo” sarà sempre meglio del vecchio e dimentichiamo che il futuro non esiste, le uniche cose che possiamo conoscere sono legate al passato!).
Devo dire che subito la nuova marmellata mi piacque molto, manteneva la freschezza di frutto appena colto, una acidità maggiore e una croccantezza superiore.
Però a distanza di mesi questa esasperata crudità (che peraltro scemava e mutava non sempre in meglio) sembrava anomala, caricaturale, assurda.

Oggi dopo venticinque anni, quella esperienza tecno-organolettica mi è sembrata didattica se riferita al mondo del vino che pare ormai spaccato fra i soliti “tecnici” e i soliti “artigiani” e questa spaccatura mi ha sempre lasciato il dubbio che la mia visione (pro artigiani) fosse arcaica, reazionaria e che la mia avversione verso i propugnatori della tecno-scienza-perennemente-innovatrice fosse errata, antimoderna.



L’ossessione dei tecnoscienziati è quella di essere sempre e comunque portatori di un fattore di miglioramento legato esclusivamente al circolo vizioso della novità tecnica vista come miglioramento in quanto “novità” tout court!
Invece di lavorare sull’esistente e affinare i processi produttivi provenienti dall’esperienza, hanno deciso di sostituire la “memoria”, ritenuta retrograda, con il “nuovo”, con un processo continuo che quasi mai guarda indietro e raramente integra i saperi.
Questo ossessiva  sostituzione del passato e delle sue tecniche con altre sempre più recenti, ha portato ad un processo “culturale” che genera oblio e ignoranza e ad un processo “produttivo” che genera la perpetua obsolescenza degli impianti e delle attrezzature e dei protocolli (la manna per i venditori di tecnologia).
Non ci accorgiamo che spesso la “nuova tecnologia”, prima che essere una risposta ad un problema, è la risposta al mercato dei venditori, i quali supportati da “studi mirati e pubblicazioni scientifiche” creano la necessità di acquisto dei nuovi macchinari nei produttori sensibili al mantenimento della “contemporaneità”.
Un anno fa una mia cara amica produttrice mi disse che era entusiasta del nuovo enologo che aveva portato in dote una nuova tecnologia per produrre una malvasia frizzante ancora più fruttata, floreale, profumata.
Ci ho ragionato un anno prima di decidere che mi pare una follia affidarsi alla tecnologia per esaltare il varietale di quell’uva, negandole la complessità di altre componenti.
Probabilmente, avrei provato a vinificarla come un rosso normale per esplorare la profondità dell’acino completo e non mi sarei fermato alla superficialità dell’aroma primario, ottenuto oltretutto con gran dispendio di energia e mezzi.
Perché puntare alla semplicità, con derive banali, con costosi mezzi tecnici quando si può raggiungere grandi complessità con minimi mezzi tecnici?
E soprattutto perché dimenticare?
Perché sostituire invece di manutenere e migliorare?

Luigi