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martedì 11 gennaio 2011

ageno2005malvasiaortrugotrebbianolastoppacollipiacentini

Ageno 2005 igt emilia.
Az. Vitivinicola La Stoppa di Elena Pantaleoni. Rivergaro (PC).
Malvasia di candia, ortrugo e trebbiano.



Nel sequel delle bottiglie che mi sono regalato a dicembre, per provarle con tutta calma in montagna durante le vacanze, compare l’Ageno.
Per procurarmele, non rapino le vecchiette come ho accennato due post fa, però trascuro un po’ il mio lavoro ufficiale che la fortuna (mia e degli esercenti in questione) ha collocato al centro geografico di tre/quattro enoteche e beer shop.

Poveri i miei clienti che si fidano ancora di me.
Gli ho anche rifilato una compilation di Champagne e Franciacorta Docg per le cene natalizie.
Dunque, l’otto gennaio, oramai brasato dall’inedia e dalla sovralimentazione e leggermente tediato dal brutto tempo, scendo in cantina e metto mano a quello che è un vino simbolo del biologico in Italia.
Forse un po’ distratto lo infilo con sicurezza in frigidaire e ivi lo lascio.
Mi dedico alla realizzazione di una focaccia ligure con percentuale di farina integrale per addomesticarla al salmone e al patè de volaille che il buon Auguste di La Salle ci ha regalato in cambio dei fiocchetti di neve di Giunta.
Insomma il vino va in tavola freddo.
Troppo freddo.
Non ho letto in retroetichetta che Elena Pantaleoni si raccomanda di servirlo a 15°C.
Lo stappo, lo verso, mia figlia duenne, che ormai insegna ai corsi di degustazione, dice: “papà uigi pecchè quello cione” (papà Luigi perché quel vino è arancione) “io (as)saggio”.
Leggera  velatura, denso nel bicchiere.
Profumi da subito intensi, al’inizio si sente la malvasia ma è un fuggevole attimo.
Poi si apre verso un floreale intenso anche un po’ appassito e caratterizzato da gelsomini, narcisi, fiori di pitosforo con acuminatezze un po’ vegetali, dolcezze, salinità, agrumi amari e sentori eterei fanno capolino. Un retrobottega del fioraio mentre smalta le scansie.
Assaggio.
Subito  si sentono delle dolcezze poi il morso del tannino un po’ troppo amaro/astringente.
Non è possibile.
E’ un vino simbolo.
Leggo le indicazioni di servizio in retroetichetta “servire a 15°”!
Sbaglio madornale io l’ho servito a non più di 7/8°!
Aspetto.
Quando va in temperatura cambia la solfa.
In bocca è complesso e dolce e sapido e tannico e floreale, un mare di sensazioni per lo più discordanti che un po’ si integrano, un po’ cozzano l’un l’altra.
Ottimo, difficile, appagante, scontroso, inebriante comunque lievemente tannico.
Ne avanzo un po’.
Il giorno dopo è forse migliore (o io sono più educato).
E’ finito troppo presto!
La malvasia è un vitigno storico di queste aree, in realtà M.Gily (che ormai ho deciso essere un poeta con licenza di agronomo) ci fa notare che storicamente nel basso monferrato, nell’oltrepo’ pavese e nei colli piacentini che ne sono il terminale geografico, era molto diffuso e bevendo questo rappresentante posso affermare che le potenzialità le ha e da vendere.
Pochi ci hanno creduto.
Per adesso solo quelli de La Stoppa.
Aridità dalla cantina:
Malvasia 60%, Ortrugo e Trebbiano 40%
Macerazione di 30 gg e lieviti indigeni,  zolfo-free.
Affinamento di 12 mesi metà acciaio metà barrique usate.
No filtrazione
Mon Dieu servire a 15° anche 16°C non meno.
Da bere mangiando mi raccomando.

Luigi


domenica 9 gennaio 2011

marsalatarga1840floriogrillodamaschinoinsoliacataratto

Carissimi,
per distrazione o forse affascinato dalla lotta fra Champagne e italici Metodi Classici  ho lasciato colpevolmente nel cassetto il mio vino preferito.

E’ un vino che ricorda l’epopea dei mari e le flotte Anglo Francesi che scorazzavano in  perenne guerriglia fra l’Atlantico e il Mediterraneo.
Orace Nelson ne caricava decine di botti sulle sue navi ed era parte integrante dei pasti.
Sicuramente alleviava le fatiche e la solitudine sul mare.
Come facessero poi a salire sugli alberi a piedi nudi, sferzati dal vento, scossi dal rollio, per cazzare le vele, rimane un mistero.
Eppure, malgrado o grazie al Marsala, allo Sherry, al Porto, al Madera questi marinai navigarono per tutte le acque del globo, senza quelle dotazioni tecnologiche, privi delle quali noi, oggi, non potremmo uscire da un albergo nel centro di Manhattan.
Meno male che non beviamo quanto loro se no non usciremmo nemmeno dalla camera di quell’albergo.
Il Marsala nasce appunto verso fine settecento come vino fortificato adatto a resistere ai lunghi e disagevoli viaggi per nave.
L’alcool aggiunto e il grado zuccherino  (propriamente detta la “concia”) elevato stabilizzavano il vino che così sopportava meglio gli stress termici e fisici.
Gli inglesi scoprirono Marsala come luogo e il Grillo come vitigno e lo elessero alla produzione del vino fortificato di Marsala.
Nella composizione del Marsala bianco (ne esiste una in rosso molto più rara che ammetto di non aver mai neppure visto) possono concorrere il Cataratto, l’Insolia e il Damaschino.
Ma è il Grillo che dà il meglio di sé malgrado le condizioni pedoclimatiche estreme dell’area.
Si è adattato dopo secoli al caldo, all’ustione del sole, all’umidità salmastra, ai terreni poveri calcareo sabbiosi, al vento incessante, preservando profumi, corpo e una residua acidità che lo rende “snello” e “verticale” malgrado la glicerina, l’alcool e gli zuccheri lo sommergano.
La produzione in sé è piuttosto complessa e dà origine ad una babele di prodotti, classificati in base alla “concia”, al colore, all’invecchiamento e al grado zuccherino.
Come sempre bisogna assaggiare per trovare il vostro Marsala.
Io in questo periodo adoro quelli semi secchi (50/100 gr/l di zucchero residuo) o dolci (oltre 100 gr/l).
Esistono anche quelli non “conciati” e molto secchi: i Vergini e i Soleras.
L’altro inverno, mangiando panettone e guardando la neve scendere a meno 12 °C degli amici Inglesi, popolo da sempre affascinato dai pudding wine fortificati, hanno fortemente intaccato la mia riserva personale.
It’s wonderful ripetevano e bevevano e mangiavano (esattamente come i loro avi sulle navi di sua Maestà).
Quest’anno dalla scansia oramai desolata ho prelevato un Targa 1840 superiore riserva, semisecco, vendemmia 1999 delle Cantine Florio.
Io l’adoro è dolce con riserva, cremoso e agrumato (canditi), morbido con sferzate alcolico iodate.
Il profumo complesso dei litorali assolati e della macchia mediterranea, salmastro-resinosa.
Il profumo e l’opulenza della Sicilia.
Perfetto per me è l’abbinamento con il panettone classico per l’estrema affinità dei profumi, delle sensazioni organolettiche.
Perfetto con i fiocchi di neve o gli impanatigghi di Giunta.
Perfetto da abbinare a un roquefort artisànale.
Perfetto da bere solo.

Aridità dalla cantina:
produttore Cantine Florio.
primo anno di realizzazione 1840.
Vigneti costieri al massimo a 50 m slm, allevati ad alberelo marsalese con densità  di 5.000 ceppi/ha su terre sabbiose con intrusioni di terre rosse.
Vendemmia manuale nella II° e III° settimana di settembre.
Vinificazione in bianco a temperatura controllata.
Addizione di Mistella, Mosto cotto e Distillato di vino.
Affinamento in botti di rovere da 1.800 litri per cinque anni e un anno in antichi carati da 300 litri.
Sei mesi in bottiglia.
Zuccheri residui 70 gr/l.

Dimenticavo il prezzo di questa selezione in bottiglia da 50 cl. È imbarazzante da P.I.A.N.A a Torino 11,00 euro


Luigi


mercoledì 5 gennaio 2011

sacrisassi 2007 bianco le due terre prepotto cof friulano ribolla

Le Due Terre, Sacrisassi COF Bianco 2007.







Le Due Terre di Silvana Forte e Flavio Basilicata, 4 ha di due terre una rossa e l’altra marnosa a Prepotto (UD), via Roma 68 B, tel 0432 713189.
Antefatto :
All’Alessandria Top Wine (il cui parziale resoconto ve l’ho già raccontato su) ho incontrato tra i fumi degli alcoli, la tensione del blogger neofita e del futuro (spero di nò) vigneron, Fabrizio Iuli produttore di barbera, nebbiolo e pinot noir in Val Cerrina il quale, per testare le mie conoscenze enologiche, mi ha duramente interrogato sui vini che bevevo (l’esame per diventare sommelier era un piacevole ricordo al confronto).
Subito l’ho colpito con il Verdicchio vigna delle oche riserva di Crognaletti,.
Dopo  scena muta.
Devo essere sceso assai nella sua classifica di benemerenza.
Ormai come uno sparring partner suonato incassavo i suoi consigli enoici "te che bevi solo bianchi-pausa-devi provare il Sacrisassi bianco delle Due Terre, sono Friulani bravissimi… "
Archiviata la pessima figura, sono ripartito ferito nell’orgoglio e con l’ego sotto le scarpe ad assaggiare Timorassi a mano bassa e qualche rara Barbera.
Comunque quelle di Fabrizio sono ottime e il Nebbiolo (in purezza dal prossimo anno) promette bene.
Io, nel mio bieco e sordo campanilismo, tifo per i produttori di Nebbiolo del Monferrato.
In un tempo prefillosserico il vitigno allignava benevolo anche in quelle terre, compresa la collina di Torino.
Ordunque, rientrato a casa, smaltita la sbornia, mi sono messo alla ricerca del vino bianco in questione.
L’ho trovato chez Bordò e verso Natale, dopo aver rapinato una vecchietta l’ho comprato.
Qualche giorno fà l’ho bevuto.
Giallo quasi oro vivo nel bicchiere.
Intensissimo al naso mineralità prorompente, idrocarburi e toni eterei di cere e trementina, agrumi stramaturi, balsamico di erbe officinali.
Bocca nitida affilata, salata con fondo amarognolo, molto sgrassante e incredibilmente lungo.
Ormai mi stanco di dirlo ma questi bianchi di macerazione sono più verticali, più salmastri e meno opulenti.
Colpiscono perchè escono dalla manichea contrapposizione fra acidità e glicerina/pseudo dolcezza/estratto secco per infilarsi in un nuovo mondo di percezioni organolettiche ancora poco frequentate.
Corpi magri quasi salini, acoli non eccessivi con ritorni amaricanti, profumi intensi, complessi se non  scontrosi e talvolta indecifrabili.



Li ho definiti cimiteriali (in generale nei Sacrisassi molto meno).
Non saprei perchè, ma allo stato attuale delle cose mi piacciono anche perchè rinsaldano quella soluzione di continuità fra cibo e vino che era/è stata sancita dal gusto enoico internazionale.
Solita sfilza di aride note tecniche.
Coltivazione para bio.
Macerazione sulle bucce, fermentazione con lieviti indigeni, poca solforosa, nessuna chiarifica, affinamento non pervenuto.
Vino eccelso, gastronomico da bere con branzino alle erbe e broccoli al sesamo e salsa soia o con baccalà mantecato e patate di montagna.
Da bere in compagnia.
Mai comprarne una bottiglia sola.
Dimenticavo, per i maniaci del vitigno il Sacrisassi è un blend di Tocai e Ribolla.
Prepotto poi è in un’area eletta per la viticoltura, pedologicamente e climatologicamente: vigneti collinari, grandi escursioni termiche, suoli calcarei poveri e drenanti, influenza marina, un inferno per le viti un paradiso per noi.


Luigi

sabato 1 gennaio 2011

timorassocollitortonesivdt2007riccicostavescovato

Timorasso Colli Tortonesi doc San Leto 2007 vendemmia tardiva di Carlo Daniele Ricci.



Certe volte le parole hanno un peso che trascende il significato e assumono un valore in sé.
La   parola Timorasso, l’onomatopea che ne sottende l’esistenza in vita, mi ha sempre incuriosito e attirato.
Forse perché era il primo bianco piemontese autoctono che studiava da fuori classe (almeno così i giornalisti ci facevano intendere) e non era cortese o arneis o favorita (rispettabilissimi ma li bevano gli altri, la vita è troppo breve).
Dopo anni di amore a distanza con casuali e fugaci incontri  (gravidi di passione e di altrettante delusioni) un mese fa su indicazione del poeta dell’agronomia (o agronomo poeta, ancora non ho capito) Maurizio Gily mi reco a Novi Ligure (AL) per l’Alessandria top wine.
In verità dovevo andare per assaggiare del (o della?) Barbera perché ho una piccola vigna vecchia a Casorzo che vorrei mettere a frutto.
Ebbene la mia indole di bianchista mi ha portato ad ignorare i (le?) barbera e ad assaggiare i Timorasso.
La scusa era che il Timorasso alligna bene sulle argille pesanti tipiche del tortonese così come quelle di Casorzo e poi ama l’esposizione en plein sud.
Sciocchezze, è che io amo i vini pallidi.
E’ che venderei l’anima al diavolo per potere fare un Grande Vino Bianco a Casorzo ma non posso dirlo ad un popolo di bevitori d’inchiostro.
Avevo un elenco di Timorasso boys e girls.
Ho assaggiato più volte ad ondate, dopo ognuna delle quali uscivo alla pioggia per rinfrescarmi le idee e a mangiare della farinata che un losco figuro sfornava da un oggetto a metà fra un tubo metallico e una cuccia per alani.
Ogni volta le idee erano più offuscate, il passo sempre più malfermo e l’idea dell’autostrada, dei camion e dell’acquaplanning mi angosciavano.
Mi trascinavo con il bicchiere appeso al collo come un  cane San Bernardo con la fiaschetta.
Il mio interloquire e la mia petulanza ha messo a dura prova la sopportazione dei produttori, gente pratica poco incline al dibattito inutile e vacuo.
Gentilissimi tutti ma penso che alla seconda ora mi vedessero come fumo negli occhi.


Io in fin dei conti mi sono divertito, non ricordo neanche un (una?) barbera (di due ne ho una vaga
memoria) ho perso una giornata intera, però in cantina adesso ho una dozzina di bottiglie di Timorasso che avrei trovato con difficoltà nella Capitale Sabauda (ex).
Ricordo ai miei due lettori che Torino è capoluogo lontano, distratto e disattento nei confronti delle sue province satelliti, per cui non è sempre agevole procurarsi vini anche se fatti a pochi chilometri di distanza.
Quindi ero e sono a tutt’oggi felice per lo shopping enoico di quella giornata e “a culo tutto il resto” (come diceva F.Guccini).
Il caso mi ha portato a bere per primo il Timorasso Colli Tortonesi doc San Leto 2007 vendemmia tardiva di Carlo Daniele Ricci (anche se una affinità elettiva già si percepiva quel 15 novembre scorso).


La famiglia Ricci vive  a Costa Vescovato (AL) in via M.Celli 9 e coltiva otto ha di vigneti alcuni di più di quaranta anni.
Il colore era ed è oro intenso, i profumi con un solo mese di riposo in cantina sono molto cambiati e in meglio.
Tante parole si fanno e si faranno sugli orange wine, questo è un vino figlio di vendemmia tardiva di uve Timorasso vinificate in rosso con una macerazione sulle bucce, fermentazione con lieviti indigeni  e un affinamento sulle fecce in botti di acacia di medie dimensione con batonnage.
Per rafforzare il mio ego direi che mi ero subito accorto delle potenzialità di un vino che in rapporto agli altri vicini pagava lo scotto di una minore atleticità olfattiva (le macerazioni mortificano i profumi frutto floreali).
Ma  come dice W.De Battè il mosto è il vitigno, la buccia è il territorio, forse ne è lo specchio e come tale è fragile non  bisogna maltrattarla e Ricci ha avuto mano decisa ma gentile.
E adesso piano piano le fotografie del terroir impresse sulla buccia cominciano a ritornare a galla, per ora sono pallidi daguerrotipi ma nei prossimi anni diverranno nitide foto colorate.
Colore oro pallido.
Profumi minerali e di idrocarburi con sfumature agrumate di comquat e chinotto in salamoia, di zenzero candito; intensi.
Memorie di zucchero a velo su lontani profumi di resine.
Un chè di lana bagnata e zafferano.
Bocca calda, larga e sferzata da acidità e salinità, una dolcezza che è solo la pausa prima dello schiaffo secco e corroborante con leggero amaricante finale.
A me è piaciuto molto.
E pensare che un produttore di Timorasso mi ha detto, in quella occasione, che lui i vini come quelli di suo padre (macerati e difettati) non li vuole più fare, quindi bando ai lieviti spontanei e archeo enologia.
Io dissento perchè ormai sempre più chiaramente viene fuori che ci sono vini perfetti stilisticamente e tecnicamente e vini con l’anima, io preferisco i secondi.
Io ci ho mangiato sopra mazzancolle con broccoli, riso e riduzione di carapaci, curry e succo di cocco.
Le mazzancolle le ho comprate io, il resto lo ha fatto mia moglie, il cane guardava (già in ansia per i primi attentati dinamitardi pre capodanno), mia figlia sabotava.
Buona degustazione. e buon anno


luigi