Ma
cos’è il biologico?
Un
corpus di norme e leggi e circolari applicative o una attitudine virtuosa?
E’
ormai palese (in realtà nei prodotti alimentari lo è da almeno un decennio) che
la tendenza (invocando una vacua tutela del consumatore) sia quella di normare
il bio con un corpus di leggi, quindi spingerlo verso una standardizzazione
tecnico/legale del prodotto.
In
realtà la situazione è più complicata (come tutte le dinamiche umane) e
semplificando all’osso (ma non buttatelo che serve per il brodo) mi pare di
vedere due anime che si agitano sul fondo, talora melmoso, del biologico.
Quello
promosso dal basso che ha una connotazione virtuosa e quello cavalcato
dall’agroindustria che scorge più che altro nuove aperture del mercato
alimentare in crisi di saturazione da iperofferta.
Il
primo, con i suoi chiaroscuri, abbraccia una concezione etica della terra, del
cibo, del lavoro.
Il
secondo clona, per lo più, i modelli produttivi dell’agricoltura chimico
convenzionale e la certificazione diventa un valore aggiunto da spendere sul
mercato. Per cui ci troviamo di fronte a produzioni intensive, monocolture con
cultivar di nuova generazione in cui l’unica vera differenza è nei prodotti
permessi per i trattamenti fitosanitari. Io non credo in questo modo di fare il
“biologico” e penso che sia una “doccia verde” catartica, tesa a “ripulire” dei
modelli agronomici che ci hanno portato all’attuale crisi alimentare, occupazionale
e ambientale .
La
gente vuole altro chiede dei ripensamenti più profondi su come produrre il
proprio cibo nel rispetto della natura.
Io
stesso aborro la concezione mercantile del bioindustriale che cade negli stessi
errori dell’agroindustria di sottovalutazione dei costi sociali e nello sovrasfruttamento
degli ecosistemi e nell’utilizzo di materie prime non rinnovabili.
Mi
preme inoltre spendere due parole sugli aspetti legali (legati a filo doppio
con il bioindustriale) che stanno anch’essi venendo fuori adesso (è di pochi
giorni fa la rettifica del testo accompagnatorio del ViVit 2013 con l’eliminazione
delle diciture “naturale” e “biologico”). Le richieste degli enti certificatori
sono legittime, non tutti i partecipanti sono “certificati” e la dizione
“naturale” a detta dei prof di Diritto tende a mettere in cattiva luce i vini
esclusi da questa categoria che potrebbero essere visti dal consumatore come
“innaturali” e quindi si configura una sorta di informazione asimmetrica. Altro
tema caro agli avvocati è che senza leggi e norme si scatena l’abuso e si
ampliano le zone grigie delle sofisticazioni. Anche se in Italia, si può notare
facilmente, il proliferare di leggi e circolari e sanzioni non ha per nulla
fermato le attività illecite, ahimè! Ha solo complicato la vita di tutti noi “moderatamente
onesti”.
A
mio avviso, con intenzioni strumentali, la questione è stata spostata dal
terreno del fare e delle relazioni fiduciarie a quello formale delle norme e
del commercio (non c’è nulla di male nel vendere ma come ho detto più volte
esistono molti tipi di mercati).
Le
norme, le certificazioni sono degli atti burocratici che non certificano la
qualità del prodotto o l’eticità di un approccio agronomico ma solamente
l’aderenza a protocolli che a loro volta sono definiti in sede legislativa.
Un
processo che tende a svuotare di senso un movimento nato dalle persone e
rivolto alle persone che ponevano in primo piano la loro/nostra esistenza sulla
Terra e la loro/nostra sussistenza dalla terra.
Gli
stessi enti certificatori vedono una buona opportunità economica nella crescita
delle certificazioni e ne difendono con forza il valore “legale” e di tutela
del consumatore.
Siamo
di fronte ad uno scontro fra visioni, retoriche del mondo ed io con sconcerto
vedo che l’obbiettivo di cambiare i modelli produttivi e commerciali,
intrinseco al mondo del bio, è stato masticato e digerito dal complesso
burocratico e commerciale che vede nei rapporti umani, fiduciari una
imperfezione tecnica dei mercati.
Speravo
ardentemente che da questa profonda crisi scatenata dalla finanza si potesse
rinascere come araba fenice per costruire nuove relazioni e nuovi modelli
produttivi ma qui seduto davanti al computer è come se vedessi già la sconfitta
di tutti i miei sogni.




