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venerdì 29 marzo 2013

Munjebel bianco 7, Franck Cornelissen



Avevo acquistato nel 2011 a Solicchiata, durante il mio giro etneo, una bottiglia di Munjebel bianco, adesso dopo aver bevuto il Munjebel rosso è diventato imprescindibile per me assaggiarlo.
Curioso come una scimmia giravo intorno allo scaffale sino a che, alla prima occasione, l’ho aperto.
Macerato è macerato, ha il fondo che piace tanto a Niccolò Desenzani.
Profumatissimo di fiori e fieno e thè.
Intenso e mutevole epperò.


Ha una bevibilità incredibile,  rinfrescato da acidità fruttate, da leggero tannino “bianco”, da una consistenza piacevolmente watery.
Quasi sottotraccia, che dire, di una eleganza leggera con puntate magmatiche.
Kampai

Luigi

Ps
E un po’ mi pento di essere stato un giorno intero fra Sollichiata e Randazzo e non essere passato da Cornelissen.

mercoledì 27 marzo 2013

Bera Vittorio e Figli a Serramasio Canelli (AT)



“Questa collina orientata nord sud si chiama Serramasio dallo spagnolo sierra”
Poche parole di Gianluigi Bera, innamorato della storia dei suoi luoghi, dipingono un mondo incredibilmente lontano da noi, fatto di mercenari spagnoli al soldo del Marchesato del Monferrato o dei Savoia o dei Visconti o della Contea Astesana e delle continue guerre e annessioni e alleanze.
Un’epoca in cui Asti e l’Astesana, Casale, Alessandria e il Marchesato del Monferrato erano potenze economico militari che contavano molto nello scacchiere politico militare dell’Italia del nord.

Bera continua dicendo: “io sono Astesano non Monferrino, il Monferrato, è stata un’entità per lo più politica che si estendeva su un territorio molto vasto e variegato da Casale Monferrato a Volpiano vicino a Torino, Alba sino a Vercelli” (anche fino Varese, Milano, Genova ndr).

Pochi minuti e Vittorio Rusinà ed io eravamo travolti dalla cultura storica di Gianluigi, segno di un radicamento profondo e tormentato con i suoi luoghi e le sue tradizioni che lo hanno portato sin dall’inizio al rispetto della terra e della vita in essa contenuta.
Perché il voler essere bio non è solamente la volontà di avere prodotti sani e digeribili (il vino in fondo in fondo sano non è, l’alcool è pur sempre tossico) ma è il segno tangibile del rispetto verso la vita. Un attitudine etica e la volontà di non chiamarsi fuori dalla natura ma di farne parte perché:
 “Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra.”*

Gianluigi Bera
Ebbene eccoci ospiti della famiglia Bera in un giorno di metà gennaio, la neve copriva i le colline, dopo goffi e scivolosi tentativi di passeggiare nei vigneti di fronte a casa, abbiamo visitato la cantina, attrezzata con le autoclavi (in acciaio smaltato) e i circuiti isobarici per la produzione di moscato e le vasche in cemento per il resto dei vini fermi.


Un piccolo filtro olandese faceva mostra di sé, simbolo di epoche passate e di sistemi di lavoro ormai inconcepibili. Il vino filtrato con questo metodo tutto in ossidazione, all’aria a contatto con decine di attrezzi, mani, filtri in cotone, per mantenere una qualche bevibilità doveva aver una “materia resistente” fuori dal comune e infatti Gianluigi ci diceva che gli areali di produzione del Moscato erano molto più ristretti rispetto a quelli odierni, ossia erano solo quelli dove l’uva dava grande qualità e ricchezza nei mosti, gli unici che avrebbero resistito allo stress di questa filtrazione e Canelli ricade in questi luoghi in cui terreni, radici, foglie, sole, uomini tutti uniti simbioticamente danno il loro meglio.

Mangiando e chiacchierando con il sole, che finalmente perforava le nuvole, abbiamo poi assaggiato:

l’Arcese 2010 un bianco a base cortese, sauvignon, favorita col frizzo della malolattica terminata in bottiglia, io amo l’Arcese, quando la carbonica è un po’ alta è fenomenale.



Poi la Barbera Verrane 2010 lievemente frizzante, dico solo che era glu glu!


Poi il Dolcetto d’Asti Bricco della Serra 2009 una rarità nel vigneto astesano (mi veniva da scrivere monferrino) molto buono, molto atipico, forse l’anello di congiunzione tra il Dolcetto di Langa e quello di Ovada, il tannino si arrotonda e il sorso si fa più terroso.


Poi la Ronco Malo, una Barbera d’Asti sia la 2009 sia la 2010 so2 free imbottigliata per una fiera Spagnola “H2O vegetal”, introverse e “ctoniche” quasi in contrappunto alla “cosmicità espansiva” del moscato, sanguigne e anch’esse terrose, per poi aprirsi verso toni più aromatici, insomma una barbera atipica ma vibrante, la sensazione è che le Barbera di questi posti da “Moscato” siano il “sangue dolce” della Barbera.


Poi il Moscato 2010 grasso ed opulento.
Poi un Moscato del 1986 il Bulles Endormies (dimenticato in cantina per lungo tempo) che era lì preciso e dritto nel bicchiere e incarnava la potenza e la longevità di questo vino sublime, intriso di cedri canditi e fiori confit e la sferzata sapido salina tipica di Serra Masio.


Poi il Moscato Leonardo un “vin moeullex” (sarebbe “amabile” il termine italiano ma mi ripugna) a 13,5% vol di alcool e 30 gr/l di zuccheri riduttori, da ostriche de Belon, ottenuto da un “super mosto” così per sfizio.

Il Moscato di Gianluigi e Alessandra non teme lo scorrere del tempo e soprattutto per come lo vinificano, con delicatezza e scarso intervento tecnico esterno, segna molto le annate per cui il 2010 che amo molto è ricco quasi opulento, grasso il 2011 è più tagliente e quasi citrino con acidità e sapidità accentuata, il 2012 sembra ricordare il 2011 per freschezza e verticalità agrumata e salviosa.
Che non manchi mai una bottiglia in cantina.
Kampai

Luigi

martedì 26 marzo 2013

L'importante è che sia buono. Siamo sicuri?



Sul web e non solo la diatriba vino naturale vs vino industriale (chiamateli come volete senza commentare l'etimologia, please) è sempre vivissima, e si tenta spesso di uscire dall'empasse di una presa di posizione scomoda con frasi del tipo: "L'importante è che il vino sia buono".
Affermazione con cui mi posso trovare d'accordo.
In parte.
Siamo proprio certi che è questo l'essenziale? Che il vino sia buono?
Voglio, provocatoriamente, incanalare quest'affermazione verso una domanda che pongo a chiunque, produttori (naturali e non), consumatori etc..

Quanto siamo disposti a pagare per avere un vino buono?

E non parlo in termini economici.
Mi spiego. Prendiamo ad esempio le grandi maison della Champagne, o gli chateau sulle rive dalla Gironda o ancora i domaine di Borgogna. Siamo tutti d'accordo che in quelle zone nascano vini eccelsi. Ma a quale prezzo?
Quando ci approcciamo ad una bottiglia di vino pensiamo mai alla sua genesi?
La Champagne per arrivare alla fama odierna ha praticamente annientato biologicamente un territorio bombardandolo di sostanze chimiche, e a Bordeaux e in Borgogna non è che stiano messi meglio.
Certo ho fatto esempi estremi ma esistono purtroppo varie realtà vitivinicole (anche da noi in Italia) che anno dopo anno disperdono nell'ambiente grandi quantità di sostanze nocive per riuscire ad ottenere un uva integra e perfetta.
Siamo disposti ad accettare questo per la gioia(?) di versarci nel calice un vino tristellato, pentagrappolato o che dir si voglia?
Siamo disposti a danneggiare irreparabilmente l'ambiente e mettere a serio rischio la nostra salute e quella dei nostri figli pur di bere un ottimo vino?
Il fine giustifica comunque i mezzi?
Sia ben chiaro questo invito a riflettere è rivolto tutti, bio e non, naturali e convenzionali, perchè sappiamo bene che anche eccessi di rame e zolfo si accumulano nel terreno e pure le piretrine ammesse nel biologico possono essere tossiche per l'uomo e non sono assolutamente selettive per gli insetti. Con ciò non voglio dar voce ad una facile polemica, mi rendo conto che oggi in ambito agricolo è difficilissimo non utilizzare la chimica per difendere le colture da malattie e parassiti, ma è altrettanto vero che spesso certe sostanze vengono utilizzate e distribuite con molta superficialità e poca consapevolezza ("melius abundare quam deficere"), contribuendo in questo modo anche alla creazione di ceppi resistenti di patogeni. E da qui è un circolo vizioso. Perciò mi chiedo se questo abuso è realmente necessario o perchè è più rapido e meno faticoso di pratiche agronomiche alternative?
A volte bisognerebbe rendersi conto che se per avere uva sana occorre utilizzare quantità eccessive di sostanze chimiche forse quel luogo è poco adatto alla viticoltura, a prescindere dagli interessi economici che questa rappresenta per quel territorio.
Scendendo poi in cantina sappiamo che sono davvero centinaia gli additivi ammessi in ambito enologico, e proprio perchè ammessi per legge non dovrebbero (il condizionale è d'obbligo) essere nocivi per la salute umana. Io non ho assolutamente le competenze per discutere di questo argomento e lo affronto solo con gli occhi e i dubbi del consumatore medio chiedendomi: se la tossicità acuta è comunque controllata si può dire lo stesso per quella cronica?
Forse lo sapremo veramente solo tra parecchi anni.
A questo punto vi starete chiedendo se voglio indurvi a bere vini cattivi.
Assolutamente no. Ci sono ottimi vini (anche di produttori che non per forza rientrano tra i c.d. naturali ma che adottano pratiche agricole e non, di minimo impatto) prodotti nel rispetto della natura e dell'uomo, e ci sono ottimi vini prodotti senza curarsi di ciò che ci circonda.
Però noi li beviamo entrambi e quindi la risposta al titolo diventa ovviamente sì.
E in certi casi io mi sento un po' irresponsabile.