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lunedì 23 dicembre 2013

Mercato dei Vini FIVI 2013

di Daniele Tincati

 
Anche quest’anno sono andato a Piacenza al Mercato dei Vini della Fivi, come le due altre edizioni del resto.
E mi sa che ci tornerò anche il prossimo anno.
Il posto è azzeccato, non coreografico, ma funzionale.
Parcheggio comodo, banchi di discrete dimensioni, spazio nelle corsie.
C’è anche la navetta dalla stazione per chi arriva in treno.
Ampia scelta di produttori da tutte le parti d’Italia, con qualche chicca d’eccellenza.
Livello medio di qualità elevato.
E poi si può anche comprare qualche bottiglia, ma qui ci sarebbe da rivedere qualcosa, cosi come per il biglietto d’ingresso.


E’ anche vero che oramai i prezzi dei biglietti di queste fiere sono quelli un po’ dappertutto, in Italia però, perché in Francia si paga molto meno.
Se uno va ad una mostra mercato si presuppone che vada per comprare, quindi il costo del biglietto dovrebbe essere contenuto.
Parlando di prezzi c’è pure il problema di quelli delle bottiglie.
Alcuni produttori hanno applicato esattamente il prezzo di vendita diretta in cantina, correttamente.
Altri, invece, hanno ritoccato i prezzi, portandoli ai livelli dell’enoteca e, se non li hanno ritoccati, sono già comunque alti per non fare concorrenza ai rivenditori.
Questo non mi sembra il massimo, per una situazione più promozionale che altro.
Come al solito mi ero fatto un programma di massima che non è stato, come al solito, rispettato.
Alcuni assaggi non si potevano evitare, ma molto è stato lasciato al caso e alla situazione.
Cosi ho scoperto vini sorprendenti, come i Pinot Bianco di Patrick Uccelli.
Un 2011 bello nervoso e agrumato, e un 2010 con struttura possente, entrambi di grande stoffa.


Non potevo saltare il banco di Jean Paul Chapagnon, vigneron vecchia scuola di Fleurie.
I suoi Gamay hanno uno stile impeccabile, nel segno della tradizione.
Top il suo “Morieres” 2010, ma molto azzeccato “L’Autentique” 2010, che sovente paga lo scotto di eccessiva rusticità.
Un’altra scoperta interessante è stato il Domaine Tenon.
Un paio di rossi da uvaggio classico del sud meritavano l’acquisto, fosse stato solo per il prezzo commovente.
D’obbligo l’abbraccio con l’amico Fabio D’Uffizi, saltato dall’altra parte del banco con i vini delle Tenute Dettori.
Assaggi sempre entusiasmanti, con la costante della variabilità dell’annata e una crescita qualitativa esponenziale.
Il Renosu Rosso quest’anno è azzeccatissimo, cosi come un grande Dettori Rosso 2010 che, nonostante il solito cospicuo bagaglio alcolico, ha una beva incredibile.
Quest’anno ho prestato parecchia attenzione ai Prosecco, soprattutto nella versione rifermentata in bottiglia.
In quello dei fratelli Collavo, ottimo, ho ritrovato alcuni profumi primari del mosto, ma quello di Bele Casel è ancora il mio preferito.




Altra bella scoperta sono state le bottiglie di una produttrice di Gambellara, Cristiana Meggiolaro.
Garganega secca in due versioni e un passito fantastico dagli aromi di frutta secca, più una Durella rifermentata in bottiglia, non ancora in commercio, molto gourmand.
Ottima manifestazione quindi, che non può che crescere e migliorare, nella speranza che si possa avvicinare, in qualità, a quelle organizzate dai cugini transalpini.
Solo qualche piccola miglioria potrebbe essere fatta nell’elenco cartaceo dei produttori, e nel facilitare l’orientamento dei visitatori, e magari sui bicchieri, molto belli e coreografici ma, a mio avviso, troppo grandi per la degustazione.
Arrivederci quindi al prossimo anno.

Ringrazio l'amico Cristian Quarantelli per la gentile concessione di alcune foto pubblicate.

venerdì 20 dicembre 2013

Memorabilia a.d. 2013

Memorabilia a.d. 2013
Il 2013 volge al termine.
Come l’anno scorso tireremo qualche somma, enoica.
Quello che più conta è che dal vino siano nate amicizie e nuove collaborazioni.
È il potere delle passioni condivise.
Ci siamo dati un massimo di cinque vini/birre e di 140 caratteri (anche se non tutti si sono adeguati e ho deciso di soprassedere, siamo eno-anarchici!) per dirne qualcosa.
Ringrazio i nuovi avventori-scrittori che si sono aggiunti quest’anno Riccardo Avenia, Rossana Brancato, Eugenio Bucci, Mauro Cecchi, Andrea Della Casa, Diego Pizzuto, Daniele Tincati che hanno elevato il livello del blog apportando una salvifica biodiversità culturale.
Vittorio e Niccolò ormai abituè del bar, scafati e induriti dalla militanza sono stati compagni di viaggio fondamentali per la mia crescita e per il blog.
Kempè!

Garnacha de Vina Bonita 2010, D.O. vinos de Madrid, Bernabeleva
Perché non si dica che siamo sciovinisti o franco-orientati.
Gewurztraminer 2011, Cuvée Particuliére, Schueller
Perché un gewurz così non lo avevo mai bevuto prima, Kempè.
Champagne Lalore Blanc de Blancs, extra brut, Th&V Demarne-Frison
Perché  uno sciampo a Natale è obbligatorio e questo in particolare vi resetta le papille gustative e l’idea che avevate della tipologia, io l’ho finito se volete regalarmelo…
Runchet 2004, Freisa d’Asti, Ezio Trinchero
Perché è un vino da provare almeno una volta nella vita figlio di un vitigno che meriterebbe molto di più.
Rosato 2012, La Porta di Vertine
Perché è un rosato che non sa di esserlo.

Luigi

Adonis 2010, Domaine de la Grapperie
Pineau d'Aunis e sentori di vecchia cantina. Medio corpo, tensione ed eleganza, ma pure il giusto di ciccia. Slurp!
Pico Faldeo 2011, La Biancara
Tessitura goduriosa. Oggetto di Beva Impressionante, con esaltazione della Garganega da inchino. Preparate i secchi!
kussas intrendu a manu 'eretta 2009, Panevino
Da ogni botte di quest'annata di grandine esce un capolavoro. Sentori e sapori sempre inediti e irresistibili. Alchimia contadina!
Malvasia Riserva 2011, Marco Fon
Luce opalina. Acidità, opulenza, aromaticità, piccantezza, resine, sasso, mare. Tocco caramellato, fresco. A me gli aromatici non piacciono!
Barolo Serralunga 2009, Principiano
Barolo da sete. Leggero e croccante, intenso e fragrante. Vinificazione incredibilmente delicata. Ne vorrei un bancale!

Niccolò

Lubigo ventiundici Croci
il frizzante naturale come piace a me, gran lavoro di valorizzazzione dell'ortrugo da parte di Massimiliano Croci
Montemarino 2008 Cascina degli Ulivi
perché Stefano Bellotti sa dare massima dignità e naturalità al cortese. 
Roero Arneis 2012 Cascina Fornace
perché rappresenta la rinascita e il rilancio di un vitigno e di un territorio.
Barbera d'Asti Vigna del Noce 2004 Trinchero
un capolavoro, opera d'arte di un vignaiolo schivo e poco conosciuto, che mostra tutta la grandezza del vitigno barbera.
Cortona Syrah 2010 Stefano Amerighi
un regalo prezioso, inaspettato, vino che possiede un cuore grande-grande.
Monte del Cuca 2010 Stefano Menti
un macerato di grande bontà, prodotto da un vignaiolo che sta crescendo in qualità anno dopo anno, fra i migliori in Italia.

Vittorio

 Sòl e Stèli 2011 e 2012 - Crocizia (Sauvignon)
Perché ogni volta che ne apro una bottiglia, non arriva mai a toccare il tavolo piena. Perché è un vino dall'espressiva personalità. Poi, perché mi piace essere frizzante. Marco Rizzardi: ti lovvo!
Vej Bianco Antico 2005 - Podere Pradarolo
Il "macerato" emiliano che non mi stancherò mai di bere. La Malvasia D.C.A. definitiva, che mi ha fatto capire cosa deve raccontarmi la macerazione sui bianchi. Un'esperienza esplosiva. Eugenio, lovvo anche te che me l'hai fatto conoscere.
Barrosu riserva Franzisca 2010 - Giovanni Montisci
Perché ogni volta che passo una serata da Zampa, si finisce sempre a Barrosu. Un vino completo, esplosivo, potente. Un vino del cuore. Puro succo di Sardegna (quella vera). Insomma, una gran cannona(u)ta. Poi, perché un po' Barrosu lo sono anche io!
Rosso di Montalcino 2010 - Paradiso di Manfredi
Perché se dovessi far capire ad un amico cosa intendo per Sangiovese Grosso, gli farei assaggiare quest'etichetta. Perché in questo millesimo, c'è l'essenza di una zona. Poi, perché sono un vampiro assetato di "Sangue di Giove".
Kurni 2006 - Oasi degli Angeli
Perché non assomiglia a nessuno: il Kurni lo paragoni solo al Kurni. Punto. Perché ti fa capire a che livello possono arrivare intensità e complessità. Perché divide gli animi. Perché se costasse meno, ne comprerei a pacchi. Perché se lo ami, non lo abbandonerai mai.

Riccardo.

Barbera “Barla” 2007 - Lorenzo Corino
vino da colpo di fulmine, forse un po' atipica ma davvero golosa. Succo e materia fusi in un perfetto unicum. Imprescindibile.
Ruché "Chiovende"- Az. Agr Ferraro
il ruché è il mio canto della sirena, non riesco a resistere alla sua seduzione. Ma c'è ruché e ruché. E questo è un gran ruché!
Aris 2011-SergioArcuri
Un mix di potenza ed eleganza per questo giovane Gaglioppo. Tanta roba davvero!
Erbanno 2010 – Enrico Togni
Ogni volta che incontro Enrico ne devo acquistare una bottiglia, è più forte di me. E la bottiglia finisce in un amen. Glu-Glu!
Barbaresco 1988 - Roagna
E le papille fanno la ola. Perché stapparli prima quando ad una certa età possono raggiungere certe vette?

Andrea

Frizzante Dei Colli Trevigiani 280 Slm 2012 - Costadilà
Premio Andy Warhol: ¼ d'ora di gloria e fattanza, 15 minuti per scolare la boccia, una vita per rimpiangerla. Pop e Virale.
Crozes Hermitage Foufoune 2011 - Les Champs Libres
Premio Serial-drinker: Lo bevi e giochi a vini-senza-frontiere. E ✈ in Francia e sei ☻ come un ♛. Europeista.
Pinot Grigio '09 - Dario Princic 
Premio il Bucci D'Oro: Bianco, rosso o rosato? Si fottano: qui c'è il meglio dei 3. E la somma è un oro che brilla. La resistenza è inutile: voi sarete Orangizzati.
Montepulciano d'Abruzzo 1995 - Valentini
Premio Alla Carriera: Dopo la '95, mai più fatti così. Ora ha 20 anni e io 40(+/−). E ballerà sulla mia tomba. Highlander.
Litrozzo Bianco 2012 - Le Coste
Premio ⒶⒶⒶ: Alcolisti Anonimi Anarchici. Ci si ritrova 2 volte a settimana. Una cannuccia in ogni boccia e via andare. E ogni litro, una medaglia. Join Us.

Eugenio 

Dettori Bianco 2004, Romangia IGT, Tenute Dettori
Alla faccia di chi dice che i vini naturali durano solo una stagione. Bianco poi! Un vino “difficile”, ma se apri la serratura del forziere, scopri un tesoro.
Contadino 9, Vino da tavola, Frank Cornelissen
Ruvido, a volte grezzo, cangiante di mirabili sfumature, sempre diverso da se stesso. Tappa obbligata per fare il salto dall’altra parte della siepe. (un pò criptico, si è capito ?).
Le Regard du Loir N°1, Vin de table de France, La Vigne de l’Ange Vin
La congiunzione tra l’Etna e la Pianura Padana passa per la Loira. Prendi il Contadino 9 e lo Schioppettino di Bressan, mescola bene e rifermenta in bottiglia. Frutta, pepe e lava.
Pinot Nero 2009, Vigneti delle Dolomiti IGT, Elisabetta Dalzocchio
Amo il Pinot Nero e l' AltoAdige, ma fatico a trovare un Blauburgunder all'altezza della Borgogna. Non l’ho trovato neppure in Trentino, ma questo vino è troppo buono e succoso che fa dimenticare tutti e due.
Ripa di Sopravento 2010, Vino Bianco Frizzante, Vittorio Graziano
Per brindare, Champagne! Si ma emiliano. Ha ricordi di vecchi Champagne, e si potrebbe sognare con qualche vecchia bottiglia ancora suoi lieviti. Intanto, da sveglio, mi scolo questa!

Daniele


Cour Cheverny "La Porte  Dorèe" 2009, Philippe Tessier  
Romorantin da vigne over 40 in bilico tra sale e dolcezze, roccia e levità. Funambolico
Pico 2010 - Angiolino Maule
Lo conobbi macerato, tra tè e whisky, lo ritrovo tropicale e agrumato gran beva. Provate a fermarvi
Gaggiarone 2006 - Annibale Alziati
Terroso ed elegante.Vino da tavola. Da vera tavola. La Bonarda al potere
Malvasia di Candia aromatica  "Besiosa" 2012 - Crocizia ( warning ! conflitto di interessi, solo che questo vino lo adoro..)
Albicocca, aranciata amara e miele, spumosa da rifermentazione. Beva compulsiva
Spigàu 1999 - Fausto de Andreis 
Pugno di ferro in guanto di velluto. Ne vorrei almeno un'altra lacrima. Quella che ho versato

Mauro

ExtraOmnes- Wallonie: Saison ricca di luppolo amaricante e note rustiche, il birraio è talmente belga da far dimenticare che vive in Italia e si chiama Luigi.
Foglie D'Erba – Ulysses le black ipa di solito non le apprezzo, ma in questo caso   luppolatura balsamica e il tostato  hanno un equilibrio a cui solo i grandi possono aspirare.
Brasserie des Franches-Montagnes- Abbaye de Saint Bon-Chien Birra passata in barrique, complessa, fruttata e con una discreta acidità che ripulisce il palato e maschera l'alta gradazione (11%). Se la trovate, approfittatene.
Black Barrels – Nut, the Irish Jinn apa con una montagna di  luppolo Cascade , fermenta per sei mesi in botte di rovere dove raccoglie microrganismi vari  che vanno a pennellare una complessità inusuale per questo tipodi birra
De Dochter van de Korenaar – Enfant Terrible un caleidoscopio di frutta, cuoio, torba e  note stallatiche. Gran birra, complessa ma semplicissima da bere…se riesci a memorizzare il nomedel birrificio s’intende.

Diego DeLa

Cabernet Franc 2007 Les amis vignerons d’Anne Claude Leflaive
Per quelli convinti che il Cabernet Franc sia solo vitigno da taglio, una sventola in faccia. In purezza, armonico, fruttoloso, biodinamico.
Malidea 2004 Iuli
Un matrimonio tra Barbera e Nebbiolo che dopo 9 anni dimostra ancora passione. Al naso è sublime, in bocca si scatena.
Rosso di Montalcino 2012 Tiezzi
Pimpante eppure al palato pulito e fresco. La sapidità si mescola con prugna e lamponi. Giovanotto con gli attributi per crescere alla grande.
Batàr 2010 Agricola Querciabella
Chardonnay e Pinot bianco si fondono in un giallo oro carico danzando insieme tra note legnose e tropicalità. E poi miele, burro e sapidità.
Tuderi rosso 2003 Dettori
Dice il detto: vedi Napoli, poi muori. Lo stesso vale per lui. Maturo, pieno, caldo, equilibrato. Indimenticabile, da farci l’amore.


Sergio aka Gastrofanatico

giovedì 19 dicembre 2013

Antonio 2012, Vinho regional Lisboa, Casal Figueira


Il vitigno è il Vital, bianco autoctono di Lisbona, i vigneti sono piccoli, sparsi su un areale ampio e molto vecchi, ad alberello su terreni calcarei rocciosi a pochi chilometri dal mare a circa 350 metri di altitudine, il mare per noi mediterranei è simbolo di calore, di brodo primordiale, in Portogallo, che si affaccia sull’Atlantico molto freddo a queste latitudini, aperto alle perturbazioni nord che arrivano dirette dirette dalla Groenlandia non è esattamente così.
Tutto questo freddo si sente nel vino che è quasi algido, verticale, minerale ma senza eccessi di salsedine,  quasi scarno e citrino, leggere affumicature.
L’acidità mi ha colpito perché non è aggressiva anche se presente, molto soft ma pervasiva, il vino sconta solo una leggera sensazione watery sul finale.
La sensazione è che sia un vino da invecchiamento, i terziari sono già lì in sottotraccia, chissà cosa succede a questo vino, figlio del vento atlantico (voi che leggete non potete farvene un’idea della potenza dei venti in queste zone, sembra che entrino dentro, nell’anima, incessanti e arroganti) con il passare degli anni.


Molto interessante anche il Tinto 2005 a base di Touriga Nacional, freschissimo ed elegante con tannini fusi e di grande piacevolezza.



















Molto buono il vendemmia tardiva di Vital, dolce senza esserlo, affilato, con acidità residuale e bella mineralità.




















Kempè

Luigi


mercoledì 18 dicembre 2013

LOS VINOS HERMANOS

di Eugenio Bucci


Breaking Bad è una serie televisiva statunitense andata in onda la prima volta il 20 gennaio 2008 e conclusasi il 29 settembre 2013 dopo 5 serie, 62 puntate e, all'incirca, 2800 minuti di puro intrattenimento da sballo.
Sballo sotto diversi punti di vista.
E' probabile che non serva spiegare molto, a meno che non siate vissuti sotto un sasso negli ultimi 5 anni o che ve ne freghiate di quella Scatola-Del-Diavolo che è la TV e proiettate solo film d'essai in salotto con un super8. 
Comunque, si tratta di una di quelle meraviglie prodotte oltreoceano girata bene, recitata benissimo, scritta da Dio. Dove si vede che hanno i soldi e dove si capisce che spesso i soldi non bastano, bisogna saperli spendere. Insomma, una specie di Don Matteo al contrario.
C'è gente strafatta che straparla ad altra gente strafatta. Si ammazzano tante persone, si spara in faccia a gente alla quale, tutto sommato, ti stavi affezionando e ci scappa anche qualche bambino ammazzato. C'è la famiglia in ogni sua (de)forma(zione). C'è la famiglia del chimico, la famiglia dei narcos, la famiglia allargata e la famiglia sfasciata. E ti spiegano come costruire una bomba e come ottenere della ricina per avvelenare chiunque vi stia sulle balle. Ti avvertono che per sciogliere un corpo nell'acido non va bene una vasca da bagno se non volete sbriciolare la vasca stessa e il pavimento sottostante ma serve un contenitore di una plastica particolare. C'è il fast-food tex-mex (Los Pollos Hermanos) col miglior pollo di Albuquerque e, probabilmente, di tutto il New Mexico, e c'è il capo del fast-food che è uno molto calmo e pacato e, nel tempo libero, anche il più grande spacciatore di meth del Sud. Ci sono puttane, parolacce (?), deserti, boss messicani in carrozzella che parlano con un campanello, alcool a fiumi, bong e pipette che fumano come ciminiere 24/24, sbirri e chicos, nani e ballerine.
C'è Jesse Pinkman, socio del protagonista, un b-boy cazzone e scazzato, tossico perso e poi ritrovato, arruffone e casinista, sull'orlo di una crisi e che, spesso, quell'orlo lo salta. E c'è Walter White (nota 1), il professore di chimica malato di cancro che decide di cucinare (nota 2) metanfetamina purissima per far soldi da lasciare alla famiglia. Poi le cose, nelle successive 61 puntate, si complicano leggermente.
Non so se c'è una morale in Breaking Bad. Cioè, è una morale che si spezza, si ricompone, galleggia e va a fondo e mica ti interessa di recuperarla in quel mare magnum narrativo che ti prende alla gola. So, però, che su una cosa ti impone una profonda riflessione: la chimica. Te la fa vedere in modo diverso. Ti ci fa appassionare (messa anche solo sotto una luce particolare, quella di fare un mucchio di soldi). Almeno a me che al liceo la tavola periodica sembrava un Gioco Dell'Oca escheriano. La chimica che ti scompone la realtà, che riduce tutto all'essenziale, anche l'uomo col suo 65% di acqua e il 16% di proteine etc etc. La chimica che, quindi, è parte di noi, siamo noi, è una visione del mondo fatta per sommatorie. Un tentativo di catalogazione e controllo del Mondo.
L'uso/azione della chimica è uno dei topic base nel vino (una digressiva nota 3). Un topic di un dibattito a volte sfibrato e sfibrante. Un dibattito che, se si sposta nell'ambito naturalistico, accalora e chiude delle vene facendo dire di tutto e di più, spesso un po' a casaccio, altrettanto spesso buttando quintali di ironia e/o insulti sulla cosa ai limiti del trolleggiamento.
Anche se ogni tanto appare qualcosa che assomiglia incredibilmente ad un discorso definitivo (nota 4).
Per fortuna, di tutti gli affascinanti processi chimici legati al vino possiamo ogni tanto sgombrarci la mente e, relativamente, fregarcene. Possiamo noi che il vino lo beviamo, lo sputiamo (nota 5), lo degustiamo, lo inghiottiamo per capirlo e, soprattutto, per goderne.
Possiamo perché vogliamo bene al vino, ad ogni singola bottiglia, anche a quelle del cuoco (vedi nota 2) Cotarella (magari bene no, facciamo una virile amicizia). Perché vorremmo che ogni singola boccia aperta sia buona e bella e giusta, vorremmo lo stupore, no, magari quello è più difficile, ma una soddisfazione si. Vogliamo bere e fare Ahhhhhh e poi Ohhhhhh e poi iniziare a studiare e capire tutti gli uomini dietro quel vino. 
E poi tutta la chimica dietro quel vino.
Perché la chimica è importante.
E spiegherebbe tutto a saperla decifrare. Con semplicità.
Spiegherebbe, ne sono certo, come due 2 produttori possano partire da situazioni di cantina diverse e terre diverse e uve diverse etc etc. Ed arrivare a fare vini simili. Similarmente ampi, mediterranei, terrigni, vivi e scalcianti. Vinos hermanos.
Come quello che dei processi chimici nel vino ne fa una malattia. Insospettabilmente.
Il nostro amichevole immigrato Frengo Cornelissen.
Che è davvero un Walter White del Belgio, ipermanicale e rupofobo, con dotazioni tipo NASA per entrare in cantina (vabbè, vuole solo che vi puliate le scarpe con un prodotto sterilizzante e magari una mascherina sulla faccia) ed evitare il più possibile contaminazioni, con la fissa del non-intervento che in lui diventa non-lascio-nulla-al-caso per (tentare di)arrivare alla purezza distillata delle sue uve.
E dopo essere arrivato ad un passo da questo nirvana, dopo l'incontaminata purezza del Contadino 9 2011, cosa potrà raccontarci di nuovo o di vecchio, di meglio o di peggio, il Contadino 10 2012?
Credo che mi lancerò anch'io
nella moda delle foto sbilenche:
danno un tocco "arty" e rendono l'idea
del grado alcolico del degustatore
al momento dello scatto.
L'asticella si è alzata. Inutile negarlo. Quell'asticella immaginaria e tanto ondivaga delle aspettative. Il vino-cardine di un viticoltore-cardine, questo succo tanto esplosivo quanto controllato. Un frutto detonato che viene poi plasmato, controllato, incanalato. E, quindi, aggraziato, dinamicizzato, purificato. In progresso costante fino al capolavoro 2011.
Contadino 10 è diverso. Meglio dirlo subito. Non tanto nel macro quanto nel micro. Epperò i micro a volte fanno la differenza. A Villa Favorita Cornelissen parlava di annata non semplice, di aumento del peso specifico delle uve che vanno a finire nel Contadino (e intanto la percentuale di uve bianche si è abbassata). Micro segnali di rottura col passato che nell'anteprima della fiera consegnavano comunque un vino perfettamente in linea con le precedenti edizioni, addirittura già delineato e pronto. E ora, assaggiato e riassaggiato nell'ultimo mese, possiamo ribadire come il Contadino 10 rimanga fedele a se stesso. Nel senso che gli elementi distintivi, le grosse qualità di cui si parlava sopra, sono ancora lì. E se non avete mai bevuto un Contadino in vita vostra, con l'edizione n°10 potete farvi un'idea di cos'è. 
Un'idea. 
Perché qualcosa di sfaldato compare. Già al naso. Dove la turbo-frutta-rossa assume qualche aspetto ossidativo. E la potenza alcolica (15° come sempre) si avverte, spinge, brucia (brucicchia) mettendo i frutti sotto spirito. E anche in bocca ci si ritrova questa massa ingente che turbina e colpisce, ti fa un Capodanno gustativo e non riesce a controllarsi fino in fondo, botti e miccette e qualche scalmanato, alcool e acidità che spingono e quel frutto ad inizio di decomposizione. E un cerchio che non si chiude. 
Quindi, chimicamente, H2O+C2H5OH+CH3CHO+Contadino10+Cornelissen®+Me²= 82/100


Col secondo personaggio passiamo dalla NASA alla NASO. Cioè, Gianfranco Manca possiede quella dose di naiveté mista a follia mista ad amore mista ad anarchia, che lo porta a quasi letteralmente annusare l'aria nella sua cantina aperta a tutti e tutto che sembra di stare ad un rave di microorganismi et similaria. Cioè, questo è uno che vinifica i bianchi in tini all'aperto nella mite Sardegna settembrina e che, se l'annata va ad cazium, lui fa 6 diverse cuvée stessa-etichetta-ma-nomi-diversi (guardate qui). Cioè, il nostro Jesse Pinkman che non sa (o finge molto bene di non saperlo) come ci arriva a cucinare così bene eppure ci arriva.
La sua Panevino ha prodotto capolavori, vini che rimangono così impressi nella mente da diventare archetipi, sapori che innescano il killer instinct del bevitore seriale. Per dire, se ci fosse una sua bottiglia giusta in fondo a una rupe, io mi butterei.
Giusta, ho detto.
Perché a volte qualcosa va storto. E' la natura, baby. E' la chimica nei suoi inneschi e reazioni e controreazioni.

Il tono violaceo della foto
rivela la malinconia di fondo
Prima si diceva di asticelle/aspettative. Con U.V.A. 2011 si volava altissimi. Punteggione dell'Espresso (18,5/20). Slow Food che lo incensa. Il mondo che sembra finalmente andare per il verso giusto e scopre uno dei migliori produttori italiani. C'è un Sole Dell'Avvenire in fondo al caos critico. Così mi butto da una rupe (metaforica) e in primavera faccio chilometri solo per assaggiarlo. E mi faccio del male. Cioè, contento di essermi buttato ma prendo una brutta botta. Il vino è problematico. Oltremodo. Volatile impazzita. Odori chiusi con aperture al topo (cit.). Puzze rifermentative. Qualcosa in sottofondo che ricorda il Panevino Style ma rarefatto, ammorbato e disturbato dai difetti. Sarà una fase, mi dico ammaccato. Non era così, mi dice chi l'aveva bevuto.
Poi, a fine estate, lo riassaggio. E va un po' meglio. Un po'. Soprassiedo sulla volatile borderline. Odori ricomposti, in bilico tra le morbide speziature e la frutta sotto spirito e la macchia mediterranea (e il mirto, olè, per stare nell'ovvio). Ma sempre un disturbo, un tarlo che va ad eroderne la compostezza e punge e ne mina la stabilità. La serie di problemi della prima bottiglia in sottofondo, leggermente depurati ma presenti. Anche la materia sembra alleggerita, svuotata rispetto alle solite opulenze (opulenze, non sciroppi glicerici). Un vino che viaggia a basso regime d'equilibrio laddove l'equilibrio è una delle prerogative Panevino. La riproduzione di un discreto allievo del quadro del Maestro. Un vino che è solo una tappa di un percorso qualitativo enorme e che riporta Gianfranco Manca sulla Terra. Anzi, Manca è la sua terra e ringraziamo Dio che abbia voglia di condividerla con noi. Anche se ogni tanto nella formula qualcosa va storto: 80/100.


Nota 1: o WW o Heisenberg, nome d'arte e/o alter ego del protagonista (quindi LOL e S.G.Q.A.=Sono Geni Questi Americani); il quale WW, mentre cucina (vedi sotto) e cazzia il suo socio e lo guarda come una scimmia da ammaestrare, pare inquietantemente il Michel Rolland di Mondovino mentre dice: "Microssigenare, microssigenare!"
Nota 2: è questo il gergo, al che si aprono scenari di immensa ironia che spaziano da Masterchef in giù.
Nota 3: e, a posteriori, mi sembra che una lezione di chimica applicata al vino mi sia passata davanti senza che me ne accorgessi (come spesso accade) diversi anni fa. Ad un Vinitaly mi fermo da un produttore piemontese, ci salutiamo, ci diciamo come va e poi iniziamo ad assaggiare, lui era uno che faceva (fa) vini molto moderni, impostazione vino/frutto, e all'epoca mi piacevano molto, trovavo in loro un equilibrio che spesso mancava nella maggior parte, forse ero solo più coglioncello e più giovane, forse ne capivo di più o forse di meno, non importa; fatto sta che un vino, ad un certo punto, appare come sfibrato, è ossidato e svasato (sua definizione), poco male, succede, ma lui (il produttore) lo assaggia, rimane perplesso, dice Aspetta un attimo, e va a prendere una boccetta e apre la boccetta e ci infila una cannula di vetro e aspira e versa qualche goccia nel bicchiere dov'era il vino, poi lo shakera e lo passa a me che lo assaggio e il vino è ora fresco e nitido, e io faccio Ooohhhh... e chiedo Ma come?, e lui mi parla di una molecola di cui non ricordo assolutamente il nome e poi ci siamo salutati e sono andato a massacrarmi la testa e il fegato altrove.
Nota 4: Perdonatemi ma non resisto a non riportare un passaggio che a me fa tanto ridere. Cioè, il passaggio è serissimo e sposta la questione verso basi più serie, ma parole come merda o cacca o pupù hanno un effetto tipo "bambino all'asilo":
"Scontata la risposta dei tecnocrati: la naturale trasformazione del mosto è l’aceto. Questa è la prima parte del mostruoso equivoco ed è anche un orrore scientifico. Come dire che la trasformazione naturale delle materie prime alimentari non sono i cibi ma la merda."
Nota 5: sarebbe stato interessante fare analizzare chimicamente il contenuto dei secchioni di plastica appoggiati per terra che, elegantemente, a Fornovo vengono usati come sputacchiere e nei quali sono certo si stessero formando nuovi forme di vita mono(e bi e tri)-cellulari.
Nota alla nota 5: spero non stiate leggendo questa nota di mattina presto perché il contenuto di schifo è oltre la soglia di tollerabilità. Ma, d'altronde, io questa Cambogia degli umori umani l'ho vissuta in prima persona e pur essendo uno schifiltoso di tutto rispetto, sono sopravvissuto.