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lunedì 28 settembre 2015

Ortrugo frizzante 2014, Gaetano Solenghi




di Niccolò Desenzani

Ho assaggiato questo vino in occasione di un evento cui partecipavano molti produttori piacentini, in una bellissima serata di tarda estate alla Faggiola di Gariga di Podenzano.
Per la verità il sorso quella sera mi aveva dato l’impressione che il vino ancora dovesse svolgere qualche processo nella bottiglia. Cosicché ne ho prese due bottiglie e le ho lasciate in garage, dove la temperatura può anche alzarsi un po’. Non ho però resistito alla curiosità e poche settimane dopo ne ho messa una in frigo. Poi è arrivata la prima domenica uggiosa milanese, passata per lo più in casa a far lavoretti, ma con l’inaspettata visita di un antico amico.
Così nel preparare un risottino, ho stappato questa bollicina naturale: wow che spettacolo!
Ortrugo, ma poco o nulla birroso, intenso leggermente amaricante e con una vena di ossidazione grassoccia che fa veramente godere.
Non è dato sapere se vi sia un futuro longevo in una bottiglia così giovane eppur già così pronta, figlia di un annata light, ma con una sostanza parecchio incisiva e con una qualità “ossidativa” incredibilmente ben formata.
Io bevo e immagino già una gita da Gaetano Solenghi e da suo figlio Nicola.


giovedì 17 settembre 2015

Petill' Gris 2011, Domaine Pente des Coutis

di Daniele Tincati
 


Era un po’ di tempo che volevo assaggiare questo vino.
Le condizioni necessarie per una buona bottiglia c’erano tutte: il Pineau D’Aunis in primis, una vera ossessione degli ultimi tempi, da quando assaggiai il mitico Le Verre des Poetes 2009 di Emile Heredia, vicino di casa del domaine in questione, e del quale segue ed aiuta le vinificazioni.
Poi la rifermentazione in bottiglia, altra mia fissazione, da deformazione cultural-regionale.
Così ho acquistato un paio di bottiglie, quelle che ho trovato, il 2011, anche se, essendo un Vin de France non può riportare l’annata in etichetta, ma questo si deduce dal numero del lotto di imbottigliamento.
Così stappo la prima, ma non scocca la scintilla.
Il vino è marcato dai sentori classici del Pineau D’Aunis, spostato sulle note amare di radici, che ne condizionano in effetti la chiusura gusto olfattiva, non particolarmente gustosa.
Anche l’impronta alcolica, benché contenuta sul 12,5%, risulta sbilanciata, non supportata da spalle robuste, porta la componente di morbidezza ad essere un filo sopra le righe, con apporto di leggero residuo zuccherino.
Insomma, un mezzo disastro.
Ma l’abbinamento da aperitivo ed antipasti leggeri non lo ha favorito, anzi.
Così, perplesso, finisco la bottiglia nei giorni successivi, senza trovare un miglioramento percettibile, ma senza che il vino abbia un qualsiasi cedimento o deriva di qualche tipo.
La seconda bottiglia, finisce quindi per restare in attesa di un secondo tentativo, senza troppa convinzione.
Poi, una sera decido di fare wurstel e patatine fritte, e non trovo birra per casa.
Mi butto in cantina senza idee precise, deciso a non bere acqua minerale, ma neanche a stappare uno Champagne.
E qui la folgorazione.
Mi trovo davanti la bottiglia di Petill’Gris, ed in un’attimo mi scorrono in mente le sensazioni gustative del primo assaggio, e capisco che è il momento giusto.
In effetti il vino, col giusto abbinamento, sembra un’altra cosa, più simile ad una Tripel belga che ad un Pineau D’Aunis rifermentato in bottiglia.
Leggera carbonica, colore rosa buccia di cipolla, non molto brillante, con velature mature.
Naso leggero di note amarognole tipo luppolo, e dolciastro.
In bocca l’alcool si sente, fa squadra col residuo zuccherino, e le note amare.
Insomma, un vero effetto birra, e il vino va giù che è un piacere.
Uno degli abbinamenti più azzeccati che ho fatto negli ultimi anni.
Sono sempre più convinto che per certi vini, non per tutti, l’abbinamento corretto è fondamentale per poterli apprezzare.
Non si può sorseggiare qualsiasi cosa come aperitivo, così come è molto difficile valutare bene un vino al primo assaggio, figuriamoci un assaggino ad una fiera.
Certo, ce ne saranno certi che ben si pongono, ma i più ostici resteranno poco apprezzati.
Per molti vini bisogna trovare la chiave, e non è facile.
Noi intanto ci proviamo, cerchiamo le chiavi, soprattutto degli scrigni più nascosti e segreti.
Ce ne sono tanti in giro, basta saper cercare.
Salute.

 

lunedì 8 giugno 2015

Il professor Franz Egger e il sidro perduto ( e forse ritrovato )

di Tincati Daniele



La storia di questo scritto inizia la scorsa estate, quando acquistai, più o meno distrattamente, una bottiglia di sidro alla mela cotogna, talmente buono che ne parlai qui al Bar.
Purtroppo la bottiglia ha stazionato in cantina fino ad inizio anno, comunque almeno fino a dopo il mio ritorno in Alto Adige per la fine dell’anno.
Non ho avuto modo quindi di ricercarlo ancora, almeno fino a qualche settimana fa quando, pianificando un weekend in zona, mi è tornato in mente.
Cerco allora di reperire il numero di telefono del produttore, e lo contatto.
Io: “Buongiorno, ho assaggiato il suo sidro alla cotogna, molto buono, sarò in zona tra un paio di settimane, ha delle bottiglie da vendere ? “
Lui: “Mi fa molto piacere, guardi, ormai sono alcuni anni che non lo faccio più, dove lo ha trovato?”
Mi si è gelato il sangue.
Avevo beccato un altro vino estinto.
Mi è già successo ultimamente, e non solo a me.
Poi, la luce :
Lui: “ultimamente stanno cercando di convincermi a riprendere, può darsi che quest’autunno ricominci. Comunque se vuol passare a fare due chiacchiere, volentieri, le spiego la produzione, mi sono rimaste alcune bottiglie, se ne vuole qualcuna gliela posso dare”.
E cosi, un sabato mattina di fine maggio, incontro il Prof. Franz Egger, insegnante alla scuola di agraria di Egna, che coltiva mele a Salorno, continuando l’attività del maso di famiglia.
“Ho fatto esperienze all’estero con cooperazioni internazionali fino al 1997, quando sono dovuto rientrare per occuparmi del maso, dopo la morte di mio padre”.
Ci sediamo ad un tavolino all’esterno, a lato del locale dove tiene un po’ di attrezzatura per il frutteto, e si stappa il sidro ai fiori di sambuco.
“Purtroppo mi è rimasto solo questo. Ho iniziato a produrre sidro per avere un contatto col cliente, la convivialità di assaggiare insieme e scambiare quattro chiacchiere non si può avere assaggiando mele o carote”.
Parole sante.



Nel frattempo lui ci spiega la difficoltà della produzione artigianale, le varie prove fatte negli anni, gli imprevisti della rifermentazione in bottiglia, e l’amarezza di non poter più utilizzare le mele Gravenstein, adattissime allo scopo, di un vecchio frutteto non più di proprietà e per di più abbattuto.
Ma siamo sulla buona strada, il professor Egger è deciso a riprendere col nuovo raccolto quest’autunno, pensando a qualche variazione al procedimento usato nelle ultime annate.
Fino ad ora la prima fermentazione avveniva spontaneamente, con i lieviti presenti sulle mele che fermentavano gli zuccheri presenti nel succo di mela stesso.
La seconda fermentazione per la presa di spuma avveniva in bottiglia, con aggiunta di zucchero e lieviti da spumante, come si fa col metodo classico.
La sboccatura si faceva portando le bottiglie nella cantina Haderburg, a poche centinaia di metri di distanza, utilizzando le attrezzature usate per lo spumante Haderburg.
Piccole produzioni, fino ad un massimo di 5000 bottiglie, faticando pure per venderle.
“Ho iniziato fin da subito a produrre sidro frizzante, perché le bollicine gli danno quel tocco in più che serve. Trovo i sidri fermi un po’ spenti, privi di verve”.
Con la ripresa della produzione, l’idea è quella di non utilizzare ingredienti esterni alle mele o frutti aromatizzanti, usando il succo per la seconda rifermentazione in bottiglia, invece dello zucchero.
Anche la sboccatura forse non si farà.
Vedremo.
Nel frattempo il professor Egger si sta informando sulle varie possibilità, e vorrebbe apportare cambiamenti per preservare al massimo gli aromi della mela.
Purtroppo il tempo è volato, il pranzo si è avvicinato, ed è l’ora di andare.
Chiedo di acquistare qualche bottiglia, e lui mi omaggia di una rarissima bottiglia del 2003, sboccata nel 2013, dopo 10 anni di permanenza sui lieviti.
Ringrazio calorosamente, e torno alla macchina molto felice e arricchito di nuova esperienza, soprattutto umana.
Nella speranza che non ci siano impedimenti sulla strada di Egger, forse ad inizio estate 2016 potremmo stappare le nuovo bottiglie.
In bocca al lupo professor Egger.
Nel frattempo, io resto in contatto, e vi tengo eventualmente informati.
Le bottiglie riposano in cantina dopo il viaggio, stapperò qualcosa le prossime settimane.
A risentirci.

giovedì 15 gennaio 2015

Sidro alla mela cotogna, rifermentato in bottiglia, Franz Egger

di Daniele Tincati


Frequentando di tanto in tanto l’Alto Adige, mi imbatto spesso in prodotti a base di mele.
Dai succhi alle mele secche, passando per composte e confetture.
Negli ultimi tempi, stanno anche comparendo vari tipi di sidro.
Tra i tanti, sono pochi quelli che ho provato, soprattutto per questioni di prezzo e tipologie di prodotto.
Se ne trovano alcuni fermi, altri frizzanti o spumantizzati, dall’improbabile colore giallo acceso, ben visibile attraverso bottiglie trasparenti.
Saranno anche buoni, ma mi ispirano poco, perché mi sembrano tanto quegli spumanti da pacco natalizio, dove l’unica parola rintracciabile è “dolce” o “brut”, e niente altro fa capire facilmente dove è stato fatto, e da dove proviene l’uva, sempre che ne sia stata utilizzata.
Tra i tanti dicevo, ho scelto questo, attirato dall’uso della mela cotogna, ma soprattutto dalla retro etichetta esplicativa e dalla produzione biologica certificata.
Bottiglia pesante da Metodo Classico e rifermentazione in bottiglia, poi, mi hanno convinto del tutto.
Ah, dimenticavo, tappo a fungo tipo birra belga, per intenderci.
Il prezzo non è basso, se non ricordo male tra gli 8 e i 10 euro, o giù di li.
Ma stavolta ho fatto una buona scelta.
Non tanto felice quella di prenderne solo una bottiglia, purtroppo.
Aperto a casa qualche settimana fa, in accompagnamento ad un piatto di formaggi misti, prevalentemente altoatesini, è stato una piacevole sorpresa.
Appena stappato colpisce subito l’aroma inebriante della mela cotogna, che esce dalla bottiglia.
Nel bicchiere è giallo carico, con sfumature dorate, e leggermente velato dal fondo presente in bottiglia. (prima di metterlo in frigorifero ho provveduto a smuoverlo un po’).
Spuma abbondante, ed effervescenza fine, ma non troppo persistente, che veicola i bei profumi di cotogna, mela, e floreali, e anche qualche ricordo di crostata ( di mela, ovviamente ).
In bocca è cremoso, freschissimo che invita alla beva.
Il bello è che è secco come una fucilata .
L’aromaticità della cotogna domina i ritorni retro nasali per breve tempo, ma la bevuta è ampiamente appagante.
Lascia la bocca perfettamente pulita
Mancano un po’ di morbidezze, con l’alcol sul 6,5%, ma così ha un suo equilibrio.
Se non ricordo male, ce n’erano di altri tipi, cioè sempre a base di mele, ma con aggiunta di altri ingredienti come in questo caso la cotogna.
Al prossimo giro vedrò di fare scorta, sperando di ritrovarlo in giro da una qualche parte.
Altrimenti vedrò di contattare il produttore, vale la pena approfondire l’argomento.
Salute.