Dei vini di Marco spicca sempre una certa magrezza, che li rende talvolta non capiti o comunque sottovalutati. Non fa eccezione la sua barbera (qui con croatina e pinot nero), generalmente vino da giorno dopo, per darle il tempo di acclimatarsi con l'ossigeno, smussare qualche durezza e dire la sua sul terreno di provenienza e l'annata metereologica.
Poi c'è che un rifermentato non è mai uguale a sé stesso. Continua a muoversi. E quindi capita che dietro la stessa etichetta, venga fuori un carattere sempre leggermente diverso.
Inoltre con i rossi c'è un equilibrio fra frutto, assetanza/dissetanza, chiusura, puzzette, vinosità, secchezza, morbidezza e consistenza che determina la qualità della beva.
Metteteci che vini di Marco sono una trasformazione molto diretta dell’uva e quindi solo il tempo può eventualmente dire la sua in bottiglia.
In questo quadro leggo l’Otòbbor 2008. E il tempo ha fatto un bel lavoro.
Al naso si percepiscono i frutti a bacca selvatici e, inaspettata, un’idea di vaniglia, che si ritrova in bocca a cercare di ammansire un'acidità fiera e compiuta. Un coté di evoluzione verso la sontuosità che trasforma il vino da buono in sorprendente. Un tannino gessoso completa l'equilibrio gassoso dando la spinta fra un sorso e il successivo in mezzo a sferzate di arancia moro.
A tratti quasi cioccolatoso, con bacche acide e erba di montagna.
In definitiva c’è un carattere complesso dietro ai vini di Crocizia che io credo racconti precisamente la storia dell’uva, delle piante e di quel terreno incontaminato che ormai qualche lustro fa i due uomini decisero di coltivare a vigna.
Quel “che” difficile da decifrare, ma bello da scoprire.
| Marna gessosa a Crocizia (sul sito di un antica cava) |
