Pagine

giovedì 7 maggio 2015

GustoNudo 2015: I vignaioli eretici "sbarcano" a Bologna il 9, 10 maggio.

 di Riccardo Avenia.

Credit by Gustonudo

Sono sempre molto contento quando ci sono eventi legati al vino nella "mia" amata città. Mi piacerebbe fossero di più, diamine!

Una delle novità di quest'anno, è sicuramente il luogo dove si svolgerà la manifestazione. Un piccolo pezzo di storia bolognese: La Salara. Attuale sede del circolo Cassero che, per raccontarla in breve, anticamente era il vecchio magazzino del sale adiacente al porto di Bologna. Sì, nel XVIII secolo c'era il porto. Più o meno dove ora ci sono i giardini del Cavaticcio. Perché a quei tempi gli scambi ed il commercio, avvenivano anche via fiume, grazie a delle imbarcazioni trainate da cavalli. Insomma, ce ne sarebbe da dire.

Le altre sorprese sono tipo: il fuorisalone di venerdì 8, la presenza della pizzeria "light e slow" Berberè (dove ormai mi sento di casa), la presentazione di alcuni libri, un dj set dove ci si potrà scatenare danzando, intrattenimenti da parte di esperti cabarettisti e molto altro ancora. Insomma un evento dentro l'evento, dove probabilmente ad avvicinarsi al vino non saranno i soli appassionati, esperti o addetti ai lavori.

Bologna è così: meno impostata, più libertina e dalle mille ed impreviste opportunità. Anche per questo l'adoro.

Io, assieme alla mia Reflex ed agli amici Vittorio, Eugenio ed Andrea (gli scalmanati del gruppo), questa opportunità non ce la vogliamo perdere per nulla al mondo. Così, mi chiedevo anche quanti amici vicini e lontani, vinosi o curiosi, vedrò. Con quanti di loro riuscirò a degustare qualche calice, discuterne assieme e magari condividere alcune belle sorprese. E se finirò la giornata ballando a petto nudo in mezzo al prato, non fateci troppo caso: sono fatto così!

L'elenco dei produttori presenti e tutte le info del caso, le trovate qui: www.gustonudo.net

Ci vediamo presto.


P.s. Quelli sotto, sono alcuni scatti fatti dal sottoscritto, nei brevi momenti di lucidirà dell'edizione 2014.












martedì 5 maggio 2015

L'Iris 2008 - J.P. Robinot

di Andrea Della Casa



L’unico precedente con i vini di Robinot fu per me qualche anno fa durante VinNatur a Villa Favorita. Assaggio che colpì e rimase impresso.
Ora, a qualche tempo di distanza, un nuovo incontro.
Nella fattispecie con uno Chenin Blanc dagli angoli smussati, meno tagliente rispetto a quanto questo vitigno mi ha spesso abituato. L’affinamento di 24 mesi in barriques usate ha probabilmente adempiuto alla sua missione.
Morbido e pieno, ben percepibile tanta materia in bottiglia che si sollazza sotto note agrumate, speziate e una sottilissima tostatura. Bella fresca acidità avvolta da una sensazione ammandorlata.
Le ultime mescite rivelano la mancata filtrazione che propone un lato ancora sconosciuto ed austero di questo vino. Il sorso riacquista “gli angoli” e propone una insolita tannicità che allerta il palato. Pur mantenendo la piacevolezza della beva.
Vino ottimo davvero, anche se il mio gusto predilige Chenin più affilati.

lunedì 4 maggio 2015

La Chellerina (Birrificio La Piazza), This Is Torino. Baby.


"Correva l’anno 1865  
Centoquarantuno anni fa a Torino c’erano 114 birrerie ovvero posti dove la birra veniva prodotta e spillata. Il luogo simbolo in città era la «Boringhieri» - che sorgeva più o meno dove c’è piazza Adriano - e nei locali abbattuti nel 1961 nacque la moda di far servire la birra da avvenenti ragazze torinesi ma tutte rigorosamente bionde e, secondo la leggenda metropolitana dell’epoca, molto disponibili. Alla Boringhieri fu un successo e in città le chellerine divennero un esercito. Arrivarono a essere 670, avvenenti e prorompenti, roba da capogiro per i torinesi dell’epoca. Si racconta che le giovani provenissero soprattutto dal Borg del Fum o da Porta Pila e che più di un marito si sia preso una sbandata per loro. Per ogni colpo di testa maschile da qualche parte in città c’era una donna arrabbiata e alla fine in perfetto stile «Bocca di rosa» le signore si coalizzarono.  
 La gelosia di madame e madamine trovò una potente sponda nei giornali conservatori dell’epoca e partì una campagna contro quell’«armata di rovina-famiglie». Un movimento d’opinione che convinse la Camera Subalpina a porre fine a tutto. Un decreto stabilì la chiusura immediata delle birrerie che avevano al loro servizio personale femminile. Così ben 109 delle 114 birrerie torinesi chiusero i battenti. La prima sera dopo l’approvazione ne rimasero solo cinque, tutte rigorosamente con personale maschile, ma soprattutto semivuote. Era finita un’epoca."1
Come forse  avrete saputo bazzicando in giro per il web, questa ricetta storica è stata ripresa in mano dai migliori birrai della città e reinterpretata da Riccardo Miscioscia (Birrificio La Piazza), Maurizio Griva e Graziano Migliasso (Birrificio San Paolo), Mauro Mascarello (Birrificio Torino) e Renzo Losi (Black Barrels). Quella di cui parliamo ora è la versione di Riccardo per La Piazza,  nel bicchiere il colore è ambrato, lievemente opalescente, la schiuma si presenta cremosa e persistente. Al naso colpisce subito una nota biscottata e di tofee, accompagnato da un elegante presenza agrumata che vira verso il mandarino, si aggiungono poi la pesca ed una nota floreale (verbena). Con il passare del tempo emerge anche una leggera quanto piacevole nota balsamica che vira verso il mentolato, i luppoli  utilizzati sono tutti continentali di nuova generazione e accompagnano con discrezione la base maltata , tocca sottolineare il bel lavoro di cesello operato dal birraio.
In bocca la Chellerina ha un corpo medio e media carbonazione, l'attacco è morbido e abboccato, al biscottato si accompagnano note di frutta a polpa gialla ed agrumi. 
Il finale è persistente, caratterizzato da un amaro contenuto che vira sulla radice ed armonizza il tutto ottimamente. Birra semplice, elegante e dalla grande bevibilità, se è vero che la birra rispecchia il carattere del luogo da cui proviene, questa Chellerina rispecchia appieno il carattere elegante e leggero che si trova in alcune piazze della città.
1.Copyright "La Stampa"

mercoledì 22 aprile 2015

Innamorato di Ognostro

di Vittorio Rusinà


Inseguendo a Torino l'Ognostro e Marco Tinessa fra un tavolo del Consorzio, il bancone di Vinolento e i tavolini all'aperto di Scannabue, può succedere di innamorarsi di un vino che ha un'anima di Aglianico che sa di Borgogna, della migliore Borgogna come dice Gianluigi Desana, uno che i vini di Francia li conosce davvero, mica come me che faccio confusione fra Cote de Beaune e Cotes du Rhone.
L'Ognostro è fatto da uve selezionate e raccolte a mano nel Sannio e vinificate in modo naturale con la collaborazione del grande Frank Cornelissen.
Tre annate degustate, seduti nel dehor di Scanna, 2009, 2010 e 2011, accompagnando la bevuta con grissini, acciughe al verde e pezzi enormi di cheddar inglese. Io sono riuscito anche nell'impresa di rubare a chef Paolo Fantini qualche forchettata di macco di fave.
Ognostro 2009: grande freschezza, speziato assai, beva immediata
Ognostro 2010: "tanta materia, inchiostro di china, terra, liquirizia, viole" dice Luigi Fracchia e io confermo.
Ognostro 2011: residuo zuccherino che conferisce al vino una aurea alla Dettori, a me piace assai, perfetto con il formaggio.
Fra ricordi di salsicce e friarielli, di partite al pallone, descrizioni di vigne e interruzioni a guardare bellissime donne che passano di fronte a noi, in mezzo a passanti di ogni nazionalità e credo, il tempo vola, la gente va via e io resto lì ad osservare le bottiglie vuote, innamorato.